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Full text of "Tempio d'amore"

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RETORICA E FILOLOGIA 



GALEOTTO DAL CARRETTO 



TEMPIO D'AMORE 



Introduzione di 
Franca Magnani 

Edizione crìtica a cura di 
Cristina Caramaschi 



LA FENICE EDIZIONI 



Università degli Studi di Parma 
Istituto di Filologia Moderna 

''RETORICA E FILOLOGIA'' 

Collana diretta da Franca Magnani 

.3. 



Università degli Studi di Parma 
Istituto di Filologia Moderna 



GALEOTTO DAL CARRETTO 



TEMPIO D'AMORE 



Introduzione di 
Franca Magnani 

Edizione critica a cura di 
Cristina Caramaschi 



A^^rir* 



LA FENICE EDIZIONI 



Questo volume è stato pubblicato col contributo del MURTS 



® 1997 La Fenice Edizioni 

Via Adolfo Presso. 5 - 001 49 Roma, Italy - Tel. (06) 5565954 - Fax (06) 5565954 

Finito di stampare nel mese di ottobre 1997 

presso la Tipolitografia Spoletini - Via Giacomo Folchi, 28-00151 Roma 

ISBN 88-86171-35-8 



C13T3 



INTRODUZIONE 



Capitolo I 
STRUTTURA DEL «TEMPIO D'AMORE» 



1 . // titolo «commedia» 

Il Tempio d'Amore è una ...commedia spiegata con ogni maniera di versi e 
con invenzione non disprezzabile se la moltitudine delle persone in essa introdot- 
te, che arrivano al numero 42, non la rendessero rincrescevoleK Così nella Dram- 
maturgia l'Allacci sintetizza il giudizio negativo che a partire dal secondo Cin- 
quecento accompagna l'ultima opera di Galeotto del Carretto con cui si chiude la 
sua eclettica produzione teatrale. Le quattro edizioni, pubblicate vivente l'autore 
dal 1519 al 1525^, documentano invece il suo successo presso i contemporanei, 
cui segue nei secoli successivi il quasi totale silenzio. In tempi piij recenti i critici 
Renier^, Mancorda'^, Rossi^, Sanesi^ Scrivano*^ hanno variamente sottolineato co- 
me l'opera, per il sovrapporsi sistematico del piano reale e di quello allegorico, 
l'ecclettico combinarsi delle fonti classiche e volgari, la libera varietà delle forme 
metriche che raggiunge le punte pili avanzate dello sperimentalismo quattrocente- 
sco, appaia come un pastiche «strano», anche rispetto alla restante produzione 
teatrale di fine Quattrocento caratterizzata dall'assenza di codificazione e di una 
chiara coscienza teorica del genere teatro. Il Tempio infatti non è riconducibile a 
un «modello primario», ha una struttura complessa e anomala, non solo per il nu- 
mero dei personaggi, tutti personificazioni di vizi e virtù, ma per la mancanza di 



' Leone Allacci, Drammaturgia, Venezia, Pasquali, 1755, p. 756. 

2 Per la descrizione delle edizioni si rimanda alla Nota al testo. 

3 Rodolfo Renier, Saggio di rime inedite di Galeotto del Carretto, in «Giornale storico della let- 
teratura italiana», VI (1885), pp. 231-52. 

^ Giuseppe Manacorda, Galeotto del Carretto poeta lirico e drammatico monferrino, in «At- 
ti e memorie della Reale Accademia delle Scienze», Torino, Serie II, XLIX (1900), pp. 47-125, 
alle pp. 99-104. 

5 Vittorio Rossi, // Quattrocento. Storia Letteraria d'Italia, Milano, Vallardi, 1964. 

^ Ireneo Sanesi, La commedia, Milano, Vallardi 1911,2 voli. 

^ Riccardo Scrivano, Dalla letteratura al teatro, in // modello e V esecuzione. Studi rinascimen- 
tali e manieristici, Napoli, Liguori, 1993, pp. 181-192. 



vili INTRODUZIONE 

partizione in atti, per la lunghezza del testo (7574 versi), per la commistione di 
forme mutuate da generi letterari eterogenei o desuete o del tutto innovative. L'as- 
senza di divisione in atti, con conseguente mancanza di prologo, intermezzo e co- 
ro, talora presenti, talora individuabili nelle restanti opere teatrali carrettiane^, 
porta ad escludere l'idea che l'opera sia mai stata rappresentata, mentre per con- 
verso la struttura dialogica con la costante dialettica tra bene e male che rimanda 
alla tradizione d'oltralpe e poi piemontese dei mystères^ pare giustificare la defi- 
nizione di recente riproposta di «dramma allegorico» ^o, anche se la presenza delle 
lunghe e lente stasi narrative e descrittive rende di per sé impensabile una rappre- 
sentazione. 

Questa opera composita, frutto di una curiosa contaminazione di generi e 
parallelamente di fonti, in cui si alternano parti dialogiche e parti narrative sì 
che la definizione data dall'autore di commedia, se intesa come forma teatrale, 
appare impropria, potrebbe essere considerata una propaggine estrema del gene- 
re del viaggio allegorico-didattico e la definizione «commedia» ricondotta alla 
tradizione «comica» inaugurata dalla Commedia dantesca^': Phileno, fedele 
amante, è ingiustamente cacciato dal tempio d'Amore; Fede, Speranza e un coro 
di altre virtù, cui si oppongono altrettanti vizi, lo scortano attraverso le varie 
parti del tempio alla dimora del suo signore. Sotto il nome del personaggio prin- 
cipale si cela, in linea con la piià collaudata tradizione pastorale, l'autore e men- 
tre il Tempio è allegoria della corte di Casale, l'esilio è la motivazione di tutta 
l'azione narrativa. Il tema pseudoautobiografico si sposa con l'intento etico-po- 
litico e didattico, entrambi esplicitamente dichiarati dall'autore nella lettera di 



^ La commedi Tintori Greco (1497) di ispirazione lucianea, le Noze di Psiche e Cupidine (1499- 
1500) tratta dal romanzo di Apuleio, entrambe in versi (edite in Teatro del Quattrocento. Le corti 
Padane. A cura di Antonia Benvenuti Tissoni e Maria Pia Mussini Sacchi, Torino, Utet, 1983; la tra- 
gedia Sofonisba (1502), Li sei contenti, una commedia in prosa che costituisce uno dei primi tenta- 
tivi di ricodificazione teatrale del Decameron, scritta probabilmente poco dopo le rappresentazioni 
della Cassaria ( 1 508) e dei Suppositi ( 1 509); (cfr. Li sei contenti. A cura di Maria Luisa Doglio, To- 
rino, Centro Studi piemontesi, 1985). 

9 Anche il notevole numero di versi dell'opera carrettina e il cospicuo numero di personaggi so- 
no elementi che rimandano a questo particolare tipo di rappresentazioni che, secondo le cronache 
del tempo, erano molto diffuse in Piemonte. Emblematico il caso della Passione di Revello, un 
dramma di ben tredicimila versi, con duecento personaggi, oltre alle comparse. (Cfr. La Passione di 
Revello. Sacra rappresetazione di ignoto piemontese. A cura di Anna Comagliotti, Torino, Centro 
Studi Piemontesi, 1976). 

'^ La definizione proposta dalla Doglio nella sua Introduzione alla commedia carrettiana Li sei 
contenti è ripresa anche da Riccardo Scrivano, Dalla letteratura, p. 190. 

' ' A questa tradizione riconduce l'opera Antonia Tissoni in una nota in calce alla Introduzione 
alle commedie di Galeotto, in Teatro del Quattrocento, pp. 559-60. 



INTRODUZIONE IX 

dedica dell'ultima edizione al marchese di Casale Bonifatio: Comparar voglio 
anchora il Tempio suo [d' Amore] al tempio del tuo corpo e di tua corte, ricor- 
dandoti che non come in lui in te, né in tua casa siano simili effetti, in aver nel 
Tempio tuo Perfìdia, Frode, Simulatione et Oblivion di meriti riceuti, ma esclu- 
derle in tutto e non tener Giustizia esclusa né, qual sprezzata donna in abietta 
stanza e da te lontana collocata^^. Tuttavia diversamente dalla Commedia di 
Dante l'impianto del Tempio d'Amore è laico e la presenza del modello dante- 
sco, benché certificata da numerosi prestiti, non è strutturalmente determinante, 
mentre più pregnanti appaiono i riferimenti alla tradizione del viaggio allegori- 
co di fondo amoroso inaugurata dal Roman de la Rose e perpetuatasi nei roman- 
zi bucolico-allegorici del Boccaccio, dalla Comedìa delle ninfe fìorentine all'A- 
morosa Visione. Alla tradizione boccaccesca e pili in generale a quella bucolica 
rimandano il tema anticortigiano e quello dell'esilio e l'influenza di questo par- 
ticolare genere cui si possono ricondurre numerose opere teatrali del secondo 
Quattrocento è sottolineata dalla scelta del nome del personaggio principale del 
Tempio che non a caso nelle sue battute e monologhi utilizza forme metriche ti- 
piche dell'egloga e del dramma satirico-pastorale, come lo sciolto e l'endecasil- 
labo frottolato. D'altra parte VAmeto pubblicato nel 1478 col titolo «comedia 
delle nimphe fiorentine» era certamente noto al Del Carretto che ne ricalca l'im- 
pianto strutturale benché il significato allegorico sotteso al percorso per la con- 
quista di Amore sia nelle due opere diverso. A questo testo e all'interpretazione 
del tutto peculiare e di per sé erronea che il Boccaccio dà al termine «comme- 
dia» potrebbe quindi rifarsi il Galeotto con la sua definizione. Il frontespizio 
della terza edizione del Tempio, riveduta e ampliata dall'autore, suona infatti 
Comedie del Magnifìco S. Cavalliero Messer Galeotto del Carretto detta Tem- 
pio d'Amore con due Comedie nuove et con ampliatione della Capella della Ge- 
losia, et tre tuguri... L'edizione contiene esclusivamente il Tempio d'Amore sì 
che l'uso del plurale «comedie» appare inguistificato, così come l'affermazione 
«due comedie nove». Confrontando il testo delle tre prime edizioni con questo 
edito nel 1525, due sono gli episodi del tutto nuovi, oltre alla descrizione della 
Gelosia e dei tre tuguri: la favola di Psiche, brevemente riassunta secondo mo- 
duli propriamente narrativi, e l'incontro con Venere e relativa invocazione (vv. 
7215-7420), inserito alla fine della primitiva redazione dell'opera. Entrambi i 
passi nulla aggiungono al filo conduttore e come la serie di novelle narrate dalle 
ninfe nell'Ame/o possono essere considerate «fabule», così come «fabule» erano 



' 2 La dedica suona: Opera di Messer Galeotto del Carretto chiamata Tempio d'Amore et intito- 
lata a l'Eccellentissimo e molto virtuoso Signor Bonifacio Marchese moderno di Monferrato. 



X INTRODUZIONE 

per il Boccaccio le commedie terenziane^^. Il termine commedia quindi è usato dal 
Galeotto in un'accezione ampia a cui potrebbero adattarsi ognuna delle interpretazio- 
ni avanzate e l'autore stesso nella dedica dell'ultima edizione avverte la necessità di 
precisare che la forma di commedia, cioè dialogica, e l'introduzione dei numerosi 
personaggi sono in funzione di una più chiara esposizione della sua eterogenea mate- 
ria: Mi è parso anchora di comporre la presente opera a guisa di comedia, introdu- 
cendogli molte persone et interlocutori, per meglio isprimere e dichiarare la presen- 
te materia e, secondo la diversità de' soggetti che in essa si esplicano, così di varie 
rime ornarla. A quest'idea del «comico», metà rappresentato e metà narrato, il Del 
Carretto può essere approdato non solo attraverso il Boccaccio ma anche attraverso 
Apuleio, una delle fonti più ampiamente utilizzate nella sua opera. Infatti fra i vari 
«racconti» che si inseriscono all'interno della narrazione principale delle Metamorfo- 
si compare la descrizione del Giudizio di Paride '^ riproposta come breve pièce tea- 
trale alla quale Lucio, asino-filosofo, assiste. Il Galeotto «narrando» il mito segue da 
vicino il testo apuleiano, ma lo inserisce all'interno di una serie di descrizioni allego- 
rico-morali e implicitamente lo carica di un diverso significato. 



2. // tempio: testo come edificio. 

Nel Tempio il tradizionale schema del percorso allegorico-didatticoi^ conta- 
minato con quello dei romanzi di fondo amoroso porta a una continua sovrapposi- 
zione di sacro e profano '6, ma l'elemento che più caratterizza l'opera rispetto ai 



'3 Come rileva il Padoan // Boccaccio pensava al genere comico non come a testi scritti esclusi- 
vamente in funzione della rappresentazione e del commento mimico, e neppure come a testi totalmen- 
te strutturati a dialogo; bensì come ad opere che narravano «amorosi avvenimenti». Cfr. Giorgio Pa- 
doan, // Boccaccio le muse il Parnaso e l'Arno, Firenze, Olschki, 1979, alla p. 117. Si vedano anche 
per la valutazione boccaccesca del termine «commedia» riferito all'opera dantesca le Esposizioni so- 
pra la Comedia di Dante. Acum di Giorgio Padoan, Milano, Oscar Mondadori, 1994, voi. I, pp. 3-6. 

'^Apuleio, Metamorfosi. A cura di Marina Cavalli, Milano, Oscar Mondadori, Libro X, 29-34; 
edizione condotta sul testo critico curato da J.A. Hanson, London, Cambridge Mass, 1989. 

'^ Per la «storia» del genere del viaggio allegorico-didattico si veda Cesare Segre, // viaggio al- 
legorico didattico, in Fuori del mondo. I modelli nella follia e nelle immagini dell'aldilà, Torino, 
Einaudi, 1990, pp. 48-66. 

'^ In epoca umanistico-rinascimentale l'utilizzo di termini e immagini religiose in ambiti profa- 
ni o mitologici e viceversa è ricorrente in opere ascrivibili ai più svariati generi letterari, dalla com- 
media, al poema epico, alla trattatistica d'arte; si pensi al Trattato di Architettura di Antonio Averiino 
detto il Filarete che colloca nella mitica Sforzinda un bizzarro atrio di artisti le cui statue sono dispo- 
ste come santi coi loro attributi, in atto di reggere i loro capolavori. Si cita dall'edizione a cura di An- 
na Maria Pinoli e Liliana Grassi. Introduzione e note di L. Grassi, Il Polifilo, Milano, 1972. 



INTRODUZIONE XI 

tradizionali trattati didattico-allegorici è che gli insegnamenti sono impartiti me- 
diante l'esposizione di cicli pittorici o descrizioni di sculture, di mosaici, di statue, 
di bassorilievi che si immagina adomino le «sale» e i giardini del tempio-palazzo e 
che i vari personaggi illustrano lungo il percorso, un percorso che viene a coincide- 
re con il percorso della scrittura e contestualmente con quello conoscitivo. Il ricor- 
so d\V ekphrasis per impartire insegnamenti morali non è del tutto nuovo in opere 
imperniate sul viaggio allegorico e si ritrova ad esempio ne la Vision delectable de 
la filosofìa y artes liberales, metafìsica y filosofia moral di Alfonso de la Torre, un 
testo scritto fra il 1 430 e 1 440, stampato verso 1 480 e poi più volte ristampato nel 
Cinquecento •'7. Non sono in grado di dire se Galeotto conoscesse quest'opera, ma 
certo sul finire del XV secolo l'inserimento con intenti didattici di rassegne di ta- 
vole pittoriche raffiguranti deità e allegorie poetiche diviene frequente, come di- 
mostrano i dieci dialoghi intitolati Hlstoriae poetarum tam graecorum quam lati- 
norum di Lilio Gregorio Giraldi, iniziati, come si deduce dalle notizie fomite 
all'inizio dell'opera nel 1520, ma editi solo nel 1580 neW Opera omnia. Nelle Hi- 
storiae l'autore finge che il primo personaggio dei dialoghi, cioè lo stesso Lilio, 
esponga il contenuto di foltissime tavole pittoriche contenute nella biblioteca dei 
Pico e per completezza di finzione le attribuisce a Cosmè Tura'^: Nam et qui tabu- 
las poeticas posuit, quisquis illefuit, partes, ut mihi quidem videbatur, ex industria 
in iis ultimas reliquerat albas, nullis imaginibus pietas, ut in iis videretur voluisse, 
ut a posteris posteri quoque poetae adpingerentu^^ . SuU' affermarsi di questo parti- 
colare tipo di ekphrasis ha certo influito la tradizione epica in cui le rassegne d'in- 
tagli, sculture, pitture hanno lunga fortuna, a cominciare della descrizione omerica 
dello scudo d'Achille o di Ercole fatta da Esiodo, alle pitture del tempio di Cartagi- 
ne descritte neìV Eneide, fino alle pitture e intagli del palagio di Intelligenza del 
duecentesco poema in nona rima; anche Dante nei balzi del Purgatorio (X,31 e 
XII, 16 sgg.) descrive una serie di sculture rappresentanti allegorie morali e Petrar- 
ca nel canto terzo deW Africa illustra le rappresentazioni scultoree delle grandi di- 



'^ La Vision è un'opera allegorico-didattica scritta per l'educazione del principe Carlos de Via- 
na che getta un «ponte tra l'allegorismo, e la vocazione didattica, dei secoli XII e XIII, e l'allegori- 
smo e la vocazione didattica, dell' autunno del medio evo». Cfr. Segre, // viaggio, p. 49-50. 

'^ Sull'opera del Giraldi e sulle presunte pitture del Tura si veda Tura inventato, in «Recenti in- 
gressi», Biblioteca Ariostea di Ferrara, V, 1961, pp. 13-16. 

'^ Lilius Gregorius Gyraldus, De poetis nostrorum temporuni. A cura di Karl Wotke, Berlin, 
Weidmannesche Buchhandlung, 1 894, riprodotto in anastatica in La storiografìa umanistica, Mes- 
sina, Sicania, 1992, voi. II, pp. 233-362, alla p. 266. Sull'opera si veda André Stegmann, Le «De 
poetis nostrorum temporum «de L. Gregorio Giraldi: un bilan de l'umanisme europeén, in La corte 
e lo spazio: Ferrara estense, a cura d Giuseppe Papagno e Amedeo Quondam, Roma Bulzoni, 1982, 
voi. III. 



XII INTRODUZIONE 

vinità pagane che ornano il tempio di Siface. Questa lunga tradizione variamente 
riproposta nei poemi quattro-cinquecenteschi, dalle mirabili istorie scolpite sulle 
porte del palazzo di Venere descritto dal Poliziano nel primo libro delle Stanze, ai 
romanzi del Boiardo e dell'Ariosto, ha certo influenzato la scelta di questo partico- 
lare impianto strutturale dell'opera carrettiana. Una più diretta consonanza si può 
forse individuare fra questo testo e il libro VII de la Teseida in cui il Boccaccio de- 
scrive il tempio di Venere: Poi che l'autore ha mostrati in parte gli ornamenti del 
tempio, li quali erano in alcune cose, sì come gli archi e armadure, mostra che egli 
ancora era ornato di dipinture, le quali dipinture ancora rendevano testimonianza 
delle vittorie di Venere^^. Nell'opera boccaccesca la descrizione, popolata come 
quelle del Tempio da una serie di personaggi astratti: l'Orazione (di Palemone) che 
giunge al tempio. Vaghezza, Bellezza, Giovinezza, Leggiadra, Piacevolezza che 
hanno lì dimora e poi Ardire, Pazienzia e Amore accompagnato da Voluttà, Ozio e 
Memoria, è nel complesso breve, così come generalmente brevi sono le descrizioni 
figurative che si ritrovano nei poemici epici posteriori^'. L'influenza del Boccaccio 
si può quindi ravvisare non tanto in peculiari riprese testuali quanto nella comune 
tendenza alla esaltazione dei miti antichi e delle allegorie ad essi sottesi. Galeotto 
sembra cioè ispirarsi, dilatandola, alla lunga glossa fatta dal Boccaccio, nella quale 
l'autore non solo descrive i vari vizi e virtù e i motivi per cui essi sono collocati 
nella dimora di Venere, ma dà conto dei miti rievocati nelle pitture e del loro re- 
condito significato. Al di là dunque di riprese più o meno dirette. Galeotto attin- 
gendo ora dalla letteratura medievale ora da quella cavalleresca, ora dalle fonti 
classiche ripropone quel gusto per l'antiquario e per l'allegoria morale che dalle 
varie opere del Boccaccio, soprattuto le Genealogie, si perpetuata in tutto l'umane- 
simo fino alla grande sistemazione neoplatonica del Landino. 

L'allegoria di fondo amoroso su cui si fonda il Tempio con l'identificazione 
dell'esperienza umana e politica di Fileno con la vicenda amorosa apre la strada al- 
la introduzione di una serie di invenzioni classicheggianti e Cupido e Venere, sotto 
le spoglie dell'allegoria o di un'interpretazone platoneggiante dell'Eros, divengo- 
no i personaggi principali. Gran parte degli insegnamenti impartiti durante il per- 



20 Giovani Boccaccio, Teseida delle nozze d'Emilia. A cura di Alberto Limentani, Milano, 
Mondadori, 1992. 

2' Costante e strutturale il ricorso nel poema narrativo a uno o più segmenti «figurativi» la cui 
presenza pare intema alla tradizione letteraria; pur con le dovute eccezioni, la trascrizione del fatto 
figurativo è affidata non «già all'evidenzia della gestualità o di una ordinata descriptio, ma all'uso 
massiccio d&Wt figurae elocutionis». Per un'ampia esemplificazione si rimanda a Guido Baldassar- 
ri. Ut poesis pictura. Cicli figurativi nei poemi epici e cavallereschi, in La corte e lo spazio, voi. II, 
pp. 605-35. 



INTRODUZIONE XIII 

corso muovono dalla mitologia classica; storie antiche e dilettevoli, spesso filtrate 
attraverso testi volgari, sono riproposte e ri interpretate in veste allegorico morale, 
secondo una tradizione che prende le mosse da Marziano Capella e da Fulgenzio. 

Queste storie, descritte dai vari personaggi durante il percorso verso il cubico- 
lo d'amore, ornano le navate, le cappelle, il pavimento del tempio, architettonica- 
mente rappresentato come una imponente chiesa, con nartece a colonne d'alaba- 
stro, campanile, sagrestia e chiostro^^. Le altre, esteme al tempio, decorano le 
loggie dell'ospizio estivo di Amore, del giardino e delle stanze del signore e ripren- 
dono le linee architettoniche dei palazzi e dei giardini quattrocenteschi. La colloca- 
zione di queste «morali» pitture, sculture ecc. nello spazio fisico del tempio-palaz- 
zo determina un continuo e ravvicinato gioco fra parola e signum e suggerisce 
l'immagine del testo come edificio dal momento che le varie parti dell'opera ten- 
dono a identificarsi con quelle del tempio e del complesso sistema di effigi che lo 
adomano, secondo un schema architettonico che diviene a partire dal terzo decen- 
nio del Cinquecento una vera e propria moda^^. Tenendo conto di questo il titolo 
Commedia del Tempio d'Amore potrebbe interpretarsi come un esplicito richiamo a 
un idea del teatro inteso in senso etimologico, cioè come rappresentazione che ren- 
de visibile, proittandolo all'esterno, lo spettacolo che la memoria custodisce^'^, in- 
somma il teatro della memoria caro alla cultura cinquecentesca. 



3. Temi e personaggi 

Dietro la storia di Phileno, amante ingiustamente scacciato dal tempio d'amo- 
re, si cela la vicenda autobiografica di Galeotto esiliato dal signore di Casale e non 
a caso il nome del protagonista è legato alla tradizione bucolica in cui i temi dell'e- 



22 Forse non casuale il fatto che in più luoghi le descrizioni dell'architettura del tempio ben si 
adattino al Duomo di Casale Monferrato; una particolare rispondenza si coglie nella descrizione del 
nartece che sembra ispirarsi a quello della basilica evasiana, capolavoro di statica, diviso in nove 
compartimenti. Legata alle peripezie dell'autore narrate nel Tempio parrebbe anche la scritta che si 
conserva nel frontone di palazzo Del Carretto a Casale: Potius mori quam fedari. 

2-'' Lo testimoniano i titoli di varie opere: dal Tempio d'Amore di Niccolò Franco (in realtà un 
plagio di Iacopo Campanile), al Tempio della Fama di Girolamo Parabosco, al Tempio della divina 
signora Giovanna d'Aragona. Per questi ed altri esempi rimando a Lina Bolzoni, La stanza della 
memoria. Modelli letterari e iconografici nell'età della stampa, Torino, Einaudi, 1985, pp. 202-3. 
La Bolzoni, ricordando la mistica casa di Salomone {Proverbi, 9,1 ), afferma che l'immagine del te- 
sto/edificio rinvia in ultima analisi a quella topica del Deus artifex, del Dio architetto e scrittore del 
mondo. 

24 Cfr. Bolzoni, La stanza della memoria, p. 250. 



XIV INTRODUZIONE 

silio e della corruzione della corte sono tòpici. Phileno si identifca con Galeotto ed 
è portavoce della sua triste vicenda umana; tutti gli altri personaggi sono incarna- 
zioni di vizi o virtù e ognuno di questi è descritto secondo precisi modelli di origi- 
ne e formulazione medievale^^. In sintonia con le tradizionali rappresentazioni del- 
la perfetta bellezza muliebre l'aspetto delle virtù personificate risponde ai canoni 
della «convenienza e armonia delle parti», a cui si affiancano lo «splendore dei co- 
lori» e «l'onestà dei costumi»; Liberalità ad esempio è rappresentata con lieta fron- 
te e con serena vista v. 2193), con benigni e liberal sembianti (v. 2192) e con certa 
foggia piena di bontate (v. 2196). 

Con lo stesso procedimento della descriptio estrinseca e intrinseca vengono 
realizzati i ritratti dei vizi che rappresentano l'essenza della negatività: Spetialitate 
(vv. 5958-5981) ha il volto tumido qual di bue, la veste ha negra e cinta d'un ca- 
pestro e le sue unghie, adunche acute/ e con gli artigli con i quali rende inavvicina- 
bile ognuno, sono visiva traduzione delle sue caratteristiche morali. Tutti questi 
personaggi, incarnazione o del male o del bene, sono descritti attraverso procedi- 
menti convenzionali e rispondono a un'iconografia di medievale memoria su cui si 
innestano riminiscenze classiche. Così le figure di Povertà e di Vecchiezza ripro- 
pongono l'immagine medievale della vecchia «scabbiosa» a cui si sovrappongono 
tessere tratte della ovidiana descrizione della Fame:^^ 

Rugoso ha '1 volto e lippienti gli occhi, 
curve ha le spalle et arida la pelle, 
debile 'n schiena et anco nei genocchi. (vv. 4671-3) 

La povertate è macilenta e mesta, 
coi crini hirsuti et occhi a terrra bassi 
che per rubor non osa alzar la testa 

et affannata par ch'andar se lassi, 
qual derelitta, per cordoglio a terra 
quando se ve' nel numero de' cassi. 

Gli alti sospir ch'uscendo gli fan guerra 
gli fan tener la bocca alquanto aperta 
per l'aspra passion ch'in petto serra; 



25 Questa dialettica tra il bene e il male si riallaccia indissolubilmente con tutta la produzione 
drammatica medievale sia religiosa {Passions e Mystères) che profana; d'altra parte già si è rile- 
vato come il filone delle sacre rappresentazioni possa avere influenzato la peculiare struttura di 
quest'opera. 

2^ Hirsutus erat crinis, cava lumina, pallor in oreJLabra incana situ, scabrae rubigine fau- 
cesJDura cutis, per quam spectari viscera possent....; libro Vili delle Metamorfosi, vv. 801-8. 



INTRODUZIONE XV 

de panni abietti questa va coperta, 
panni che sono lacerati e fedi, 
ch'hanno più macchie assi che la lucerla; 

ignude ha le sue braccia e scalci i pedi, 
de calli e scabbia e di squallor è piena 
tal che nettarla non gli son remedi. (vv. 4720-347) 

Fra le numerose rappresentazioni allegoriche del tempio personaggio fonda- 
mentale, di cui sempre si parla, ma in absentia, è il Tempo. Il Tempo è invocato co- 
me garante della fedeltà di Phileno al suo signore: è il Tempo «ottato» in cui Phile- 
no fida per riconquistare la sua dignità. Il tempo quindi è inteso come realtà umana 
che si proietta nel sociale e diviene una realtà esistenziale che condiziona la vita in- 
tera^^, salva e svela, dopo la persecuzione, la verità e l'innocenza, così come avvie- 
ne nella famosa Calunnia d'Apelle^^. Al Tempo si accompagna Fortuna^^, rappre- 
sentata cieca o sulla mobile sfera e con la sua volubil rota}^, e ad essa si lega, 
secondo una tradizione che parte dal De consolatione Philosophiae fino al petrar- 
chesco De remediis e al De fato et fortuna di Coluccio Salutati, il tema dell'esilio: 

Quest'è Fortuna che mina al basso 
e toUe in alto i miseri mortali 
e va per tutto con veloce passo. 

Altri sublima, ad altri tronca l'ali, 
ad altri dà molt'oro, ad altri tolle, 
tanto i suoi beni son caduchi e frali. 

E sopra il sasso tondo seder volle 
per dimostrar ch'è instabile et incerta 
e chi pon fede in lei se fonda in molle, (vv. 122-1230)-^' 

A questa dea bendata si possono opporre solo Pazienza che aiuta Phileno a 
sopportare la sua aversa sorte in pace (v. 6502) o, come recita il ritornello della 
«canzonetta» con cui nella primitiva redazione si chiudeva l'opera, Speranza: 



27 Per il valore attribuito al tempo nella cultura umanistica e rinascimentale si veda Alberto Te- 
nenti, // senso della morte e l'amore della vita nel Rinascimento, Torino, Einaudi, 1989, in partico- 
lare al capitolo L'ideale della vita in Italia. 

28 Per la concezione e traduzione iconografica del Tempo in epoca rinascimentale, in particola- 
re del Tempo rivelatore, si veda Erwin Panofsky, Studi di iconologia, Einaudi, Torino, 1975, pp. 89- 
134. Per la Calunnia si veda il successivo capitolo. 

29 Per la continuità del tema del Medioevo e la ripresa in numerosi testi umanistici si veda V In- 
troduzione di Concetta Bianca al De Fato del Salutati (Firenze, Olschki, 1985). 

^^ Per altre descrizioni all'interno dell'opera si vedano i vv. 161 8-32; 2442-59; 5653-6069; 6498-10. 
^' La descrizione riecheggia, soprattuto per la ripresa di alcuni sintagmi, il passo del canto VII 
ùq\V Inferno, anche se la concezione carrettiana di Fortuna è ben diversa da quella dantesca. 



XVI INTRODUZIONE 

Sempre ognuno de' sperare 
fin eh 'a l'alma al corpo unita 
che Fortuna, mentr' è in vita 
in un punto el può salvare, (vv. 7210-7213) 

In questi passi affiora una concezione fatalistica della vita di impronta clas- 
sica, mentre in altri l'autore insiste maggiormente sul valore catartico della sof- 
ferenza e del Travaglio che dominano l'esitenza di Phileno e quella umana in 
genere: 

Nel bon travaglio l'uomo se rinforza 
in senno et in valor, tal che la chiara 
alta sua fama el tempo non amorza. (vv. 2390-93) 

L'intento di ricondurre l'amara esperienza descritta nel Tempio all'etica Cristi- 
na diviene esplicito nel ritornello {Tutto è nulla che star ben con Dio, vv. 7493- 
531) del capitolo ternario che, con la canzone a Venere, è aggiunto nell'ultima re- 
dazione, quasi che l'autore, revisionando l'opera, volesse dare maggior risalto alla 
lettura in chiave religiosa della sua grande costruzione allegorica, in cui la sovrap- 
posizione fra piano reale e piano metaforico, fra il mito e la sua reinterpretazione 
morale sono costanti. 

Nell'opera infatti Amore incarna a seconda dei casi amor sacro o amor profa- 
no e Venere, cui Phileno rivolge la sua «orazione», è insieme la «Venere nutrice» 
oraziana e la Madre benigna (v. 7276 e ss.) della tradizione mariana. Amore che 
nacque d'ozio e di lascivia umana^^, ha l'ali aurate e Otio per alunno e siede con 
noia e gioco nel suo talamo custodito da Piacere e Adulazione; lo stesso altrove è 
identificato con il signore di Casale e diviene Signore benigno e pio (v. 7078) o si 
trasforma in «amore divino», come nella allegorica rappresentazione di Amore e 
Psiche: 

Quei doi sublimi e deaurati santi 
son Vener bella col suo car Fanciullo: 
la matre è asisa e '1 figlio gli sta avanti 
e per soave e placido trastullo 
tesseno reti aurate fatte a groppi, (vv. 3655-9) 



^2 Così il Petrarca in T.A. I, 82. Per queste rappresentazioni di Amore nel Tempio si vedano i vv. 
11 65 e ss; 2739 e ss.; 3675 e ss; 4101 e 4097. Per le rappresentazioni iconografiche medievali e ri- 
nascimentali di Cupido rimando a Panofsky, Studi dì iconologìa, cap. IV. 



INTRODUZIO>fE XVII 

4. Descriptio loci 

Il recupero di materiali convenzionali che caratterizza la tipicizzazione dei va- 
ri personaggi si ritrova nelle descrizioni dei luoghi del tempio-palazzo; la contrap- 
posizione tra il bene e il male viene emblematicamente riproposta e i luoghi ameni 
sono affiancati simbolicamente e contrastivamente a luoghi orridi e terribili: 

Le mura d'ogni intomo son di fuoco, 
non come l'altro, ma latente, occulto, 
ch'abbrusa e non par fiamma in alcun loco. 

Sopra '1 camino è Meleagro sculto 
ch'arde col stizzo e' doi suoi cii occisi 
con la madre che piagne il fatto insulto. 

I trabi son d'intagli in auro scisi 
e '1 ciel ha de focili l'ornamento 
che alquanto l'un da l'altro son divisi; 

de car bitume è fatto el pavimento, 
de cener d'ossa de rebelli amanti 
miste col sangue d'ogni ingrato spento, (vv. 41 18-29) 

I tuguri di Infamia, Povertà e Vecchiezza descritti ai vv. 4584-4770 ripropon- 
gono una serie di temi tòpici della poesia giocosa di tradizione toscana, cui il Del 
Carretto si era accostato tramite l'amicizia con Gasparo Visconti e piij in generale 
con l'ambiente di Milano dove soggiornavano il Cammelli e il Bellincioni; le in- 
vettive contro le vecchie, le descrizioni di male cene, di mali alloggi, di notti trava- 
gliate costituiscono per l'autore piemontese un sicuro modello: 

La sua capanna par stalla da cani, 
anzi de bisce un naturai ricetto, 
stanza mal sana per infermi e sani. 

Ne l'angulo di quel è un picol letto 
non già de piume ma de secche foglie 
dove ha ben poco al riposar diletto. 

Sopra d'un legno sono alcune spoglie 
de unti e vii panni e canapa ben grossa 
che a rippezzarle gran piacer se toglie. 

Un picol vaso tene in una fossa 
con certo vino, vin non già ma aceto 
che con spiacer te tien la sete scossa, (vv. 4750-61) 

Spesso questi moduli e temi tradizionali nella produzione giocosa si combina- 
no con reminiscenze dantesche, in particolare nelle descrizioni degli insensati che 



XVIII INTRODUZIONE 

popolano la Tavola di Cebete^^ e che sono collocati in una serie di gironi che ri- 
chiamano da vicino quelli infernali (vv. 1698 e 2485 -2676). 

A queste descrizioni «negative» si contrappongono le descrizioni dei luoghi di 
delizie che ripropongono, secondo gli schemi consueti del locus amoenus, l'elenca- 
zione dei vari tipi di alberi e di frutti del giardino d'Amore (v. 4251 e ss.), le favolose 
fontane, i giochi d'acqua che rievocano, contaminandole, suggestioni di testi antichi e 
«moderni». Questo intersecarsi delle diverse memorie poetiche e letterarie, costante e 
insistito, emerge in maniera emblematica nella scritta posta sulla porta del giardino in 
cui un noto verso dantesco: Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate {Inf. Ili, 9) viene ri- 
proposto e sovrapposto a quello del poemetto la Cerva Bianca del contemporaneo 
Fregoso: Lasciate ogni tristezza, o voi che intrate (VI,2,3)34 La rassegna di piante del 
giardino sulla cui porta son queste dolci e placide parole: lasciate ogni mestitia, o voi 
ch'entrate {Tempio, vv. 4289-10) offre lo spunto per la rievocazione di una serie di mi- 
ti di derivazione Virgiliana o Ovidiana: Ciparisso, Piramo e Tisbe, Dafne, Mirra, Pro- 
gne e Filomena. Nel giardino la Fontana in cui fu trasformata già Aretusa (v. 4303) è 
chiusa dal sasso d'Eco e in un lato di quest'orto di cui L'Otio è l'hortolano e la com- 
pagna è la Lascivia (vv. 4311-2) giace Sonno, con Phantaso, Phobetore e Morpheo. 
Questo tema, ampiamente presente in tutta la tradizione elegiaca^^, è ripetutamente ri- 
preso dagli autori quattro-cinquecenteschi, da Luca Pulci nel Driadeo, al Poliziano, 
all'Ariosto, ma fonte privilegiata di Galeotto è ancora una volta Ovidio; nel giardino 
d'Amore del tempio come nell' ovidiana casa del Sonno^^ il Lete fa germogliare fiori 
dal profumo inebriante e soporifero: papaver,faba, inversa e la cicuta,! l'invidia e la 
mandragora crinita (vv. 4341-2): 

.... saxo tamen esit ab imo 
Riuus aquae Lethes, per quem cum murmure labens 
Invitar somnos crepitantibus unda lapillis, 
Ante fores antri fecunda papavera florent 
Innumeraeque herbae, quarum de lacte soporem 
Nox legit et spargit per opacas umida terras-^^. 



^^ Per la Tavola di Cebete si veda il successivo capitolo sui Cidi pittorici. 

^^ Per i rapporti con il Fregoso si veda il capitolo III. 

^^ Sul tòpos del locus amoenus rimane fondamentale Ernest Robert Curtius, Letteratura euro- 
pea e Medio Evo latino, trad. italiana a cura di Roberto Antonelli, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 
1992, cap. X: Il paesaggio ideale, pp. 208-226. 

3^ Sulle numerose riprese del passo ovidiano cfr. Francesco Gandolfo, // «dolce tempo». Misti- 
ca, Ermetismo e Sogno nel Cinquecento, Roma, Bulzoni, 1978, in particolare al cap. VII: Magia, 
mitologia e sogno nella Firenze di Francesco /, alle pp. 291-304. 

^'' Metamorfosi, XI, 601-607. 



lNTRODUZIO^fE XIX 

Il giardino del Tempio, a forza di citazioni, si presenta come un luogo lontanis- 
simo dal paesaggio reale, pur partendo da quest'ultimo: 

che a tante cose un debil corpo e 'nfermo, 
ch'entra per sorte in questo viridario, 
resister ben non può né men far schermo, (vv. 4323-6) 

L'ascendente mitico, il richiamo dotto evidenziano la necessità di aulicizza- 
zione degli elementi naturali e in quest'orto, come nel bentivogliesco Giardin de la 
Viola, la magnificenza dei paesaggi descritti compete con la perizia dell'arte; i per- 
sonaggi-cortigiani ammirano le «delizie» naturali, i fiori, i frutti, le erbe e, proce- 
dendo, si deliziano de le vaghe pitture, quello e quello altro acto e visi laudando, e 
censendo Varie de li optmi pinturi^^. Cultura, poesia, pittura consentono a questo 
luogo di assurgere a «paradiso», un paradiso in cui la perizia dell'arte compete con 
quella della natura. Nella gran loggia in capo al giardino del Tempio in una gentil 
scultura è «narrata» la dogliosa vita di Psiche e le sale tutt' intomo sono adomate 
con pitture legiadrette e nove (v. 4036); lì Amore, Giove e tutti gli altri dei ...con 
tal arte son notati ..Jarte, dich' io, celeste non ter renai che stimarebbe ognun che 
fosser vivi (vv. 4048-50). 

Qui, come in tutta l'opera carrettiana, la ricerca àtW inventio mobilita un 
patrimonio di memoria che coinvolge insieme parole e signa e le figure del mito 
si trasformano in immmagini emblematiche che di volta in volta, secondo le 
fonti e concezioni utilizzate, vengono ad assumere all'interno del testo una di- 
versa funzione. Avviene così che le descrizioni dei personaggi mitici, rievocati a 
seconda dei casi seguendo i modelli ovidiani (vv. 2250-67) o petrarcheschi (vv. 
3855 e ss.)39 siano piià volte reiterate e parimenti gli elenchi di amori e di aman- 
ti infelici, riproposti ora mediante le descrizioni dei trofei che adomano il palaz- 
zo (v. 3744 e ss.), ora degli avelli delle vedove innamorate (vv. 3879-3908), ora 
degli ex voto appesi al Tempio; sempre ai modelli antichi si sovrappongono 
quelli più recenti; // gloriosi spogli e gran trofei della Cerva Bianca del Fregoso 
(VII, 35) o gli ex voto degli Asolani del Bembo: se io t'avessi voluto dipingere 
ragionando le historie di centomila amanti, che si leggono, sì come nelle chiese 
si suole fare, nelle quali dinanzi ad uno Idio non la fede d'un uom solo, ma d'in- 



^^ Cfr. Bruno Basile, «Delizie» Bentivogliesche. Il «zardin viola» nella descrizione autografa 
di Giovanni Sabadino degli Arienti, in Bentivoglioruni magnificentia. Principe e cultura a Bologna 
nel Rinascimento, Roma, Bulzoni, 1984. 

39 Per i rimandi al Trionfo d'Amore, I e II si vedano le note in calce al testo. 



XX INTRODUZIONE 

finiti, si vede in mille tavolette dipinta e raccontate, certo... maravigliata te ne 
saresti^. 

Giunon, Clitia, Procri, Briseida, Medea, Deianira o Paride, Portia, Pirra- 
mo, Faustina, Artemisia, Deidamia, Argia, Semiramis costuiscono una specie 
di grande galleria di immagini capaci di condensare in sé diversi modelli che 
vengono riattivati nella memoria e nel testo in forme diverse'*! . Ecco perchè lo 
stesso tema è riproposto più volte; un tipico esempio è costituito dalla descri- 
zione presente ai vv. 3495-3539 dei frati e delle loro vesti che rappresenta una 
lunga digressione sul significato simbolico dei colori, un motivo molto diffu- 
so fra Quattro e Cinquecento, sia a livello teorico che poetico, si pensi al fa- 
moso sonetto di Niccolò da Correggio Sì corno el verde importa speme e amo- 
re^'^ o a quello di Francesco Cei Chi vermiglio, chi verde abito porta o alla 
serie di strambotti della Camilla di Olimpo da Sassoferrato'^^ Riferimenti al 
«linguaggio dei colori» ritornano anche nelle allegoriche rappresentazioni di 
Giustizia, di Fede, di Favore e delle nefaste donne che lo accompagnano; Fa- 
vore ha la veste rossa, pelle d'asino, il volto pieno di fieno e un verme in te- 
sta; Ambizione è vestita di porpora e stringe un cinto di gemme e un compas- 
so (v. 5892). Similmente la tradizionale rassegna di poeti antichi e moderni è 
proposta una prima volta in un elenco, modellato sull'esempio di Dante di Inf. 
IV, 88-90 e del petrarchesco Trionfo d'Amore (3,31: Ecco Danf e Beatrice, 
ecco Selvaggia), che viene inserito nella descrizione dei sepolcri racchiusi nei 
chiostri del Tempio; qui compaiono i principali poeti latini (v. 3822 e ss.) 
ognuno dei quali ha seco la sua donna. Una seconda rassegna è poi dipinta 
nell'affresco del Parnaso, in cui ai mitici poeti greci si affiancano autori latini 
e volgari, mentre nella loggia sottostante sono raffigurate una serie di statue 
fatte di marmor con sottil scoltura/ ch'hanno volumi in mano e tutte quante/ 
hanno ghirlande de virente alloro (vv. 1976-8). Sono Dante, Petrarca e tutti i 
maggiori poeti del secondo Quattrocento che costituiscono la schiera di coloro 



^ Pietro Bembo, Asolani. Edizione critica a cura di Giorgio Dilemmi, Firenze, Accademia del- 
la Crusca, 1991, II, 9, p. 270. 

"*' Sull'argomento Lina Bolzoni, La stanza della memoria, cap. V: Come tradurre le parole in 
immagini: memoria e invenzione, alla p. 1 89. 

^^2 Niccolò da Correggio, Opere. A cura di Antonia Tissoni Benvenuti, Bari, Laterza, 1969, 
p. 256. 

^^ Per le caratteristiche di questa raccolta di Olimpo rimando a Guido Arbizzoni, Una tipo- 
logia popolare: le «operette amorose» di Olimpo da Sasso/errato, in // libro di poesia dal copi- 
sta al tipografo. A cura di Marco Santagata e Amedeo Quondam, (Ferrara 29-31 maggio 87), 
Modena, Panini, 1989. 



INTRODUZIONE XXI 

che hanno pianto nelle Collectanee la morte di Serafino Aquilano"^^: Pico, Pul- 
ci, Cornazzano, Boiardo, Lorenzo, Bellincioni, un coro di poeti che par che 
hymni célèbre/ per Vannual del morto che non more/ con mesti accenti e can- 
to funebre (w. 2007-9). 

Queste descrizioni, quasi sempre autonome dal contesto, creano lunghe 
stasi all'interno della narrazione e rivelano lo sforzo dell'autore per rappresen- 
tare e rendere visibili concetti astratti e tradurli in «invenzioni». Spesso Ga- 
leotto utilizza materiali postulati ab initio come iconografici e questi inserti pili 
che costituire vere proprie parentesi figurative rimangono ancorati a suggestio- 
ni di matrice letteraria. All'assenza di un puntuale delimitazione visiva suppli- 
sce la adozione ricorrente delle figure della ripetizione {Quello, quell'altro..), 
della rassegna, della enumerazione, l'ossessivo ripetersi dei verba videndi (er- 
vi, v'era o vedelo, vede, vedegli) anaforicamente ripresi all'inizio di ogni terzi- 
na"^^). Ma se in diverse sezioni dell'opera l'allineamento dei contenuti finisce 
con apparire elusivo ai fini figurativi, in altre la ricerca del massimo di «visi- 
vità» e la volontà di distinguere con chiarezza la successione delle scene tende 
a tradursi in «quadri». 



Capitolo II 
CICLI PITTORICI 



Le descrizioni del Tempio che si caratterizzano per la particolare attenzione al- 
l'aspetto visivo e figurativo si protraggono per circa 4000 versi e costituiscono il nu- 
cleo centrale dell'opera; tutte si fondano su modelli letterari: dalla Tavola di Cebete 
che può essere considerata il più antico esempio di «pietà philosophia», alla Calun- 
nia d'Apelle, al Parnaso, alle Muse, alle favole dell'Asino d'Oro e di Psiche"^. Le 



^ Un'esauriente descrizione del contenuto delle Collectanee in Antonio Rossi, Serafino Aqui- 
lano e la poesia cortigiana, Brescia, Morcelliana, 1980. 

'^^ Si vedano a titolo esemplificativo i vv. 2339-2359 con la descrizione dei vizi e per la rasse- 
gna di poeti i vv. 20 1 9-206 1 . 

^ Alla fortuna nella letteratura umanistica e nel contempo nell'iconologia quattro-cinquecente- 
sca del testo di Apuleio è dedicata la sintetica rassegna di Scrivano, Avventure dell' «Asino d'oro» 
nel Rinascimento, in // modello e l' esecuzione, pp. 8 1 - 102. 



XXII INTRODUZIONE 

fonti prime sono Luciano'^^, le Metamorfosi di Ovidio e di Apuleio, testi tutti che, 
pur non essendo un'ekphrasis, si caratterizzano per la minuzia delle rappresenta- 
zioni visualizzabili. 

1 . La Tavola di Cebete 

Un'ampia sezione del Tempio (vv, 1 180-824) è occupata dalla traduzione in ver- 
si della Tavola di Cebete^, un anonimo trattatello greco quasi certamente del primo 
secolo dopo Cristo, attribuito in epoca umanistico-rinascimentale all'omonimo filo- 
sofo pitagorico che figura fra i personaggi del Fedone di Platone. L'opera, edita per 
la prima volta nel 1 494^^, ha grande fortuna presso gli umanisti ed è poco dopo tra- 
dotta in latino da Odaxius e pubblicata, unitamente al De die natali del Censorino, al- 
la Virtus dell'Alberti e altre traduzioni a Bologna nel 1497 per i tipi di Benedetto 
Facili e di Leonardo Bruno^^; questa traduzione viene ristampata l'anno successivo a 
Parigi per i tipi di Guy Marchant^ ' e da quel momento le edizioni e le traduzioni in 
varie lingue si susseguono^^ durante tutto il Cinquecento e oltre. L'interesse suscitato 
da questa suggestiva rappresentazione allegorica dell'esistenza è provato oltre che 
dalla fortuna editoriale del libretto dalla sua parallela fortuna in ambito iconografico; 
infatti fin dalle prime edizioni il testo è accompagnato da incisioni o xilografie che il- 
lustrano in parte o in toto la narrazione e numerosi sono i quadri o gli affreschi che 
già nei primi decenni del Cinquecento lo riproducono o ad esso si ispirano^^. 



^^ Sulla concezione di ekphrasis in Luciano si veda Emilio Mattioli, Studi di poetica e retorica, 
Modena, Mucchi, 1983, p. 60 e ss. Sulla fortuna dell'autore greco nell'Umanesimo si veda dello 
stesso Mattioli, / traduttori umanistici di Luciano, in Studi in onore di Raffaele Spongano, Bologna, 
Patron, 1980, pp. 195-214. 

^^ Si veda La Tavola di Cebete. Testo, traduzione, introduzione e commento di Domenico Pe- 
sce, Brescia, Paideia, 1982. 

^^ Un censimento delle edizioni e parallamente delle incisioni che le accompagnano o dei qua- 
dri che rappresentano la Tavola è fatto da Reinhart Schleier, Tabula Cebetis oder «Spiegel des Men- 
schlichen Lebensldarin Tugent und untugent abgemalet ist». Studien zur Rezeption einer antiken 
Bildbeschereibung im 16 un 17. Jahrhundert, Berlino, s.s., 1973. 

50 Cfr IGI, 2682. 

5iCfr. IGI,932. 

52 II testo e la traduzione latina di Odasio, quella italiana del Coccio unitamente ad altre tradu- 
zioni nelle varie lingue sono riprodotte in anastatica da Sandra Sider, Cebes' tablet: facsimile s ofthe 
Greek text and of selected Latin, French, English, Italian, German, Deutch, and Polisch transla- 
tions, New York, Renaissance Society of America, 1979. 

^^ Fra le più suggestive ipotesi quella di Maurizio Calvesi che ipotizza che il racconto allegori- 
co della Camera di San Paolo di Parma prenda spunto proprio dalla Cebetis Tabula oltre che dal So- 
gno di Polifilo (cfr. Gli incolsulti e i virtuosi, in «Art e dossier», V, n. 44, marzo 1990). 



INTRODUZIONE XXIII 

Nell'opera originale, strutturata a dialogo, un vecchio illustra a un forestie- 
re il significato misterioso di un quadro votivo esposto nel tempio di Crono; il 
quadro rappresenta tre cerchie di mura concentriche che delimitano tre recinti. 
Nelle mura si aprono tre porte che consentono il passaggio dall'uno all'altro gi- 
rone, delineando il percorso dell'uomo che dalla nascita va alla conquista della 
felicità. Il primo cerchio di mura significa semplicemente la soglia della vita: un 
vecchio («demone» in greco o «genio» in latino [cfr. Tempio, v. 1194]) con un 
rotolo in mano ammonisce gli uomini affinché non bevano dalla coppa, conte- 
nente errore e ignoranza, a loro offerta da Impostura (Suadella nel testo carret- 
tiano) che siede innanzi alla porta. Dentro al recinto è posta una gran folla di 
donne, personificazioni di Opinioni, Desideri, Piaceri e Fortuna, che viene rap- 
presentata cieca, pazza, sorda, su una pietra rotonda. Fra gli uomini «sconside- 
rati» che la seguono alcuni sono allegri (buona Fortuna) altri disperati (cattiva 
Fortuna). Incontinenza, Dissolutezza, Insaziabilità e Adulazione spiano i fortu- 
nati, mentre gli sfortunati sono consegnati a Punizione, che li attende con la fru- 
sta in mano, ad Afflizione, con il capo chino sulle ginocchia, a Tristezza che si 
strappa i capelli, a Lamento, macilento e nudo, e alla brutta Disperazione, sua 
sorella. I malcapitati presso Infelicità, se incontrano Conversione, sono condotti 
nel secondo recinto che è quello della Pseudocultura. In esso vi sono retori, dia- 
lettici, musici, aritmetici, geometri, astronomi, edonisti, peripatetici, accompa- 
gnati da Ignoranza e Insensatezza. Solo dopo essersi purificati con «i farmaci» 
dall' ignoranza e dalle false opinioni, gli uomini potranno, guidati da Continen- 
za e Sopportazione, vincere le insidie dell'Impostura e le lusinghe di Fortuna e 
ascendere la rupe che porta a Felicità. Presso la porta della rocca, la vera Cultu- 
ra su una pietra quadrata, accompagnata da Verità e Persuasione, dà coraggio ai 
nuovi arrivati; questi, dopo la purificazione, conosceranno la Scienza e le sue 
sorelle: Coraggio, Giustizia, Probità, Temperanza, Modestia, Libertà, Continen- 
za, Mansuetudine; tutte queste virtù condurranno l'uomo dalla loro madre, la 
Felicità. La Tavola è quindi una allegorica rappresentazione della vita dell'uo- 
mo e della sua conquista della Felicità, ma l'intera argomentazione si mantiene 
entro un àmbito logico e psicologico, senza mai valicare i confini dell'umano 
per pervenire ad una concezione generale della realtà. La vicenda della vita non 
si muove entro uno sfondo metafisico o teologico come sarebbe inevitabile se 
l'ispirazione della tavola fosse di carattere stoico o pitagorico; al contrario sal- 
vezza e purificazione hanno una valenza laica anche se il dialogo si svolge in un 
tempio. 

Sotto il profilo contenutistico la Tavola si presta tuttavia a varie letture cri- 
tiche e per quel che riguarda le teorie filosofiche espresse e per le numerose al- 



XXIV INTRODUZIONE 

legorie contenute^'^. Neirumanesimo il testo viene prevalentemente interpretato 
in chiave teologica e la fortuna letteraria e iconografica dello stesso è stretta- 
mente legata alle finalità didattiche ad esso attribuite. Già l'Odaxius nella sua 
traduzione avanza una prima interpretazione e in quegli stessi anni il dotto allie- 
vo del Beroaldo, Giovan Battista Pio che, a partire dal 1496, si trasferisce a 
Mantova come «marchionalis doctor»^^ appronta per Isabella una sua lettura: 
Cebetis Tabulae interpretatio desultoria Pii ad illustris simam Isabellam; il co- 
dice del Pio deve aver avuto, per quanto mi è noto, una circolazione limitata, 
mentre la traduzione dell'Odaxius ha ottenuto una notevole diffusione e ad essa 
può essere ricondotta la fino ad ora ignorata trasposizione in versi realizzata da 
Galeotto. 

La traslazione carrettina trova una sua logica giustificazione nelle evidenti 
analogie di carattere strutturale fra le due opere dal momento che nel Tempio, 
così come nel trattatello greco, la narrazione-descrizione dell'affresco avviene 
in un tempio e in entrambe è rappresentato figurativamente un percorso allego- 
rico che conduce alla salvezza dell'individuo, intesa come «felicità» o «Amo- 
re=Dio». 

Questa chiave interpretativa, che mette in rilievo la funzione didattico-morale 
dell'operetta, è ancor più chiaramente espressa in un'altra traduzione in prosa, di 
qualche anno più tarda, fatta direttamente dal greco^^ da Francesco Coccio: il trat- 
tato, afferma il Coccio, ...gli è utile che dipingendo il cattivo fine di chi segue i vitii 
et il buono di chi abbraccia la virtìi ci insegna per qual via dobbiamo caminare 
per ascendere al sommo de la felicità. 

La trasposizione carrettana è abbastanza precisa, ma il Vecchio e il Fore- 
stiero, interlocutori del testo originario, divengono nel Tempio Amicizia e Acco- 
glienza; in più passi la fedeltà al modello è incrinata da forzature esegetico-in- 
terpretative o dalla difficoltà di trasporre in versi un testo filosofico in prosa, al 
punto che spesso, solo attraverso il riscontro puntuale con la fonte, il testo car- 



^^ Come osserva Domenico Pesce nella sua Introduzione all'edizione citata, la polemica 
sulla scuola o corrente filosofica cui riportare il contenuto della Tavola si è perpetuata fino ai 
nostri giorni. 

^5 II codice è segnalato da Carlo Dionisotti, Gli umanisti e il volgare fra Quattro e Cinquecen- 
to, Firenze, Le Monnier, 1968, pp. 83-84. 

5^ Così dichiara l'autore nel titolo dell'edizione: Cebete Tetano, che in una tavola dipinta phi- 
losophicaniente mostra le qualità de la vita humana. Dialogo ridotto di greco in volgare da F. Coc- 
cio da Fano, Impresso in Venetia per Francesco Marcolini da Forlì, appresso a la Chiesa de la Ter- 
nità. Ne l'Anno del Signore MDXXXVIII. Il mese di Settembre. (Esemplare della Palatina di 
Parma:E.E. II. 30661). 



INTRODUZIONE XXV 

rettiano risulta comprensibile. L'uso della forma poetica facilita il ricoroso ad 
altri modelli e fonti secondo la tecnica «combinatoria» tipicamente carrettiana. 
Le tre cerchia murarie rappresentate nella tavola con le schiere degli insensati 
che sono in odio al mondo et anco a Dio (v. 1530) ricalcano le descrizione dei gi- 
roni infernali danteschi, le schiere degli amanti infelici si modellano ora su Ovi- 
dio, ora sui Trionfi , mentre i lamenti degli amanti si traducono in «disperate». 

Spesso nel corso della narrazione vengono inseriti ammonimenti estranei al- 
l'originale, tutti tendenti a riportare il testo al messaggio evangelico: nella versione 
di Galeotto le virtù già create furo da quel che regge el mondo col suo cilio (v. 
1401) e la Felicità a cui approda l'uomo giusto è il loco santo che noi chiamiam fe- 
licità celeste (vv. 1601-2). Questi inserti sono spesso denunciati da «anomalie» 
grammaticali; più volte infatti le battute fra Amicizia e Accoglienza, tutte in secon- 
da persona, si concludono con un invito rivolto in terza persona ad un più ampio e 
ideale pubblico: 

Però se avete i miei parlati intesi 
cercate de venir a questa gloria, 
se aver volete i vostri dì ben spesi, (vv. 1718-20) 

La volontà di reinterpretazione la Tavola alla luce della morale cristiana emer- 
ge chiaramente nei versi con cui il Carretto chiude la sua descrizione: 

Per questo del ben vero la peritia 
è quel ben sol che Santo Ben se dice 
e l'insipientia dir se può malizia. 

Dunque, ciascun dir se può felice 
che con virtute e opere sue sante 
a quella vita de salir gli lice. (vv. 1818-23) 

Ciò consente di concludere che l'inserimento ddXV ekphrasis di Cebete nel 
Tempio assolve a finalità morali-didattiche e al proposito, dichiarato dall'autore 
stesso, di voler fornire a pittori e scultori un repertorio esemplare di «invenzioni» 
morali. Analogo intento è chiaramente espresso da Francesco Coccio nella dedica 
della sua traduzione della Tavola a Francesco Contarini: per giovare a i più ci sono 
suti quegli che per meglio esplicare gli intrichi di sì profonde cose virtù, costumi, 
secreti della natura le mostrano dipinte come figure ritratte dal vivo, conoscendo 
che gli homini tirati da la dilettatione che si trahe da la pittura più facilmente le 
intendono e se le imprimeno ne la memoria. Cebete Tetano adunque compose in 
greco un libro assai picciolo, ma pieno di gravissime e divine moralità sotto il velo 
de la favola che egli dipinge, benché non la colorisse con la vaghezza de i colori 



XXVI INTRODUZIONE 



de lo stile, considerando forse che suole essere molto grata la ruvidezza ad una 
bozza di gran disegno colorita da la inventione^^ . 



2. La Calunnia d'Apelle 

Fra le antiche «storie» e miti riproposti la scelta della Calunnia^^ appare 
perfettamente consona allo sviluppo della vicenda del Tempio e alle peripezie 
dell'autore-personaggio, dal momento che al riconoscimento tardivo dell'inno- 
cenza di Apelle corrisponde la riabilitazione di Phileno, sì che nelle intenzioni 
dell'autore la descrizione assume un preciso significato di ammonimento mora- 
le anche se l'intento non è direttamente esplicitato. Come recita la didascalia, 
Accoglienza, uno dei numerosi personaggi allegorici del Tempio, illustra la pit- 
tura (w. 1825-1870): 

Accoglienza, avendo per mano Amicitia, gli mostra la pittura dove è la 
Tavola de Apelle ne la quale è depinta la Calumnia ed Amicitia prima parla. 

La descrizione di Galeotto è dettagliata e, come quella di Luciano, dà grande ri- 
lievo agli aspetti iconografici; la dovizia di particolari presuppone una fonte precisa 
ma, dal momento che l'autore non conosceva il greco, deve essersi servito di una 
delle traduzioni latine o volgari realizzate fra Quattro e Cinquecento^^^ 

La prima traduzione latina di Guarino risale al 1406-8^0; ad essa seguono 
quella di Lapo da Castiglionchio (fra il 1434 e il 38, pressoché contemporanea a 
quelle albertiane) e quella di Francesco Griffolini (fra il 1465-70). La traduzio- 



^^ Prefazione del Coccio all'edizione sopra citata: A M. Francesco Contarmi del Magnifico M. 
Philippe F. Coccio da lano. S., p. 2. 

^^ Questo paragrafo sulla Calunnia riprende in parte il mio articolo Tra immagine e parola: la 
Calunnia d'Apelle di Galeotto del Carretto, in Studi in memoria di Paola Medioli Masotti, Napoli, 
Loffredo, 1995, pp. 111-124. Fondamentale sull'argomento lo studio di Richard Forster, Die Ver- 
laumdung des Apells in der Renaisance, in «Jahrbuch der koniglich preusschen Kunstsammlun- 
gen», Vili, Berlin, 1 887, pp. 29-56 e 89- 1 1 3; XV, 1 894, pp. 27-40; XLII, 1 922, pp. 1 26-33. 

5^ Per tutte le edizioni greche, latine, italiane ecc. cfr. Jean Michel Massing, Du texte à l'image. 
La Calomnie d'Apelle et son Iconographie. Strasbourg, Presses universitaires de Strasbourg, 1990. 
In particolare al capitolo: Bibliographie des éditions du Calumniae non temere credendum publiées 
avanr 755/, pp. 469-480. 

^ Per il testo greco si veda Luciani, Opera. Recognovit brevique adnotatione critica instruxit 
M.D. Macleod, Oxonii, typographeo clarendoniano, 1972. Il testo guariniano è stato riprodotto da 
Forster e poi da Nicoletta Maraschio, Aspetti del bilinguismo albertiano nel «De Pictura», in «Rina- 



INTRODUZIONE XXVII 

ne di Lapo di Castiglionchio, come rileva il Mattioli^', non ha avuto una parti- 
colare fortuna e non è mai stata stampata, mentre quella di Francesco Griffolini 
d'Arezzo è edita per la prima volta a Norimberga intomo al 1475 da Friedrich 
Creussner^2 u^a versione anonima compare nell'incunabolo stampato a Vene- 
zia nel 1494, per i tipi Simone Bevilacqua, a cura di Benedetto Bordon^^ j^ un 
documento dell'archivio di Venezia del 1494 si dice che Benedictus miniator ha 
ottenuto un privilegio di dieci anni per l'edizione d'alcune opere di Luciano. Ce 
texte indique méme qu'il a rassemblé le matériel et quii Va corrige; e' est éga- 
lement lui Vauteur des miniatures d'un exemplaire de luxe aux armes de la fa- 
mille vénitienne des Mocenigo^'^. Come ha stabilito il Goldschmidt^^ il testo di 



scimento», Serie II, XII, p. 216 n. 2: Vir unus a dextra sedei, is ingentes admodum habet aures, Midae 
auriculis ferme compares, ipsique Calumniae procul adhuc accedenti nianum extendit, queni circiter 
duae mulieres adstant, Ignorantia ut opinar atque Suspictio; parte alia ipsa horsum adventare Ca- 
lumnia cernitur, ea muliercula est ad excessum usque speciosa, non nihil subcalescens et concita, ut- 
pote quae rabiem iracumdiamque portendat. Haec dextera quidemfacem tenet accensam, altera vero 
caesarie trahit adolescentulum manus ad coelum porrigentem ipsosque deos obtestantem. Dux huius 
est vir quidam pallore obsitus et informis, acriter intuens, quem ei iure comparavero quo [sic] macie 
diuturnior fecit egritudo. Hunc ipsum esse Livorem merito quis coniectaverit, aliae quoque duae mu- 
lieres comites sunt Calumniae, praeduces quae illius ornamenta componunt. Harum altera erat Insi- 
dia, Fraus altera, sicut mihi quidam eius tabbellae monstrator explicuit; subinde quaedam lugubri 
vehementer apparatu, obscura veste seque dilanians assequitur, ea esse Poenitentia ferebarur Obor- 
tis igitur lacrimis haec retrovertitur, ut proprius accedentem Veritatem putibunda suspiciat. 

^' Emilio Mattioli, / traduttori umanistici, alla p. 209. 

^2 Massing, p. 31. 

^^ Sul Bordon si veda Myriam Billanovich, Benedetto Bordon e G. C. Scaligero, in «Italia Me- 
dievale e Umanistica», 1968, pp. 187-256, in particolare alle pp. 187-217. 

^ Cfr. Massing, p. 3 1 . Nella miniatura dell'esemplare di dedica, la composizione è orientata verso la 
sinistra, così come quella del Mantegna; tuttavia il testo della traduzione precisa che l'uomo con le orec- 
chie d'asino è seduto a destra. Per il testo riprodotto anche in Massing, p. 254, utilizzo l'esemplane della 
Bib. Palatina di Parma, Parm. 65 1 , ce. Ov -PlIIr.: In dextra quideni vir sedet permagna habens aures fer- 
me auriculis Midae similes manum protendens longe ad calumniam adhuc accedentem. Circa ipsum ve- 
ro stant duae mulieres ignorantia mihi esse videtur et suspitio. Ex alia parte accedit calumnia, muliercu- 
la sopramodum pulchra, ardens autem et concitata sicut per rabiem et iram ostendens. Sinistra quidem 
facem accensam tenens. Altera vero adolescentem quendam per capillos trahens manus tendentem in 
caelum et testantem deos. Praecedit autem virpallidus et deformis acute intuens et similis his qui ex lon- 
go morbo sunt exiccati. Hunc igitur esse invidiam aliquis coniectaret. Atqui et quaedam aliae duae se- 
quuntur dirigentes et adornantes calumniam postquam autem mihi interpres imaginis significavit. Altera 
quidem insidia era, altera autem fraus. Post tergum vero sequebatur valde lugubriter quaedam adorna- 
ta pullis vestibus induta laceraque penitentia, et haec dicebatur, retro igitur flectebatur lugens, et cum 
verecumdia valde veritatem advenientem aspiciebat. 

^^ E. Ph. Goldschmidt, Lucian's Calumnia, in Fritz Saxl (1890-1948). A volume of Memorial 
Essays from his friends in England. Edinburg-Paris-Melbourne-Toronto and New York, Edited by 
D. J. Gordon London, Thomas Nelson and Sons LTD, 1957, pp. 228-244. 



XXVIII INTRODUZIONE 

questa edizione non coincide con nessuna delle precedenti versioni condotte da 
umanisti italiani e neanche con quella di Rodolfo Agricola, pubblicata molti an- 
ni dopo la morte di questo umanista nel 1529^^. Un'altra versione è contenuta 
nel libello De optimo statu di Filippo Beroaldo^^, ma, anche se questo trattato 
ha avuto nei primi anni del Cinquecento una grande diffusione, l'omissione nel 
testo di alcuni significativi particolari è tale da escludere una possibile influenza 
su Galeotto^^. 

Alle traduzioni latine si affiancano quelle volgari; la prima anonima, datata 12 
giugno 1 442 e dedicata a Spineta di Campofregoso, è contenuta in un manoscritto 
della Biblioteca Comunale di Perugia^^; la seconda è quella di Bartolomeo Fontio 
dedicata a Ercole d'Este il 26 giugno del 1472, oggi conservata nel cod. Hamilton 
416 della biblioteca di Stato di Berlino. Il prezioso «libretto», appartenuto al Duca 
di Ferrara e descritto nel 1472 nel suo Libro della guardaroba, è decorato con una 
miniatura della Calunnia, attribuita allo stesso traduttore"^^. Un'altra versione forte- 



^ Cfr. anche Massing, pp. 30-31 e p. 41, nota 27. 

^^ L'aneddoto d'Apelle è riportato dal Beroaldo come exemplum, dignum scitu nec indignum re- 
lata. Cito da Philippi Beroaldi opusculumi Eruditum, quo continentur Declamai no Philosophi Me- 
dici oratorisl De Excelle(n)tia disceptantiu(m): Et libellus de optimo statuì et principe. Impressit 
Florentiae Antonius/ Mischo/minus/ Anno Salutis MCCCCLXXX Villi (Bibilioteca Palatina di Par- 
ma: Incun. Parm. 687). Il Massing data erroneamente il testo 1499. Derivata dall'Alberti è la versio- 
ne inserita da Antonio Averlino, detto il Filarete nel suo Trattato di Architettura. 

^^ Rilevante soprattutto l'assenza del paragone con il malato. Un'altra versione ridotta è inseri- 
ta da Francesco Patrizi senese (1413-1492) nel De regno et regis institutione. Il testo, che non ho 
potuto vedere, è segnalato dal Massing, p. 56 e p. 520 che cita un'edizione Parrhisiis, 1519. 

^^ Il codice è segnalato in Massing, p. 31 e p. 40, nota 15. Si tratta del codice miscellaneo F. 78 
di Perugia, descritto dal Mazzatinti (Giuseppe Mazzatinti, Inventari dei Manoscritti delle bibliote- 
che d' Italia, voi. V, Bordandin, Foriì. 1895, p. 126, n. 404) e dal Kristeller (Paul Oskar Kristeller, 
Iter italicum, Leiden-Brill, London The Warburg Institute, 1967, voi. II, p. 56); la Calunnia è conte- 
nuta in un fascicolo membranaceo del XV sec, di ff. 11 (e. 65-73v). Il volgarizzamento anonimo, 
dedicato Ad excelsum dominum He(lium?) de Spinetam de Campofregoso, è datato 1442. Il tratta- 
tello ha due lettere miniate e uno stemma. Come il volgarizzamento del Fontio anche questo testo 
deve avere avuto una circolazione ridotta. 

^0 II testo è riprodotto in Forster, p. 36 e in Massing, p. 251: Uno huomo che da man dextra sie- 
de con grandi orechie simili a quelle di Mida, la mano a la calumnia che a se viene porge. Stanno- 
gli preso duo donne: cioè Vignorantia et sospecto. Da V altra parte la calumnia bella donna chome 
sdegnosa et arrabiata viene, che da man sinistra una fiachola accesa porta, chon la destra strasci- 
na un giovane pe' capegli alzante le mani al cielo et in testimonio gli dii chiamante. Inanzi a la ca- 
lumnia va il livore huomo pallido et brutto et con lo sguardo degli ochi acuto a uno lungho tempo 
malato simile. Due altre donne cioè la insidia et la fraude la calumnia confortono et adornono. 
Drieto segue la Penitentia donna maninchonosa con veste negra et lacerata, che lacrimando si vol- 
ta indrieto la verità che ne viene vergognosa et timida righuardando. La dipendenza di questo voi- 



INTRODUZIO^fE XXIX 

mente ridotta è WTrionfo della Calunnia di Bernardo Rucellai, l'unico testo in ver- 
si anteriore al Tempio d'Amore'^ • . 

Queste traduzioni, conservate manoscritte o edite parecchi anni dopo la data 
di composione, hanno avuto una circolazione limitatata ai ristretti circoli umanisti- 
ci, fatta eccezione per le versioni albertiane e per l'edizione curata dal Bordon nel 
1494 che viene ristampata a Milano per i tipi del Scinzenzeller nel 1497, a Venezia 
per il Sessa nel 1500, a Bologna per Alessandro Lippo nel 1505 e nuovamente a 
Milano nel 1504 sempre per i tipi del Scinzenzeller'^^ 

Per quanto riguarda l'Alberti, numerosi studiosi hanno rilevato gli stretti rap- 
porti fra il De Pictura e la traduzione guariniana, anche se la descrizione albertiana 
è molto più breve rispetto a quella del Guarino, non presentando quella ricchezza 
di particolari che d'altronde era già in Luciano. Numerose sono le varianti, una in 
particolare consente di escludere la totale dipendenza dal Guarino^^; infatti nella 
sua traduzione il Veronese inverte i gesti della Calunnia facendole tenere la fiacco- 
la nella mano destra, anziché a sinistra come nel testo greco; la versione latina del- 
l'Alberti rispetta l'originale e coincide con le posteriori traduzioni^"^: manu sinistra 
facem accensam tenens; mentre quella italiana*^^, ripropone l'errore guariniano. 
Un'altra variante presente in entrambe le versioni albertiane, ma estranea alla re- 
stante tradizione, è il trasferimento dell'epiteto pudica dal Pentimento alla Verità; 
un mutamento che, come ha rilevato il Panofski"^^, ha certamente influenzato la 



garizzamento dal testo guariniano e albertiano, sostenuta da ultimo dal Marchesi (p. 212) andrà ri- 
considerata; il volgarizzamento infatti, come rileva Lucia Faedo {L' impronta delle parole. Due mo- 
menti della pittura di ricostruzione, in Memoria dell'antico nell'arte italiana. A cura di Salvatore 
Settis, Einaudi, Torino, 1 985, voi. II: / generi e i temi ritrovati, pp. 5-42, segnatamente a p. 1 1 ) si af- 
fianca piuttosto, nella sua sostanziale fedeltà, alla traduzione di Lapo da Castiglionchio. 

^' Il testo è edito in Canti carnascialeschi del Rinascimento. A cura di Charles S. Singleton, 
Bari, Laterza, 1936. Ora anche in Trionfi e canti carnascialeschi del Rinascimento. A cura di Ric- 
cardo Bruscagli, Roma, Salerno ed., 1986. Il testo trasmesso in due diverse redazioni è stato ampia- 
mente studiato da Rudolph Altrocchi, The Calumny ofApelles in the literature ofthe Quattrocento, 
in «Publications of Moderne Languages Association of America», Voi. XXXVI, 1921, pp. 454-91. 

^2 Cfr. Massing, cap. Bibliographie des éditions, pp. 470-71. 

^•'^ D'altra parte, come rileva il Massing, p. 32, il codice di Luciano che Guarino ha portato da 
Costantinopoli è senza dubbio servito alla sua traduzione ma probabilmente anche a quelle dei suoi 
allievi. Lapo di Castiglionchio certo ha potuto consultare questo manoscritto e lo stesso Alberti può 
averlo visto a Bologna durante i suoi studi o tramite Lapo con cui era in corrispondenza. 

^'^ Cioè con quella di Lapo da Castiglionchio, del volgarizzamento del Fontio: da man sinistra 
una fiachola accesa porta, dell'edizione del 1494: Sinistra quidem facem accensam tenens 

75 De Pictura, III, 53, p. 93; La Pittura, 53, p. 92. 

''^ Cfr. Panofsky, Studi di iconologia, pp. 218-20. Come rileva Lucia Faedo, Panosfski (p. 219, 
nota 101 ) cita la traduzione del Fontio e le attribuisce a proposito della rappresentazione della Verità la 
stessa erronea interpretazione dell'Alberti. In realtà la versione del Fontio è conforme al testo greco. 



XXX INTRODUZIONE 

rappresentazione della nuda Veritas diffusissima nell'arte rinascimentale e baroc- 
ca. Fra le altre varianti introdotte dall'Alberti è «probabile che almeno dwt... calle- 
re astu invece di subcalescens et concita, e in ade invece di macie derivassero non 
tanto da una precisa volontà di una propria interpretazione quanto da una errata let- 
tura del testo guariniano»^^. Per quanto riguarda la versione volgare anche questa 
presenta la medesima lontananza da Luciano «testimoniabile attraverso il manteni- 
mento delle immagini dell'astuzia astu dipinta sul volto della Calunnia e quella del 
combattente in ade, che non hanno riscontro nell'originale greco né ne avranno in 
tutti i suoi successivi latinizzamenti nel corso del secolo quidicesimo»^^. 

Il testo carrettiano non riproduce nessuno di questi errori; la descrizione della 
Calunnia {In la sinistra ha unafacella accesa), di Livore {con la acuta vistai se as- 
sembra ad un ch'infermo esca di letto) e della Verità (vv. 1864-1868) sono confor- 
mi alle traduzioni di Lapo, del Fontio e dell'edizione anonima del 1494 {Praecedit 
autem vir pallidus et deformis acute intuens et similis his qui ex longo morbo sunt 
exiccati), tutti più fedeli al testo di Luciano'^^. Dal momento che le versioni di La- 
po e del Fontio hanno avuto una diffusione limitata, le affinità fra il testo di Galeot- 
to e l'incunabolo del 1494 paiono significative, tanto pili che questa edizione costi- 
tuisce il tramite diretto per la diffusione dell'autore greco nei primi anni del XVI 
sec. Questi rapporti trovano conferma nel fatto che il Del Carretto, come ha dimo- 
strato Antonia Tissoni, nella composizione della sua Comedia de Timon greco ave- 
va davanti proprio questa edizione che contiene, oltre alla Calunnia, altre opere di 
Luciano fra cui il Timone^^. 

Un più dettagliato confronto fra il testo carrettiano e la traduzione del 1494 ri- 
vela anche divergenze o varianti. La versione latina, rispettando il testo greco, pa- 
ragona le orecchie del re a quelle di Mida: In dextra quidem vir sedet permagnas 
habens aure s ferme auriculis Midae similes; questo particolare, presente anche in 
Guarino e nel volgarizzamento del Fontio, è ignorato da Galeotto, così come da Al- 
berti, sia nella versione latina che volgare. Inoltre Galeotto sottolinea che il re ten- 
de a Calunnia la mano «destra» (v. 1841), ma la precisazione, forse superflua, è as- 
sente sia nel testo originario che nelle traduzioni. Estranei a tutta la tradizione sono 



77 De Pictura, III, 53, p. 93. Cfr. Maraschio, pp. 186-228, segnatamente alla p. 217. 

78 Maraschio, p. 216. Nel De Pictura, Livore è rappresentato: ... truci aspectu, quem merito 
compare his quos in ade longus labor confecerit, che nella traduzione italiana suona: con aspetto 
iniquo, quale potresti assimigliare a chi ne' campi dell'armi con lunga fatica fusse magrito e riarso. 

79 II testo greco dice: La donna è guidata da un uomo pallido e brutto, dagli occhi penetranti, 
che sembra essere consunmto da una lunga malattia; potrebbe rappresentare l'invidia. 

8^ Cfr. Teatro del Quattrocento, pp. 562-3. 



INTRODUZIONE XXXI 

anche alcuni elementi della descrizione di Insidia e di Frode: Quella che vedi con 
un serpe a canto/ chiamasi Insidia e l'altra è l'empia Frode/ che sopra l'arme por- 
ta un doppio manto; questi richiami alla insidiosità della serpe e alla doppiezza 
della frode, benché frequenti nella tradizione iconografica, non compaiono nella 
Calunnia. Tutte queste analogie e discordanze evidenziano come per il testo di Ga- 
leotto, così come per altre opere coeve, letterarie o figurative, è difficile individua- 
re una fonte sicura e univoca, sia per l'introduzione di spunti personali da parte 
dell'autore, sia per le continue interferenze e mutuazioni fra le varie traduzioni. 

Esemplare in tal senso è la descrizione di Invidia: Phtonos, en grec, est une 
personnification masculine que Lucien décrit d'ailleurs comme un homme morbi- 
de, pale, laid et à Voeil pergant. Guarino l'identifìe comme livor [così anche l'Al- 
berti e il Fontio], mais qualques années plus tard, son élève Lapo da Castiglion- 
chio préfère le terme d'invidia qui recouvre un notion plus traditionnelle. Cet 
homme (vir) est encore présente comme Invidia dans la traduction anonyme de 
1494. ..^K Le diverse versioni sono significativamente rappresentate in due fra le 
più note raffigurazioni della Calunnia, entrambe anteriori al testo carrettiano: la 
Calunnia del Botticelli e il disegno a penna del Mantegna^^ ^q\ Botticelli la figu- 
ra che precede Calunnia è un uomo, mentre nel Mantegna è una donna: Phthnos 
non fu tradotto dalla fonte che ispirò [Il Mantegna] come Livore, ma come Invidia 
e quindi è un' odiosa figura femminile^^. Il testo carrettiano ripropone il problema; 
infatti alla domanda di Amicizia, chi sia colui che procede con lo sguardo allucina- 
to di un malato. Accoglienza risponde: Al mio giudizio quella è Invidia trista/ ...e 
con livore se consuma e attrista. La discordanza fra genere maschile e femminile, 
incomprensibile ad una prima lettura, si spiega con la difficoltà del traduttore nel 
trovare un equivalente maschile per la personificazione greca; anche in questo caso 
il confronto con l'edizione del 1494 appare chiarificatore: Hunc /riferito a vir] igi- 
tur esse invidia(m) aliq(ui)s co(n)iectaret. Ma questa interpretazione lascia adito a 



^' Massing, p. 56. Già il Domenichi nella sua traduzione de De Pictura del 1547 modifica il te- 
sto albertiano {Hunc esse Livorem merito dixere): . . . costui dicono eh' è Livore o V Invidia. 

^2 II tema dell'Invidia è più volte ripreso dal Mantegna; cfr. Mario Salmi, La «domus nova» dei 
Gonzaga, in Arte pensiero e cultura a Mantova nel primo Rinascimento in rapporto con la Toscana 
e con il Veneto. Atti del VI Convegno intemazionale di studi sul Rinascimento, Firenze- Venezia- 
Mantova, 27 sett. -1 ottobre 1961. Firenze, Sansoni, 1965, pp. 15-56. 

^-^ Giulio Quirino Giglioli, La Calunnia di Apelle, in «Rassegna d'Arte antica e Moderna», 
VII, 1920, pp. 173-182, segnatamente alla p. 176. Anche nella traduzione di Luigi Settembrini (/ 
dialoghi e gli Epigrammi. Trad. di Luigi Settembrini, a cura di Danilo Baccini, Roma, E. Casini, 
1962, pp. 780-81) Phthnos è tradotto come Invidia: Innanzi a lei [la Calunnia] va una donna 
gialla, deforme, d'acuta vista, e magra come per lunga malattia; che ognuno riconosce essere 
l'Invidia. 



XXXII INTRODUZIONfE 

qualche dubbio, dal momento che il Livore del v. 1 857 potrebbe anche leggersi co- 
me personificazione e quindi rappresentare un secondo personaggio che l'autore, 
diversamente da tutta la tradizione testuale e figurativa coeva, affianca a Invidia. 
L'accostamento Invidia-livore è riproposto da Galeotto in un altro passo del Tem- 
pio in cui descrive la sua condizione di suddito: 

Orsù servite ben servi fedeli, 
orsù, servite altrui con studio e fede 
che '1 mi convien che '1 vostro error reveli. 

Hor a suo costo el fedel servo vede 
quanto è la servitù mal meritata 
e quanto ha del servir poca mercede. 

Virtute più non è d'alcun stimata 
ch'Invidia col livor la tene oppressa. 
Invidia ch'oggi tanto è frequentata. 

L'integrità qua giù più non è admessa 
e la Simulatione ha tal possanza 
che tien per forza Verità depressa. 

Però chi nel ben far prende fidanza, 
credendo l'opre sue sian conosciute 
si trova illuso al fin da la Speranza, (vv. 942-956) 

Anche qui livore, minuscolo^"^, non è personificato e ciò consentirebbe di con- 
cludere che Invidia e Livore sono un unico personaggio, sia per Galeotto che per la 
sua anonima fonte. Tuttavia anche nel verso con cui si chiude la descrizione della 
Calunnia e che rappresenta una sorta di personale commento di Galeotto: Vede Ve- 
rità che onor consegue contra el Livor^^ tetro (v. 1 870) livore è minuscolo, mentre 
il ricorso sistematico alla personificazione imporrebbe, almeno qui, la maiuscola^^. 
La possibilità di una differente e originale reinterpretazione da parte del Del Car- 
retto non può quindi essere totalmente esclusa tanto più che i singoli autori, pittori, 
incisori spesso variano la rappresentazione cosicché i personaggi tendono progres- 
sivamente ad aumentare, come avviene ad esempio nel disegno di Baldassare Pe- 
ruzzi del 1516-8 o nel quadro del Dùrer datato intomo al 1521 ^'7. 

Come si è rilevato, la descrizione carrettiana dà particolare rilievo ai parti- 
colari iconografici, mentre l'interpretazione morale-didattica appare sottesa; ciò 



^4 Va rilevato che in tutte le edizioni l'uso delle maiuscole per le personificazioni è costante- 
mente rispettato; non mancano tuttavia alcuni errori evidenti. 

^^ Adotto ovviamente la forma usata nell'edizione Caramaschi. 
^^ Per queste ragioni si è in questo caso intervenuti sul testo. 
^"^ Massing, Catalogue, pp. 247-456. 



INTRODUZIONE XXXIII 

deriva dal fatto che l'allegoria si inserisce, unitamente a numerose altre descri- 
zioni, in una più ampia meditazione sui vizi dell'uomo, sulla Fortuna e sul de- 
stino, analogamente a quanto avviene nel famoso quadro del Leombruno^^, di- 
pinto alcuni anni dopo la pubblicazione del Tempio d'Amore. Questa Allegoria 
del governo della Fortuna in cui le tradizionali personificazioni della Calunnia 
si affincano a tutta una serie di altre, personificazioni e giochi simbolici, è un'o- 
pera complessa, frutto di amare vicissitudini personali, come l'autore dichiara 
in uno dei tituli: HEC SI INADVERSA QUID INPROSPERA LIOMBRUNUS 
PINSISET FORTUNA. 



3. // Parnaso, le Muse, Pireneo e le Pier idi 

Mentre la tavola di Cebete e quella di Apelle decorano le pareti alla destra del 
tempio, nella parte sinistra è dipinto il monte Parnaso, sulla cui cima siede il bion- 
do Apollo con la cetra, circondato da Moseo, Orfeo, Eforo e Tàmira. Ai piedi del 
monte bicipes sono dipinti, come nel famoso Parnaso del Mantegna, il fonte d'Eli- 
cona e Pegaso, il cavallo alato nato dal sangue di Medusa e bel princio di talfon- 
te^^. La fonte prima cui il Galeotto attinge per la sua descrizione è Ovidio di Meta- 
morfosi V, 250-268, ancora una volta filtrato attraverso Fulgenzio^^, Dante 
Petrarca, Boccaccio^' e tutta la tradizione umanistica. Il culto delle muse pagane, 
sostituite nel Medio Evo dalle personificazioni delle Arti libertali del trivio e del 
quadrivio, era ripreso già con Dante, come significativamente dice il Boccaccio 



^^ Una minuta descrizione delle allegorie rappresentate dal Leombruno in Massing, Catalogne, 
pp. 321-2. Come è noto numerosi studiosi hanno ricollegato il dipinto all'amarezza del Leombruno 
per la perdita di influenza presso la corte Gonzaga dopo l'arrivo di Giulio Romano. Nel dipinto del 
Leombruno Frode è sostituita da Odio che è rappresentato come un uomo armato con un doppio 
manto, e questa descrizione coincide con quella della Frode del testo carrettiano. Per possibili rap- 
porti fra il quadro e il testo albertiano Virtus, l'intercenale per lungo tempo attribuita a Luciano o al- 
l' Aurispa o al Marsuppini, rimando a Massing, pp. 175-6. 

^^ Cfr. Ovidio, Met., IV, 786: ...Pegason etfratrem matris de sanguine natos e V, 262-3: ... Pe- 
gasus huius origol fontis. 

^^ Fulgentio Mytograph. II, nr. 1 12: Uter o autem ejus equus Pegasus cuni pennis exit, qui 
currens ad montem Aonium Boeotiae, pede percussit terram et fontem Castalium produxit, qui 
et Pegaseus vel Aonius est appellatus, Apollin et Musis consecratus, de quo philosophi et poe- 
tae fìnguntur bibere; nam poetae memoratur, que cantus suavitate quasi Musarum sacerdotes 
sunt. 

^' Boccaccio, Genealogie, lib. X, cap. 27, p. 509-35: Preterea dicit idem Fulgentius Pegasum 
interpretari eternum fontem, quod arbitror, quia fama egregiorum hominum indeficiens sit. 



XXXIV INTRODUZIONE 

nella lettera a Jacopo Pizzinghe del 1372^2 nella quale il rifiorire della poesia mo- 
derna in lingua italiana è associato all'ascesa di Dante al Parnaso: ... // nostro Dan- 
te Alighieri aver bevuto al fronte abbandonato da molti secoli scorsi il moltifluo 
latte, e tuttavolta non andare per la via degli antichi, ma per sentieri del tutto im- 
praticati dai maggiori non senza penosa fatica e primo levarsi alle stelle, superare 
il monte, e colà pervenuto dove tendeva, le Muse semisopite ridestando... Il Boc- 
caccio in un capitolo della Genealogia degli defì^ fa una lunga requisitoria in dife- 
sa delle muse messe definitivamente al bando da Boezio in apertura al suo De con- 
solatione; per il certaldese il culto delle Muse è sinonimo della rinascita della 
letteratura antica e proprio dai suoi scritti ha inizio un dibattito che rimarrà a lungo 
popolare fra gli umanisti. Punto di partenza delle sue osservazioni sono le invoca- 
zioni di Dante all'inizio di ognuna delle tre cantiche^^- nej commento delle Esposi- 
zioni sopra la Comedia^^ egli ricorda che le nove muse sono paragonate da Macro- 
bio alle sfere celesti e, traducendo Fulgentio delle Mitologie, descrive gli effetti di 
ognuna di esse e della ragione dei loro nomi^^. Probabilmente nota al Boccaccio 
anche l'interpretazione che del passo dantesco dà Francesco de Buti^^: e però si 
chiama Parnaso, perché ha pari li nasi amburo; est in su l'uno, che si chiama Eli- 
con, era una città chiamata Cirra, et istudiavasi quive ne le scienzie spezialmente, 



^2 Boccaccio, Lettere, Firenze, 1877; cito da Jaynie Anderson, // risveglio dell interesse per le 
Muse nella Ferrara del Quattrocento , in Le muse e il principe. Arte di corte nel Rinascimento pa- 
dano, Modena, Panini, 1991, pp. 165-85, alla p. 166, nota 3. L'Andeson riproduce il Syntagma de 
Musis del Giraldi, nell'edizione del 1513. 

9-^ Genealogie, Uh. XIV, cap. XX, c.l76v-8r. 

^^ Inf. II, 7-9: O Muse, o alto ingegno, or m'aiutate;/ o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,/ qui si 
parrà la tua nobilitate. 

Pur. I, 7-12: Ma qui la morta poesì risurgal o sante Muse, poi che vostro sono,/ e qui Calliope 
alquanto surga/ seguitando il mio canto con quel suono/ di cui le Piche misere sentirò/ lo colpo tal, 
che disperar perdono. Par I, 13-32: O buon Apollo, a l'ultimo lavoro/ fammi del tuo valor si fatto 
vaso/ come dimandi a dar V amato alloro./ Insino a qui l'un giogo di Parnaso/ assai mi fu, ma or 
con amendue/ m'è uopo entrar ne l'aringo rimaso./ Entra nel petto mio, e spira tue/ sì come quan- 
do Marsia traesti/ da la vagina de le membra sue./ O divina virtù, se mi ti presti/ tanto che l'ombra 
del beato regno/ segnata nel mio capo io manifesti,/ venir vedraimi al tuo diletto legno,/ e coronar- 
mi allor di quelle foglie/ che la materia e tu mi farai degno./ Sì rade volte, padre, se ne coglie/ per 
trionfare o Cesare o poeta,/ colpa e vergogna de l'umane voglie,/ che parturir letizia in su la lieta/ 
delfica deità dovria la fronda/ peneia, quando alcun di sé asseta./ Poca favilla gran fiamma secon- 
da:/ forse di retro a me con miglior voci/ si pregherà perché Cirra risponda. 

^^ ed. Oscar. A cura di Giorgio Padoan, pp. 96-102. 

96 La Genealogia degli Dei, Libro, XI, C. 176r-178v. 

9^ Cito da Elisabeth Schròter, Die Ikonographie des Themas Parnass vor Raffael, Hildesheim, 
Georg 01mas,1977, p. 42, a cui rimando per un'ampia trattazione su questo tema in àmbito lettera- 
rio e figurativo. 



INTRODUZIONE XXXV 

e però era quive lo tempio d' Apolline; et in sull'altro, che si chiama Citeron, era 
una città chiamata Nisa e studiavansi in essa ne le scienzie pratice, e però era qui- 
ve lo tempio di Baco; e nel colle, ch'era in mezzo, era un fonte consecrata a le mu- 
se: imperò che quive si raunavano li studianti a disputare ne le scienzie. E giù ne 
la valle era una città chiamata Focis u' erano arti mecanice e quive discendeano li 
studianti a fornirsi ne le cose necessarie: e perché quella fonte si chiama la fonte 
de le Muse, la quale convenia bere ai poeti se voleano poetare che significa che chi 
vuole essere poeta e fingere poema conviene che sia informato de le scienzie prati- 
ce e teorice, però finge l'autore. 

Questo dibattito sulle muse continua in tutto l'umanesimo e mentre Coluccio 
Salutati in una sua epistola riprende l'equiparazione delle Muse ai «canti» dei nove 
astri e alle scienze, nella metà del Quattrocento la visione del Boccaccio delle Mu- 
se si impone e viene ristabilito il musaeum nel pieno senso del termine classico, ri- 
creando il luogo dove le muse vivono e possono assolvere la loro vera funzione di 
divinità ispiratrici. I dipinti dello studiolo nel palazzo estense di Belfiore^^ costitui- 
scono la prima rappresentazione visiva delle Muse nel Rinascimento ma ancora 
molti anni dopo il completamento dell'opera, il tema è a Ferrara oggetto di vivaci 
dibattiti come mostra il libretto dell'umanista Lelio Gregorio Giraldi Syntagma de 
Musis, pubblicato per la prima volta nel 1511 a Strasburgo^^ e accompagnato da 
una serie di silografie che illustrano gli atteggiamenti di ognuna delle dee e delle 
arti cui sono preposte. 

Il Giraldi, tenendo conto di tutta la tradizione classica, post-classica (Ful- 
genzio '^o. Marziano Capella) e volgare 'O' illustra le caratteristiche delle Muse; 



^^ Per i problemi relativi al programma ideato dal Guarino e all'attuale ciclo cfr. Le muse, 
p. 176. 

^^ Ristampato a Basel Opera omnia, 1580. Il Giraldi durante il soggiorno a Carpi scrisse parec- 
chi libri sulla storia dei poeti greci e latini (Historiae poetarum tam graecorum quam latinorum 
dialogi X). Il libro si propone di descrivere una serie di affreschi eseguiti nella biblioteca dei Pico 
della Mirandola dal «nostro Cosimo», naturalmente identificato in Tura. La visione enciclopedica 
della poesia del Giraldi, che partendo dai tempi antichi con i teologi tracciava un percorso ideale 
che conduceva direttamente ai poeti ferraresi contemporanei, costituisce in realtà un semplice espe- 
diente per organizzare l'opera e non descrive un ciclo realmente esistente del Tura. (Cfn Tura in- 
ventato, in «Biblioteca Comunale Ariostea. Recenti ingresssi», V, 1961, pp. 13-16). Giraldi terminò 
il suo trattato a Carpi poco prima di recarsi a Roma, nel 1514, immediatamente prima che Raffaello 
iniziasse a dipingere il Parnaso. Successivamente rivide l'opera per la pubblicazione quando ri- 
tornò a Ferrara nel 1 540. 

'^^ Si veda per Fulgenzio, Mitologiarum, Liber II, I: Fabula de iudicio Paridis. 

'^' Un'ampia analisi dell'ordinamento e dell'interpretazione delle muse in Fulgentio, Marziano 
Capella, Guarino, Giraldi, in Schròter, pp. 338-82. 



XXXVI INTRODUZIONE 

rordinamento da lui seguito è ripreso nel Tempio d'Amore che in più luoghi 
pare traduzione diretta del testo latino: dice il Giraldi: Nona Calliope memora- 
tur que cantus suavitate caeteras antecedentes ab omnibus plurima extimatur; 
allo stesso modo Galeotto descrive Caliope che \a danza prima mena... e avan- 
za nel cantar l'altre sorelle! con la sua voce di dolcezza piena. L'inserimento 
dell'iconografia del «monte Parnaso» nel Tempio si lega quindi ad una collau- 
data tradizione figurativa e letteraria, ma potrebbe anche ricondursi al fatto che 
il tema spesso viene associato al genere letterario e pittorico della «visione» 
tanto che il Doni nei Mondi, dopo aver citato Dante, Virgilio, e Sannazaro, 
scrive: Ci sono stati poi nella religion critiana alcuni santi che hanno rivelato, 
per via di visioni, molto belle verità. I pittori (per venir più basso) ancora egli- 
no si sono ingegnati di darci alcune cose astratte per le mani, dipingendoci il 
monte Parnaso^^^. 

Nella pittura del Parnaso il Carretto, in sintonia con gran parte delle rappre- 
sentazione pittoriche coeve, colloca anche il mito di Pireneo, presente in Ovidio 
{Metam. V, 269-293) e allegoricamente interpretato da Fulgenzio e poi ripreso dal 
Boccaccio, che scrive: Genealogie, XI, 15: nil aliudputo, quam quosdam ad osten- 
tationem sui impetuosos et avidos, qui, neglectis studiorum laboribus postquam 
scrinea libris compleverint, et eorumfere tagmina viderint, tanquam omnia que in 
eis continentur cognoverint, sese audent extimare poetas, aut a circumspicentibus 
arbitrari. Verum cum evolaverint Muse, quas putaverant cluastris clausisse, si in 
publicum segui velint, id est ostendere se scire quod nesciunt, in precipitium confe- 
stim ruunt. 

Anche la sfida delle nove figlie di Pierio alle Muse è narrata da Ovidio in 
un lungo episodio delle Metamorfosi (V, 295-315) ed è rievocata da Dante 
{Purg. I, 11-12), dal Petrarca (Africa, III, vv. 156-74) e dal Boccaccio, che nel 
libro XI delle Genealogie spiega: Musis cum Pieriis fuisse de cantu certamen, 
hoc arbitror sensu summendum. Sunt non nulli tam inepte audacie, ut, cum nul- 
lam noverint disciplinam, suo tamen innitentes ingenio, audeant se disciplinatis 
preferre, nec dubitent disputationis inire certamen, quod dum in conspectu doc- 
torumfaciunt, non scientifici doctis apparent, sedpotius stolida quadam premp- 
tione loquaces; et cum multa dicere ignaris videantur, nec aliquid tamen dicant 
rationi consonum, nec sese loquentes intelligant, lusi a prudentibus pice existi- 
mantur. 



'^2 Cfr. Bolzoni, La stanza della memoria, p. 239, nota 36. 



INTRODUZIONE XXXVII 

4. Lucio l'Asino 

Apuleio già neir antico era considerato autore di sapienza esoterica, il cui rac- 
conto nascondeva una profonda verità morale. Allegoricamente la vicenda di Lucio 
è il racconto della degradazione e della salvezza umana che si realizza grazie alla 
dea Iside - Venere che riporta Lucio alla sua humanitas. Dal XIV secolo le Meta- 
morfosi godettero di larga fortuna, dal Petrarca al Boccaccio che ne scoprì il mano- 
scritto 'O^. La conclusione mistica della storia di Lucio favoriva 1' interpretazione 
morale, e su questa insiste Marsilio Ficino nella sua prefazione aW editto princeps 
del 1469'^"^ così come il Beroaldo nel suo commento edito nel ISOO^^^. Alle nume- 
rose edizione latine fra fine quattrocento e primi '500 si affiancano i volgarizza- 
menti. Quello Boiardesco edito nel 1519 a Venezia è corredato da una serie di illu- 
strazioni xilografiche che vengono riproposte fedelmente negli affreschi della sala 
nuziale del Castello di San Secondo parmense 'O^. Mentre però la storia di Lucio 
continua ad avere una grande fortuna nella letteratura del '500, mancano, per quan- 
to mi consta, altre riprese iconografiche. 

La vita di Lucio '^^ è rappresentata nel mosaico del pavimento del tempio (vv. 
3021-3463); Galeotto descrive in breve, con un andamento tipicamente narrativo 



'0-^ Per un quadro generale della fortuna di Apuleio si veda Claudio Moreschini, Sulla fama di 
Apuleio nel Medioevo e nel Rinascimento, in Studi Filologici Letterari e Storici in memoria di Gui- 
do Favati, Padova, Antenore, 1977, pp. 456-476. 

'^"^ Roma, Sweynheyml e Pannartz, 1469 (IGI). Per l'interpretazione ficiniana si veda Ernst H. 
Gombrich, Immagini simboliche. Studi sull'arte nel rinascimento, Torino, Einaudi, 1978, il capitolo 
Descrizione e simbolismo in Apuleio, alla p. 79. 

'^^ Pietro Alighieri commento a Purg. XXIII, ed. Narducci, p. 535: Et licei ista /lumina sint et 
videantur ibi, tamen sub figura accipi possunt, scilicet sic: quod fons iste Aonius prò prudentiae 
virtute accipiantur, a qua prudentia omnes aliae virtutes cardinales ut a fonte manant. (...) Et hoc 
est quod poetae figurant in Helicona montanea esse dictum Aonem, et de eo poetae perfecti bibere 
finguntur, scilicet gustare prudentiam, qua gustata omnium honorum, quae sunt meritoria, memo- 
riam accipiunt; ut nunc auctor mediante Mathelda fecit, idest activa vita, inductu Beatricis, idest 
theologiae. (Cito da Schròter, p. 131, nota 580). 

'06 La storia di Lucio compare già nella prima redazione del testo carrettiano (1518), l'autore 
quindi non può essersi ispirato alle xilografie che accompagnano il volgarizzamento del Boiardo; 
d'altra parte molti degli episodi rappresentati in queste illustrazioni sono ignorati da Galeotto. Per i 
rapporti esistenti fra il ciclo pittorico di San Secondo e l'edizione boiardcsca si veda: Cicli pittorici. 
Storie profane . Testi di Eugenio Battisti, Milano, Touring Club Italiano, 1981, p. 142; alcuni accen- 
ni anche in Scnv -ano. Avventure deli «Asino d'oro», p. 82 e ss. 

'0^ Per il volgarizzamento boiardesco di veda Edoardo Fumagalli, Mctteo Maria Boiardo volga- 
rizzatore dell' «Asino d'oro». Contributo allo studio della fortuna di Apuleio ncW umanesimo, Padova, 
Antenore, 1988. Tuttora aperta è invece la questione dell'attribuzione del volgarizzamento del Lucio o 
l'Asino paseudolucianeo, che probabilmente è opera di Niccolò Leoniceno (1428-1542). 



XXXVIII INTRODUZIONE 

alcuni degli episodi salienti dei primi dieci libri: l'arrivo di Lucio alla casa di Milo- 
ne, l'incontro con Birrena, la beffa dei tre otri, la trasformazione dell'amante in uc- 
cello, il furto dell'ampolla e la trasformazione di Lucio in asino, le sue sventure coi 
ladroni, con l'orso, fino all'icontro con \a perfida e scelesta donna (v. 3325) che si 
congiunge con lui guai cavalla. Il riassunto del romanzo è estremamente sintetico 
e gran parte delle numerose «novelle» che nel racconto apuleiano si affiancano alla 
storia principale sono omesse. Al contrario l'undicesimo libro (vv. 3343-463) di 
sfondo prettamente religioso, che costituisce l'aggiunta di Apuleio all'originale ro- 
manzo greco, viene da Galeotto tradotto in pili punti e con dovizia di particolari: la 
purificazione di Lucio, la sua preghiera a Iside, la sua metamorfosi, la sua vittoria 
su Fortuna sotto la guida di Providentia. La volontà di dare risalto al significato mi- 
stico-allegorico della favola latina è confermata dalla chiusa religiosa^^^: 

La vita de costui che con mestitia 
menata ha già gran tempo, asino essendo, 
demostra l'human viver con mahtia. 

Poi, riformato in huomo, io comprendo 
che sia sì come l'huom quando si pente 
d'ogni commesso suo peccato horrendo.'o^ 



5. // giudizio di Paride, Mercurio e le Grazie 

Il mito di Paride, illustrato da Diletto, è dipinto nel sacello di Venustate (vv. 
2112-2188); ancora una volta la fonte utilizzata è Apuleio. Nel X libro del roman- 
zo, Lucio-asino attende di congiungersi pubblicamente con una malvagia vedova e 
assiste alla rappresentazione teatrale della favola mitologica di Paride. Con dovizia 
di particolari l'autore descrivere l'abbigliamento degli attori, gli atteggiamenti, i 
dialoghi, i movimenti dei personaggi sulla scena, sì che la tendenza alla rappresen- 
tazione figurata che caratterizza tutto il testo apuleiano diviene qui ancora più evi- 
dente e dilatata. La descrizione già particolareggiata nella fonte è seguita dal Ga- 
leotto molto da vicino, mentre manca una esplicitazione del significato della 
fabula. 11 Giudizio di Paride era tradizionalmente interpretato come un esempio di 



108 Dopo la pubblicazione delle Metamorfosi di Apuleio con il commento del Beroaldo (1500), 
l'edizione commentata dell'opera di Fulgenzio a cura del Pio apre la strada alla nuova fortuna del- 
l'allegoria medioevale cristiana: Mitologiae, comm. Johannes Baptista Pius, Milano, Ulrich Scin- 
zenzeler, 23 IV 1498; (Bib. Palatina di Parma, Inc. 976). 

'^ Tempio d'Amore, vv. 3458-3463. 



1NTR0DUZI0^4E XXXIX 

scelta morale di fronte a cui l'uomo si trova; questa interpretazione già presente 
in Fulgenzio è ripresa dal Boccaccio nelle Genealogie^^^ e nuovamente dal Be- 
roaldo nel suo commento a Apuleio; entrambi citano esplicitamente Fulgenzio e 
spiegano che la scena rappresenta la scelta umana tra le tre forme di vita, con- 
templativa, attiva e voluttuosa. Tale interpretazione "• era sicuramente nota al 
Carretto ma appare in contrasto con le finalità didattico-morali che accompagna- 
no i cicli pittorici collocati all'interno del tempio. Si può avanzare l'ipotesi che 
l'autore riproponga qui il Giudizio di Paride come un esempio di giustizia, un te- 
ma più volte ripreso in tutta l'opera e direttamente legato alle vicende biografi- 
che di Phileno. D'altra parte in diversi affreschi quattrocenteschi l'ideale eroico 
di vita cortese viene rappresentato attraverso il ricorso al mito di Paride, come ad 
esempio la sala maggiore del castello Challant di Issogne, denominata appunto 
della Giustizia' '2. 



"^ Si cita da La Genealogia degli dei dei gentili di M. Giovanni Boccaccio... tradotta per M. 
Gioseppe Betussi da Bassano, In Venetia, Appresso Giacomo Sansovino, 1569, pp. 106r-v: ...pri- 
ma veggiamo il giudicio di Paris, nel quale al gudicio mio è da seguire la openione di Fulgentio. 
Dice che la vita de mortali è divisa in tre parti, la prima de quali si chiama Theorica, la seconda 
pratica, la terza filar gica, le quai noi con più vulgari vocaboli chiamiamo contemplativa, attiva, 
et voluttuosa, e di queste Aristotele (si come fu anco delle altre) benissimo trattata nel primo del- 
l' Ethica. Questo Giove è Iddio, accioche non paia che riprovandone alcuna, tolga il libero arbi- 
trio ad alcuno, rimmette al giudicio di Paris, ciò è di ciascun huomo, affine che stia in suo volere 
approvare et pigliar per se quella che più vorrà. Quello che poi segua a colui che s' appigli alla 
voluttuosa, col fine di Paris egli si dimostra, che ancho ei si lasciasse convincere da Vene(re), ciò 
è stato detto per manifestar la sua ignoranza, affine che appaia il da poco dar opra solamente a 
Venere et alla lussura. 

'" Tale interpretazione è parzialmente rivista dal Ficino che dedicando il Filebo platonico a 
Lorenzo il Magnifico elogia il suo protettore per non aver attirato su di sé l'ira di nessuna delle tre 
dee scegliendole tutte e tre: la saggezza di Minerva, la forza di Giunone, la poesia e la musica di Ve- 
nere. Cfr. Gombrich, Immagini simboliche, p. 80. Come rileva il Battisti (Gandolfo, // «dolce tem- 
po», p. 18): Spesso nel Rinascimento il Gudizio di Paride è rappresentato come un sogno. Il Terva- 
rent ha ...notato come la variante che riconosce nella scena del Gijudizio di Paride la descrizione 
di un sogno deriva dal racconto dei fatti di Troia di Darete Frigio e sia stata diffusa attraverso il 
riassunto del poema di Benoit fatto da Guido delle Colonne. Essa prosperò accanto alla versione 
classica dell' episodio in epoca rinascimentale, dato che solo gli artisti di questo periodo apprezza- 
rono r introduzione dell' elemento sogno, che forse meglio aiutava a comprenderne il significato al- 
legorico. 

"2 Su questo ciclo pittorico si veda Battisti, Cicli, p. 71 ss. Frequente l'adattamento dei miti 
alle circostanze e agli intenti spesso encomiastici; nelle Historiae di Assaracus (1516), illustrate con 
una xilografia posta nel frontespizio, il giudizio di Paride è rovesciato e Fides, che assegna la palma 
al giovane Jacopo Trivulzio, prende il posto di Venere (Cfr. Gombrich, Immagini simboliche, p. 
291, nota 80). 



XL INTRODUZIONfE 

Seguendo il testo di Apuleio la rappresentazione del giudizio di Paride è pre- 
ceduta dalla descrizione di Mercurio: 

Quel è Mercurio, luculento e drudo, 
che d'un giovenil manto è sol vestito, 
il resto del suo corpo è tutto ignudo; 

de penne aurate ha '1 pileo redimito 
e '1 suo cadùcèo in la man destra tene, 
in l'altra un pomo de fin or polito, (vv. 2122-7) 



Il dio alato precede Venere la quale, circondata dagli amorini e dalle Grazie, 
danza intomo a Paride: 

Ecco le Gratie che coi crini ornati 
de varii fiori van facendo un coro 
fra lor, sonando suoni a la dea grati. 

Ella coi pièi, concordi al sòn canoro, 
menando el capo con gran gratia e passi, 
vaga e leggiadra balla fra costoro 

e con dolci occhi, non a terra bassi 
ma fissi in gli occhi del troian pastore, 
par ch'alzi el braccio e che la testa abbassi, (vv. 2173-81) 



L'immagine delle Grazie, ripresa da Galeotto anche nella descrizione delle 
pitture poste sopra il letto d'Amore"^, è tradizionalmente associata a quella di 
Venere cagionatrice di tutte le congiunzioni; come ampiamente illustra il Boc- 
caccio riprendendo Fulgenzio: sempre... alcuno per lo procedere di qualche 
grazia s'unisce, overo diventa amico d'un altro^^'^'. Nel testo carrettiano, così 
come in quello di Apuleio, la rievocazione delle Grazie suggerisce una rappre- 
sentazione di bellezza armonica tipicamente rinascimentale, non è tuttavia 
escluso che qui come nelle altre descrizioni il Carretto associ all'esaltazione di 
quella particolare categoria di bello che è «la grazia» all'esaltazione di qualità 
morali, alludendo tacitamente all'interpretazione allegorica del Boccaccio o a 



"^ /4 la testa del cielo aurato e bello/ son le tre Gratie e ognuna cerne e parte/ per sé bei fior 
per farsene un capello (vv. 4166-8). 
^^^ Genealogie, Libro, V, ce. 97r-v. 



INTRODUZIONE XLI 

quella, altrettanto nota, dell'Alberti, che, sulla scorta di Seneca, interpreta le 
tre sorelle come la «liberalità»: una delle sorelle dà, un'altra riceve, la terza 
restituisce ilfavore^^^. 



6. La favola di Psiche 

La vicenda di Amore e Psiche è raffigurata in ventun quadri di un bassorilievo 
sito nella loggia del giardino d'Amore. Il tema, ancora una volta tratto da Apuleio, 
era particolarmente caro al Carretto che alcuni anni prima, presumibilmente in oc- 
casione del contratto di nozze tra Guglielmo IX Paleologo e Anna d'Alen9on 
(1502) ne aveva tratto la commedia Noze de Psiche e Cupidine^^^. In quegli stessi 
anni Niccolò da Correggio ispirandosi alla novella apuleiana scrive il poemetto''^ 
Amore e Psiche, mentre un amico del Bandello, Giorgio Beccaria' i^, ne appronta 
una traduzione in prosa. Se la scelta della novella come tema per le Nozze era stata 
suggerita al Carretto dal suo contenuto giudicato adatto alla circostanza, altre le 
motivazioni che possono averlo indotto ad aggiungere' '^ questo «racconto» nel- 
l'ultima redazione del Tempio, tenuto conto che, come è noto, sia nelle rappresen- 
tazione letterarie che pittoriche del tempo, da Raffaello a Giulio Romano, a Perin 
del Vaga '20^ la favola veniva di volta in volta adattata a situazioni diverse secondo 
le esigenze della committenza. Infatti la storia di Psiche e Cupidine, tratta dai libri 
IV-VI delle Metamorfosi, era letta fin dal Medioevo in chiave morale; il primo che 
abbia dato di questo mito una interpretazione decisamente allegorica è Marziano 



"5 Al passo apuleiano ha probabilmente attinto il Botticelli per il programma della Primavera 
secondo l'interpretazione del Gombrich, Immagini simboliche, p. 88. Commentando le Tre Grazie 
del Museo Condé di Chantilly, il Wind ha identificato le Grazie con Castitas, Pulchritudo e Volup- 
tas; le mele d'oro che esse protendono le individuano come ancelle di Venere e rappresenterebbero 
una sorta di bilanciamento rispetto alla preponderanza dei doveri dello spirto, attuato attraverso le 
gioie dei sensi, in definitiva una opportuna e adeguata gradazione dei tre aspetti in cui si sostanzia, 
secondo la prospettiva ficiniana, la vita umana. (Cfr. Gandolfo. // «dolce tempo», p. 20). 

"6 Come rileva la Tissoni, l'opera definita commedia nel prologo, è piuttosto di tipo mitologi- 
co satiresco. Cfr. Teatro del Quattrocento, pp. 564-67; per il testo pp. 611 -725. 

"^ In Opere. A cura di Antonia Tissoni Benvenuti, Bari, Laterza, 1969. 

"^ Maria Pia Mussini Sacchi, Un amico pavese del Bandello: Giorgio Beccaria, in Matteo 
Bandello novelliere europeo. Atti del convegno intemazionale di studi, 7-9 nov. 1980, a cura di Ugo 
Rozzo, Tortona, 1982, p. 41 1 e sgg. 

' '^ Il racconto è aggiunto nell'ultima redazione. 

'20 Una bella rassegna della fortuna iconografica del ciclo nelle decorazioni del Cinquecento è 
stata fatta da Alessandro Zuccari, Rajfaello e le dimore del Rinascimento, in «Art e Dossier», Inser- 
to allegato al n. 7 del nov. 1986. 



XLII INTRODUZIONE 

Capella; all'inizio del De Nuptiis Mercurii et Philologiae (1,7)'^^ viene introdotto 
Mercurio che, volendo sposarsi, sceglie Psiche, adoma di tutte le virtìi. Ma Psiche 
è legata indissolubilmente a Cupido, sì che Mercurio si riduce a sposare Philolo- 
gia, la dea che aveva civilizzato la stessa Psiche. L'interpretazione allegorica del 
mito viene sviluppata da Fulgenzio'22 che interpreta Psiche come l'anima che in 
un primo tempo aspira alla cognizione della verità celeste, poi cede alle tentazio- 
ni cui la sottopongono la volontà e la carne, personificate dalle due sorelle, e in- 
fine cade in peccato. Boccaccio nelle Genealogie riprende l'interpretazione di 
Fulgenzio, estendendola però alla seconda parte della storia. Egli spiega il rac- 
conto come allegoria dell'intelletto che, attraverso tentazioni, pentimento e pro- 
ve, arriva finalmente alla contemplazione della verità celeste, ottenendo dall'u- 
nione con Amore l'eterna beatitudine. Psiche, l'anima, superate le prove con 
rovine et miserie purgata dalla prosontuosa superbia et disubedienza, di nuovo 
ripiglia il bene del divino amore e contemplazione, e perpetuamente a lui si con- 
giunge, mentre abbandonate le cose frali, viene condotta a gloria eterna, e ivi 
dall'amore partorisce il piacere^^^. 

Questa interpretazione, ripresa anche dal Beroaldo nel suo commento ad Apu- 
leio '2^, era certo nota al Carretto e il significato morale sotteso parrebbe ben ri- 
sponde al proposito perseguito in tutta l'opera di ricercare soggetti «dilettevole e 
morali» per pittori e scultori. Tuttavia non è escluso che il Carretto, collocando la 
storia nel giardino del Tempio, cioè nel luogo deputato delle insidie d'amore e spe- 
cularmente della corte, voglia rappresentare un luogo privilegiato della natura e in- 
sieme della corte, un giardino-Paradiso che il Signore elegge a sfondo della propria 
idealizzazione '25^ un luogo insieme di delizie e di insidie che, nella sua ambiguità, 
parrebbe preannunciare i giardini manieristici e tassiani: 



'21 Martianus Capella, Edidit Adolfus Dick. Addenda adiecit Jean Préaux. Stutgardiae in aedi- 
bus B.GTeubneri, 1969. 

'22 Opera, recensuit Rudolfus Helm. Addenda adiecit Jean Préaux. Stutgardiae in aedibus B.G. 
Teubneri, 1970. Liber III Mitologiarum, IV, pp. 66-70. Anche questo testo del retore africano ha 
avuto nel Rinascimento grande fortuna letteraria e iconografica. Recentemente Claudia Villa e 
Claudia La Malfa hanno individuato in esso la fonte cui Botticelli dovette ispirarsi per la Primave- 
ra. Cfr. Claudia La Malfa, Al centro sta «Filosofia», in «Il sole-24 ore». Domenica 24 Agosto 1997, 
n. 230, p. 29. 

'2-'' Si cita da La Genealogia', la storia è rievocata alle ce. 90r -1 v. 

124 Cfr. nota 67. 

'25 Sul giardino nella poesia quattro-cinquecentesca si veda Gianni Venturi, Ricerche sulla poe- 
sia e il giardino, in Storia d'Italia. Annali 5. Il paesaggio. A cura di Cesare De Seta, Torino, Einau- 
di, 1982, pp. 665-749. 



INTRODUZIONE XLIII 

Reale albergo, il lungo tempo oscura 
le immagini diverse e l'opre antiche 
onde col vago suo dipinta Psiche 
talor non si disceme e raffigura' 26. 

L'episodio di Psiche potrebbe quindi raffigurare sia il percorso dell'anima 
verso Dio, sia quello del suddito Fileno alla ricerca del suo signore, secondo le due 
diverse chiavi allegorico- interpretative che l'autore stesso suggerisce nella sua in- 
troduzione al Tempio. 

1. La nave di Concupiscenza 

Uno dei sacelli a destra dell'altare grande è dedicato a Concupiscenza che na- 
viga tutta penso sai con la mano a la guancia, in la galera/ ch'errando va per la 
marina undosa (vv. 2760-3). La nave di Concupiscenza, i cui galeotti sono pensosi 
ardori e il cui patron sovrano è Desiderio, è descritta con dovizia di particolari e 
con frequenti richiami alla terminologia tecnica marinaresca. 

Le metafore nautiche sono tradizionali e variamente riprese nella poesia e 
nella prosa del Quattrocento '27^ si pensi in particolare ai poemi epici, dal Mor- 
gante^'^^, al Driadeo d'Amore, a\V Orlando Innamorato^^^ , o a trasposizioni sa- 
tiriche come Le galee per Quaracchi, o a raffigurazioni allegoriche, come la 
visione dell'Alberti nell'intercenale Fatum o la Cerva Bianca del Fregoso, in 
cui la navicella conduce alla terra di Dio'^^. L'allegoria sottesa e la forte ten- 
denza iconografica della descrizione carrettiana potrebbero richiamare un testo 
più o meno coevo, cioè la Marre nschijf dì Sebastian Brant, una delle operette 
pili note della fine del Quattrocento, che dall'originale versione tedesca viene 
tradotta in latino da Jacobus Locher e pubblicata a Basilea nel 1497131, corre- 



'2^ Torquato Tasso, Rime. A cura di Bruno Basile, Napoli, Salerno, 1994, num. 1053: A Belri- 
guardo, 2, vv. 1-4. 

'27 Per un panorama generale dall'antichità al Furioso, cfr. Curtius, Letteratura europea, cap. 
VII: Metaforica, pp. 1 44- 1 50. 

'28 Per il Morgante si veda Franca Ageno, Termini del linguaggio marinaresco nel «Morgan- 
te», in «Lingua Nostra», XII (1951), pp. 39-43. 

'29 Orlando Innamorato, V, 45-6. 

'-^0 Cfr. Gombrich, Immagini simboliche, pp. 77-81: Descrizione e simbolismo in Apuleio. 

'^' L'IGI registra varie edizioni, Basilea, Johann Bergmann, Kal. Mart. 1497 (n. 1044 , 2045: la 
prima in 4° rom. e got., la seconda in 8°, la terza Kal. aug. in 4° rom. e got. (IGI 2048); nello stesso 
anno la stessa traduzione è edita a Strasburgo e Parigi (IGI 2047 e 2050), ma le ristampe e le tradu- 
zioni nelle varie lingue romanze si susseguono fino all'Ottocento. Utilizzo l'edizione, Basileae, 
Bergman, 1498 (Palatina di Parma: Inc. 163). 



XLIV INTRODUZIONE 

data da una serie di interessanti incisioni che si ispirano alla satira e all'allego- 
ria morale del testo '^^ 

Nella Stultifera navis tutti gli uomini sono tacciati di pazzia e, come illustra il 
Locher nella sua introduzione, haec pagina status et conditiones hominum ad ocu- 
los depingit. Dei tanti folli della stultifera navis, coloro che si sono legati ai piaceri 
di Venere sono irrimediabilmente avvinti dai lacci della dea bella e alata che ne tie- 
ne le redini come di schiavi. La rappresentazione della nave di Concupiscenza, pur 
ricalcando alcuni moduli, non ripropone il testo di Brant anche perché viene inseri- 
ta in un impianto ideologico-allegorico più complesso di quello rozzo ed elementa- 
re della Stultifera navis; non a caso Galeotto rappresenta Concupiscenza, ma evita 
di identificarla con Venere, cui nella parte finale della sua opera rivolge una pre- 
ghiera-inno. 



8. Gli «exempla» di Valerio Massimo 

Con la lunga serie di descrizioni di pitture, mosaici, bassorilievi che scandi- 
scono il percorso di Giustizia e Fede verso il «cubicolo» d'Amore Galeotto viene 
affermando la funzione educativa dell'arte figurativa e implicitamente la sua ampia 
considerazione delle arti «minori; viceversa nella seconda parte del Tempio, costi- 
tuita da lunghe rassegne di personaggi illustri, rievocati quasi sempre con la tradi- 
zione formula retorica d^WUbi sunt^^^, l'autore parrebbe mutare prospettiva e ri- 
proporre la superiorità deW exemplum sul signum. 

Le cinque ampie «digressioni» sull'Amicizia, la Giustizia, il mutare della For- 
tuna, la Pietà verso i parenti, l'Umanità e la Clemenza, intervallate da brevi pause 
dialogiche funzionali alla narrazione, sono tratte dall'opera di Valerio Massimo ^^^ 
Factorum et dictorum memorabilium e vengono «recitate» da una virtii personifi- 
cata: Amicizia, Vertù, Pietà, Humiltà. Già nella prima parte dell'opera (ai vv. 603- 
624) Fede, rievocando l'età antica, introduce alcuni esempi tratti da questo testo e 
qui, come nelle successive sezioni tratte dall'autore latino, l'esile filo conduttore è 
dato dal confronto fra il culto delle virtù perpetuatosi nell'antichità e la miseria del 



'^- Su quest'opera, utilizzata come mezzo di satira sociale, sui suoi rapporti e divergenze con 
l'opera di Erasmo, si veda Tenenti, // senso della morte, pp. 1 13-6. 

'-^-^ La tecnica di origine classica è presente anche nei sermoni medievali e in varie opere del 
Petrarca, dal Trionfo della Morte al De remediis. Cfr. Mariantonia Liborio, Contributi alla storia 
dell «Ubi sunt», in «Cultura neolatina», XX (1960), pp. 141-209. 

'34 Le sezioni sono ai vv. 4878-4919; vv. 5240-5311; vv. 5624-5656; vv. 5711-5743; vv. 
5757-5842. 



INTRODUZIONE XLV 

presente, cioè della corte allegoricamente rievocata nel Tempio. Non a caso gli 
esempi ricordati, tratti dai libri V, VI, IV e VII, sono disposti come in Valerio Mas- 
simo in serie, lungo il filo conduttore di qualche comportamento virtuoso o vizio- 
so, e riprendono temi ricorrenti nel Tempio: De umanitate. De pietate erga paren- 
tes, De justitizia. De fide publica. De mutazione fortunae. De amicitia. La scelta 
dell'opera di Valerio Massimo, cui già Giovanni di Andrea e il Petrarca degli in- 
compiuti Rerum mem or andar um^^^ assegnavano la palma di «principe dei morali- 
sti», è quindi strettamente legata ai temi e alle finalità dell'opera, ma Valerio Mas- 
simo, come Apuleio o Cebete, viene assunto da Galeotto come testo esemplare non 
solo sotto il profilo morale e retorico, ma anche sotto il profilo iconografico'^^; in- 
fatti il testo latino presenta una naturale vocazione iconografica, anche se la misura 
narrativa dei vari exempla varia continuamente, per cui a descrizioni ampie e arti- 
colate, narrate nei particolari, si altenano racconti essenziali con rapidi passaggi al- 
lusivi; proprio questa tendenza a rappresentare visivamente i fatti, denunciata an- 
che dai frequenti richiami alla tematica dell'i// pictura Poesis^^'^, sancisce fra 
Quattro e Cinquecento la fortuna non solo letteraria, ma anche iconografica di que- 
sto testo, basti pensare ai grandi cicli profani di Domenico Beccafumi, cronologi- 
camente coevi all'opera carrettiana. 

Tenendo conto dell'enorme fortuna dell'opera di Valerio Massimo, attestata 
non solo dal grande numero di manoscritti latini, minimamente recensiti nell'edi- 
zione Kempf'^^, ma anche dei numerosi volgarizzamenti '^9, appare difficile l'indi- 
viduazione del testo utilizzato da Galeotto. Infatti all'ampia tradizione manoscritta 



'-^5 SuW exemplum classico e medievale e relativa bibliografia si veda Carlo Delcomo, Exem- 
plum e letteratura, Bologna, Il Mulino, 1989. 

'3^ D'altra parte lo stesso Valerio Massimo in più luoghi viene riconoscendo l'importanza delle 
arti visive, ricordando esempi illustri come Fidia e Fabio Pittore (cfr. Factorum, 8,14,6). 

'-^^ Fondamentale sull'argomento Roberto Guerrini, Studi su Valerio Massimo (con un capitolo 
sulla fortuna neW iconografia umanistica; Perugino, Beccafiimi, Pordenone), Pisa, Giardini, 1981; 
si veda anche dello stesso Valerio Massimo e la letteratura paradigmatica, in Memoria dell'antico, 
pp. 45-73. Sulla teoria doW ut pictura poesis si veda il classico studio di Rensselaer W. Lee, Ut pic- 
tura poesis. La teoria umanistica della pittura, Firenze, Sansoni, 1974 e Paola Barocchi neW Intro- 
duzione alla IV sezione degli Scritti d'arte del Cinquecento. II-Pittura-Scultura-Poesia-Musica, 
Torino, Einaudi, 1978. Per un'ulteriore bibliografia rimando a Venturi che in Le scene dell'Eden, 
pp. 112-3, nota 35, rileva come la teoria non è così rigidamente codificata come può apparire dalle 
teorie dei trattatisti, ma si sfitma e muta nel giudizio critico. 

138 Yaierii Maximi Factorum et dictorum memorabilium. Iterum recensit Carolus Kcmpf, Stut- 
gardiae, Teubneri, 1966, edizione stereotipa di quella del 1888. Sui numerosi problemi relativi alla 
tradizione testuale di Valerio Massimo si veda Antonio Enzo Quaglio, Valerio Massimo e il «Filo- 
colo» di Giovanni Boccaccio, in «Cultura neolatina», XX, 1960, pp. 45-77, alla p. 47. 

'-^^ Maria Teresa Casella, Tra Boccaccio e Petrarca. I volgarizzamenti di Tito Livio e di Valerio 
Ma55/>no, Padova, Antenore, 1982. 



XLVI INTRODUZIONE 

si aggiungono una serie di compendi e, a partire dal 1470, innumerevoli edizio- 
ni i^, in cui il testo latino è accompagnato dai commenti del Leoniceno, di Olive- 
rius Arzignanensis, di Badio Ascensio''^^ di Theophilus. Nella versione carrettiana 
la frequenza di forme latine, calchi del testo originario, induce a credere che il Car- 
retto abbia utilizzato una versione originale e non un volgarizzamento; tale ipotesi 
sembra avvalorata dalla presenza nel Tempio di una serie di errori '^^^ ^lon docu- 
mentati nell'apparato del Kempf, ma ricorrenti negli incunaboli e nelle edizioni del 
primo Cinquecento. Gran parte di queste edizioni scrivono come Galeotto Pitias 
(v. 4912) per Phyntias^^^ , Muscane (v. 5763) per Musocane, Seleuco (v. 5295) per 
Zaleuco, Rothogene (v. 5785) per Rethogene {Rhoetogenesy^, contobricensi per 



•'^^ Dieci sono le edizioni registate n&W Indice generale degli Incunaboli; la prima, che non ho 
potuto vedere (IGI n. 10054), è Strasburgo, Johann Mentelin, non dopo il 1470. Ho operato un con- 
fronto fra il testo carrettiano e le seguenti edizioni quattro-cinquecentesche: la seconda edizione: 
[Venezia], Vindelino da Spira, 1471 (IGI 10055; utilizzo l'esemplare, privo del frontespizio, l'ulti- 
ma carta ricopiata a mano dopo l'ultima rilegatura, della Palatina di Parma: Parm. 727, non censito 
neiriGI, ma schedato nel catalo degli Incunanaboli di questa biblioteca in vista dell'aggiornamento 
dell'opera). L'edizione di Venezia, Johannes de CoIona e Johannes Manthen, 1474, conservata alla 
Palatina di Parma: Palat. 304, anch'essa priva di frontespizio, non censita nell'IGI (cfr. 10058). L'e- 
dizione Venezia, 1478, senza frontespizio, della Palatina di Parma, dedicata da Bonus Accusius Pi- 
sanus a Cicco Simonetta, biblioteca Palatina di Parma: Palat. 305, non censita nell'IGI. L'edizione 
[Venezia], di Johannes de Gregoriis, de Forlivio, 1482, con il commento del Leoniceno, nell'esem- 
plare privo di frontespizio della Palatina di Parma: Parm. 827; l'IGI 10065, non censisce questo 
esemplare. (Il catalogo della Palatina registra due altri esemplari, segnati Inc. Pai. 306 e Inc. Parm. 
418/1). L'edizione con il commento di Oliverius Arzignanensis (Explicit: Opus Valerii Maximi cum 
nova ac praeclara Oliverii Arzignanensius viri praestantissimi examinata interpretatione), Vene- 
zia, Boneto Locatello, ed. Ottaviano Scoto, pr. Kal. mai, 1493 (IGI 10072); esemplare della Palati- 
na di Parma: Palat. 158 (IGI 10072). Ristampa di questo commento è l'edizione [Milano, Léonard 
Pachell], 1496 (IGI 10074), esemplare della Palatina di Parma: Parm. 774. Ho inoltre collazionato 
l'edizione Venezia, Albertino Rosso, 5 VII 1 500 (IGI, 1 (X)76), esemplare Palatina di Parma, privo di 
frontespizio, segnato: Parm. 750 e l'edizione di Venezia, Aldo Manuzio, 1514, esemplare della Pa- 
latina di Parma: Pai. 11493. 

'^' La più nota edizione cinquecentesca è quella De Zanis che contene i tre commenti dell 'Ar- 
zignanensis, dell'Ascensio, e di Theophilus. Questa edizione appare per la prima volta a Venezia 
nel 1518 ed è poi ristampata innumerevoli volte nel corso del Cinquecento; poiché la prima edizio- 
ne del Tempio è del 1518 e contiene tutti i passi tratti da Valerio Massimo, si può escludere che il 
Carretto si sia servito di questo testo. Per la fortuna nel Cinquecento del commento dell'Ascensio 
rimando al citato lavoro del Guerrini (cfr. nota 1 37). 

'■^2 Tutti questi errori, presumibilmente ascrivibili alla fonte utilizzata da Galeotto, sono segna- 
lati in apparato senza interventi correttori. 

'"^-^ Le edizioni collazionate hanno Phytias, Phyntias compare solo in quella del 1471 ; Pizia per 
Pizia potrebbe essere errore di Galeotto. 

'44 La forma Rhotogene usata dal Galeotto è presente nelle ed. del 1493 e 1500. 



INTRODUZIONE XLVII 

centobricensi (v. 5782)»45, Quinto (v. 5772) per Quintio^"^, Alcinoe (v. 5829)1^7 
per Alcyoneus, che nella tradizione a stampa diviene Altioneus. Non attestati nelle 
stampe collazionate sono Aristonica per Aristomache (v. 3810)'^, Clodio Fulcro 
(v. 5248) per Claudio Pulcro^"^^, Themilcare (v. 5256) per Timochares^^^; comuni a 
tutta la tradizione sono invece le forme Blosio (v. 488 1)'^' per Blossio e Brundu- 
sium iy. 4884) per Brundisium^^'^. 



Capitolo III 
LA SOCIETÀ' CORTIGIANA FRA PAROLA E IMMAGINE 



Illustrando il tempio-palazzo nessuno dei temi ricorrenti nella letteratura e 
nelle arti figurative coeve viene tralasciato; il Carretto non si limita alle cosidette 
arti «maggiori» della pittura e della scultura, ma più volte si sofferma su «camere 
di meraviglie», serie di manifatture come oreficerie, cofanetti, ceramiche, allesti- 



■'^^ La forma centobricense, già presente nella tradizione manoscritta, è registrata dal Kempf in 
apparato e compare in tutte le edizioni consultate. 

'^ Le edizioni del 1471, 1478, del 1482 e del 1514 hanno sia la forma Quinto che Quintius, la 
prima nel titolo, la seconda nel testo. Le rimanenti edizioni sono corrette. 

''^'7 Le ed. consultate hanno tutte Altioneus, ma quella del \5\A\\a.Alcyone. 

'"^ L'edizione Kempf registra in apparato Amromac/e5 {-is). E' pensabile che Galeotto o la sua 
fonte abbia confuso Aristomache siracusana con il più noto Aristonico, di cui Valerio Massimo par- 
la in II, II, p.l 16. 

'"^^ Nell'episodio citato Galeotto ricorda Claudio come esempio di giustizia; probabilmente 
Galeotto o la sua fonte confonde questo personaggio con Clodio Fulcro, nemico di Cicerone, ricor- 
dato nell'opera di Valerio Massimo in più luoghi. 

'50 Fra quelle collazionate, solo l'edizione del 1500 ha Timochares, le rimanenti hanno Timo- 
charis. Il Kempf registra in apparato: Timoclares e Timocrates. 

'51 Blosio compare sia nei manoscritti (cfr. ed. Kempf), sia in tutte le ed. consultate. 

'52 La forma Brundusium è comune a tutte le edizioni. Alla luce di queste considerazioni an- 
drebbero rivisti la serie di «errori» presenti nelle iscrizioni dei cartigli del soffitto della Sala del 
Concistoro di Domenico Beccafumi. Come rileva Antonio Pinelli (// «picciol vetro» e il «maggior 
vaso». 1 due grandi cicli profani di Domenico Beccafumi in Palazzo Venturi e nella Sala del Conci- 
storo, in Domenico Beccafumi e il suo tempo. Catalogo della Mostra, Milano, Electa 1990, p. 651, 
nota 20), molti sono gli equivoci che tuttora si riscontrano nelle diverse iscrizioni, ma queste non 
possono essere ricondotte, come ipotizza il Pinelli, a involontarie ed errate variazioni compiute dai 
restauratori che nel corso del tempo sono intervenuti per ravvivare le scritte, ma, per la maggior 
parte, ad errori presenti nelle fonti utilizzate da chi ha redatto il programma. 



XLVIII INTRODUZIONE 

menti, arredi, propri dell'arte di corte^^^. In un'opera come questa tutta giocata sul 
rapporto fra pittura e parola, non poteva mancare, quale esplicazione estrema delle di- 
verse e possibili combinazioni fra frammenti testuali e frammenti iconici, il linguag- 
gio delle imprese. Galeotto, illustrando gli abiti dei personaggi (vv. 2863-2901), de- 
scrive la veste di Speranza soffermandosi suWhacca ch'è al lato manco ove sta 7 
core/ che sopra il manto è riccamata e scritta e, partendo da tale raffigurazione, ne 
fornisce la chiave esplicativa. L'acca, infatti, che aspiratione è ditta, è tale sia da un 
punto di vista prettamente fonetico che simbolico, poiché chiunque spera sempre af- 
fetta e aspira/ fornir l'impresa ch'ha nel cor confitta (vv. 2867-8). 

L'adesione a «mode», forme e generi propri della poesia cortigiana^^^ di 
quella particolare letteratura mista e multiforme^ ^^ che caratterizza i primi decenni 
del Cinquecento, è implicitamente dichiarata dall'autore nella sua rassegna dei 
poeti contemporanei in cui, accanto al Calmeta, al Visconti, a Benedetto Accolti, al 
Correggio, al Sannazaro, al Tebaldeo, sono collocati Ariosto, Bembo, Veronica 
Gambara (vv. 1983-2073). A numerosi di questi autori Galeotto è legato con stretti 
rapporti culturali e di amicizia, al Fregoso in particolare: 

Quell'altro è Galeotto dal Carretto 
qual va cogliendo gli cadenti lauri 
de le girlande di quel coro elletto 

et a l'odor di quei par che restauri 
l'alma affannata ch'imparar insuda 
quella virtù che vai tanti thesauri, 

acciò che '1 santo Apollo un dì rinchiuda 
nel bel collegio de questi alti viri 
al cui segno alto ad arrivar se suda. 

Guarda come el Fregoso '^^ con desiri 
par che l'inviti entrar nel coro degno 
e come in dietro con rubor se tiri, 

sì come quel che pargli esser indegno, (vv. 2061-2073) 

•53 Un significativo elenco di oggetti-arredi è ai vv. 4169-4205. (Cfr. Julius Schlosser, Raccolte 
d'arte e di meraviglie del tardo Rinascimento, trad. it. Firenze, Sansoni, 1974; La scienza a corte. Col- 
lezionismo eclettico, natura e immamgine a /Mantova fra Rinascimento e Manierismo, Roma, Bulzo- 
ni, 1979). Va comunque rilevato che queste descrizioni poggiano su una lunga tradizione: si pensi al 
cuscino di Camilla neWEneas, alla culla e al drappo nel Galerau o alla coppa n&WEscoufle. 

'5"^ Per la diffusione delle disperate nella produzione quattrocentesca si veda Antonia Tissoni 
Benvenuti, La tradizione della terza rima e V Ariosto, in Ludovico Ariosto: lingua, stile e tradizio- 
ne, Milano, Feltrinelli, 1960, pp. 303-316. 

'55 Carlo Dionisotti, Girolamo Claricio, in «Studi sul Boccaccio», I, pp. 291-34, alla p. 338. 

'56 Anche in un altro luogo Galeotto tesse le lodi dell'amico: Tempio d'Amore, vv. 2028-2030, 
Quell'altro è 7 cavaller Campo Fregoso/ lume e splendor de la poetica arte,/ che col suo stilfa 
ognun maraviglioso. 



INTRODUZIONE XLIX 

1 . L'invettiva contro la corte 

Come è noto il Del Carretto, nobile feudatario piemontese, trascorre gran 
parte della sua vita a Casale, al servizio dei signori del Monferrato, ma numero- 
si e frequenti sono i suoi contatti sia con Milano che con Ferrara, in particolare 
con Isabella d'Este'^"^. Negli anni 1491-3 risiede quasi stabilmente presso la 
corte del Moro e nel 1492 fa parte con Baldassarre Taccone e Giasone del Mai- 
no della delegazione inviata da Ludovico il Moro a Roma per rendere omaggio 
al papa Alessandro VI Borgia. Le opere a noi rimaste di questo periodo milane- 
se, rime di stampo politico o di carattere amoroso, sono poca cosa, mentre la 
commedia Beatrice, offerta nel 1498 a Beatrice d'Este, è andata perduta. Tutta- 
via questo soggiorno milanese così come i ricorrenti contatti con Ferrrara se- 
gnano profondamente l'attività letteraria di Galeotto, in particolare i rapporti 
con alcuni dei più noti poeti di queste corti: tre generosi cavalieri li quali oltra 
la poetica facultate, di molte altre virtù erano insigniti: Nicolò da Correggio, 
Gasparro Vesconti, Antonietto da Campo Fregoso^^^. I legami fra i quattro, non 
solo letterari ma anche personali, richiamano sodalizi di memoria classica; 
ognuno di loro è uomo di corte e alla corte lega la sua produzione poetica e 
drammatica. 

Il tema della corte magazzino di ciance^^^ è ricorrente in Niccolò da Correg- 
gio che nel sonetto ISO^^o ripropone in rapida sintesi alcuni degli elementi tipici 
dell'allegoria della Calunnia: 

...un loco che si chiama corte: 
di fuor dipincte ha d'or questa le porte, 
ma dentro è l'atria puoi d'ogni ben priva 

Sta la Calumnia ne le prime sale, 
che ponge e adenta chi entra, e puoi più inanti 
livida Invidia con furor ve assale. 



^5^ Cfr. Giuseppe Turba, Galeotto del Carretto tra Casale e Mantova, in «Rinascimento», serie 
II, 1971, pp. 95-169. 

'^^ Vincenzo Calmela, Vita del facondo poeta vulgare Serafino Aquilano, pp. 60-77, alla p. 7 1 , 
in Vincenzo Calmeta, Prose e lettere edite e inedite. A cura di Cecyl Grayson, Commissione per i 
testi di lingua, Bologna, 1959. 

'^^ Torquato Tasso, Aminta, Atto, I, se. I, 582. 

'^^ Niccolò da Correggio, Opere, son. 30, vv. 6-14. La Calunnia è ricordata anche nella Fabula 
di Psiche e Cupidine: In una loggia, che la sua parete/ avea dipinta per la man d'Apelle,/ eravi la 
Calumnia, e ne la rete! Marte con quella che adombra le stelle. Cfr. Opere, st. 65, p. 67. 



L INTRODUZIONE 

L'Odio ve accinge puoi da tutti i canti, 
fin che ve accusa inanti a un tribunale 
ch'uno o due tien contenti, e il resto in pianti. 

Il motivo è più volte ripreso nelle rime, in particolare nel sonetto Pascul de 
vizii, pocul de veneno, in cui Niccolò si abbandona ad uno sfogo personale, sin- 
cero, una denuncia di una condizione di sudditanza amara e pesante che fa tanto 
apprezzare il valore della libertà^^K E questo tono sincero e accorato, che nasce 
da dolorose esperienze personali, accomuna questo piccolo signore di provincia, 
costretto a vagare fra Mantova, Ferrara, e Milano, a Galeotto: Moggi non vai né 
probità né ingegno,/ el caso sol consiste nel favore/ che adorna un stolto come 
l'oro un legno./ Non vai servir molt'anni con fervore/ che non chi serve più ma 
chi più piace/ è quel ch'ha premio de l'altrui sudore. {Tempio, vv. 972-7). Il ban- 
do di Phileno dal Tempio, emblematica allegoria della corte monferrina, è causa- 
to dall'invidia e dalla gelosia di un detrattor bilingue (v. 456), di un falso susur- 
rone (v. 445), di un iniquo e perfido latrante (v. 465) e a Galeotto, come a 
Niccolò, non rimane che invocare la «dolce libertà»: Ahi quanto può tenersi un 
huom beato/ che viver sa de servitù disciolto,/ che libertade è pur un dolce stato 
(vv. 1106-8). 

Nelle rime di Gasparo Visconti il tema anticortigiano è ripreso solo saltuaria- 
mente e quasi sempre con i modi propri della poesia realistico-giocosa. Sono pun- 
genti stoccate contro i maldicenti '^2 q i falsi amici '^^ che non coinvolgono mai la 
figura del duca, sempre rappresentato come sicuro baluadro contro la Fortuna ad- 
versa^^^. Questi componimenti ripropongono con sentenzioso moralismo temi tò- 
pici e non riflettono una dolorosa esperienza come invece avviene per Galeotto. 
Questo diverso atteggiamento, che pur non incrina lo stretto legame fra i due poeti, 
emerge nei due sonetti di corrispondenza Pacienzia sempre alberga in cuor gentile 
e Se 'l Mor che in ogni gesto è signorile. Nella proposta Galeotto così definisce 
Gaspare: Godi Gasparro, che salir ti vegio/ per tue virtù a grado assai più degno,/ 
ch'ai cribro più bel fassi il buon Jrumento^^^; e Gaspare risponde: ...sempre teco 
serò quale esser deggio/ e prompto sempre a ciascun tuo desegno,/ che vero amico 



'^' Niccolò da Corregio e la cultura di corte nel Rinascimento padano. A cura di Antonia Tis- 
soni Benvenuti, Cassa di Risparmio di Reggio Emilia, Eurograf, 1989, pp. 33-34. 

'^2 Gasparo Visconti, / Canzonieri per Betrice d'Este e per Bianca Maria Sforza. Ed. critica a 
cura di Paolo Bongrani, «Il Saggiatore», Milano, Mondadori, 1979, sonetti LXXXVII, CLI e CLII. 

'63idem,son.CXLIV. 

'64idem,son.LXXIX,v. 10. 

'65 Idem, son. XXXVI e XXXVII. 



INTRODUZIONE LI 

non si gonfia al vento. L'occasione per lo scambio poetico è la notizia che Gasparo 
sia gionto al ceto patrizio grazie alla magnanimità del Moro; Galeotto si rallegra 
con l'amico, ma la sua affettuosa partecipazione mal cela la mestizia di chi, caduto 
in disgrazia, si rege col suo mal pianeto. 

I temi della malinconia dell'esilio, della vita di corte polemicamente contrap- 
posta alla mitica età dell'oro, della gelosia e della calunnia propria dei cortigiani 
sono invece ricorrenti nelle opere del Fregoso che, spesso, come Galeotto, si ab- 
bandona ai toni violenti dell' invettiva '^^i 



Ognuno che d'imperio si diletta 
forza è, per stare in sedia, a molti offenda, 
così molte vendette sempre aspetta: 

costui convien che molti cuori accenda 
a la pemicie sua, poi dentro e fuora 
a custodire e sé e il suo stato attenda. 

Non ha quiete in la sua mente un'ora, 
sempre il corrode qualche gran pensiero, 
come il voltor ch'a Tizio il cuor divora. 



Vittima dei grandi mutamenti di fine secolo e ormai lontano dalla magnifica 
corte di Lodovico Sforza, il Fregoso compone gran parte delle sue opere nella soli- 
tudine della villetta di Culturano e in esse riflette la melanconia delle sue medita- 
zioni sulla vanità dei desideri umani, il fuggire della vita, il mutare delle cose '6"^. Il 
pianto di Eraclito, il Dialogo de Fortuna, la Cerva Bianca, la silva De i tre pere- 
grini traggono spunto dalle tristi vicende dell'autore per approdare a più ampie 
meditazioni sulle condizioni e sul fine della vita umana. Benché i poemetti del Fre- 
goso non siano rapportabili per grandiosità di impianto al Tempio d'Amore che nel- 
l'ultima redazione raggiunge 7534 versi, frequenti sono le analogie; nel De i tre pe- 
regrini l'autore solleva il lettore fino al gran tempio di Minerva, circondato di 
lauri, in cui s'erge l'ara della Sapienza, mentre ne La Cerva Bianca lo conduce con 
la guida di Pensiero e Desio fino al beato tempio in cui si innalza l'altare del puro 
Amore. Analogamente nel Tempio d'Amore il lungo percorso di Phileno attraver- 



'^ Antonio Filiremo Fregoso, Opere. A cura di Giorgio Dilemmi, Bologna, Commissione per i 
testi di Lingua, 1976, Pianto di Eraclito, VII, 16-24. 

'^^ Sul tema della fortuna nel Fregoso si veda oltre a\V Introduzione del Dilemmi, Mario Santo- 
ro, // dialogo di Fortuna di Antonio Philiremo Fregoso, in Fortuna, ragione e prudenza nella ci- 
viltà letteraria del Cinquecento, Napoli, Liguori, 1978, pp. 187-233. 



LII 



INTRODUZIONE 



SO le stanze e i giardini del tempio è guidato da una serie di personaggi, personi- 
ficazioni di vizi e virtià. L'adozione simbolica del tópos del viaggio o del percor- 
so, la rappresentazione del Tempio a cui corrispondono il Chiostro di Lucina^ 
L'Emporio di Fortuna e V Emporio di Pallade, il ricorso a astrazioni personifica- 
te denunciano una comune matrice e una comune frequentazione di autori classi- 
ci e volgari. Alla cultura volgare, a quella latina, classica e medioevale, si affian- 
ca quella d'oltralpe, in particolare il Roman de la Rose, l'opera a cui si ispirano 
gran parte delle personificazioni morali presenti nella letteratura e nella icono- 
grafia dal Medioevo al Rinascimento'^^. Come le opere del Fregoso, anche il 
Tempio d'Amore muove da uno spunto autobiografico per poi calarsi nel solco di 
una codificata tradizione letteraria, realizzando un processo di singolare simbiosi 
fra passato e presente. 

Le affinità fra II Tempio e le opere del Fregoso divengono in vari luoghi diret- 
ta ripresa, come ad esempio nella descrizione dei trofei d'amore conservati nel 
tempio in cui si ricalca anche per la scelta di alcune parole rima una analoga de- 
scrizione della Cerva Bianca (canto VII, ott. 35-37): 



Partiti dal bel fonte ande io bevei, 
sotto a le logge al mur vidi suspesi 
li gloriosi spogli e gran trofei , 
per quali chiaramente allor compresi 
esser vinte de Amore omini e dei 
e già nel trionfo suo menati presi. 
Di Giove il fulmin vidi paventoso, 
che par menaci ancor sosì fumoso; 

l'arco di Febo e la faretra gli era; 
la celata di Marte e il scudo immenso, 
ancora orrore io n'ho, quando repenso 
a quella foggia inusitata altiera; 
di Nettuno il tridente gli è suspense; 
e di Mercurio il caduceo e le arpe 
gli erano affisse e le sue alate scarpe. 

Seguiva poi il bel tirso di bacco; 
di Ercule forte senza paragone 
la clava con la quale occise Cacco 
vidi e la pelle dil nemeo leone. 



Poi che vi piace in tutto esser instrutte 
di quel ch'in parte aviso già vi dèi 
quest'altre cose vo' narrarvi tutte. 

Quei legni aurati e incliti trophei. 

che qua vedete in alto tutti affissi, 
son de' notabili virri e de' gran dei 

i quai de donne per beltà son vissi 
servi del nostro celebrato santo, 
ch'ha tanta autorità, come ve dissi. 

Quel gran tropheo che vedi al destro canto 
è il fòlgore di Giove sì possente 
che Europa, Danae, Alchmena amò già tanto 

Quell'altro è di Neptuno el gran tridente 
che amò Iphimèdia, Cerere e Medusa 
e per Melantho anchor la fiamma sente. 

Quell'altro è l'arco e 'strali e l'herba ch'usa 
Appello al medicar, ma non gli valse 
ch'ebbe per Daphne in cor la fiamma chiusa. 



168 // fregoso stesso, di solito parco oltre misura nelle citazioni, rivolgendosi con espressioni 
di estrema deferenza all' »Amante de la Rosa»... veniva a dichiarare le proprie frequentazioni d'ol- 
tralpe sui testi di una cultura che aveva la sua matrice nel Roman di Guillaume de Lorris e Jean de 
Meun. Cito àd\V Introduzione del Dilemmi alle Opere del Fregoso, p. XXVII. 



INTRODUZIONE LUI 

Io era quasi dil guardar già stracco, Mercurio è quel che l'anime su tira 

anzi pur vinto da la ammirazione, dal basso abisso et altre ad Orco manda 

quando mi accorsi doi star lì in disparte, e la bella Gannente anchor desira. 

Tarme superbe a contemplar di Marte. Quell'altra è l'uva ne la qual bevanda 

Bacco converso, Erigone compresse, 

qual fatta stella Virgo se dimanda, (vv. 3743-72) 



La descrizione nel Fregoso si conchiude in tre sole ottave mentre nel testo di 
Galeotto viene dilata (vv. 3743-3821) e a Argo, Mercurio, Bacco e Marte si affm- 
cano altri persongaggi mitici come Achille, Ercole, Orfeo, Perseo, Giasone, il Mi- 
notauro o storici, come Cesare, Nerone, Faustina. II Carretto quindi qui come in al- 
tri luoghi sovrappone e contamina il testo del Fregoso con il Trionfo d'Amore del 
Petrarca di cui riutilizza, ma con quasi ossessiva esasperazione, la formula iterati- 
va-anaforica: Quello è... 

Colui ch'è seco è quel possente e forte 
Ercole, ch'Amor prese, e l'altro è Achille, 
ch'ebbe in suo amar assai dogliose sorte. 

Quello è Demofoon e quella è Fille, 
quell'è Giasone e quell'altra è Medea 
ch'Amor e lui seguì per tante ville. {T.A. I, 124-129) 



Le opere del Fregoso e il Tempio di Del Carretto, oltre che per le scelte tema- 
tiche e il comune ricorso alla forma allegorica, si possono accostare per il fre- 
quente alternarsi dei motivi narrativi e morali con pause idilliaco-descrittive, il li- 
bero e spesso complesso intersecarsi delle fonti e dei modelli, l'uso di una lingua 
eulta in cui i latinismi che caratterizzano le parti più sentenziose si affincano a to- 
ni medi, talora canzonettistici, propri della lirica amorosa del tempo, sì che la pro- 
duzione di entrambi si configura come un prodotto tipico di quella particolare let- 
teratura fiorita fra Quattro e Cinquecento mista e multiforme, drammatica, 
narrativa, allegorica, pronta a ogni sorta di esperimenti e però sufficientemente 
sciolta dall' impaccio delle regole... letteratura tutta moderna, se anche varia- 
mente assistita da antichi modelli classici e volgari^^^. 



'69 Dionisotti, Girolamo Claricio, alla p. 338. 



LIV INTRODUZIONE 

2. // «Polifìlo» 

Nel panorama della produzione allegorico-didattica quattro-cinquecentesca 
l'opera a cui più direttamente sembra ricondursi la "commedia" carrettiana è il 
Polifìlo attribuito al Colonna' ^o, il romanzo allegorico di derivazione boccacce- 
sca, pastiche divertente, irto di riminiscenze classiche^^^ e di allegorie medie- 
vali, stampato dal Manuzio nel 1499. NqW Hypnerotomachia come nel Tempio 
la trama degli avvenimenti occupa una parte minore, mentre il nucleo più consi- 
stente è costituito dalle lunghe digressioni-descrizioni di monumenti architetto- 
nici, sculture, giardini, fontane '^^ che in molti casi appaiono come un commen- 
to minuzioso ai disegni presenti nell'edizio princeps. In entrambe le opere 
l'ambizione enciclopedica dell'umanista si combina con l'amore per l'oggetto 
nella sua realtà fisica'^^. 

Benché l'interesse che questi due testi rivestono sotto il profilo linguistico 
e stilistico sia ben diverso soprattutto perché nulla dell'originalità inventiva e 
del bizzarro e realistico idioma ÓlqW Hypnerotomachia si ritrova nel Tempio, le 
due opere sono assimilabili per il continuo intersecarsi di parola e di immagine, 
per la dovizia e perizia tecnica delle descrizioni, architettoniche e pittoriche 
che, lungi dall'essere un puro espediente narrativo, sottintendono una particola- 
re concezione del rapporto arti "meccaniche"-poesia: ...// Colonna sa darci l'e- 
quivalente di un quadro: egli ha la fantasia di inventare la composizione come 
di atteggiare i gesti dei personaggi e difìssarne i sentimenti. La verità di questo 



'^^ Francesco Colonna, Hypnerotomachia Poliphili. Ed. e comm. a cura di Giovanni Pozzi e 
Lucia Giapponi, Padova, Antenore, 1980. 

'^' Dionisotti, Gli umanisti e il volgare, pp. 7-12. 

•^2 Giovanni Pozzi-Lucia Giapponi, La cultura figurativa di Francesco Colonna e l'arte ve- 
neta, in «LeUere Italiane», XIV, 1962, pp. 151-69. Il Polifilo è tradizionalmente inserito nei va- 
ri repertori sulle fonti della storia dell'arte moderna a patire dal classico manuale di Julius Sch- 
losser Magnino, La letteratura artistica, Trad. di Filippo Rossi, rist. anast., Firenze, La Nuova 
Italia, 1988. Numerosi gli studi che tendono a evidenzare l'influenza esercitata da quest'opera 
sulla produzione artistica dell'epoca, fra cui Ernst H. Gombrich, Hypnerotomachiana, in Imma- 
gini simboliche. Studi sull'arte nel Rinascimento, trad. di Renzo Federici, Torino, Einaudi, 
1978, pp. 147- 176. 

'^^ Sia nel Tempio che noW Hypnerotomachia sul tessuto medievale dell'allegorica si innesta 
un nuovo spirito archeologizzante che comporta una totale trasformazione e una ridondante esube- 
ranza nei criteri figurativi. (Cfr. Gandolfo, // «dolce tempo», p. 22); entrambe le opere rappresenta- 
no un percorso spirituale, ma nel Tempio manca la finzione del sogno. Per questo espediente strut- 
turale del sogno e la sua fortuna nella letteratura si veda il citato saggio del Gandolfo. 



I^f^RODUZIO^rE LV 

fatto si mostra bene là dove il disegno non accompagna la descrizione dei mo- 
numenti: le parole riescono ad offrirci delle immagini quasi visive, che restano 
tuttavia sempre costruite con lo strumento espressivo della letteratura...^'^ '^. 

Tale rapporto per il Carretto si fonda sull'idea che la costruzione letteraria può 
donare di un monumento o di una pittura una visione più "artistica" di quella che 
deriva dalla visione reale consentendo, nel contempo, di esplicarne il significato 
morale recondito '"^^i 

Volgete gli occhi alla pittura bella 
che là vedete a la sinistra parte 
che dirvi vo' l' intention di quella, (vv. 1871-3) 



Le descrizioni di Galeotto, possono infatti essere interpretate come una sor- 
ta di ekphrasis dei valori e disvalori dell'autore, secondo un procedimento ana- 
logo a quello realizzato in Picture, V intercenale in cui Alberti aveva immagina- 
to un tempio della Fortuna dipinto con le effigi delle virtù e dei vizi, tra cui non 
mancava la Calunnia. Le affinità fra questa breve operetta, in cui si realizza una 
sorta di tour de force «inventivo» e «descrittivo», in una stupefacente sequenza 
di nitide «tabule» di virtù e di vizi^'^^, e l'impianto strutturale di questa sezione 
del Tempio d'Amore appaiono evidenti e l' intercenale, il cui tema centrale è, 
non a caso, la bona malaque fortuna, sembra offrire una chiave di lettura, per 
tutta l'opera carrettiana: il percoso di Phileno attraverso il tempio si traduce, co- 
me il percorso di Picture, ^'^'^ in una dettagliata visualizzazione-proposta di «al- 
legorici soggetti per pittori» '^^ e il Tempio in una ideale «galleria», dal momen- 
to che l'intento dell'autore nell' illustrare le pitture non è solo 'descrittivo', ma 
prima di tutto 'inventivo' come è chiaramente esplicitato attraverso le parole di 
un chiromante che legge la mano a Phileno '^^: 



'^"^ Pozzi-Ciapponi, La cultura figurativa, p. 167. 

'^^ Per il passo cfr. Tempio d'Amore, vv. 6792-6800. 

'"^^ Roberto Cardini, Mosaici. Il «nemico» dell'Alberti, Roma, Bulzoni, 1990, p. 31. 

'^^ Per il testo di Picture si veda Leon Battista Alberti, Alcune Intercenali inedite. A cura di Eu- 
genio Garin, in «Rinascimento», serie II, I, 1964, pp. 125-258, alle pp. 129-132. 

'^^ Infatti la tecnica dello 'smontaggio' e 'rimontaggio' suggerita dal Cardini per i testi albertia- 
ni e più in generale umanistici appare indispensabile per una più approfondita analisi di quest'ope- 
ra. Per un più ampio esame rimando al mio articolo citato a nota 58. 

'^^ Superfluo ricordare l'importanza e la ricorrente presenza della figura del chiromante o della 
zingara in tutta la tradizione letteraria Quattro-Cinquecentesca, a partire dai romanzi epici {Mor- 
gante. Orlando innamorato, ecc.), ai canti carnascialeschi, alle commedie. 



LVI INTRODUZIONfE 



Apre la mano e attende ai parlar mei: 
questa linea sottil, ch'in la radice 
del dito esser del Sol saper tu dei, 

sì come Heleno chiromante, dice 
che sei de gentil opre imitatore, 
sapendo tutto quel che saper lice, 

e de arti sottilissimo inventore 
e i benefitii a' tuoi propinqui fatti 
tu perderai per troppo avergli amore, (vv. 6792-6800) 



3. Retorica e arti figurative 

Quasi indispensabile premessa per intendere la dichiarazione di poetica carret- 
tiana, è il richiamo ad un passo del De Pictura in cui la Calunnia di Luciano è ri- 
proposta all'attenzione dei pittori come esemplare dimostrazione della priorità éé[- 
Vinventio: E furassi per loro dilettarsi de' poeti e degli oratori. Questi hanno molti 
ornamenti comuni col pittore e copiosi di notizia di molte cose, molto gioveranno a 
bello componere l'istoria, di cui ogni laude consiste in la invenzione, quale suole 
avere questa forza, quanto vediamo che sola senza pittura per sé la bella invenzio- 
ne sta grata. Lodasi leggendo quella discrezione della Calunnia, quale Luciano 
racconta dipinta da Apelle. Farmi cosa non aliena dal nostro proposito qui nar- 
rarla, per ammonire i pittori in che cose circa alla invenzione loro convenga esse- 
re vigilanti. 

Il passo albertiano apre la strada ad un nuova ipotesi di lettura del Tempio d'A- 
more, che quasi «tempio della pittura» di lomazziana memoria '^o, acquista le di- 
mensioni di un complesso e formidabile trattato di iconologia, all'interno del quale 
la Calunnia così come le altre descrizione di cicli pittorici o bassorilievi, appaiono 
come tasselli che è necessario smontare e ricostruire per poter poi ricomporre il 
complesso «mosaico» di quest'opera che da un lato è anticipatrice di un filone che 
avrà ampia fortuna nel Cinquecento, dall'altro prodotto estremo di quella libera 
sperimentazione e contaminazione di generi che caratterizza il Quattrocento e che, 
proprio nel 1525, data dell'ultima edizione, viene ufficialmente bandita dalla storia 
letteraria italiana. 

Nel Tempio gran parte delle «scene» dipinte o scolpite sono attinte da testi let- 
terari sì che si assiste a un duplice processo: la parola del poeta si trasforma in im- 



'^^ Giovan Paolo Lomazzo, Idea del Tempio della pittura, a cura di Robert Klein, Firenze, Isti- 
tuto Nazionale di Studi sul Rinascimento, 1974, 2 voi. 



INTRODUZIONE LVII 

magine e rimmmagine ridiventa parola ad opera dell'oratore; ma per il Carretto 
questa continua sfida fra immagine e parola non approda tout court aW ut pictura 
poesis dal momento che al poeta è assegnato il ruolo primario étW inventio e alla 
poesia il primato su tutte le arti «belle» '8', sì che alla formulazione teorica carret- 
tiana ben si adatta l'affermazione albertiana che anche senza pittura per sé la bella 
invenzione sta grata^^^. Alla luce di ciò si potrebbe affermare che il Carretto inten- 
de riproporre il tòpos della vittoria della parola sul marmo e sul bronzo, un motivo 
già presente in epoca classica e nei testi medievali e più volte ripreso dalla cultura 
umanistica: le imagines, i signa sono corporis monumenta, testimoni muti che ri- 
producono unicamente le fattezze esteriori, al contrario l'opera scritta, la statua lit- 
teraria è effigies animi^^^. La concezione carrettiana si inserirebbe all'interno della 
diatriba sulla gerarchia delle arti in modo non rivoluzionario e il Tempio, benché 
possa essere letto come un ampio trattato di iconologia, sostanzialmente rimarreb- 
be fedele all'idea umanistica e ancora bembesca della supremazia della letteratura: 
Questo hanno fatto più che altri, monsignore messer Giulio, i vostri Michele Agno- 
lo fiorentino e Rafaello da Urbino, l'uno dipintore e scultore e architetto parimen- 
te, l'altro e dipintore e architetto altresì; e hannolo sì diligentemente fatto, che 
amendue sono ora così eccellenti e così chiari, che piìi agevole è a dire quanto es- 
si agli antichi buoni maestri sieno prossimani, che quale di loro sia dell'altro mag- 
giore e miglior maestro. La quale usanza e studio, se, in queste arti molto minori 
posto, è come si vede giovevole e profittevole grandemente, quanto si dee dire che 
egli maggiormente porre si debba nello scivere, che è opera così leggiadra e così 
gentile, che niuna arte può più bella e chiara compiutamente essere senza essa^^^. 



'^' Cfr. Magnani, Tra immagine e parola, p. 124. 

'^2 Leon Battista Alberti, Opere volgari, a cura di Cecil Grayson, Bari, Laterza, 1973, La Pittu- 
ra, lib. Ili, p. 93. 

'^^ Per un panorama del motivo dulia superiorità della storia scritta su quella per immagini in 
ambito quattrocentesco, si veda Paola Casciano, Storia di un 'topos' della storiografia umanistica: 
exempla e signa, in La storiografia umanistica. Convegno Intemazionale di Studi. Messina 22-25 
ottobre 1987, Sicania, Messina, 1992, 3 voi., voi. I, pp. 75-92. 

^^^ Bembo, Prose, Libro III, pp. 183-4. D'altra parte, come rileva la Bolzoni, La stanza della 
memoria, p. 187, l'attitudine a percepire le immagini poetiche in termini visivi si ritrova nel II libro 
degli Asolani, in cui Gismondo, parlando dei poeti che descrivono le lacrime e i sospiri d'amore, af- 
ferma che lo fanno per porgere diversi suggetti agl'inchiostri, acciò che con questi colori i loro fin- 
gimenti variando, l'amorosa pintura riesca agli occhi de' riguardanti più vaga. Sul rapporto lette- 
rati e «artifices» dal Tre al Cinquecento e sul progressivo avvicinarsi della letteratura all'attività 
artistica, sia nella evocazione di opere reali che nella descrizione di opere immaginarie, si veda An- 
dré Chastel, Le arti nel Rinascimento, in // Rinascimento. Interpretazioni e problemi, Bari, Laterza, 
1 979, pp. 275-322. 



LVIII INTRODUZIONE 

Tuttavia a ben vedere nell'opera è latente una sorta di dissidio: da una parte 
l'affermazione della superiorità delle lettere, dall'altra la rivendicazione intellet- 
tuale dell'arte e l'esaltazione dell'immagine che si fondano sull'equiparazione fra 
letterato e artistista-artigiano, una equiparazione che è implicita all'organizzazione 
strutturale del testo stesso, al di là delle formulazioni teoriche. E proprio per queste 
inteme dissonanze, che sono sia formali che ideologiche, il Tempio ben rappresen- 
ta il particolare momento di transizione e quest'opera, in cui gli schemi logici e re- 
torici si coniugano con le immagini come in un ampio repertorio in cui le une e le 
altre tendono di unirsi per «rendere visibile il sapere», anticipa alcuni dei miti tipi- 
ci del Cinquecento maturo. 



Capitolo IV 

FORME METRICHE 

Già nelle opere anteriori al Tempio il Carretto impiega metri peregrini '^^ come 
lo sciolto, la zingaresca, la strofe saffica, accanto a metri tradizionali come la terzi- 
na e l'ottava o a forme d'uso frequente nelle commedie di fine Quattrocento, come 
la barzelletta, destinata al canto e spesso utilizzata in funzione di coro, oppure l'en- 
decasillabo frottolato che dalla tradizione dell'egloga confluisce nel dramma sati- 
resco. Lo sciolto, metro rivoluzionario destinato ad avere grande successo nella 
produzione teatrale cinquecentesca, compare esclusivamente in un coro della Sofo- 
nisba^^^, mentre la zingaresca e la saffica sono utilizzate sia nelle Noze che nel 
Tempio. La zingaresca diffusa fra Quattro e Cinquecento col nome di 'oda' è metro 
legato alla musica, come documenta la raccolta di Frottole del Petruccii^"^; questa 
canzonetta è costituita da strofette tetrastiche concatenate, in cui l'adonio forma, 
col settenario che precede, un endecasillo mentre la forma privilegiata da Galeotto 



'^5 Parte di queste considerazioni sono state anticipate nel mio articolo Forma e Struttura: Il 
«Tempio d'Amore» di Galeotto Del Carretto, in «Philo<:>logica», IV, 8, 1995, pp. 40-55. 

'^^ L'esempio carrettiano era considerato il primo, ma l'uso dello sciolto è documentato già 
in una delle antologie poetiche allestite da Felice Feliciano, su cui si veda ora Andrea Comboni, 
Rarità metriche nelle antologie di Felice Feliciano, in «Studi di Filologia italiana», LII, 1994, 
pp. 65-92. 

'^^ Per la storia di questa forma si veda Franca Magnani, La zingaresca. Storia e testi di una 
forma. Università di Parma, «Archivio Barocco/4», Parma, Zara, 1988 e Claudio Vela, Tre studi 
sulla poesia per musica, Pavia, Aurora, 1 984. 



INTRODUZIONE LIX 

è formata da due settenari più un endecasillabo con rima al mezzo. Per quanto ri- 
guarda l'ode saffica già gli eruditi settecenteschi consideravano Galeotto il riinven- 
tore di questo metro classico, sottolineando il peculiare tentativo di riprodurre la 
cesura latina mediante l'inserimento della rima al mezzo i^^. Nel Tempio queste 
forme "peregrine" si accompagnano ai metri più canonici, ma costante è la tenden- 
za alla variazione. La terza rima è utilizzata in tutte le sue possibili forme: serie di 
capitoli con rime sdrucciole (vv. 199-220; 6307-6342; 7533-7566) proprii dell'e- 
gloga e della favola pastorale si alternano a lunghe tirate moraleggianti o a forme 
liriche '^^, con accompagnamento musicale: Servitù canta el seguente capitulo 
per camino e la Memoria sona col ciuffolo de terzetto in terzetto^^^. La destina- 
zione musicale (Phileno, stando con costoro, canta questo capitulo) si combina 
con il piacere del gioco geometrico in serie di terzine (vv. 253-304) su due sole 
parole-rima: tempo e anni^^^ che richiamano esperimenti combinatori fra terzina 
e sestina realizzati da Antonio da Montalcino e Giannotto Calogrosso e altri au- 
tori quattrocentschi; altre serie di contenuto morale (vv. 7493-7532) presentano 
ogni quattro terzetti un verso chiave (che tutt'è nulla che star ben con Dio) che 
scandisce il capitolo in tre parti; il ritornello riprende l'ultimo verso della prima 
terzina e interrompe la monotonia ritmica della forma incatenata combinandola 
con moduli ballatistici, secondo un procedimento più volte presente in testi pa- 



'^^ Le saffiche contenute nel Tempio sono due rispettivamente ai vv. 5336-5375 e 6689-6724. 
Per le Noze di Psiche e Cupidine si veda Teatro del Quattrocento, pp. 629-30, 643, 704-5, 712-13.11 
metro è usato anche da Bisantio De Lupis (cfr. Magnani, Zingaresca, pp. 24 e 31) ma le sue prove, 
presumibilmente risalenti al secondo decennio del Cinquecento, sono posteriori a quelle carrettiane. 
Sulle saffiche carrettiane, di cui una contenuta nel codice Sessoriano 413 della Biblioteca Naziona- 
le Vittorio Emanuele di Roma, si vedano alcuni interessanti rilievi di Simone Albonico, // ruginoso 
stile. Poeti e poesia in volgare a Milano nella prima metà del Cinquecento, Milano, Angeli, 1990, 
pp. 62-63 e nota 118. 

'^^ Sulla moda del capitolo in terza rima nella poesia cortigiana del Quattrocento si veda Tisso- 
ni, La tradizione, pp. 303-3 1 6. 

'^0 II capitolo è ai vv. 942-101 1 e consiste in una lunga lamentazione fra Memoria e Servitù 
sulla corruzione della corte, sottolineata dalla ripetizone ossessiva del termine "servir" che com- 
pare ben 17 volte. Frequente in tutta l'opera è l'inserimento di brani cantati e di ballate di ottona- 
ri. Peculiare la ballata di tutti settenari Speranza, ohimè che fia (zzzz aaazz yyyy bbbyy...; vv. 
731-781) in cui l'autore, per dare risalto allo scambio delle battute, inserisce due ritornelli la cui 
rima è alternativamente ripresa nelle strofette-battute dei due personaggi. La prima edizione del- 
l'opera si chiudeva con un'altra ballata di ottonari Sempre ognuno de' sperare con schema xyxy 
ababbccd (7170-7213). 

'^' I componimenti analizzati da Stefano Carrai [Un esperimento metrico quattrocentesco (la 
terzina lirica) e una poesia dell'Alberti, in «Interpres» V, pp. 34-45] sono costituiti da dieci endeca- 
sillabi organizzati in tre terzetti su tre parole-rima. 



LX INTRODUZIONE 

Sforali e inaugurato da Giusto de' Conti e dall'Alberti nei due componimenti di 
corresponsione Udite monti alpestri li miei versi e Minia, in cui temi elegiaci e 
bucolici si compenetrano '92. 

Un'analoga varietà caratterizza l'uso dell'ottava rima; lunghe serie di ottave 
conservano l'andamento proprio dell'ottava lirica, altre dell'ottava di tipo narrati- 
vo-cavalleresco, altre, tutte giocate sul dialogo, si chiudono con un distico a rime 
sdrucciole (1026-1033)>93: 

Serv. Phileno, ohimè! 

Phil; Che c'è? 

Serv. Male novelle. 

Phil. Dimele tosto e non tenermi in tempo. 

Serv. Scacciate fummo come gran rebelle. 

Phil. Da chi? 

Serv. Da quelle ch'hanno hor sì buon tempo. 

Phil. Deh, dimmi i nomi per tua fé di quelle. 

Serv. Quelle che fan morirti avanti tempo 

se non t'armi di pace e fortitudine: 

e' sono Oblivione e Ingratitudine. 

La tendenza al gioco fonico si traduce talora in un fitto sistema anaforico 
(vv. 6564-6579) di gusto popolareggiante '^"^ che tende a creare attraverso la ri- 



•92 Per il testo dell'Alberti si veda: Leon Battista Alberti, Rime e versioni poetiche. Edizione 
critica e commento a cura di Guglielmo Comi, Milano-Napoli, Ricciardi, 1975, p. 54, e Domenico 
De Robertis, L'ecloga volgare come segno di contraddizione, in «Metrica», II, 1981, pp. 61-80, al- 
la p. 70. Nei testi dell'Alberti e di Giusto il ritornello, costituito da una terzina con settenario cen- 
trale, tende a riprodurre il verso intercalare tipico della bucolica classica. Quest'esperienza ripresa 
dall' Arsocchi e consacrata noW Arcadia di Sannazaro è riproposta in pieno Cinquecento dal Borra 
nell'egloga Eccoti, o Re degli altri altiero fiume (LXIV). Cfr. Luigi Borra, U Amorose rime. Edizio- 
ne critica, introduzione e note a cura di Claudia Rabitti, Roma, La Fenice Edizioni, 1993. 

'9-'' In altri casi il Carretto utilizza serie di ottave sdrucciole (cfr. 5160 e ss.) il cui uso è abba- 
stanza frequente in opere teatrali come ad esempio nella Favola de Cefalo del Correggio, in Teatro 
del Quattrocento, pp. 227-228 e nello stesso Orfeo, vv. 85-92. Per considerazioni sull'uso dell'otta- 
va nel teatro milanese e in particolare nella Pasitea si veda Paolo Bongrani, Lingua e letteratura a 
Milano nell'età sforzesca. Una raccolta di studi, "Collana dell'Istituto di Filologia Moderna di Par- 
ma", Parma, Zara, 1986, pp. 85-156. 

'^'^ L'uso di ottave anaforiche è frequente nel Morgante e prima ancora neW Orlando laurenzia- 
no (cfr. Martelli, Le forme poetiche, p. 608). Queste iterazioni connettive, non comunissime, che si 
ritrovano in testi popolareggianti e talora nei cantari (cfr. Marco Praloran-Marco Tizi, Narrare in 
ottave. Metrica e stile dell'Innamorato, Pisa, Nistri-Lischi, 1988, pp. 179 e ss.) sembrano qui intro- 
dotte al fine di sottolineare l'alternarsi delle battute e catalizzare l'attenzione dell'uditorio. 



INTRODUZIONE LXI 

petizione della parola finale e iniziale un effetto di incatenatura, mentre in altri 
casi le ottave, in cui ogni endecasillabo è costituito da un domanda (novenario) 
e dalla relativa risposta che itera il bisillabo finale della parola che precede, 
hanno un andamento bisticciante che sottolinea enfaticamente il succedersi di 
botta e risposta'^^: 

Innoc. La Discretione è anchor guarita? 
Giusi. Ita 

Innoc. Piacemi odir questa novella. 
Giust. Velia. 

Innoc. La panna ch'ebbe agli occhi è partita? 
Giust. Ita. 

Innoc. Bella ha la vista a noi rebella? 
Giust. Bella. 

Innoc. Schivo el tardar, ch'ella me invita. 
Giust. Vita. 

Innoc Miseria fu medica di quella? 
Giust. Ella. 

Innoc Credi che fia d'aitar contenta. 
Giust. Tenta. 

Innoc. Venta fu in noi la frode inventa? 
Giust. Venta. 

Variazione e gusto combinatorio caratterizzano tre "canzonette" in cui sempre 
i versi si alternano secondo lo schema base dell'ottava; i testi sono costituiti da se- 
rie di strofette di settenari '^^ piani, o tronchi e piani, oppure di settenari e endeca- 
sillabi alternati, chiusi da un distico (aBaBaBCC), con un procedimento analogo a 
quello realizzato da Lorenzo de Medici in alcuni rispetti collocati in chiusura della 
prima Selva^^^. 



'^^ Tempio d'Amore, vv. 6572-6579. 

'^^ Si tratta delle "canzonette" Orsù, Speranza, orsù (7a'7b7a'7b7a'7b7c7c), vv. 5376- 
5423; Pietate et humiltate (7a7b7a7b7a7b7c7c), vv. 5424-5455; Andian, compagne, andiamo 
(7allB7allB7allBllCllC),vv. 7413-7460. 

'^^ Lo schema usato da Lorenzo è: AbAbccDD; cfr. Mario Martelli, Le forme poetiche italia- 
ne dal Cinquecento ai nostri giorni, in Letteratura italiana dir. da Alberto Asor Rosa, III, Le for- 
me del testo. 1. Teoria e poesia, Torino, Einaudi, pp. 519-620, p. 523. Questa forma è utilizzata 
da Galeotto anche nei cori della Sofonisba (Venezia, Giolito, 1546, ce. 14v, 24r, 28v). Nel Tempio 
compare anche una serie di sei strofe di otto versi con schema ABbCCADD (vv. 6086-6133) che 
per la sequenza rimica richiamano esperimenti di canzone indivisa, ma per l'andamento narrativo 
sottolineato dalla coincidenza fra le varie strofe e le battute dei personaggi rimandano piuttosto 
all'ottava. 



LXII INTRODUZIONE 

Sper. Io son la tua speranza 

che accompagnarti voglio esser la prima 

a l'amorosa stanza 

dove di te sarà fatta gran stima; 

e tanto avrai possanza 

che con gran gloria ti vedremo in cima 

per tua vertute eh 'è sì degna e tale 

ch'insino al ciel s'estenderà co l'ale, (vv. 7421-8) 

Testi come questi più che all'ottava rimandano al genere della frottola, e al ge- 
nere frottolistico si possono ascrivere anche due strofette (vv. 926-941) di otto ver- 
si con due sole rime in cui si allenano in modo speculare endecasillabi e settenari, 
secondo lo schema: llA7bllA7bllA7b7bllA7bllA'^^. Riconducibili a questa 
forma che nel secondo Quattrocento tende a una regolarizzazione degli schemi e 
delle strutture rimiche sono nove strofe (337-381) di cinque versi di varia lunghez- 
za, rispettivamente ternario, quinario, settenario, novenario e endecasillabo, che 
per l'effetto di irregolarità e velocità ritmica possono richiamare la frottola sac- 
chettiana La lingua nova. Questo particolare esperimento combinatorio sembra 
precorrere il tentativo di rinnovamento della forma della poesia scenica teorizzato 
in pieno Cinquecento dal Mintumo che nella sua Arte poetica propone di introdur- 
re nella commedia versi di tutte le misure da 3 a 12 sillabe '9^: 

Phileno, 
ch'hai il tuo seno 
di gran desir ripieno 
di speme con dolci esche e belle, 
male novelle, ohimè, male novelle, (vv. 337-41) 

Tutte giocate sul dialogo che frange la regolarità della partizione strofica sono 
due serie di strofette dallo schema aBabB (la prima strofa con alternanza di tronchi 



'^^ Strofette analoghe sono utilizzate dal Savonarola; cfr. Martelli, Le forme poetiche, p. 522 e 
Sabine Verhulst, Note per una nuova impostazione delle ricerche sulla frottola, in «Studi e proble- 
mi di critica testuale», XXXVIII, pp. 1 17-35, a cui si rimanda anche per un elenco di testi frottoli- 
stici in cui la tendenza alla regolarizzazione è evidente, p. 131, nota 47. Della stessa autrice si veda 
anche La frottola (XIV-XV sec): aspetti della codificazione e proposte esegetiche, Gent, Rijksuni- 
versiteit Gent, 1990. 

'^^ Il Mintumo intendeva proporre per la commedia il dodecasillabo, già usato da Juan de Me- 
na come verso alternativo, che consentiva attraverso varie spezzature di utilizzare qualsiasi tipo di 
verso, da quelli pari a quelli dispari. Cfr. Antonio Sebastiano Mintumo, L'arte poetica, Venezia, 
Andrea Valvassori, 1564. Ristampa anastatica, Munchen, 1971. 



INTRODUZIONE LXIII 

e piani) e ABbbA^oo, ^[ y^j-gj piani; il primo di questi schemi si ritrova fra quelli 
sperimentati da Bernardo Tasso per l'ode di derivazione oraziana^O', ma benché la 
forma strofica sia identica, diversa è la resa ritmica, sia per l'introduzione dell'u- 
scita tronca, sia per la struttura sintattica adottata da Galeotto. 

Generalmente i metri lirici di derivazione petrarchesca sono estranei all'opera, 
né fa eccezione una "canzonetta" (vv. 926-941) di due strofe strutturate secondo la 
tradizionale partizione della canzone (Ab- Ab bAbA) in cui l'alternanza ritmica di 
endecasillabi e settenari, accentuata dall'uso di due sole parole-rima, riporta a mo- 
duli di carattere madrigalesco, analogamente a quanto avviene per le due canzonet- 
te Amor, la tua virtute e Ne le dolci aure estive contenute negli Asolarti del Bem- 
bo202. Parimenti estranea alla tradizione petrarchesca la canzone Matre benigna, 
che ne l'alto trono (vv. 7276-7334), definita dall'autore "orazione", composta di 
quattro strofe con schema: ABCDCeBABBDeFF, più un congedo yZZ. Il compo- 
nimento è una invocazione-preghiera rivolta a Venere, in cui frequente è il ricorso 
a sintagmi e apostrofi tipiche dei componimenti mariani; il tono è elevato e l'ado- 
zione della forma della canzone, benché non tradizionalmente partita, appare in 
sintonia con le caratteristiche stilistico-formali del testo tanto più che nelle strofe 
indivisibili l'iterarsi della sequenza di quattro endecasillabi più settenario chiusa da 
un distico a rima baciata delinea all'interno della strofa una certa articolazione 
simmetrica203. 

Peculiare è l'inserimento all'interno della struttura dialogica di alcuni sonetti 
che nel testo si alternano con ottave e altri metri; due di questi presentano uno 
schema di derivazione petrarchesca^o^; un terzo di contenuto morale, introdotto 
dall'autore nell'ultima redazione dell'opera, ha una cauda di due versi (vv. 6448- 
6464) ed ha avuto una circolazione anche al di fuori dell'opera^os; il quarto, vera e 
propria rarità metrica, è un sonetto "misto" che per il ritmo saltellante dato dall'al- 



200 Rispettivamente ai vv. 5528-5557 e 5848-5877. 

201 Per le odi del Tasso si veda lo studio di Edward Williamson, Bernardo Tasso, Roma, Edi- 
zioni di Storia e letteratura, 1951. 

202 Le canzonette sono contenute rispettivamente nel libro I, iii, p. 320 e II, vi, p. 389. 

20'^ Una preghiera- invocazione a Amore e Venere {Incomincia una bella morale) in terzine è 
edita da Claudia Peirone in Appendice a Storia e tradizione della terza rima. Poesia e cultura nella 
Firenze del Quattrocento, Torino, Ed. Tirrenia Stampatori, 1990. 

204 I due sonetti contenuti ai vv. 1034-1047 e 6550-6563 hanno lo schema ABBA ABBA CDC 
DCD. (Per la tavola dgli schemi petrarcheschi si veda Dante Bianchi, Di alcuni caratteri della ver- 
seggiatura petrarchesca, in «Studi Petrarcheschi», VI, pp 8 1 - 1 2 1 , alla, p. 1 09). 

205 II sonetto compare infatti nel codice della Biblioteca Nazionale di Firenze, segnato 11,11,75. 
(Magi. ci. VII, 342), un miscellaneo del XV secolo descritto dal Mazzatinti {Inventario dei mano- 
scritti d'Italia, voi. II, pp. 41-50). 



LXIV INTRODUZIONE 

temanza di endecasillabi e settenari richiama moduli frottolistici (vv. 1012-1025). 
Strutturalmente questo testo è riconducibile alla definizione data da Antonio da 
Tempo di sonetus communis^^^, ma questa forma, già di per sé rara, si combina con 
quella del cosiddetto sonetto mutus^^'^, di tutti versi tronchi (vv. 1012-1025): 

Non ti lagnar più, Servitute, no 
poi che te accorgi che 
premiato più non è 
el ben servir colà dove se pò. 

Patientia sia la stella tua dopò 
che deturpata è Fé 
e che riparo a te 
se non a questo modo dar non so. 

Ricordati che '1 mondo va così 
ch'è gloria e gran virtù 
a far hor d'un sì no, e d'un no sì. 

La Carità non regna più qua giù, 
che già se dipartì 
e se n'è andata per timor là su. 

Questa commistione di forme mutuate da generi letterari eterogeni o desuete o 
del tutto innovative, sembrerebbe correlata con la destinazione teatrale dell'opera, 
tenuto conto che l'assenza di una codificazione determina in gran parte della pro- 
duzione rappresentativa coeva la tendenza alla combinazione e alla variazione del 
ritmo e degli schemi che di volta in volta tendono a adattarsi all'andamento dell'a- 
zione scenica; va però detto che la presenza delle forme polimetriche si concentra 
nella prima e l'ultima parte del Tempio, quelle cioè in cui l'alternarsi dei personag- 
gi e dei dialoghi più si presterebbe alla rappresentazione, mentre la parte piìi cospi- 
cua dell'opera costituita dalle lunghe tirate descrittive e narrative (la tavola di Cebe- 
te, la «vita de Lucio Apuleio», la favola di Psiche) intercalate da ampie digressioni 
didattiche-morali e da serie di exempla, è invece in terzine o in ottave. 

Nelle intenzioni dell'autore quindi la "libertà metrica" risponde direttamente 
alla libertà strutturale dell'opera, nella quale letteratura religiosa e letteratura pro- 
fana, modelli remoti ed esperienze più recenti convivono. 

KM. 



206 Antonio da Tempo, Summa Artis Rithìmici Vulgaris Dictaminis. A cura di Richard Andrews, 
Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1977, pp. 44-45. 

207 Antonio da Tempo, pp. 38-39. Il Da Tempo distingue il caso in cui le rime siano monosilla- 
bi da quello in cui siano polisillabi, mentre nel testo carrettiano i due tipi sono combinati. 




H 



COMEDIB DEL N^A/J 
GNIFICO.S.CA VAL/B 
LIBRO MESSER. G A% 
LEOTTO DAL CARREP^ 
co detta Tempio d Amore/ c6 duc ^ 
Comcdic houe/óc con ampliarionc J 
alla Capella dc.la Gclofia : èc ttt 
Tuguriicóc molte altre cofe dal ^ 
l/iopno auuorc di iiouo ^ 
aggmijic. 





Stampata in Bologna per li Hcrcdi di Bene 

detto già di Hettorre di Faelli citadini Bo 

lognesi ne l'anno del Signore. M.D. 

XXV. Addì. XX. de Settembre. 



PERSONAGGI*: 



Accoglienza = Acc. 

Adulatione = Adu. 

Ambinone = Amb. 

Amici ria = Ami. 

Amore = Amore 

Benignità = Ben. 

Cecità, Cecitate = Cec. 

Chiromante = Chir. 

Conforto = Conf. 

Conscientia = Con. 

Desiderio = Des. 

Desperatìone = Desp. 

Discretione = Dis. 

Fama = Fama 

Favore = Fav. 

Fe^£ = Fede 

Gelosia = Gel. 

Giustitia = Giù. 

Humiltà, Humiltate = Hum 

Importunità, Importunitate = Imp. 

Ingratitudine = Ing. 

Innocentìa = Inn. 

Inquietudine = Inq. 

Integrità, Integritate = Int. 

Invidia = Inv. 

Memoria = Mem. 

Oblivione = Obi. 

Opportunità = Opp. 

Patientia, Patienza = Pat. 

Perfìdia = Per. 

Phileno = Phi. 

P/>tó = Pietà 

Presontione = Pre. 

Ragione = Rag. 

Servitute = Ser. 

Simulatione = Sim. 

Speranza = Spe. 

Spetialtà, Spetialitate, Spetìalità = Spet. 

Tempo = Tempo 

Travaglio = Tra. 

Venere = Ven. 

Violenza = Vio. 

Vi'rtò = Virtù 



* Si fa presente che l'elenco completo dei personaggi, in ordine di apparizione, è presente solo alla fine dell'e- 
dizione del 1524. Per comodità si è segnalato tale elenco in ordine alfabetico con l'indicazione dell'abbrevia- 
zione utilizzata nel testo. 



DEDICA 3 

OPERA DI MESSER GALEOTTO dal Carretto chiamata Tempio d'Amore et intitolata a 
l'Eccellentissimo e molto virtuoso Signor Bonifacio (1) Marchese moderno (2) di Monferrato. 

Non sono molti anni, Eccellentissimo Principe, ch'io, da qualche accidenza (3) e giusta pas- 
sione d'animo provocato e sospinto, composi la presente opera la quale, pervenuta alle mani d'un 
mio singular amico, per mezzo suo fu impressa in Melano (4), persuadendosi farmi cosa gradita a 
riportarla in luce; del che non ben conlento rimasi però ch'ai dissegno mio, già fabricato ne l'ani- 
mo, molte altre cose io era per aggiungerle come pur le ho aggiunte e primamente ho ampliata la 
Capella della Gelosia, che è nel Tempio e ridotta in meglior forma, et aggiunte due altre l'una del 
Travaglio e l'altra della Patientia e, fuor del Tempio, aggiuntogli tre Tuguri, l'uno de l'Infamia, l'al- 
tro della Vecchiezza, il terzo della Povertate et, in un'altra parte, il Favor con sette donne cioè 
Ambitione, Gelosia, Specialità (5), Cecità, Inquietudine, Oblivione (6) et Adulazione e l'ordine 
come stanno appresso a lui e gli habiti et esercitii (7) loro e la fabula di Psiche et altre cose al fine 
dell'opera. 

E perché era senza titolo (8) mi è parso esser condecente (9) a dedicarla et intitolarla alla cel- 
situdine (10) tua a dui effetti: l'uno per esser io tuo servo e suddito et a cui, per gratia et innata beni- 
gnità degli Eccellentissimi Signori tuoi parenti, la cura del tuo governo, quantunque indegno, de 
loro proprio moto (II) fu demandata, la quale opera leggendo vi potrai imparare molte cose morali 
che ti gioveranno (12); l'altra per chiamarsi quest'opera Tempio d'Amore et assomigliarti a lui di 
formoso aspetto e di elegante corpo, come egli si dipinga, e garzone, ma del rimanente a lui tutto 
dissimile, però che tu garzone non dissoluto come esso, ma temperato (1 3) et honesto e di maturo e 
canuto ingegno, non cieco, ma con occhi cerveri (14) che la lettera di Pithagora, qual porti per 
impresa (15), discemendo delle due vie lasci la trista et alla buona ti appigli, non con la benda sugli 
occhi, ma con aperta e serena fronte; non vergognoso né infame atto, ma honesta vita dimostri; non 
ignudo, ma di signorili anci reali costumi, come ti é condecente, sei ornato e vestito; non con ale di 
diverse piume, che varietà e leggerezza in lui dinotano, ma di volante fama di gloriose vertuti alato; 
non con strali aurati et accesa face, che lascive piaghe fanno agl'incauti e semplicetti (16) amanti e 



(1) Bonifacio: Bonifacio II (1512-1530), marchese di Monferrato figlio di Guglielmo IX e Anna d'Alengon; 

(2) moderno: nuovo; (3) accidenza: avvenimento; (4) Melano: si riferisce presumibilmente alla prima edizione 
del Tempio d'Amore pubblicata a Milano a spese di Giovanni Giacomo e fratelli da Legnano nell'anno 1518 
(per la descrizione delle stampe cfr. Testimonianze). Si dà qui di seguito la prefazione delle prime tre edizioni 
(1518-1519-1 524): Essendomi a questi giorni pervenuto ne le mane il venustissimo Tempio de Amore, poema 
tersissimo, sì de inventione piacevolissima, sì de gioconde fabulationi e nove lepiditati referto, dil facundissi- 
mo e leggiadro poeta signor Galeotto marchese dal Carretto, mi è parso convenevole non tenere celato e 
sepulto un sì pretioso thesauro, quasi invido a li elevati spirti, anzi mandarlo in la publica luce a commune 
dileclo de studiosi servi d'amore. Del qual pietoso offitio mi rendo certo non haver manco a gratificare a essi 
ch'ai vivente authore, ne la cui vita sin hora altro che innata clementia, grata mansuetudine, eletti costumi e 
virtuose actioni mai si sono rivrovato. Ma per non essere inscriptione alcuna dedicativa per lui posta ne la 
presente operetta, anchora io l'ho voluta lasciare in libertà vagare, acciò senza rispecto al suofactore libera- 
mente mandare la potesse et a cui gli piacerà elio dedicare la possa. Né mancavano alcuni che mi persuade- 
vano, con evidentissime ragioni, che dedicarla io dovessi a lo illustrissimo et excellentissimo signore Gulielmo 
marchese di Monferrato, amico di nostra etate, refugio, presidio et asyllo de sbanditte virtuti, sotto l'auspitio 
felice dil quale così honorato tempio fusse suto edificato. Qual opinione, ben che ragionevole, per non esser 
troppo audace ne l'altrui edifitio al tutto ho dissimulata e solo ho curato che l'impressione tanto sia correcta e 
castigala quanto in me è stato; avenga che male agevole sia schifare che qualchi errori de inversioni e tran- 
slogationi de littere, per colpa de rozzi e avari impressori, ivi non se trovino ma de sì poca offensione che 
remorare non potranno la lingua non che l'animo de qualunque, ben che celere e scrupuloso, lectore. Bene 
valete: Mediolani primo Septembris. M.D. XVIII. (5) Specialità: proprietà; (6) Oblivione: dimenticanza; 
(7) esercitii: compiti; (8) senza titolo: senza dedica; (9) condecente: conveniente; (10) celsitudine: lat. altezza; 
(\\) de loro proprio moto: per loro iniziativa; (12) gioveranno: Galeotto indica chiaramente l'intento morale 
dell'opera; (13) temperato: moderato; (14) cerveri: d'acutissima vista; (15) impresa: il motivo dclTimpresa ha 
avuto una grandissima diffusione nella trattatistica del Cinquecento, non solo in riferimento ai temi militari e 
amorosi ma anche a quelli politici e morali; la sua funzione è quella di sostituire, mediante una raffigurazione 
contrappunta ad un motto, un'idea astratta. In questo caso si tratta di uno dei temi principali della filosofia pita- 
gorica: la determinazione degli opposti. Risale, infatti, a questa scuola la distinzione fra numeri pari e dispari e 
la concezione dell'idea del numero dispari come perfetto e del pari come imperfetto. Di qui tutta la tavola degli 
opposti nella quale stanno da una parte il bene, la luce, il limite, il dispari e dall'altra il male, le tenebre, l'illimitato 
e il pari. Qui Galeotto riprende la lunga sequenza delle qualità opposte; {\6) semplicetti: ingenui, anche al v. 1 169. 



4 DEDICA 

d'amorosa fiamma gli accendono, ma con saette grate di benignità e clemenza acute che i servi tuoi 
e' sudditi e' popoli di fede impiagano (17) e a fartegli benevoli e devoti infiammano. Comparar 
voglio anchora il Tempio suo al Tempio del tuo corpo e di tua corte, ricordandoti che non come in 
lui in te, né in casa tua, siano simili effetti in aver nel Tempio tuo Perfidia, Frode, Simulatione et 
Oblivione di meriti riceuti, ma escluderle in tutto e non tener Giustizia esclusa né, qual sprezzata 
donna, in abietta stanza e da te lontana collocata; la quale a pie di lui, per accidenza d'animo essen- 
do mal veduta, nel sonnolento morbo di subetia (18) profondata e sommersa trovasi, ma da te nella 
tua corte e nel paese tuo benegnamente sia raccolta et apprezzata, avendogli sempre a lato la pun- 
gente Sinderesa (19) che, con acuto stimolo di Conscientia, la tenga risvegliata e desta; e parimente 
la Discretione che, con lippiccati (20) occhi dal gran fumo accecata, dal suo indiscreto coro (21) e 
da lui resta bandita, sia nel Tempio del tuo corpo con acuta e ben esaminata vista, con sublime 
honore collocata, tenendogli sempre appresso la memoria della Miseria sua medica la quale, con 
ottimi compensi e salubri esempi de' passati, de' presenti, de' futuri tempi, la conservi sana. 

L'arme, le lettere e la prudenza col giusto compasso (22) ti siano assidue e fide compagne, 
avendo sempre avanti agli occhi della mente, per specchio notabile e stimolo dolce al ben fare, 
quelli eccellentissimi Principi tuoi progenitori de' quali i gloriosi gesti fanno con tante degne lodi 
andar la fama tanto sublime e con sua tromba sì ben sonante, che al secolo faranno gloriosi et 
immortali. 

Mi è parso anchora di comporre la presente opera a guisa di comedia (23), introducendogli 
molte persone et interlocutori, per meglio isprimere e dichiarare la presente materia e, secondo la 
diversità de' soggetti che in essa si esplicano, così di varie rime ornarla (24). 

Restami solo a dirti che con quell'animo benegno e con quella serena fronte d'accettarla e leg- 
gerla ti degni come io, con lieto e devoto core, te la dono e te la dedico, pregando il Re del cielo 
felicemente con gloria et augumento (25) del stato tuo a longhezza di anni sano di mente e di corpo 
ti conduca. 

Vale. 



(17) impiagano: feriscono; (18) subetia: torpore, termine medico dall'arabo subat, cfr. Troll!, Studi, p. 122 e 
Troll!, El sonnolento mal, pp. 7-1 1; (19) Sinderesa: lat. r!mord!mento della coscienza; (20) lippiccati: cisposi; 
(21) indiscreto coro: ingiusta schiera. Il riferimento è ai vizi che circondano Amore; (22) compasso: misura; 
(23) comedia: Galeotto indica chiaramente il genere leuerario della sua opera; (24) varie rime ornarla: la 
varietà delle forme metriche è evidentemente una scelta programmatica; (25) augumento: potenziamento. 



TEMPIO D AMORE 5 

Argomento 

Phileno, per cagion d'un suo rivale 

dal suo signor Amor bandito a torto, 

narra a memoria il riceuto male. 3 

Trova Speranza qual, in spatio corto, 

promette fargli aver il Tempo ottato, 

del che ne prende a l'anima conforto. 6 

Poi vien la Fama e dice ch'è arrestato 

per causa di Discordia, e '1 buon Phileno 

per tal nova riman tutto affannato. 9 

Speranza, che d'affanni il vede pieno, 

manda la Fede al Tempio ove sta Amore 

per far che '1 Tempo venga al suo terreno. 12 

Trova Perfidia qual, con gran furore, 

straccia e deturpa la sua gonna bianca 

e del Tempio d'Amor la fa star fuore. 15 

Toma da lei tutt' affannata e stanca 

con i suoi panni maculati e scuri 

e quasi per dolor parlando manca. 18 

Speranza, che lo vede in pensier duri, 

la Servitute da Cupido manda 

e vói che '1 caso suo con lui procuri. 21 

Pur al Fanciul non può far la dimanda 

che l'empia Ingratitudin la discaccia 

e che tosto si parta le commanda. 24 

Va da Phileno il qual, con mesta faccia, 

è con Speranza e forte si lamenta 

et ella il prega che patisca e taccia 27 

e, per trarlo del duol che lo tormenta, 

manda Amicitia con Integritate, 

acciò ch'Amor la fatta ingiuria senta. 30 

Toman costoro con triste ambasciate; 

mandagli poi Ragione e la Vertute, 

toman, poi Pietà manda et Humilitate: 33 

queste da' suoi guerier son mal vedute. 

Poi rimportunitade, di sua sponte, 

promette andar d'Amor per sua salute; 36 

va al Tempio e, prima che con lui si affronte, 

trova a la porta la Presontione 

che l'introduce con audace fronte. 39 

Del buon Phileno il giusto caso espone; 

Amor consente che da lui ritomi 

pur Gelosia, Favor e Ambitione 42 

pregan che alquanto a questo far soggiorni 

e 'n Rota il caso di costui rimetta, 

V. 8 causa] colpa ABC; v. 1 3 qual] che ABC; v. 1 5 del] dal ABC; v. 1 9 che lo vede] che per lui sta ABC; v. 24 
le] gli ABC; v. 26 è con Speranza e] con la Speranza ABC; v. 32 mandagli] gli manda ABC; v. 40 // giusto 
caso espone] dice la ragione ABC. 

V. 1 Phileno: comincia un lungo capitolo ternario che si conclude al v. 220; v. 5 ottato: desiderato intensamente; 
V. IO d'affanni. ..pieno: Petr., CCXCVIIl, 4 «pien d'afTanni»; v. 1 2 venga al suo terreno: ossia a liberare Phileno; 
V. 17 maculati: lat. macchiati; v. 19 duri: dolorosi; pensier duri: Petr., CCLXXIV, i «duri pensieri»; v. 21 caso: 
controversia; molti termini sono presi in prestito dal linguaggio giuridico, cfr. Rota, giudice, parte aversa, causa 
(vv. 44-54); v. 21 procuri: esamini; v. 26 forte: aggettivo con valore avverbiale; v. 34 suoi: loro, cfr. Rohlfs, II, 
427; V. 42 pur. purtuttavia; v. 43 soggiorni: indugi; v. 44 Rota: adunanza di dottori che giudicano le cause. 



6 GALEOTTO DAL CARRETTO 

acciò che sia deciso in puochi giorni. 45 

Per giudice Giustizia è prima eletta, 

l'altra compagna è la Spetialità, 

la terza di costor è Ambition detta, 48 

l'ultima e quarta Discretion nome ha, 

qual deputate fan tra lor disputa 

per meglio liquidar la verità. 51 

La Gelosia la parte aversa aiuta 

e rinnocentia per Phileno avoca, 

tal ch'è la causa in suo favor cernuta. 54 

Amor, che questo intende, al fin revoca 

l'amante dal suo bando ingiusto, inico 

e nel suo primo stato lo colloca 57 

e più che prima il tien per fido amico. 

Phileno, per camino, parla con la Memoria e col Travaglio, lamentandosi 
della sua sorte.* 

Phi. Volsi così colà dove si puote 

che la mia integrità, ch'oggi è mal spesa, 60 

fosse biasmata da mentite note. 
Così, con l'alma di pensier accesa, 

qual pelegrino vò disperso in bando 63 

non già per colpa mia, del che mi pesa. 
La causa che fa quinci andarmi errando 

e che m'ha privo di quel ben ch'avea, 66 

mentre che vissi con letitia amando. 
Memoria il sai e sai come vivea 

contento di mia sorte in tranquil stato, 69 

tal che felice ognun già mi dicea. 
Hor son da tutti a torto abandonato 

fuor che da te Memoria e te Travaglio, 72 

quai fidi sempre mi venite a lato. 
Mem. So il tutto e col tuo cor, ch'è meco, i' saglio 

in tant' acerbo sdegno per tua causa 75 

che per furor noi so narrar, né vaglio. 
Se dunque tengo l'alta ingiuria clausa 

nel centro del mio cor, so che m'intendi, 78 

però non parlian pili ma facciam pausa. 
Tra. Con questo tuo tacer troppo me offendi 

che '1 sconsolato e misero Phileno 81 

di più dolor col tuo silentio accendi, 

V. 48 di costor è] è dacostor ABC; in ABC dopo il v. 58 è presente il titolo dell'opera: in A e B Tempio de Amore del 
Molto magnifico e celeberrimo poeta signore Galeotto marchese dal Carretto; in C Comedia nuova del magnifico e 
celeberrimo...; * della sua sorte] de sua sorte per essere bandito a torto ABC; v. 77 Se dunque] Dunque se ABC. 

w. 47-49-5 1 Spetialità -ha- verità: tre versi tronchi; v. 47 Spetialità: proprietà; cfr. anche nota 5 p. 3 della lettera dedi- 
catoria; V. 50 deputate: incaricate; v. 5 1 liquidar, mettere in chiaro; v. 54 cernuta: decisa, formazione anomala dal lat. 
cerno; è un participio costruito sul tema dell'infinito; v. 56 inico: iniquo. Tutte le attestazioni lo vedono alla fine del 
verso per ragioni di rima; v. 57 primo stato: precedente condizione; v. 5% fido amico: Feti., CCCXIV, 1 2 «amici. ..fidi», 
Petr., T.F., I, 141 «amici. ..fidi» e Fregoso, DF. I, 61, «fidi amici»; v. 59 Volsi.. .puote: Dante, /«/, 3, 95 e Dante, Inf., 5, 
23; V. 62 con l'alma di pensier accesa: Piagoso, RD, V, 88 «Un'alma di virtute accesa»; vv. 63-65 errando-bando: stes- 
sa rima dei vv. 6682-6684 e vv. 7095-7097; v. 64 già: è usato come rafforzativo, cfr. Rohlfs, ITI, 942; v. 68 //: lo, cfr. 
Rohlfs, II, 455; v. 69 contenJo... sorte: Petr., CCXXXI, 1 «sorte contento»; v. 69 tranquil stato: Petr., CIL, 14 «tranquil- 
lo...stato»; V. 74 saglio: salgo, cfr. Rohlfs, II, 537; v. 76 vaglio: voglio, cfr. v. 74; v. 19 però: perciò, quindi; forma di ita- 
liano antico, cfr. Rohlfs, HI, 952; v. 79 parlian: parliamo; la desinenza in - ano è tipica dell'antica lingua letteraria 
toscana, cfr. Rohlfs, n, 530. 



TEMPIO D AMORE 7 

perché un chiuso dolor già non vien meno, 

anzi più cresce quanto più sepolto 84 

un huom secreto lo riserva in seno; 
et è ristor a un cor d'ardor soffolto 

ad isfogar con qualche amico il male 87 

che tien nel petto con mestitia occolto. 
Però, Phileno, poi che '1 tuo fatale 

crudel destin t'ha qui condotto a torto, 90 

dimmi la causa del tuo duol mortale. 
Phi. Fido Travaglio, al mio langor conforto, 

troppo m'astringi, ohimè, ch'io deggia dirti 93 

del grave oltraggio il gran dolor che porto; 
pur son contento in tutto il petto aprirti, 

sfogando teco l'intestin dolore 96 

che mi consuma i tormentati spirti. 
Fui per mia sorte al Tempio già d'Amore 

e dedicato a un' anima gentile 99 

qual io serviva con perfetto core; 
mentre fui seco credo ch'un più humìle 

servo non fosse, né più fido amante, 102 

da l'ampio Aphrico mar a quel di Thile. 
Io che gioioso e ne la fé constante 

tutto '1 mio tempo in ben servir dispesi, 105 

menando vita lieta e giubilante, 
in questo Tempio vissi et anni e mesi 

con gratia di ciascun, non di lei sola, 108 

per gli atti che 'n me giusti fur compresi, 
quando Fortuna, ch'ogni bene invola 

de la felicità nel più bel corso 111 

a chiunque par che più la segua e cola, 
chiamò la Gelosia per suo soccorso 

e la maligna sua sorella Invidia 114 

ch'ognuno offende col suo acuto morso; 
e, con occulta et ordinata insidia, 

appresso di chi può mi dieder biasmo, 1 17 

con dir che la mia fede era perfidia. 
Del cui falso susurro ebbi tal spasmo 

e sì restai stordito e stupefatto 120 

v. 94 che] ch'io ABC; v. 95 pur son contento] pur son constrecto ABC; v. 102 né più] né un più ABC; v. 
104 Io che gioioso] Io pien di gaudio ABC; v. 107 et anni e mesi] molti mesi ABC; v. 1 15 ch'ognuno] che i 
giusti ABC. 

v. 83 perché... meno: stesso concetto in Fregoso, DF, I, vv. 77-78 «e un mal secreto a la fin spesse volte è poi 
mortale»; v. %A sepolto: nascosto, occulto; v. 86 soffolto: sostenuto, sostentato. Le rime sepolto.soffotto.occol- 
to sono anche in Dante, Par., 58. Nelle Nozze di Psiche le rime sono volto:occulto:suffulto, cfr. Dal Carretto, 
Nozze di Psiche, III atto, vv. 96-98-100 e nota ai vv. 98-100; vv. S9-90 fatate... destin: Fregoso, RD, I, 58 
«fatai destin»; v. 92 langor: dolore; v. 95 petto aprirti: Petr., XXIII, 73 «aperse il petto»; v. 99 anima gentile: il 
riferimento è probabilmente ad una donna amata; Dante, Purg., 6, 79 Dante, Purg., 33, 130 «anima gentile», 
Petr., XXXI, 1 «anima gentil», Petr., CXXVII, 37 «anima gentile» e Petr., T.A., 3, 173 «anima gentil; v. 100 
perfetto core: cuore sincero; Fregoso, RD, VII, 13 «me ingenochiai con perfetto core»; v. 103 Aphrico 
mar.. .Thile: Petr., T.A., 4, 1 14 «dal mar d'India a quel di Tile» e Fregoso, RD, IV, 87 «non aver paro da Etiopia 
a Tyle»; v. 103 Thile: Thule, località mitica nel mare del Nord con cui si indicava l'ultima terra abitata, citata 
anche da Virgilio, Georg., I, 30; v. 106 menando vita lieta: Fregoso, DF, Vili, 66 «menando vita» e Fregoso, 
CB, V, 18 «menando vita lieta»; v. 106 vita lieta: Dante, Inf, 19, 102 «che tu tenesti ne la vita lieta» e Petr., 
CCCI, 10 «lieta vita»; v. 107 anni e mesi: Petr., 7".T., 76 «anni e' mesi»; v. 108 non di lei sola: non solo della 
sua amata; v. 1 10 invola: porta via; v. 1 12 cola: lat. adori; v. 1 16 ordinata: ordita, macchinata. 



8 GALEOTTO DAL CARRETTO 

ch'anchor al rimembrar nel petto ho l'asmo. 
Insomma, a dipartirmi fui coatto 

e pigliar bando da la patria amena 1 23 

per un precetto oster che mi fu fatto; 
sì che, co l'alma di sospiri piena, 

vommene vosco per deserti boschi 1 26 

dove el pensiero mi trasporta e mena. 
E pien di sdegni e d'amorosi toschi 

vò ripetendo il tempo dolce e chiaro 129 

che mi «'è volto in giorni amari e foschi. 
Tra. Se sono, come son, tuo sotio caro, 

pensar tu dèi che mi rincresce e spiace 132 

del tuo cordoglio et infortunio amaro 
qual portar dèi con più paticntia in pace, 

avendo tu tanti incliti compagni 135 

vessati da Fortuna aspra e fallace. 
Pon, dunque, a parte i tuoi ramarchi e lagni 

e 'n l'innocentia tua prendi fidanza, 138 

che a sempre sospirar poco guadagni. 
Mem. Poi che per sospirar nulla si avanza 

e per mal dir d'altrui pati tal sorte, 141 

dricciamo i passi nostri ov'è Speranza, 
ch'ella sia quella che, con scudo forte, 

defenderatti e ti darà rimedio 144 

tal che Pietà faratti aprir le porte. 
Phi. Quest'è ben detto! E per levar d'assedio 

il cor, che circondato è d'alti affanni, 147 

andiam da quella che là veggio al medio 
di questi boschi e veste i verdi panni. 

Phileno, Memoria e Travaglio giungono da Speranza e Phileno dice.* 

Phi. Speranza, sol mio ben, mandami il Tempo 150 

da me per tue promesse sì aspettato, 

che per tua causa in l'aspettar mi attempo. 
Spe. Venir non può sì tosto, perch'è andato 153 

da chi ti de' trar fuor di questo affanno 

et egli anchor da me non è tornato. 
Phi. Il suo tanto tardar è per mio danno 156 

che vivo in l'aspettar con tal desio, 

ch'un'hora parmi un mese e un giorno un anno. 
Spe. Raffrena il tuo desir ingordo e rio 159 

che di pensieri ardenti il cor ti accende, 

che tosto de' venir ti prometto io. 
Phi. Il tanto star sospeso assai mi offende, 162 

perche sto con timor ch'egli non tomi, 

ch'ogni mio ben dal suo ritomo pende. 
Spe. Qualunque aspetta conta l'hore e i giomi 165 

e fa mille dissegni con sospetto, 

se avien che '1 Tempo al suo venir soggiorni. 
Phi. Ohimè, che con tal brama quello aspetto 168 

v. 121 a/] col ABC; v. 147 che circondato è d'alti affanni] ch'è circondato d'alti affanni ABC; * Phileno, 
Memoria} Phileno con Memoria ABC; * dice] gli dice ABC. 

v. 121 asma: forma antica per 'asma'; v. \24 oster: austero; v. 131 sotio: lat. compagno; v. 135 incliti: lat. 
famosi, illustri; v. 136 aspra: crudele; v. 147 alti: profondi; vv. 150-152 tempo-attempo: da notare la rima deri- 
vata; vv. 165-167 giorni-soggiorni: altra rima derivata. 



TEMPIO d'amore 9 

che parmi non poter mai viver tanto 

che '1 dolce mio pensier venga ad effetto. 
Spe. Se '1 Tempo tarda il suo ritomo alquanto, 171 

fa per poterti dar meglior aiuto 

e volger tua mestitia in gaudio santo. 
Phi. Speranza, poi ch'io son da te venuto, 174 

deh, non mi denegar il tuo soccorso 

che senza il braccio tuo sarei perduto. 
Spe. Non ti curar che del tuo caso occorso 177 

gran gloria e giusto honor riporterai, 

che l'ira di là su fatto ha suo corso. 
Phi. Ahi, lasso, vederò quel giorno mai 180 

ch'io giunga a quel beato e lieto punto 

che volga in gaudio i mei travagli e guai? 
Spe. Il Tempo è in strada e come qua sia giunto 183 

tal nova ti darà di gioia piena 

che d'ogni affanno restarai disgiunto. 
Phi. Quanto la nova è più lieta e serena, 186 

tanto l'affetto in me se fa maggiore 

e piià mi accende il cor con ansia pena. 
Spe. Qui si conosce un forte e vini core, 189 

quando eh' aspetta un suo bramoso intento 

e tempra con patientia il ceco ardore. 
Phi. Ohimè, che l'aspettar è un morir lento! 192 

Ma poi che mi prometti un fin quieto 

temprar dispongo il tanto mal ch'io sento. 
Spe. Vivi sicuro e sta gioioso e lieto, 195 

che '1 Tempo a giunger qua tardar non deve 

per far contento il tuo pensier secreto. 
Phi. Dio voglia che qua venga in tempo breve! 1 98 

Desiderio e Conforto, andando verso Phileno, parlano fra loro. * 

Des. Conforto, mio compagno dolce e unanimo, 

vien meco e dammi aiuto che d'accendere 

Phileno del mio ardor mi basta l'animo. 201 

Io '1 veggio là con la Speranza attendere 

il Tempo che '1 revochi dal suo esilio 

qual verrà tosto, come posso intendere. 204 

Vivendo di Speranza egli al Consilio, 

essendo di pensier diversi implicito, 

con lei e sue compagne fa concilio 207 

e brama d'esser nosco più del licito 

sì che per compiacergli e far mio ufficio 

d'andar da lui i passi mei solicito. 210 

Con. Et io, per non lasciarlo in fier supplitio 

che paté per tua causa, o Desiderio, 

gli vo' col mio compenso esser propitio 2 1 3 

e dargli a l'ansia mente un refrigerio 

v. 190 bramoso] bramato ABC; v. 195 sta gioioso] sia iocondo ABC; v. 198 tempo] spatio ABC; * Phileno, 
parlano fra loro] Phileno per strada parlano questo dialogo fra loro ABC. 

vv 175-177-179 soccorso-occorso-corso: si noti la rima derivata; vv. 183-185 giunto-disgiunto: rima derivata; 
v \?>Anova- lai. notizia; v. 188 ansia: tormentata; v. 199 unanimo: fidato; vv. 199-220 Conforto... improntalo: 
capitolo ternario con rime sdrucciole; v. 201 mi basta l'animo: ho l'ardircdi; v. 206 implicito: lat. avvolto; v. 
209 ufficio: servizio; v. 2\2 paté: iat. sopporta; v. 2\ 4 ansia: cfr. v. 188. 



10 GALEOTTO DAL CARRETTO 

di sorte che non ebbe tal letitia 

dal dì che se partì dal monasterio. 2 1 6 

Però tu ch'hai con lui vecchia amicitia, 

mentre che '1 vedi con Sp)eranza, affrontalo 

e come suo pili car tu primo initia 219 

e del tuo dolce ardor, parlando, improntalo. 

Desiderio, Phileno e Conforto. 

Des. Salute, o mio Phileno, 

che sei di speme pieno, 222 

col sotio mio Conforto 

il frutto mio ti porto. 
Phi. Chi sei tu che m'hai sporto 225 

al corpo quasi morto 

un dolce desiderio, 

sol per mio refrigerio? 228 

Des. Io sono Desiderio, 

ch'ho sopra di te imperio, 

qual del mio ardor te accendo 231 

per quel che da te intendo. 
Phi. Con lieto cor ti prendo 

e col tuo affetto attendo 234 

il Tempo desiato 

che far mi de' beato. 
Conf. Et io sono chiamato 237 

Conforto che citato 

fui qua da la Speranza, 

ch'ha sopra te possanza. 240 

Phi. Tu gli mancavi in danza 

et anch' in te ho fidanza 

ch'ai mio desir cresciuto 243 

tu debbi darmi aiuto. 
Conf. Per questo son venuto 

e già non ti refiuto 246 

e teco star voglio io 

col sotio mio Desio. 
Phi. Et io nel petto mio 249 

vi accetto e vi desio; 

poi che mi sete in seno, 

cantar vo' un canto ameno. 252 

Phileno, stando con costoro, canta questo capitulo. 

Phi. Ciascun si dòle del fuggir del tempo 
e più si dòl quanto va più negli anni, 

se avien eh' aspetti o passi in speme il tempo. 255 

Et io, ch'ai mondo son per star pochi anni, 

V. 230 ch'ho] che ABC; v. 250 vi accetto] v'ho accetto ABC; v. 255 o] e ABC. 

v. 220 improntalo: imprimilo; v. 221 Salute: salve; vv. 221-252 Salute - ameno: frottola costituita da 8 strofe di 4 
settenari (7a7a7b7b 7b7b7c7c); v. 223 sotio: cfr. v. 131; v. 224 frutto: intento; v. 225 sporto: porto, offerto; v. 241 
mancavi in danza: detto proverbiale, 'essere in danza' vuol dire 'essere in ballo' Qui significa probabilmente 
'mancavi in ballo'; vv. 247-249-250 io-mio-desio: stessa rima in Dante, Par., XXII, 59, 6 1 , 63; v. 248 sotio: cfr. v. 
131; vv. 253-304 Ciascun... anni: capitolo ternario giocato su 2 parole rima tempo e qnni; v. 253 del fuggir del 
tempo: Dante, Par., 32, 139 «il tempo fugge» e Petr., LVI, 3 «il tempo fugge». 



TEMPIO d'amore U 

piango che tardo per me passa il tempo 

e che van lenti al mio proposto gli anni. 258 

Ver 'è ch'aspetto e che desidro un tempo 

che mi converta in gaudio i mei pochi anni 

ch'andar mi fanno a morte avanti tempo. 261 

Ma van sì tardi nel passar quest'anni, 

per brama ho di veder l'ottato tempo, 

ch'un giorno in l'aspettar mi par mill'anni. 264 

Ben so che m'è contrario questo tempo, 

pur con patientia vò passando gli anni 

perch'è prudentia l'adattarsi al tempo. 267 

Il ciel governa nostra vita e gli anni 

e per gl'influssi sòl cangiarsi il tempo, 

come si vede chiar già son tanti anni. 270 

E tal s'è visto aver sereno tempo 

che 'n pioggia s'è converso in ben pochi anni 

tal che 'n miseria passa il suo mal tempo; 273 

e tal è visso in disfavor molti anni 

ch'or si ritrova aver felice tempo 

e goder lieto con favor suoi anni. 276 

Sì che s'io veggio a me contrario il tempo 

e che consumi con miseria gli anni, 

spero di uscirne e tosto fia quel tempo, 279 

che la fé, ch'ebbi in fin da' miei primi anni, 

e la virtù, che meco è d'ogni tempo, 

in gloria volgeranno i mei tristi anni. 282 

Lasciar mi voglio governar dal tempo 

che scopra l'innocentia de' miei anni, 

perché maestro è d'ogni cosa il tempo. 285 

Se ben consumo, a torto, in pene gli anni. 

Ragion che dorme per voler del Tempo 

risvegliarassi in pochi dì, non anni. 288 

E se soccombe la vertute un tempo, 

il ciel che guida il corso de' nostri anni 

la fa salir poi con più gloria a tempo. 291 

Dirammi alcun che 'n speme perdo gli anni 

e che mi fido del fallace tempo, 

con far dissegni che mi ruban gli anni. 294 

Ma se tutte le cose hanno il suo tempo, 

Giustitia, che mal può morir per anni, 

de' pur parer per mia difesa un tempo, 297 

tal che, se in pensier duri hor spendo gli anni, 

darammi tal mercé del speso tempo, 

ch'io son per racquistar i già persi anni. 300 

O Re del ciel, che i giusti d'alcun tempo 

V. 260 pochi] tristi ABC; v. 261 avanti] inanzi A, inanci BC; v. 282 tristi] pochi ABC; v. 285 è d'ogni cosa il 
tempo] d'ogni cosa è il tempo ABC; v. 286 pene] stenti ABC. 

V. 257 tardo: lento; v. 259 Ver' è che: formula dichiarativa presente anche in Dante, Inf., IV, 7 «Vero è che 'n su 
la proda mi trovai»; v. 263 ottato: cfr. v. 5; v. 264 ch'un giorno in l'aspettar. Petr, CCLXIV, 46 «in aspettando 
un giorno»; v. 268 II ciel governa: Petr., CCCLXIII, 13 «il ciel governa» e Petr., T.E., 17 «il ciel. ..governa»; v. 
272 che 'n pioggia s'è converso: Petr., LXVI, 3 «tosto conven che si converta in pioggia»; v. 274 visso: vissuto, 
cfr. Rohlfs, I, 374; si tratta di un participio passato accorciato consueto nell'italiano letterario antico; v. 275 feli- 
ce tempo: Dante, Inf., 5, 122 « che ricordarsi del tempo felice»; v. 277 contrario il tempo: Petr, XII, 12 «tempo 
contrario»; v. 219 fia: sarà, forma arcaica di futuro, cfr. Rohlfs, II, 592; v. 293 fallace: ingannevole; v. 296 mal: 
non; v. 2^7 parer: apparire; v. 298 pensier duri: cfr. v. 19; v. 301 Re del Ciel: Petr., CCCLXIII, 6 «Re del cielo». 



1 2 GALEOTTO DAL CARRETTO 

non abandoni infino agli ultimi anni 

mandami tosto il desiato Tempo, 303 

acciò che 'n speme più non spenda gli anni. 

La Fama, venendo verso Phileno, dice. * 

Fama Mio proprio nome è Fama, 

sì come ognun mi chiama, e parva sono 306 

per tema al primo sono e poi vò in alto 

e con voi presto salto hor quindi, hor quinci. 

Miei occhi son di linci e n'ho ben cento, 309 

tutto quel che dir sento non se estingue, 

anzi con mille lingue a tomo porto, 

così il falso riporto come il certo. 312 

Mio nascimento è incerto e forza prendo 

quanto vò più scorrendo per lo mondo 

e di poi il capo ascondo fra le nube, 315 

il corpo mio si nube coi loquaci. 

Gli spirti ho sì vivaci e sì son forte 

che meco non può morte in breve tempo. 318 

Mia morte, alfin, è il tempo a cui do loco, 

con gli mortali gioco e fo star lieti 

e poi gli fo inquieti andar altrove, 321 

secondo son le nove mie già sparte 

con lingue e scritti in carte. Hor al proposto 

io me ne vado tosto da Phileno, 324 

il qual, di desir pieno, il Tempo aspetta 

che venga per staffetta a liberarlo 

d'esilio e ritornarlo al Tempio santo 327 

dove servì già tanto il pharetrato 

Fanciul che l'ha scacciato dal suo coro 

per contentar coloro ch'ha d'appresso, 330 

non già ch'abbia commesso alcuno errore. 

Ahi, quanto avrà dolore come intenda 

questa novella horrenda e così acerba 333 

qual porto a lui che 'n l'herba sede e chiama 

il Tempo ch'ognhor brama per suo aiuto. 

Ma la Discordia, ohimè, l'ha ditenuto! 336 

La Fama, giungendo da Phileno il qual è con Speranza et altre sue compa- 
gne, gli dice. * 

Fama Phileno, 

ch'hai il tuo seno 

* venendo verso Phileno] venendo alla volta de Phileno ABC; v. 3 1 5 di poi] dopo ABC; v. 323 e] o ABC; * // 
qual] qual ABC; in ABC c'è come titolo della frottola Lm Fama e Phileno; v. 340 di speme con dolci esche e 
belle] en speme ognihor te renovelle ABC. 

V. 302 ultinn anni: Petr., XII, 3 «ultimi anni»; vv. 305-336 Mio... ditenuto: strofa costituita da endecasillabi 
sciolti con rimalmezzo chiusa da un distico a rima baciata; v. 307 tema: timore; v. 308 presto: spedito, veloce; 
\.l0'i hor quindi hor quinci: frequente in Dante, cfr. //?/., 14, 41, Pm/-^.. 10, 12, Purg., 11, \0\;\.3\6 nube: lat. 
sposa; la Fama di Galeotto non è di tipo petrarchesco, cioè Fama-Memoria (cfr. Boiardo, Inn., II, XXII) ma 
segue da vicino Virgilio, En., IV, 173 ss; v. 320 fo: faccio, cfr. Rohlfs, II, 545; v. 326 per staffetta: subito. Pro- 
priamente la staffetta è il messo a cavallo a cui si dava l'incarico di portare ordini e dispacci; vv. 328-329 pha- 
retrato Fanciul: immagine tipica di Amore; v. 333 acerba: dolorosa; vv. 337-381 Phileno... raccomando: frot- 
tola costituita da 9 strofe di 3 versi monorimi, rispettivamente un ternario, un quinario e un settenario, e da una 
coppia monorima costituita da un novenario e un endecasillabo (3a5a7a9B 1 IB); v. 338 seno: cuore. 



TEMPIO d'amore 



13 



di gran desir ripieno 

di speme con dolci esche e belle, 

male novelle, ohimè, male novelle. 
Phi. Che nove 

son queste nove 

che tu me porti? E dove 

l'avesti? Dimel, prego, o Fama, 

che di saperlo tosto il mio cor brama. 
Fama Discordia, 

che le precordia 

conturba di Concordia, 

per strada il Tempo ha ritenuto, 

che qua venir da te non ha possuto. 
Phi. La causa 

che poi gli ha clausa 

la strada che non ausa 

né può, né fa manco venire 

per mio conforto non ti spiaccia a dire. 
Fama Frati, 

ad Amor grati, 

tutti erano accordati 

per trarti fuor del bando indegno, 

quando un sol frate ruppe ogni dissegno. 
Phi. Se m'ami 

e se tu brami 

sanarmi i spirti grami, 

deh, non ti incresca tosto a dirmi 

chi fu che'l mio ritomo ebbe a impedirmi. 
Fama Inteso 

e ben compreso 

hai ch'uno già t'ha offeso, 

qual come fa la lima sorda 

par ch'in convento a pie d'Amor ti morda. 
Phi. Può tanto 

a pie del santo 

costui che se dia vanto 

tenermi in bando sì selvaggio? 

Quest'è pur troppo ingiuria e troppo oltraggio! 
Fama Patientia. 

Qui tua prudentia 

e la tua continentia 

tu mostrarai in questo bando. 

Adio, Phileno, a te mi raccomando! 



339 

342 

345 

348 

351 

354 

357 

360 

363 

366 

369 

372 

375 

378 

381 



Partita la Fama Phileno, voltandosi alla Memoria et al Travaglio et agli altri 
compagni et a Speranza con le sue compagne, dice. * 

Phi. Occhi, tornati al vostro usato pianto 

V. 35 1 che qua venir da te non ha possulo] che qua venea da te per darti aiuto ABC; v. 376 troppo ingiuria] 
tropa ingiuria ABC; * con le sue compagne] con li soi compagni ABC. 

V. 340 esche: metafora per 'inganni'; vv. 348-349 che le precordia conturba di Concordia: che turba i pensieri di 
Concordia; precordia: forma figurata per 'pensieri, sentimenti'; conturba: sconvolge; v. 358 grati: lat. graditi; v. 364 
grami- tristi; v. 370 lima sorda: Fregoso, RD. Ili, 31 «mordace lima»; v. 373 a pie: l'esprcssione ad pedem e poco 
usata. Si interpreta nel significato di 'presso', cfr. Dal Carretto. Timon greco, I atto, nota al v. 250; v. 373 santo, e 
Amore; v. 375 selvaggio: crudele; v. 382 Occhi: lungo capitolo ternario che si conclude al v. 473; Dante, Purg., 20, 
144 «tornate già in su l'usato pianto»; la forma tornali è desinenza tipica della koinè settentrionale. 



14 GALEOTTO DAL CARRETTO 

e tu, mia lingua, al solito lamento, 

poi che non viene il Tempo ottato tanto. 384 

AJii, lasso, qual è più di me scontento, 

poi che mi veggio dal pensier gabbato 

e ' miei dissegni vani e sparti al vento. 387 

Memoria e tu Travaglio, i quali a lato 

sempre mi state, e tu mia Servitute, 

piangete meco il misero mio stato. 390 

E tu, mia Fede bianca, e tu, Vertute, 

e tu. Ragione, e tu, mia Integritate, 

per cui tante fatiche ho sostenute 393 

poi ch'ho dispese tante mie giornate 

mentre ch'io vissi in l'amoroso Tempio 

che tutte mi fur mal guidardonate, 396 

pietà vi prenda del mio crudel scempio 

e quanto il ben servir si premia poco, 

dolci compagni, in me prendete esempio. 399 

Speranza, vanne hormai che non ti invoco 

che quella sei qual, con promesse false, 

sempre pasciuto m'hai e tolto in gioco. 402 

L'aiuto tuo mai troppo non mi calse 

ma la mia mente, dal desir guidata, 

a tue lusinghe riparar non valse. 405 

Conforto, che già l'anima affannata 

col tuo solazzo tanto confortasti, 

vanne, aciò tomi a star com'è già stata. 408 

Spe. Ahi, vile amante, che sì ti lasciasti 

mancar di cor per quel ch'ha detto Fama, 

a che sì tosto, ohimè, m'abandonasti? 41 1 

Che '1 dolce tempo, qual tua mente brama, 

non è sì da Discordia ditenuto 

ch'anchor Concordia lasci la sua trama. 414 

Onde dispongo darti un tal aiuto 

che tu dirai che non ti feci inganno 

e che '1 tuo tempo non sarà perduto. 417 

Queste compagne, che qui meco stanno, 

tutte a servirti son disposte e pronte 

e di sottrarti dal noioso affanno. 420 

Vien qua tu. Fede, e con aperta fronte 

vatene al Tempio dove regna Amore 

e gli dirai, con tue parole conte, 423 

v. 387 vani e sparti] vanno sparsi ABC; v. 395 vissi] sfeti ABC; v. 404 desir] desio ABC; v. 412 quaf] che 
ABC; V. 416 che non ti feci] ch'io non ti fece ABC; v. 420 e di sottrarti dal noioso affanno] e de levarti l'inte- 
stino affanno ABC; v. 423 e gli dirai con tue parole conte] e fa che tal parole gli racconte ABC; v. 424 core] 
amore ÀBC. 

V. 384 ottato: cfr. v. 5; v. 386 gabbato: ingannato; termine ricorrente, cfr. v. 1069; v. 387 dissegni vani: proget- 
ti vani, in Fregoso, RD, XI, 90, «pien de van disegni»; v. 390 misero mio stato: Petr., Vili, 9 «misero stato»; v. 
396 guidardonate: ricompensate; v. 397 crudel scempio: Dante, Purg., 12, 55 «mostrava la mina e 'i crudo 
scempio»; vv. 401-403-405 false-calse-valse: la stessa rima è presente in Dante, Purg., 30, 131-135; v. 402 
tolto in gioco: burlato, beffato; v. 403 calse: importò, la forma deriva dal verbo impersonale calere; v. 405 
riparar: mettersi al riparo; v. 406 anima affannata: Dante, /«/, 5, 80 «O anime affannate»; v. 4Ì4 trama: pro- 
posito; v. 420 noioso: molesto; v. 421 aperta fronte: a viso aperto; v. 423 conte: è un termine che si estende ai 
più vari significati: da un lato può significare 'convenienti, opportune' oppure 'piacevoli, gentili' (dal lat. 
comptus) oppure 'chiare, manifeste' (dal lat. cognitus). Qui probabilmente è preferibile nell'ultimo significato, 
cfr. v. 421; v. 423 con tue parole conte: Dante, Inf, 10, 39 «le parole tue sien conte». 



TEMPIO d'amore 15 

che si ricordi con che fido core 

Phileno l'ha servito per suo tempo 

e quanto in ben servir gh ha fatto honore 426 

e che gh piaccia di mandar il Tempo, 

che già fu per camino, a liberarlo 

dal bando ov'egli è stato già gran tempo. 429 

Fede Speranza i' vado et altro non ti parlo. 

Partita che è la Fede per andar al Tempio d' Amore, Conforto parla con Phi- 
leno. * 

Con. Confortati, Phileno, e non star mesto 

che Fede farà, spero, un tal effetto 432 

che '1 Tempo amato a te tomarà presto. 
Se ben cacciar mi cerchi dal tuo petto, 
non vo' però guardar al tuo vii core 435 

ch'anchor non resti teco al tuo dispetto, 
che non mi posso persuader ch'Amore 
deggia patir che la tua tanta fede 438 

non vinca, se fia udita, ogni livore; 
ch'ogni suo servo ben comprende e vede 
che tu patisci questo esilio a torto 441 

perché da invidia ogni tuo mal procede. 
A viver lietamente ancor te esorto 
che quel che con sua lingua ognhor ti morde 444 

per falso susurrone al fin fia scorto. 
Phi. Conforto, i' temo pur che non si scorde 

la Fede che per nuntia fu mandata 447 

per far me servo suo con lui concorde 
e che la falsitate estrema innata, 
nel cor del mio rivai tanto mordace, 450 

non fia per suo mal dir troppo ascoltata. 
Conf. Non creder che perturbi mai la pace, 

però gli frati protettori tuoi 453 

per te combatton con parlar audace. 
Phi. Per mille prove ben comprender puoi 

quanta ha possanza un dettrator bilingue 456 

coi simulati e doppi parlar suoi. 
Conf. Gran forza han le malegne e triste lingue 

e tanto più se poi sono ascoltate 459 

da cui del mal dir d'altri par se impingue. 
Ma se da te saran considerate 
le regule d'Amor, ch'han pur giustitia, 462 

e come il vero oppression non paté, 
tu pensarai che la crudel malitia 



* Partita che è la Fede] Partita la Fede ABC; v. 443 ancor] io pur ABC; v. 445 al fin] anchor ABC; v. 449 
estrema innata] estrema e innata A, extrema e innatta BC; v. 453 però] perché ABC; v. 456 quanta ha possan- 
za un dettrator bilingue] quanta possanza ha un detractor bilingue ABC. 

v. 426 gli ha fatto honore: Dante, Inf., 1, 87 «m'ha fatto honore» e Dante Par., 25, 104 «per fare honore»; v. 
432 ejfetto: risultato; v. 438 patir, lat. sopportare; v. 439 ogni livore: Dante, Par., 7. 65 «ogne livore»; v. 442 
procede: deriva; v. 446 /' temo che. .non: io temo che, costruzione latincggiante, cfr. vv. 685-687; v. 446 scor- 
de: dimentichi; v. 456 possanza: potere; v. 456 dettrator bilingue: calunniatore ipocrita; v. 456 bilingue: ipo- 
crita; v. 457 simulati e doppi: falsi e ambigui; v. 460 impingue: avvantaggia, arricchisce; v. 463 paté: cfr. v. 
212; V. 465 latrante: colui che inveisce ad alta voce (nel GDLI è attestato espressamente il verso di Galeotto). 



16 GALEOTTO DAL CARRETTO 

di quell'iniquo e perfido latrante 465 

non fia bastante a mai farti ingiustitia, 
perché se un fido servo e giusto amante 

da' suoi rivali è per un tempo oppresso 468 

al fin sta sopra, pur che fia constante. 
Phi. Deh, non faccian fra noi maggior processo 

perché la Fede hoggi darà sententia 471 

se '1 Tempo caro mi sarà concesso 
e se tornar al Tempio avrò licentia. 

La Fede, giunta al Tempio, bussa alla porta e parla con Simulatione e con 
Perfidia quale quel giorno sono custodi a la porta. * 

Fede O là? 

Sim. Chi è là? Chi sei che bussi? 

Fede Fede. 474 

Sim. Che vai facendo quinci? 

Fede Cerco Amore. 

Sim. Amor solingo nel cubicul sede 

per star remoto e de' fastidi fuore 477 

e la possanza d'ascoltar ci diede 

e de spedir chi vien per oratore. 
Fede Parlar vorrei pur seco. 

Per. Parla a noi, 480 

perché oggi siamo sustituti suoi. 
Fede Lasciatime intrar dentro! 
Per. El non si può! 

Fede Dimmi la causa? 

Per. Non cercar perché. 483 

Fede Infin che venga fuor l'aspetterò. 

Per. Non gli potrai parlar, credilo a me! 

Fede La causa perché venni vi dirò, 486 

poi che non posso intrar. 
Per. Dì, su, che c'è? 

Ma, sopra tutto, nel parlar tuo fa 

che tu fia breve e a pie del buco sta. 489 

Fede Saper dovete come il buon Phileno, 

qual fu servo d'Amor già son tant'anni, 

da lui fu posto in bando per veneno 492 

di male lingue, non per fatti inganni; 

del che gran tempo fu di doglia pieno 

fin che Speranza lo levò d'affanni 495 

con dir che '1 Tempo tosto giungerebbe 

che lui d'esilio libero farebbe. 
Come il ciel volse poi, la Fama venne 498 

qual disse che '1 Tempo era ditenuto 

V. 469 sia sopra] pur vince ABC; * Tempio] Tempio d'Amore ABC; * a la porta manca in ABC; v. 411 fastidi] 
fastidio ABC; v. 479 de spedir] de spacciar ABC; v. 48 1 sustituti suoi] substitute sai ABC; v. 496 giungereb- 
be] giungerla ABC; v. 491 farebbe] faria ABC. 

V. 410 faccian: cfr. v. 79; v. 472 tempo caro: Dante, Purg., 24, 91 «che "1 tempo è caro»; Fregoso, PE, VI, 71 
«tempo caro» e PE, XV. 15 «tempo caro»; vv. 474-681 O là... comprenderanno: serie di 26 ottave dallo 
schema ABABABCC; v. 476 solingo: da solo; v. 476 cubicul: lat. piccola stanza da letto; vv. 482-489 
Lasciatime... sta: ottava tronca; v. 489 a pie: cfr. v. 373; v. 491 servo d'Amor: Petr.. CCVII, 97 «Servo d'A- 
mor»; V. 494 doglia: 'dolore', è un termine ricorrente; v. 498 Come il ciel volse: Dante, Par. 6, 55 «che tutto 
'1 ciel volle». 



TEMPIO d'amore 17 

e che Discordia fu che lo ditenne, 

tal che più dargli non posseva aiuto; 501 

de la cui nova tanto duol sostenne 

che gli è miracul come sia vivuto, 

del che Speranza, col Conforto insieme, 504 

gli sono a tomo e pur si duole e geme. 
Speranza, che non vói che costui pera, 

mandommi qua per nuntia al divo Amore, 507 

acciò ricordi a lui sua fé sincera 

e la sua integritate e suo buon core. 

E perché sono testimonia vera 510 

come servendo mai non fece errore 

anzi fu giusto, diligente e fido 

così gli tomi el suo già tolto nido. 513 

Sim. Assai mi duol che '1 buon Phileno amante 

deggia patir un così enorme oltraggio 

perché in la fede sempre fu constante, 516 

servendo el santo Amor con buon coraggio. 

Ma certa lingua perfida e latrante 

fu causa del suo esilio e suo dannaggio 519 

e Dio perdoni a l'empio suo rivale 

che fu spetial cagion d'ogni suo male. 
Fede Perché non cerchi d'aiutar costui 522 

se, come dici, del suo mal ti duole? 

In questo mostrarai gli effetti tuoi 

esser conformi a le buone parole 525 

che sai ch'Amor si può servir di lui, 

di lui che con fé tanta l'ama e cole. 

Se ami Phileno, senza inganno e vitio, 528 

mostra a quest'hora di pietà l'ufficio. 
Sim, Io lo vorrei veder ad Amor presso 

e Diodi questo m 'è ver testimonio 531 

ma, al mio giuditio, non mi par adesso 

a sua venuta questo tempo idonio. 
Fede Queste sono scuse a dirti el vero espresso. 534 

La tua moneta se conosce al conio, 

che mostri amar Phileno e poco l'ami 

e sotto l'esca gli nascondi gli hami. 537 

Per. Ah, Fede, non dir questo ch'hai gran torto 

che sua salute ognhor costei procura 

et io, come colei ch'amor gli porto, 540 

pregato ho Amor per lui con studio e cura, 

ma nulla ho fatto, pur in spatio corto 

liber sarà da questa sorte dura 543 

e però digli che non viva in doglie 

che ciò che si prolonga non si toglie. 

V. 504 col] con ABC; vv. 530-53 1 lo lo vorrei. ..ver testimonio] Io l'amo certo come fa me stesso e questa mia 
compagna è testimonio ABC; v. 533 venuta] salute ABC. 

v: 506 pera: lat. muoia; v. 515 patir, cfr. v. 438; v. 521 spetial: lat. particolare; v. 524 effetti: propositi; v. 
527 con fé tanta l'ama: Petr., CCLXIV, 99 «amar con tanta fede»; v. 527 cole: lat. onora; v. 533 idonio: 
adatto; v. 534 el vero espresso: a dirti la verità; v. 535 La tua moneta. ..al conio: Dante, Par., 29, 126 
«pagando di moneta sanza conio»; v. 537 e sotto l'esca. ..hami: Dante. Purg., 14, 145 «ma voi prendete l'e- 
sca sì che l'amo» e Petr., CCXII, 14 «presi l'esca e l'amo»; v. 543 sorte dura: Petr., CCLIII, 5, Petr. 
CCCXI, 6 Petr., CCCXXIII, 12 «dura sorte» e Petr., T.P., 144 «dura sorte» Fregoso, CB, II, 12 «dura 
sorte». 



1 8 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Fede Può esser che cecar voi mi vogliate 546 

con queste ciance placide et amene 

che non me accorga che me deleggiate, 

perché di frode sono tutte piene. 549 

Se voi volesti, tosto in libertate 

costui sarebbe, e questo si sa bene, 

ma de parole finte lo pascete, 552 

tal che sospeso sempre lo tenete. 
Per. Orsìi, non dir più Fede, vanne hormai, 

che a pie d'Amor propitie gli saremo 555 

e, se '1 bramato Tempo tu non hai, 

in puochi giorni a lui lo mandaremo; 

l'effetto del tardar hor tu non sai 558 

ma tosto lo saprai ti promettemo. 

Fra questo meggio dì che lieto stia 

e che non prenda più melinconia. 561 

Fede Io mi delibro d'esser sì importuna 

che questa porta non mi fia serrata, 

né vo' partir de qua per cosa alcuna 564 

fin che ad Amor non faccia l'ambasciata, 

che spero d'aver seco bora opportuna 

che la parola mia sarà ascoltata 567 

che mille volte già parlai con lui, 

né mai dal suo convento esclusa fui. 
Non son sì cieca, no, che non me accorga 570 

de le parole vostre simulate, 

né son sì stolta, no, che ben non scorga 

la vostra iniqua e mala voluntate. 573 

Ma s'el avien che mie parole porga 

al divo Amore, ch'è pien d'humanitate, 

farolli intender che m'avete esclusa 576 

e che da voi son stata al fin delusa. 
Per. Improba Fede e gran guerrera nostra, 

che con false opre nostri beni usurpi 579 

e con tuoi panni bianchi a noi fai mostra 

d'esser sì pura e tutto Amor deturpi, 

l'ippocresia tua grande se dimostra 582 

e gli coperti tuoi costumi turpi. 

No, no che non voglian che tu gli parli, 

né che tu venghi a tante ciance darli. 585 

Fede Parlar gli voglio se morir dovesse, 

né vo' lasciar per voi che non l'aspetti. 
Per. Per certo rimarrai a tuo interesse 588 

e, se più indugi, ne vedrai gli effetti. 
Fede Fin che le forze mi saran concesse 

dispongo de star qui per tuoi dispetti. 591 

Per. Sta qui compagna e guarda che non parti. 

Aspetta, o Fé, ch'io vengo a salutarti. 

v. 565 l'ambasciata] mia ambasciata ABC; v. 568 mille] molte ABC; v. 569 esclusa] expulsa ABC; v. 591 
dispongo de star qui per tuoi dispetti] tu non farai che questa impresa smetti ABC. 

v. 547 ciance: chiacchiere; v. 548 deleggiate: deridete, pigliate gioco; v. 549 di frode son tutte piene: Dante, 
Purg., 14, 53 «sì piene di froda»; v. 555 a pie: cfr. v. 373; v. 558 effetto: cfr. v. 432; v. 560 meggio: mezzo, cfr. 
Rohlfs, I, 276; v. 562 delibro: risolvo; v. 577 delusa: tradita nella speranza; v. 578 Improba: malvagia; v. 
578 guerrera: nemica; v. 581 tutto Amor deturpi: Dante, Par., 15, 147 «lo cui amor molt'anime deturpa»; v. 
592 Sta qui compagna: si riferisce a Simulatione. 



TEMPIO d'amore 19 

La Perfidia, essendo uscita fuore, batte la Fede e straccia e imbratta gli 
panni bianchi e Fede, gridando ad alta voce, dice. * 

Fede Aiuto, o frati, aiuto che Perfidia 594 

mi rompe el volto e tutte quante l'ossa! 
Qual cruda più che fera de Numidia 

m'ha quasi morta tanto m'ha percossa 597 

e, piena de odio e de tenace invidia, 
per forza m'ha gettata in questa fossa 

e la candida veste m'ha stracciata 600 

e de ner fango l'ha tutta macchiata. 

Avendo Perfidia battuta et imbrattata la Fede, entra nel Tempio e serra la 
porta e Fede, ritornando, dice per camino. * 

Fede O celi, o terra, o magistrati, o leggi, 

come non fate del mio mal vendetta? 603 

Se voi patiti in me tanti dispreggi 

forz'è ch'io vada per lo mondo abietta, 

ch'essendo stata già con spirti egreggi 606 

hor me ritrovo da ciascun negletta 

e tanto più ch'io pato oltraggio infando 

per causa de Phileno che sta in bando. 609 

O aurea antica età ch'aver solevi 

tanti cor fidi, hor dove sei fuggita? 

Ahi, quanto honor al nume mio facevi, 612 

tal che per dea da ognun fui reverita 

e ciò che per costor mi promettevi 

era parola in marmore sculpita, 615 

che pria volean patir ogni tormento 

che violarmi e farmi mancamento. 
Ov'è quel Regul, buon roman cortese, 618 

che sempre me seguì per pace et arme 

che la promessa agli nemici attese, 

volendo pria morir che violarme? 621 

U' son quell'alme de' Romani, accese 

de la mia gloria ch'or sì poca parme, 

che morir volser prima per mio amore 624 

che mai far cosa contra del mio honore? 



* la Fede e straccia] la Fede gli straccia ABC; v. 600 candida veste] mia veste bianca ABC; v. 601 macchia- 
ta] imbrattata ABC; * imbrattata la Fede] imbrattata Fede ABC; * ritornando dice per camino] va per cami- 
no e dice ABC; v. 620 nemici] inimici ABC. 

v. 596 fera: lat. bestia; v. 596 cruda piìt che fera: Dante, Inf, 6, 13 «Cerbero, fiera e crudele e diversa»; Dante, 
Par, 1, 15 «tal cadde a terra la fiera crudele»; v. 598 tenace: persistente; v. 600 candida veste: Fregoso, CB, II, 
47 «candida veste»; v. 602 o celi... o leggi: G. Dal Carretto, Timon greco, V atto. v. 177; v. 604 patiti: permet- 
tete. La desinenza è tipica della koinè settentrionale, cfr. anche v. 382; v. 604 dispreggi: oltraggi; v. òOSforz'è: 
è inevitabile; v. 607 negletta: dimenticata, abbandonata; v. 6\0 antica età: Dante, Purg., 16, 122 «l'antica età»; 
V. 612 nume: lat. divinità; v. 616 patir: cfr. v. 438; v. 618 Regul: Marco Attilio Regolo, console romano, fu 
inviato dai Cartaginesi a Roma per trattare la pace ma dissuase i Romani dal porre fine alle ostilità; riconse- 
gnatosi prigioniero fu torturato e ucciso. La fonte di questo esempio e di molti dei successivi è Valerio Massi- 
mo, Factorum et dictorum memorabilium libri in particolare il De religione, cfr. V.M. Factorum ,1, 1 , 14; que- 
ste riprese sono fatte tramite il topos deWubi est, cfr. anche vv. 5240-5303 e 5757-5840; v. 618 buon: esempla- 
re; V. 620 attese: mantenne; vv. 624-625: che... honore: stesso concetto in Fregoso, espresso diversamente 
«qual per servar fede intiera non volse ingiusta morte mai temere», cfr. DF, IV, 47-48. 



20 GALEOTTO DAL CARRETTO 

U' son de' Saguntini l'alme chiare 

che fur sì fide a l'alta insegna mia? 627 

I quai, più non possendo contrastare 

al punico furor, disposer pria 

brusar se stessi con sue robbe care 630 

che darsi ad Annibal che gli volìa, 

per non mancar di fede ai gran Romani 

ch'erano allhora suoi signor soprani. 633 

U' son quei de Petilia ch'ai potente 

duce Anniballe fecero riparo? 

E donne e vecchi et altra inutil gente, 636 

per più durar la fame, fuor mandaro 

e volser pria combatter virilmente, 

cercando col morir un nome chiaro, 639 

che romper fede al popolo romano 

e darsi in preda al losco capitano. 
E quello Agamenone, inclito e degno, 642 

che fé' voto a Diana con suo danno 

dar la più bella cosa che nel regno 

appresso a lui gli nascerìa quel anno, 645 

volse imolar con evidente segno 

la sua Ephigenia pria che usarmi inganno; 

e '1 Sol, che '1 carro suo promesse al figlio, 648 

el dede, anchor vedesse il suo periglio. 
Ohimè, che più non son quei fidi tempi 

che quando l'un da l'altro era tradito 651 

el traditor, con gran supplitii et empi, 

senza rispetto tosto era punito. 

Hor son tenuti i fidi miei per sempi, 654 

perché più el vitio non è mostro a dito 

e tanto del mal far cresciuta è l'opra 

che chi d'inganni più ne sa, ne adopra. 657 

Ciascun attende al spetial guadagno 

che più non gli è chi segua i miei vestigi, 

V. 66 1 tanto mi par] tanto hor mi par ABC. 

V. 626 Saguntini: per non staccarsi dall'alleanza con Roma le rimasero fedeli fino alla rovina della loro 
patria; il riferimento in questo caso è al De fide publica. cfr. V.M. Factorum, VI, 6, ext. 1; v. 630 robbe: 
averi; v. 633 signor soprani: dominatori; v. 634 Petilia: gli abitanti di Petelia, assediati da Annibale, 
implorarono l'aiuto dei Romani. Ma poiché per il disastro di Canne non si potè recare loro aiuto gli fu 
risposto che facessero ciò che sembrava più utile per la loro incolumità; il riferimento è ancora al De fide 
publica, cfr. V.M.. Factorum, VI, 6. ext. 2; v. 636 inutil: inutile per la guerra; v. 637 durar: perdurare; v. 
639 chiaro: famoso; Petr. T.T., 140 «nome chiaro»; v. 640 che romper fede: Dante, Inf., 13, 74 «ruppi fede» 
e Dante, Inf, 5, 62» ruppe fede»; v. 641 losco: cieco di un occhio (Annibale, valicando le Alpi, perse un 
occhio); in Petrarca, T.F., 127 «un doge losco»; v. 642 inclito: cfr. v. 135; v. 645 nascerìa: fosse nata; v. 
646 evidente segno: manifesta dimostrazione; v. 647 Ephigenia: Ifigenia era stata promessa in sacrificio 
dal padre Agamennone alla dea Artemide. Egli, dopo vari tentennamenti, la fece immolare sull'altare della 
dea (cfr. Ovidio, Met., XII, 31.); v. 648 Sol: il Sole ammonì Fetonte, il figlio, prima di consegnargli il 
carro; v. 649 dede: diede, non attestato in Rohlfs dove sono menzionate le forme desti, demmo deste (cfr. 
Rohlfs, II, 566). Probabilmente è una forma analogica; la forma dede è comunque attestata anche in Dal 
Carretto, Nozze di Psiche, I atto, v. 36; v. 649 anchor: sebbene; v. 654 tenuti: giudicati; v. 654 fidi miei: i 
miei fedeli, seguaci; v. 654 sempi: sciocchi, stupidi; v. 655 mostro a dito: segnalato; altro esempio di parti- 
cipio passato accorciato, cfr. v. 274; in Petr, CV, 84 «mostratone a dito» e Petr., T.E., 94 «a dito ne sarò 
mostrato»; v. 656 del malfar: Dante, Inf, 25, 12 «poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi»; v. 657 adopra: 
adopera, con caduta della vocale a causa della positio debilis. Questo fenomeno è frequente in tutta l'ope- 
ra, soprattutto nelle forme verbali; v. 658 spetial: proprio. 



TEMPIO d'amore 21 

beato chi gabar può lo compagno, 660 

tanto mi par che tu, o Perfidia, vigi. 

Però, se del mio mal mi doglio e lagno, 

è che col tuo furor me crucifigi 663 

e che di me sia fatto un tal dispreggio 

che come sto non son per star mai peggio. 
Hor che dirà Speranza che me attende? 666 

Hor che dirà Phileno abandonato 

quando sapranno le calunnie horrende, 

l'oltraggio che per loro ho supportato? 669 

Quest'è la volta che costui si pende 

per doglia estrema come desperato, 

pur me gli è forza a dir, di punto in punto, 672 

a che dur passo m'ha Perfidia aggiunto. 
Ecco ch'io '1 veggio là star con Speranza 

co l'altre sue compagne seco a canto 675 

et aspettata son con desianza, 

aciò gli meni el Tempo ottato tanto. 

Ma restaran delusi in lor fidanza 678 

che le mie nove piene fian di pianto, 

che, se mei panni e volto guardaranno, 

l'oltraggio auto in me comprenderanno. 68 1 

Phileno, vedendo venir Fede tutta imbrattata, parla con Speranza. 

Phi. Ohimè, guarda, o Speranza, 

la Fé ch'abbian mandata 

che vien tutta imbrattata e piagne e geme. 684 

Spe. Ohimè, che '1 mio cor teme 

che qualche inhumano atto 

non gli sia stato fatto al monasterio. 687 

Phi. Per nostro vituperio 

auta ha questa ingiuria 

da l'amorosa curia, come penso. 690 

Spe. Tempra l'affanno immenso, 

il qual ti sta nel petto, 

che, forse, el tuo sospetto è falso e vano. 693 

Phi. Fede, noi da lontano 

t'abbiamo scorta e vista. 

Perché sei così trista e mesta in volto? 696 

Fede Le tue parole ascolto 

ma tant'è '1 mio dolore 

che quel eh' ho chiuso in core dir non posso. 699 

Phi. De doglia m'hai percosso 

con questi tuoi sermoni, 

però fa che ne esponi i tuoi affanni. 702 

v. 665 per star mai peggio] per mai star peggio ABC; v. 669 loro] lui ABC; v. 676 et aspettata son con desian- 
za] e scio me aspectan con gran desianza ABC; v. 678 ma restaran] ma certo fìan ABC; v. 680 che] ma ABC. 

v. 660 gabar. ingannare; v. 661 vigi: regni; v. 610 pende: impicca; v. 671 doglia estrema: Fregoso. Cfi. IV, 32 
«doglia estrema», v. 672 gli è forza: è necessario; v. 672 di punto in punto: precisamente; v. 673 dur passo: 
Petr., CLXIII, 2 «duri passi»; v. 673 m'ha... aggiunto: mi ha fatto arrivare; v. 677 ottato: cfr. v. 5; v. 619 fìan: 
saranno, cfr. Rohlfs. II, 592; v. 681 in me: contro di me; vv. 682-708 Ohimè... Speranza: zingaresca, conosciu- 
ta nel Quattro e Cinquecento con il nome di oda, costituita da 9 strofe dallo schema 7a7b(7b)C e 7c7d(7d)E, 
cfr. vv. 4951-4991; vv. 685-687 teme che... non: cfr. 446; v. 688 vituperio: disonore; v. 690 amorosa curia: la 
corte di Amore; v. 702 ne: ci. 



22 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Fede Al volto guasto e ai panni, 

quai son stracciati tutti 

e de gran fango brutti, assai gl'intendi. 705 

Phi. Tu più de udir me accendi 

quanto più vivi in pianti: 

dì dunque el tutto avanti di Speranza. 708 

Fede, con lamentevol voce, dice a Phileno et a Speranza queste parole. * 

Fede Ohimè, ch'andai da Amore, 

per vostro ambasciatore, per parlargli 

e fedelmente fargli l'ambasciata. 711 

La porta esser serrata allhor trovai, 

con man forte bussai e la Fittione, 

con dolce suo sermone simulato, 714 

me illuse e m'ha vietato andar da lui. 

Maravigliosa fui che mi negasse 

che allhor io non intrasse ove Amor era, 717 

essendo messagera d'ambi voi. 

Perfidia apparve poi e chiaramente 

mi disse ch'indi absente mi facesse 720 

se non che a mio interesse vi starei. 

Allhor risposi a lei prima morire 

voler ch'indi partire, ch'io volevo 723 

parlar, come solevo, al Signor mio. 

Perfidia tosto uscio e verberommi 

e 'n la fossa gettommi e i bianchi panni, 726 

per più mia infamia e danni, hammi imbrattati 

e con furor stracciati, il perché satia 

tornar ebbe di gratia con la vita: 729 

quest'è la causa ch'io son sì smarrita. 

Phileno se volta a Speranza e dice et ella, con versi alteri, gli responde. * 

Phi. Speranza, ohimè, che fia, 

poi che la Fede mia 732 

a pie d'Amor se oblia? 

Speranza, ohimè, che fia? 
A che sperar mercede 735 

se la mia pura Fede 

sprezzata esser si vede 

con biasmo e vilania? 738 

Speranza, ohimè, che fia? 
Spe. Deh, non ti desperare, 

né mi voler lasciare 741 

che ti voglio sanare. 

Deh, non ti desperare! 

* queste] le infrascritte ABC; v. 719 chiaramente] apertamente ABC; v. 721 vi] gli ABC; * Phileno] Finite 
queste parole Phileno ABC; * se volta] se volge ABC; * con versi alteri] alternando ABC. 

V. 705 de gran fango brutti: Dante, Purg., 16, 129 «cade nel fango e sé brutta e la soma»; v. 705 brutti: sudici; 
v. 708 avanti di: 'alla presenza di', nel significato locativo attestato anche in Rohlfs, III, 828; vv. 709-730 
Ohimè... smarrita: cfr. nota ai vv. 305-336; v. 1 \6 Maravigliosa fui: meravigliata fui; v. 721 vr ivi, cfr. Rohlfs, 
II, 461, e III, 900; v. 725 verberommi: mi percosse; v. 728 satia: soddisfatta; v. 729 ebbe; ebbi; vv. 731-781 
Speranza... desperare: ballata di tutti settenari dallo schema metrico zzzz aaazz yyyy bbbyy; v. 733 a pie: cfr. 
v. 373; v. 735 mercede: aiuto; v. 736 pura Fede: Petr., CCCXLVII, 7 «pura fede». 



TEMPIO d'amore 23 

Io voglio traiti fuore 744 

la doglia ch'hai nel core 

sol per cagion d'Amore, 

se meco vorrai stare. 747 

Deh, non ti desperare! 
Phi. Speranza, i' te rifiuto 

ch'assai tu m'hai pasciuto 750 

di speme senz'aiuto, 

dil che già mi nutria. 

Speranza, ohimè, che fia? 753 

Spe. Qui se conosce un forte 

quando in sua dura sorte 

non cerca darsi morte 756 

ma attende a meco stare. 

Deh non ti desperare! 
Phi. Mia sorte è troppo dura 759 

e troppo tempo dura, 

tal che più non fo cura 

sperar come solìa. 762 

Speranza, ohimè, che fia? 
Spe. Se ben hor non è intesa 

tua Fé, ch'è stata offesa, 765 

in breve fia compresa, 

pur che vogli sperare. 

Deh, non ti de sperare! 768 

Phi. Anchor vo' star patiente 

e star a poner mente 

fin che mia pura mente 771 

ben conosciuta sia. 

Speranza, ohimè, che fia? 
Spe. Sta forte in questo affanno 774 

che tosto fine avranno 

l'angosce che qui t'hanno 

condotto a sospirare. 777 

Deh, non ti de sperare 

né mi voler lasciare 

che ti voglio sanare. 780 

Deh, non ti desperare! 

Speranza parla a la Memoria et alla Servitù e le manda ad Amor per mes- 
saggere. * 

Spe. Venite qua, Memoria e Servitute, 

al Tempio de Cupido ve ne andate 783 

e cum belle parole la virtute 

e la fé de Phileno gli narrate, 

acciò che l'opre sue sian conosciute 786 

e l'innocentia con l'integritate; 

* ad Amor] d'Amore ABC; v. 784 cum belle parole] con parole vostre ABC; v. 787 e t' innocenlia] e sua inno- 
cenlia ABC; v. 788 per sua humanità] per clementia sua ABC. 

V. 745 la doglia ch'hai nel core: Petr., CCCLXVI, 92 «ha in doglia lo mio cor»; v. 755 dura sorte: cfr. v. 543; 
V. 759 Mia sorte... dura: cfr. v. 543; v. 761 fo cura: importa; /<? come presente ù\fare è attestato in Rohlfs, II, 
545; V. IIQ poner mente: osservare; v. 771 mente: volontà, intenzione; vv. 782-797 Venite... convento: si tratta 
di due ottave dallo schema ABABABCC; v. 787 integritate: lat. lealtà. 



24 GALEOTTO DAL CARRETTO 

e per sua humanità gli dia licentia 

che tomi al Tempio e venga a sua presentia. 789 

Mem. Speranza, noi sian preste ad ubedirti 

e subito d'Amor se n'andaremo, 

acciò sanar possiamo i mesti spirti 792 

del buon Phileno che noi qui vedemo. 
Ser. Phileno, sian disposte de servirti 

e tanto caldamente pregaremo 795 

el placido garzon, che fia contento 

che tomi al loco tuo nel suo convento. 

La Memoria e Servitij parlano per camino. * 

Ser. Memoria, credi tu che noi potremo 798 

levar d'esilio il buon Phileno amante, 

se hoggi col pio garzone parlaremo? 
Mem. Quanto sia a lui io credo in un instante 801 

fora contento rivocargli el bando, 

ma dubbio più d'un suo rivai latrante. 
Ser. Può esser ch'abbia Amor sì a suo comando 804 

che tenga qua Phileno relegato 

col suo versuto mormorar nefando? 
Mem. Pensar tu dèi che questo humano stato 807 

si regge più per duol che per ragione 

e chiunque opra più mal è più stimato. 
Ser. Sì ben, ma quando noto fia al garzone 8 1 

el suo longo servir con tanta fede 

al suo infortunio avrà compassione. 
Mem. Hoggi tanta è l'invidia, ohimè, che escede 813 

el ben servir di Fede e ' giusti servi, 

che la lor servitù più non si crede. 
Ser. A che dunque servir se gli protervi 816 

hor son ben visti? A che cercar più ufficio 

se più non gli è chi conoscenza osservi? 
Mem. In tant'authorità mai non fu el vitio 819 

quanto hor si trova in l'amorosa corte, 

per questo el ben oprar va in precipitio. 
Ser. Non vo' però tomar, anzi star forte. 822 

Dispongo teco andare al sacro Tempio 

e con Amor provar la nostra sorte. 
Mem. Andiamo, e credo ben non fia tanto empio 825 

che alla richiesta nostra non compiaccia, 

essendo di giustitia e pietà esempio. 
Ser. Eccoti el Tempio e di parlar ti piaccia 828 

a quelle due che stan sopra la porta 

e l'una e l'altra irata è ne la faccia. 



V. 793 qui] qua; * e Servitù] e la Servitù ABC; parlano] parlano tra loro ABC; v. 800 garzone parlaremo] gar- 
zon nui parlaremo ABC; v.Slóse gli] spirti ABC; v. 8 1 7 hor son ben visti? A che cercar più ufficio] A che tor- 
nar più al consueto offitio ABC; v. 830 irata è] è irata ABC. 

V. 190 preste: cfr. v. 308; v. 796 garzon: fanciullo; v. 798 Memoria: capitolo ternario che si conclude al v. 925; 
V. 803 dubbio: dubito; v. 806 versuto: lat. astuto, malizioso; v. 806 nefando: lat. empio, scellerato; v. 807 
humano stato: Dante, Inf., 10, 105 «nulla sape di vostro stato umano»; v. 812 infortunio: sventura; v. 813 esce- 
de: supera; v. 9,\6 proterx'i: malvagi; v. 817 ufficio: cfr. v. 209; vv. 819-821 In... precipitio: richiamano Frego- 
so, PE, XIV, 64-66 «ch'ormai sì il vizio regna fra noi per argumenti chiari che probitate è quasi in precipizio». 



TEMPIO d'amore 25 

Mem. Parlagli tu che sei mia guida e scorta. 831 

Ingratitudine e Oblivione vengono verso la Servitù e Memoria, e Ingratitu- 
dine dice. * 

Ing. Chi sete voi? 

Mem. Memoria e Servitute. 

Ing. Che andate quinci voi cercando? 

Mem. Amore. 

Ing. Per parte di qual huom sete venute? 834 

Mem. Per parte de Phileno il qual sta fuore 

per causa del destin suo crudo e averso 

e di parlar cerchiamo al gran Signore. 837 

Ing. Andate via di longo qua al traverso, 

perché parlar con lui voi non possete 

e '1 vostro tardar quinci è tempo perso. 840 

Ser. Vostre parole, o donne, in van spendete 

che non se delibrìan quindi partire 

fin che parlar con lui voi ne farete. 843 

Obi. El non si può ma se gli avete a dire 

qualche gran cose ditele qui a noi, 

ch'ivi Siam poste per ciascuno udire. 846 

Ser. Se gli è così, noi narraremo a voi 

del buon Phileno el miserabil stato 

e tutti quanti gl'infortunii suoi, 849 

acciò ch'Amor da voi resti avisato 

poi che de parlar seco n'è interdetto, 

il che giamai da lui non fu negato. 852 

Saper dovete con che fede e affetto 

Phileno ha già servito el Signor nostro, 

come s'è visto con palese effetto 855 

e come sempre nel servir s'è mostro 

fedel, secreto, sedulo e cortese, 

mentre che stette in l'amoroso chiostro; 858 

e ben servendo ad altro non attese 

se non servir e farsi grato ognuno, 

quantunque indamo el tempo suo dispese 861 

che, per invidia e per susurro d'uno 

che mai d'Amor non fu buon sacerdote, 

è posto in bando e non ha offeso alcuno. 864 

E la passion che '1 cor più gli percuote 

è che molti han promesso dargli aiuto 

e lor promesse sono di fé vote. 867 

Peggio gli fa ch'ha doppo nove auto 

che '1 Tempo, ch'era in via per liberarlo, 

da la Discordia è stato detenuto. 870 

* verso \a\ incontra a ABC; v. 837 e di parlar cerchiamo] e qui parlar vogliamo ABC; v. 841 Serviiìi] Memo- 
ria ABC (si è considerata variante perchè il discorso può riferirsi ad entrambi i personaggi); v. 843 voi ne fare- 
te] non nefacciete ABC; v. 845 qui] qua ABC; v. 846 ch'ivi] che qua ABC; v. 850 resti] ne sia ABC; v. 857 
fedel] fido ABC; v. 870 è stato] poi fu ABC; v. 872 mandarli el caro] mandar l'optato ABC. 

V. 838 di longo: di filato, senza indugi; v. 838 al traverso: trasversalmente; v. 842 delihriàn: cfr. v. 562; v. 
842 quindi: da qui; v. 843 ne: cfr. v. 702; vv. 854-856-858 nostro-mostro-chiostro: stessa rima al femmini- 
le in Dante, Inf, XXIX, 38-42; v. 855 effetto: cfr. v. 432; v. 857 secreto: fidato; v. 857 sedulo: lat. diligen- 
te, premuroso; v. 860 grato: gradito; v. 863 sacerdote: il termine religioso è applicato ad un dio pagano; v. 
865 passion: pena, sofferenza; v. 867 e lor promesse sono di fé vote: Petr., T.A., 3, 180 «sue promesse di fé 
come son vote». 



26 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Però noi ti preghian vogli pregarlo 

gli piaccia homai mandarli el caro Tempo, 

qual venga a fuor de tante angustie trarlo, 873 

perché in esilio è stato assai gran tempo 

e già non merta aver tal premio e merto 

de sue fatiche e travagliato tempo. 876 

Obi. S'è posto in bando, gli è per suo demerto, 

che molti frati nostri ha già sedutti 

con sue false opre e suo parlar coperto 879 

e loro a nove sette aveva indutti 

tal che, si stava più nel sacro Tempio 

d'Amor, rebelli gli faceva tutti. 882 

Ing. Phileno è un tristo, un seduttor, un empio, 

un huom ch'ha prohibito dar el censo 

al Signor nostro con suo mal esempio, 885 

che quando a la clementia sua ben penso 

gli è più clemente assai che non vi dico 

e troppo humano e di pietate accenso, 888 

che s'egli fosse di vendetta amico 

l'avrebbe non mandato in tristo esilio, 

ma morto come suo rebel nemico. 891 

Però tu. Servitù, fa a mio consiglio: 

dilli ch'in bando stia, che non è degno 

star de Cupido ne 1' arcan conciglio. 894 

Mem. Quest'è d'ingratitudine gran segno 

che '1 buon Phileno, ch'ha sì ben servito 

e speso gli anni in l'amoroso regno, 897 

per seduttor et empio sia bandito 

e lapidato anchor de sue buone opre, 

sì come avesse el suo Signor tradito. 900 

A questo l'empia iniquità si scopre 

e de costui l'integrità sincera 

con densa nube de livor si copre, 903 

che pur dovresti ricordarti ch'era, 

fra tutti gli altri, el più fervente servo 

ch'Amor avesse sotto suo bandera. 906 

Obi. Anzi fu sempre disleal, protervo, 

né mai con noi nel Tempio fu d'accordo 

e questo so ch'in la memoria el servo; 909 

de l'opre buone sue non me racordo, 

né ch'abbia fatto nel servir profitto, 

so bene che a mal far fu sempre ingordo. 912 

Ser. Dunque el ben far gli è per infamia ascritto 

e tutto '1 suo sudor, pien di tormento, 

non come gli altri è più notato e scritto, 915 

che suoi servitii fur gettati al vento 



V. 885 mal] falso ABC; v. 887 che] ch'io ABC; v. 914 pien di tormento] e suo gran stento ABC. 

V. 872 caro Tempo: cfr. v. 472; v. 879 coperto: 'nascosto' ma anche 'falso, ambiguo'; v. 880 sette: congiure; vv. 
88 1 -882 Tempio d'Amor: si è optato per i enjambement anche se si poteva interpretare diversamente mettendo 
la virgola dopo la parola Tempio; v. 883 tristo: malvagio; v. 884 dar el censo: pagare il tributo; v. 891 morto: 
ucciso; V. 894 arcan: segreto, misterioso; v. 894 conciglio: adunanza; v. 897 amoroso regno: Fregoso, CB, IV, 
42 «amoroso regno»; v. 901 iniquità: malvagità; v. 903 livor: invidia; v. 904 pur: anzi; v. 909 servo: lat. con- 
servo; V. 9 \0 racordo: ricordo; v. 911 fatto nel servir profitto: procurato vantaggi nel servire. 



TEMPIO d'amore 27 

e così va chi con sudor se affanna 

per far profitto a questo suo convento. 918 

AJhi, quanta gente la Speranza inganna 
e quanti spirti el placido garzone 

per causa d'altri a tristo fin condanna. 921 

Ing. A la tua lingua hormai el freno pone, 
né pili ce dar tanto fastidio e tedio 

col tuo noioso e querulo sermone 924 

ch'ai suo ritomo più non gli è remedio. 

Partendosi, la Servitù dice per strada alla Memoria. 

Ser. Poi che nostre opre non son conosciute, 

andiamo, andiam Memoria, 927 

trha' fuor del fodro le tue canne argute 

ch'io son per dir la gloria 

fallace e transitoria 930 

de quei che son dicati a Servitute. 

Ma dir non so l'historia 

se l'alte voci del tuo suon fian mute. 933 

Mem. Eccoti el sono che così te aggrada: 

hor canta, se '1 te piace, 

quel che vói dir mentre eh 'andiam per strada, 936 

ch'a l'alto mal vivace, 

che nei cor nostri giace 

danno ristor, ben che sto mal ne accada. 939 

Cerchian de darci pace 

e sotto sopra el mondo doppo vada. 

Servitù canta el sequente capitolo per camino e la Memoria sona col ciuffo- 
lo de terzetto in terzetto. 

Ser. Orsù, servite ben servi fedeli, 942 

orsù, servite altrui con studio e fede, 

che '1 mi convien che '1 vostro error reveli. 
Hor a suo costo el fedel servo vede 945 

quant'è la servitù mal meritata 

e quanto ha del servir poca mercede. 
Virtute più non è d'alcun stimata 948 

ch'Invidia, col livor, la tene oppressa. 

Invidia ch'oggi tant'è frequentata. 
L'Integrità qua giù più non è admessa 951 

e la Simulatione ha tal possanza 

che tien per forza Verità depressa. 
Però chi nel ben far prende fidanza, 954 

V. 925 più non gli è remedio] non gli è più reniedio ABC; v. 933 se l'alte voci del tuo suon fian mute] se col tuo 
dolce suon tu non m'aiute ABC; v. 937 ch'a l'alto] ch'ai nostro ABC; v. 953 depressa] oppressa ABC. 

V. 924 querulo: lamentevole; vv. 926-941 Poi... vada: frottola costituita da due strofette di otto versi con due 
sole rime in cui si alternano endecasillabi e settenari secondo lo schema 1 1 A7bl lA7b7bllA7bl lA; v. 928 
canne argute: le canne vivaci dello zuffolo; v. 92>Q> fallace: ingannevole; v. 937 ch'a... vivace: che al vivo e 
profondo dolore; v. 939 sto: questo, cfr. Rohlfs, II, 491; v. 939 ne: cfr. v. 702; v. 940 Cerchian: cerchiamo, cfr. 
V. 79; v. 941 did. ciuffolo: forma padana per 'zuffolo'. Nell'opera è attestata sia la forma ciuffolo che zuffolo; v. 
942 Orsù: capitolo ternario che si conclude al v. 101 1; si segnala che la parola servir viene ripetuta ben 17 
volte; v. 945 a suo costo: a suo danno; v. 947 e quanto... mercede: stesso concetto in Fregoso, RD, X, 75 «e 
raro han premio de fatiche tante». 



28 GALEOTTO DAL CARRETTO 

credendo l'opre sue sian conosciute, 

si trova illuso al fin da la Speranza. 
Molti son quei ch'in fida servitute 957 

consumano sperando i mesi e gli anni, 

in fin che vien l'incauta senettute 
e del longo servir con molti affanni 960 

d'Ingratitudin sono poi premiati, 

tal che non han se non stracciati i panni. 
Molti al servitio son d'altrui dicati 963 

ma puochi son gli elletti, e questo aviene 

che gli servitii non son misurati. 
Tal gode el mondo et alto grado tene 966 

e va con coda fra la gente altero 

con grossa vista e con le gonfie vene; 
e de prudentia mostrasi el primero, 969 

che se mancasse de l'ufficio indegno, 

parrebbe un sciocco et un cervel leggero. 
Hoggi non vai né probità né ingegno, 972 

el caso sol consiste nel favore 

che adoma un stolto come l'oro un legno. 
Non vai servir molt'anni con fervore 975 

che non chi serve più ma chi più piace 

è quel ch'ha premio de l'altrui sudore. 
«Assai dimanda chi ben serve e tace»: 978 

proverbio è fatto antico, ma gli è falso 

ch'or sol triumpha un detrattor loquace. 
Molti han con fé servito e non gli è valso 981 

el longo suo servir con gran fatica 

ch'oggi el pan d'altri è troppo caro e salso. 
Se ben mia lingua hor tutto non esphca 984 

l'estorsioni e inganni ch'oggi fansi 

ognun mei crede assai, senza ch'io '1 dica. 
Hor le parole fra gli amici dansi 987 

e tanto vai ragion quanto vói forza, 

tal che non gli è chi più vergogna scansi. 
L'un tira a poggia e l'altro tira ad orza, 990 

più fra compagni l'union non vige 

e chi non può ingannar l'amico el sforza. 
Clementia con Pietà son serve e lige 993 

e se gli è alcun ch'in parvo error trascorra 

ognun gli grida dalli e crucifige. 

V. 958 sperando] in speranza ABC; v. 973 caso] fatto ABC; v. 984 Se ben mia lingua. ..esplica] io el tacerò 
perché non ben se explica ABC. 

V. 959 incauta: si è interpretato nel significato di 'inaspettata'; v. 966 Tal: taluno; v. 966 gode el mondo: 
approfitta di tutti i piaceri che la vita offre, cfr. v. 6958; v. 966 alto grado: Dante, Purg., 10, 102 «alti 
gradi»; v. 967 va con coda: superbo; v. 968 grossa vista: offuscata, annebbiata; è il contrario di acuta e si 
tratta comunque di un male allegorico; v. 968 gonfie: superbe; v. 969 prudentia: cautela; v. 969 primero: 
primo; v. 970 mancasse: venisse meno; v. 970 ufficio: cfr. v. 209; v. 971 leggero: limitato; v. 979 proverbio 
è fatto antico: Petr., CV, 31 «Proverbio... è fatto antico»; Galeotto fa ampio uso di proverbi e detti popola- 
ri in tutta l'opera; v. 983 pan d'altri: Dante, Par., 17, 59 «lo pane altrui»; v. 983 salso: salato, cfr. 274; v. 
989 scansi: fugga; v. 990 poggia: poggia; v. 990 orza: prora; v. 990 L'un tira... orza: l'uno va da una parte 
e l'altro dall'altra. Dante, Purg., 32, 117 «vinta da l'onda or da poggia or da orza» e Petr., CLXXX, 5 «lo 
qual senz'alternar poggia con orza»; l'immagine metaforica esprime la mancanza di unione; v. 992 sforza: 
gli usa forza, cioè ottiene ciò che vuole con la forza, cfr. v. 1050; v. 993 lige: suddite; v. 994 trascorra: si 
lasci trasportare. 



TEMPIO d'amore 29 

Ma se fa ben, non gli è chi lo soccorra, 996 

né che l'opre sue buone mai comprenda, 

tanto ciascun par che '1 ben far aborra. 
La Fede in le taverne par se venda, 999 

Virtute è vitio far, che Virtù langue 

e più non gli è chi sua ragion defenda. 
Più non se guarda congiuntion di sangue, 1002 

per far el fatto suo gli occhi ognun serra 

tanto può d'Ambition l'importuno angue. 
Conscientia è scalcia e per deserti hoggi erra 1 005 

e la Perfidia ottene el principato 

fra le virtù ch'or son sì rare in terra. 
Voi che servite in questo humano stato 1008 

deh, non ponete nel servir gran cura, 

che '1 sudor vostro più non è premiato 
e sol consiste el senno in chi ha ventura. 1011 

Memoria risponde alla Servitù e dice. * 

Mem. Non ti lagnar più, Servitute, no, 

poi che te accorgi che 

premiato più non è 1014 

el ben servir colà dove se pò. 
Patientia sia la stella tua dopò 

che deturpata è Fé 1017 

e che riparo a te, 

se non a questo modo, dar non so. 
Ricordati che '1 mondo va così, 1020 

eh 'è gloria e gran virtù 

a far hor d'un sì non, e d'un no sì. 
La Carità non regna più qua giù, 1023 

che già se dipartì 

e se n'è andata per timor là su. 

Essendo giunte da Phileno Servitù e Memoria, Servitù dice. * 

Ser. Phileno, ohimè! 

Phi. Che c'è? 

Ser. Male novelle. 1026 

Phi. Dimele tosto e non tenermi in tempo. 

Ser, Scacciate fummo come gran rebelle. 

Phi. Da cui? 

Ser. Da quelle ch'hanno hor sì buon tempo. 1029 

Phi. Deh, dimmi i nomi per tua fé di quelle. 

Ser. Quelle che fan morirti avanti tempo, 

V. 997 né che l' opre. ..comprenda] e sue bon opre alcun mai non contenda ABC; v. 1002 guarda congiuntion] 
guarda a congiuntion ABC; * Memoria] Fornito il capitulo Memoria ABC; v. 1022 d' un...d' un] del. ..del ABC; 
* Servitù e Memoria] la Servitìi e la Memoria ABC. 

v. 998 aborra: fugga con orrore; v. 1004 angue: serpente; v. 1005 Conscientia... erra: Fregoso. DF, VII, 72 
«Probità dispersa pel mondo erra» ma tutto il discorso rievoca i versi del Fregoso «Per questo le città cadono a 
terra e la Capitate in tutto estinta ...Ormai non è amicizia se non finta»; v. 1005 scalcia: forma Uxrale per 'scal- 
za'; V. 101 1 ventura: fortuna; vv. 1012-1025 Non... su: sonetto misto dallo schema Ab'b'A' Cd C" D'c'D', 
caratterizzato dall'alternanza di endecasillabi e settenari; v. 1018 riparo: rimedio; v. 1022 hor d'un... .sì: richia- 
ma Dante, Purg., 9, 145 «ch'or sì or no s'intendon le parole»; vv. 1026-1033 Phileno... Ingratitudine: ottava 
che si chiude con un distico a rima baciata sdrucciolo; v. 1028 gran rebelle: Petr, T.F., 1, 66 «gran rebello». 



30 GALEOTTO DAL CARRETTO 

se non t'armi di pace e fortitudine, 1032 

e' sono Oblivione e Ingratitudine. 
Phi. Che cosa potran dir de' fatti miei? 

Che ben non abbia el mio Signor servito? 1035 

Ser. L'Ingratitudin dice ch'hai fugito 

sempre Concordia e che seduttor sei. 
Phi. Dunque son posto al numero dei rei, 1038 

sì come avesse i frati suvertito? 
Ser. Per questa causa tu sei fuor uscito 

e con Amor parlar mai non puotei. 1041 

Phi. E tu, Memoria, che me sai tu dire? 
Mem. So dir che Oblivion anchor si scorda 

de tue buone opre e tuo fedel servire. 1044 

Phi. Dunque del mio servir nul se ricorda? 

Mem. Così mi par e per più tuo martire 

ciascun nel Tempio a farti mal se accorda. 1047 

Phileno, come desperato, dice a Speranza. * 

Phi. Orsù, Speranza mia, 

di me meschin che fia? Poi che se intende 

eh 'ognun si sforza e attende a farme ingiuria 1050 

in l'amorosa curia ond'io m'attempo 

in aspettar el Tempo, sol mio bene, 

perché gli è chi '1 detiene e mai non giunge. 1053 

Poi gli è chi biasma e punge mia bona opra 

e chi più mal sa farmi più ne adopra. 
Spe. Deh, non te desperare, 1056 

sta forte in aspettare che prometto 

darti votivo effetto del tuo intento; 

non ti pigliar spavento de' nemici 1059 

che tosto fian felici i giorni tuoi. 

Tu vincerai se puoi, con tua modestia, 

domar la gran molestia che te offende: 1062 

però del mio favor fidutia prende. 
Phi. Che cosa per far sei 

che a tutti i martir miei doni riposo 1065 

e sani al cor doglioso le percosse? 

Se amico non ti fosse i' te dirla 

che mi fai vilania a deleggiarmi, 1068 

v. 1032 se non t'armi di] se non torni da ABC; v. Ì034 potran] ponno ABC; * in ABC la didascalia è diversa: 
Phileno se volge come mezzo desperato alla Speranza e sospirando gli dice; v. 1059 non ti pigliar spavento] 
né ti prender spavento ABC; v. 1062 offende] crutia ABC; v. 1063 fidutia prende] prendi fidutia ABC; v. 1067 
non tifasse] tuo nonfasse ABC. 

V. 1032 fartitudine: lat. coraggio; v. 1032 t'armi di pace e fortitudine: Dante, Inf., 34, 21 «ove convien che di 
fortezza t'armi»; v. 1033 Oblivione: dimenticanza. Si tratta di una dimenticanza assoluta di fatti, di azioni 
avvenute in un passato pili o meno lontano; vv. 1034-1047 Che... accorda: sonetto dallo schema metrico 
ABBA ABBACDC DCD; v. 1039 suvertito: turbato, confuso, detto soprattutto della mente; v. 1045 nul: nes- 
suno, cfr Rohlfs, I, 498; vv. 1048-1087 Orsù... scopra: cinque strofe costituite da otto versi, di cui il primo un 
settenario e gli altri endecasillabi sciolti con rimalmezzo, chiuse da un distico a rima baciata; v. 1049 meschin: 
misero; v. 1049 ^a: sarà, cfr. v. 279; v. 1051 amorosa curia: cfr. 690; v. 1051 attempo: invecchio; v. 1052 in 
aspettar el Tempo: Dante, Par., 20, 81 «tempo aspettar tacendo non patio»; v. \054 punge: offende; v. 1055 
adopra: impegna; v. 1058 votivo: promesso con i voti; v. 1058 effetto: cfr. v. 432; v. 1060 fian: saranno, cfr. v. 
279; V. 1065 martir miei: Petr., XII, 10 «mei martiri» e Fetr., CXXVII, 9 «miei martir»; v. 1066 cor doglioso: 
Fetr., CLXIX, 1 1 e Fetr., LXXII, 73 «cor doglioso»; v. 1068 vilania: torto. E' forma scempiata; v. 1068 deleg- 
giarmi: cfr. V. 548. 



TEMPIO d'amore 31 

che tante volte parmi m'hai gabbato 

e nel sperar stradato che non spero 

per te tornar al loco mio primero. 1071 

Spe. Non dir così, Phileno, 

che '1 cor di fraude pieno mai non ebbi 

che lamentar ti debbi di me tanto 1074 

che ti deleggio e pianto, che propitia 

ti sono. E tu, Amicitia e Integritate, 

d'Amor al Tempio andate e con gran preghi 1077 

fate ch'Amor se pieghi a darci el Tempo, 

ch'ai mio giuditio parmi hormai tempo. 
Ami. Speranza, ambe andaremo 1 080 

e tanto pregaremo el pio Signore 

che certo in puoche d'hore el Tempo avrai. 

Andiam, compagna, homai al gran convento 1083 

dove egli sta detento e se adopriamo 

de modo che '1 facciamo qua venire, 

però ch'ho gran desire far tal opra 1086 

ch'ai buon Phileno el mio voler si scopra. 

L'Integrità per camino dice a l'Amicitia. 

Int. Compagna, hai visto come fur trattate 

la Fé, la Servitute e la Memoria 1089 

al gran Tempio d'Amor dove son state? 
Ami. Tornate in drieto son con poca gloria, 

tal che non so se tanto far potremo 1092 

che contra gli emul molti abbiam vittoria. 
Int. Quel che c'è stato imposto noi faremo 

con quell'affetto, studio e diligentia 1095 

che noi, come siamo use, far sapremo. 
Ami. Se forse ne fia data poi licentia, 

come fu data a loro da' reggenti, 1098 

come ebber quelle noi avren patientia. 
Int. Non so però pensar come consenti, 

o Ciel contrario, eh 'un perfetto servo 1101 

deggia esser morso da maligni denti. 
Ami. El mondo a questi tempi è si protervo 

che chi non sa mal far tosto è cacciato, 1 104 

come da' cani l'innocente cervo. 
Int. Ahi, quanto può tenersi un huom beato 

che viver sa de servitij disciolto, 1 107 

che libertade è pur un dolce stato. 
Ami. Dolce è la libertà ma el mondo è avolto 

in tanti orgogli, ambitioni e fumi 1 110 

V. 1078 ch'Amor] eh' homai ABC; v. 1079 hormai] che sia ABC; v. 1085 de] per ABC; 1087 voler] valor 
ABC. 

V. 1069 gabbalo: cfr. v. 386 e v. 962; v. 1070 stradato: consunto, lacerato; v. 1073 fraude: lai. inganno; v. 1075 
deleggio: cfr. v. 548 e v. 1068; v. 1075 pianto: abbandono; v. 1086 gran desire: Petr., CXLVII, 11, Petr., 
CLXII, 10, Petr., CCCXII, 13 e Petr., CCCXXXI, Il «gran desirc»; v. 1088 Compagna: comincia un lungo 
capitolo ternario che si conclude al v. 4356; v. 1093 emul: lat. rivali; v. 1095 studio: cura; v. 1102 deggia: 
debba, cfr. Rohlfs, II, 556; v. 1 102 morso... denti: immagine metaforica per 'offeso da falsi detti'; v. 1 103 pro- 
tervo: cfr. V. 816; V. 1 105 innocente: che non nuoce; v. 1 106 tenersi: ritenersi; v. 1 106 huom beato: Petr., LVl, 
14 «huom beato»; v. 1 102, pur: solo, cfr. Rohlfs, III, 957; v. 1 108 dolce stato: Petr., LXXI, 22 «dolce stato»; v. 
1 1 \Q filmi: vanagloria. 



32 GALEOTTO DAL CARRETTO 

ch'ognun de dignità tende al raccolto. 
Int. Però se avien ch'ai fin poi se consumi, 

niun si de' lamentar poi di sua sorte 1113 

se de mia fama gli fian spenti i lumi. 
Ami. Troppo si sa ch'in l'amorosa corte 

ciascun con studio cerca esser maggiore, 1116 

donde procede poi discordia e morte. 
Int. Ognun conosce el suo palese errore 

e pur non trovo alcun che mai se emendi 1119 

ma va de mal in peggio, e poi se more. 
Ami. Non parlian più de questi tempi horrendi 

che piene abbiam le fastidite orecchie 1 122 

e, come l'intendo io, so che l'intendi. 
Int. Ma chi son quelle due stracciate vecchie, 

che stan del Tempio avanti alla gran porta, 1 1 25 

e l'una a qui venir par se apparecchie 
per esser forse a l'intrar nostro scorta? 

Giunte l'Integrità e i'Amicitia a la porta del Tempio, l'Accoglienza e la 
Benegnità gli vanno in contra e l'Accoglienza dice a loro. * 

Acc. Donne ch'andate sì pensose in vista, 1 128 

ch'andate voi cercando in queste parti? 

Che cos'avete che così ve attrista? 
Ami. Quel che ce attrista non possian narrarti 1131 

ma con Amor parlar noi intenderne 

se ad introdurne vói benegna farti. 
Acc. Intrar qua dentro noi vi lasciaremo 1 1 34 

ma perché voi cercate Amor trovare 

menarvi ov'egli sta non promettemo, 
che pochi forastier gli puon parlare 11 37 

e noi non abbiam tant'authoritate 

che vi possiamo dove sta menare. 
Ma vegneravi in contra Spetialtate 1 1 40 

con Gelosia, eh 'è sua compagna cara, 

da' quai sarete al fin poi ascoltate. 
Ma perché l'una e l'altra è molto avara 1143 

in dar udienza a chi da lor la vòle, 

come gran gente a mal suo grado impara, 
per questo aspettarete, come suole 1 146 

far l'altra turba, insin che vengan fuore, 

qual poi ascoltaran vostre parole. 
Ami. Nostra mente era andar davanti Amore 1 1 49 

e far nostra ambasciata a sua presenza, 

e non a sustituto suo auditore. 
Ma poi che non possiamo aver udienza 1 1 52 

da lui, sì come voi ne date aviso, 

avremo come gli altri anchor patienza 

V. 1113 niun] nul ABC; v. 1114 mia] sua ABC; v. 1 1 26 qui] qua ABC; *e la Benegnità] e Benegnità ABC; v. 
WAlda' quai] da chi ABC; v. 1 1 52 possiamo] potremo ABC; v. 1154 avremo come] harem sì come ABC. 

v. 1111 tende al raccolto: si è interpretato nel significato di 'rifugge', considerando raccolto come derivato da 
raccogliere; v. 1116 studio: cfr. v. 1095; v. 1 1 \1 procede: deriva; v. 1119 emendi: corregga; v. 1 124 stracciate: 
vestite di stracci; v. 1 \2% pensose in vista: Petr., LI. 8 «pensoso... ne la vista» e Petr., CCXXII, 1 «Liete e pen- 
sose... donne»; v. 1 133 benegna: cortese; v. 1 ]37 forastier: estranei; v. 1 \ 37 puon: possono; v. 1140 Spetialta- 
te: cfr. v. 47; v. 1 149 Nostra mente: nostra intenzione; v. 1 153 ne: cfr. v. 702. 



TEMPIO d'amore 33 



e aspettaremo insin che a viso a viso 1 155 

parlar potremo a lor, ma ve preghiamo 

che '1 nostro advento non prendiate in riso. 
Acc. Intrate, che con voi restar vogliamo 1158 

insin che parlarete ai deputati 

quai son iti a dormir; come crediamo. 
Fra questo mezzo vi saran mostrati 1161 

da noi del Tempio tutti i sacri lochi 

e dove i canti soglion far i frati 
e dove ognun par che '1 suo nume invochi. 1 164 

L'Accoglienza e la Benegnità, avendo ciascuna de loro per mano Amicitia 
e Integrità, le introduceno nel Tempio e, prima che entrano, l'Accoglienza 
gli mostra la porta. * 

Acc. Quest'è la porta tutta de fin oro 

dov'è scolpito Amor co l'ale aurate 

fatte a rilevo con sottil lavoro, 1 1 67 

qual, sanza guarda, notte e giorno paté 

per accettare i semplicetti amanti 

ch'hanno lor alme al nume suo dicale. 1 1 70 

Entriamo, o donne, e andiamo un poco avanti: 

queste colonne sono d'alabastro 

coi bassi de diaspro tutti quanti; 1 173 

i capitelli d'or con certo incastro, 

convesso in la testudine del Tempio, 

fatto per mane d'un notabil mastro, 1 1 76 

il cel ornato d'or, fatto a l'esempio 

del vero ciel, voi qui veder potete 

col Carro e Orsa e Arcade figlio empio. 1 1 79 

Questa pittura che voi qui vedete, 

pinta del muro ne la destra parte, 

chiarir vi voglio se m'ascoltare te. 11 82 

Guardate el muro che da parte a parte 

v. 1 164 nume] nome ABC; *la porta] la pana e dice ABC; v. 1 175 convesso] connexo A conexo BC; v. 1 178 
voi qui veder potete] con tutti li pianeti ABC; v. 1 1 80 qui] qua; v. 1 1 80 vedete] vedeti ABC; v. 1 1 82 ascoltare- 
te] ascoltareti ABC. 

V. 1156 lor. Spetialtate e Gelosia; v. 1159 deputati: coloro che sono destinati ad ascoltarvi; v. 1160 iti: lat. 
andati; v. 1 162 sacri lochi: Petr., XXVIII, 23 «sacro loco»; v. 1 164 nume: cfr. v. 612; v. 1 164 did. introduceno: 
'introducono', forma tipica della lingua cortigiana, cfr. Rohlfs, II, 532, v. \\65 fin oro: Petr., XII, 5 «d'oro 
fino», Petr., CCCXXV, 80 e Petr., T.M., I, 21 «oro fino»; v. 1 167 sottil: ingegnoso; v. 1 168 paté: lat. si apre; v. 
1 168 qual... paté: in Dal Carretto, Nozze di Psiche, II atto, v. 304 «senza custodi notte e giorno pande»; v. 1 168 
notte e giorno: Dante, Par., 13, 8 «notte e giorno», Petr., XXII, 20 «nocte o di giorno» e Petr.. T.A., 2. 146 
«giorno e notte»; v. 1169 accettare: accogliere; v. 1169 semplicetti: poco accorti; in Dante, Purg., XVI, 88 
«anima simplicetta» cfr. anche nota 16 della lettera dedicatoria; v. 1 170 nume: cfr. v. 612; v. 1 173 bassi: basi 
delle colonne; v. 1 173 diaspro: varietà di quarzo impuro, opaco, assai duro, variamente colorato. Era spesso 
utilizzato come materiale per decorazioni; v. 1 MA certo: particolare: vv. 1 174-1 179 i capitelli... empio: tutta la 
descrizione ne rievoca una analoga nel Fregoso, DF, XIV, 20-45 «colonne di diamante... sopra ognuna di quel- 
le son loggette con vari intagli e con grande arte ornate... e le colonne d"un zafir splendente, di color dil ciel 
quando è sereno, gli archi regean l'atrio patente»; v. 1 168 sanza guarda: senza sentinella; v. 1 175 convesso: 
incurvato; v. 1175 testudine: cupola; v. 1 176 notabil: insigne; v. 1 179 Arcade figlio empio: Arcade non rico- 
nobbe la madre Callisto, tramutata in belva, e stava quasi per ucciderla ma fu fermato da Giove che mutò sia 
Arcade che Callisto in stelle vicine, cfr. Ovidio, Mei., II, 500; v. 1 180 Questa pittura: comincia la descrizione 
del Tempio con la Tavola di Cebete; Galeotto aveva presente il testo latino da cui ha attinto quasi letteralmen- 
te; per tutte le citazioni si rimanda ad Odaxius, Cebetis Thebani Tabula. 



34 GALEOTTO DAL CARRETTO 

doi àmbiti de muro in sé circonda 

et egualmente l'un da l'altro parte. 1 1 85 

Del primo dunque in la pariete tonda 

quell'è la porta dove una gran gente 

entrando par che per destin se asconda. 1 1 88 

Quel primo cerchio è la vita presente: 

la turba ch'entra ne l'aperta porta 

è la cohorte de ciascun vivente; 1191 

quel vecchio ch'una carta in mano porta 

e poi con l'altra un non so che dimostra 

chiamasi el Genio, al nostro viver scorta, 1 1 94 

quale agl'intranti in questa vita nostra 

impera e insegna quello eh 'a far hanno 

di sua salute con verace mostra. 11 97 

Ami. Deh, dimme, o donna, che vói dir quel scanno, 

qual in quel loco veggio constituto, 

dove le genti che dicesti vanno, 1200 

nel qual sede colici che, con astuto 

e lusinghevol modo, un pocul porge 

a quelli intranti acciò che sia bevuto? 1203 

Acc. Se ben mia vista questa donna scorge 

per nome è dimandata Suadella 

che ne seduce e nul di lei se accorge 1206 

e, con bel riso o placida loquella, 

gì 'intranti astringe a ber de la bevanda 

che da' nascenti el cieco Error se appella. 1 209 

Ami. Mira in la porta, là da quella banda, 

dov'è depinta quella meretrice 

qual circondata è d'una turba infanda. 1212 

Acc. Costor se chiaman, come el vulgo dice, 

l'Opinioni e Voluptati obsene 

e la Concupiscenza ingannatrice 1215 

qual, con promesse de lusinghe piene, 

abbracciano gì' intranti e dan tal esca 

che quasi nullo al fin scorge el suo bene. 1218 

V. 11 93 non so] nescio ABC; v. 1 195 quale] questo ABC; v. 1207 a] e ABC; v. 1210 Mira] Guarda ABC; v. 
1211 dove è depinta] dove sta pineta AB, pinta C. 

1 185 parte: lat. divide; v. 1 188 asconda: nasconda; v. 1 189 vita presente: Dante. Par., 28, 1 «vita presente» e 
Petr., CCXCV, 6 «vita presente»; vv. 1 190-1 197 la turba... mostra: Odaxius, Tabula «Turba porto Illa ingens 
quae portae insistit hii sunt omnes in vitam aliquando ingressum. Senex aut ille superior qui manu altera pagi- 
nam quandam tenet. Aitera nescio quid dcmonstrat Genius appellatur hic imperat introeuntibus quid eos agere 
oporteat ad vitam ingrediant et qualem viam perecturi sint ostendit ut salutem in vita consequantur»; v. 1191 
cohorte: lat. schiera; v. 1 194 Genio: nella Tavola di Cebete, in greco, il personaggio non è il Genio bensì il 
Demone; v. 1 194 scorta: guida; v. 1 196 impera: lat. comanda; v. 1 197 di sua salute: per la loro salvezza; v. 
1 197 mostra: dimostrazione; v. 1 198 scanno: seggio; v. 1 199-1203 loco... bevuto: Odaxius, Tabula «... eo loco 
constitutum ubi turba ingredit in quo sedet suavibus moribus et formosa indole mulier qua poculum manu 
tene?»; v. 1199 constituto: lat. collocato; v. 1202 pocul: coppa; v. 1205 Suadella: impostura; vv. 1205-1209 
Siiadella... appella: Odaxius, Tabula «... Suadela... vocatur quae mortale omnes seducit. quid tum postea haec 
agit ingredientes ad vitam quoad per eam fieri potest bibetur compellit. Quae nam vero haec est potio? Error 
inquit atque Ignorantia»; da notare che qui Galeotto cita solo l'Errore e non l'Ignorantia; v. 1206 nul: cfr. v. 
1045; v. 1207 loquella: favella; v. 1208 astringe: costringe; vv. 1210-1218 Mira... bene: Odaxius, Tabula «Non 
vides praeterea intra portam mulierum meretricum multitudinem quandam diversos aspectus multifariosque 
praeferentium. Video. Istae igitur Opiniones et Concupiscentiae et Voluptates vocantur quae turba ingrediente 
statim prosiliunt et unumquemque amplectuntur ac deide abducunt»; v. 1214 Voluptati: desideri; v. 1215 Con- 
cupiscenza: piacere; 1217 esca: inganni; v. 1218 nullo: cfr. v. 1405. 



TEMPIO d'amore 35 

Ami. Qual è coUei, de dime non te incresca, 

che cieca sede su quel tondo sasso 

qual, come insana, par che di senno esca? 1221 

Acc. Quest'è Fortuna che ruina al basso 

e tolle in alto i miseri mortali 

e va per tutto con veloce passo. 1 224 

Altri sublima, ad altri tronca l'ali, 

ad altri dà molt'oro, ad altri tolle, 

tanto i suoi beni son caduchi e frali. 1227 

E sopra el sasso tondo seder volle 

per dimostrar eh 'è instabile et incerta 

e chi pon fede in lei se fonda in molle. 1230 

Ami. Chi è quella turba mesta quale, inserta 

con quei che stanno in iubilanti risi, 

par che da lei dal tutto sia deserta? 1 233 

Acc. Collor che sono da dolor conquisi 

e con le mani alzate fan gran stridi 

son quei che da Fortuna stan divisi, 1 236 

ai quali ha tolti i beni e ' dolci nidi 

che prima ella benigna gli avea dati, 

e fan con lei suoi lamentevol gridi. 1239 

Gli altri che ridon sono i fortunati 

che molti beni han da costei auti 

e più che mai da lei sono esaltati. 1 242 

Ami. Quai son quei tanti beni posseduti 

che loro hanno stimati esser ben veri, 

mentre che sono in suo favor vivuti? 1 245 

Acc. Richezza, gloria, nobiltate e imperi, 

bellezza, agilità, forza e favori 

e simil che a narrar non è mesteri. 1248 

Ami. Dunque, gl'imperi, le richezze e honori 

non stimi che qua giiì sian ben perfetti 

con che Fortuna par che ne ristori? 1 25 1 

V. 1236 stan] son ABC; v. 1243 Quai... beni] Quali... ben ABC, v. 1244 che loro hanno stimati] che lor han 
extimati ABC. 

vv. 1219-1221 Qual è... esca: Odaxius, Tabula «Video inquam hoc sed mulier Illa quaenam est? Quae veluti 
cacca atque insana super lapide quodam rotundo consistere videtur.»; v. 1220 cieca: nell'originale greco, Fortuna 
non solo è cieca e pazza ma anche sorda; v. 1222 ruina: fa precipitare; vv. 1222-1227 Quest'è... frali: Odaxius, 
Tabula «Fortuna... vocatur... quasdem facultates eripit, aliis tradit ab eisdemque rursus aufert illieo quae tradide- 
rat atque aliis temere instabiliterque concedit»; v. 1223 tolle: lat. eleva; v. 1223 miseri mortali: Dante, Par., 28, 2 
«miseri mortali». Anche in Dante digressione sulla Fortuna, cfr. Inf., VII, 91; v. 1224 e va... passo: e si aggira 
velocemente dappertutto; v. 1225 sublima: innalza; v. 1226 tolle: toglie; v. 1227 beni... caduchi e frali: Pctr.. 
CCCL, 1 «caduco e fragil bene»; v. 1228-1230 E sopra... molle: Odaxius, Tabula «Quoniam in rotundo lapide 
consistit. Quid tunc ex re significatur? Quod parum certa atque instabilia sunt illius munera. Calamitates enim 
magnae ac difficiles oriuntur ubi quis in ea fidem collocarit»; vv 1231-1233 Chi è... deserta: Odaxius. Tabula 
«Turba vero haec ingens quae eam circumstat quod sibi vult et quaenam vocantur. Vocantur hii quidcm inconsul- 
ti quorum nemo petit quae proiicia ac dilapidet... Sed eorum alii gaudere, alii sublatis manibus tristari videntur»; 
V. J231 inserta: mescolata; v. 1233 deserta: abbandonata; vv. 1234-1242 Collor.. esaltali: Odaxius. Tabula «Hi 
sunt qui a fortuna quippiam acceperunt a quibus etiam bona fortuna nuncupatur. Qui vero fiere ac manus proten- 
dere videntur, hi sunt a quibus abstulit quae tradiderat antea a quibus fortuna mala nominatur»; v. 1234 conquisi: 
vinti; V. 1 237 nidi: luoghi dove stavano in precedenza; v. 1 237 dolci nidi: Dante, Inf., 5, 89 «dolce nido»; v. 1 239 
suoi: cfr. v. 34; v. 1242 esaltati: levati in alto; vv. 1243-1245 Quai son... vivuti: Odaxius, Tabula «Et quaenam 
sunt quae illis elargitur... quae a plcrique hominibus bona existimantur»; vv. 1246-1248 Richezza... mesteri: 
Odaxius, Tabula «Divitiae sunt et gloria et nobilitas et liberi et tirannides et regna et alia quaecunque id genus»; 
anche nel Fregoso elenco analogo, cfr. RD, XI, 82 «pompe, regni, tesori, umane glorie» e DF, Vili, 3 «richezza e 
onor»; v. 1246 imperi: regni; v. 1247 agilità: destrezza; v. 1251 ne: cfr. v. 702. 



36 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Acc. Un'altra volta noi de questi effetti 

disputaremo, quando '1 tempo fia: 

hor ritorniamo agli proposti detti. 1254 

Oltra la porta, che te dissi pria, 

vedi alte mura assai piìi che le prime 

dov'è de donne grande compagnia? 1257 

La prima che sta in loco più sublime 

è la Luxuria, l'altra è l'Avaritia, 

la terza Assentation che sta in parti ime 1260 

e van seguendo quei che a lor propitia 

hanno Fortuna e, con gran studio e cura, 

cercan con loro far stretta amicitia. 1263 

E vita lieta, placida e secura 

a lor prometton con spergiuri molti, 

poi làscian quelli in vita turpe e dura 1 266 

tal che costor, da queste donne accolti 

e al fin beffati, poi constretti sono 

in furti et altri vitii esser avolti; 1269 

a' quai poi che lor vita han data in dono 

da Punitione sono al fin puniti, 

la qual severa non gli dà perdono. 1272 

Ami. Ov'è costei per cui questi scherniti 

son castigati d'ogni vitio enorme 

per esser da Fortuna subvertiti? 1 275 

Acc. Vedi collei che segue le lor orme 

ch'in loco angusto e scur sta qual bestiola 

e col flagello in man ver lor non dorme? 1 278 

Quell'è Punition qual non è sola, 

anzi da turpe donne è accompagnata 

eh 'inseme fan tra lor sordida scola. 1 28 1 

La prima è la Tristitia nominata, 

qual tien la testa fra genocchi ascosa 

tanto da estrema doglia è tormentata. 1 284 

CoUui che suoi capei con lachrimosa 

vista se arranca chiamasi el Dolore, 

qual per affanno notte e dì non posa. 1 287 

V. 1253 quando 7] quando ABC. 

vv. 1252-1254 Un'altra volta... detti: Odaxius, Tabula «De hiis... alias disputabimus. Nunc circa fabulae narra- 
tionem versemur»; v. 1254 proposti detti: alla spiegazione della storia; vv. 1255-1263 Oltra... amicita: 
Odaxius, Tabula «Vides igitur ubi portarti hanc praeterieris ambitum alterum superiorem mulieresque extra 
ambitum collocatas meretricio ornatu insignes? Valde inquam. Ex hiis haec Incontinentia, haec Luxuria, 
haec Assentatio nuncupatur... Eos... observant qui a fortuna quippiam acceperunt.»; v. \260 Assentation: 
adulazione; v. 1260 ime: lat. basse; v. 1260 parti ime: Dante, Par., 29, 34 «parte ima»; v. 1265 spergiuri: 
bugie con giuramento; vv. 1264-1266 E vita lieta... dura: Odaxius, Tabula «... vitam iucundam atque labo- 
re omni et incommodo vacuam illis affore promittentes; per vita lieta cfr. v. 106; v. 1266 dura: cfr. v. 19; 
vv. 1267-1272 tal che... perdono: Odaxius, Tabula «... tunc illis mulieribus inservire atque inhonesta 
emina sustinere et turpia quaeque ac pemitiosa illarum gratia cogatur admittere veluti furtum... quaecum- 
que hiis similia ubi vero eos defecerint punitioni addicuntur.»; v. 1 269 esser avolti: commettere; v. 1 270 a' 
quai: si riferisce ai vizi; v. 1275 subvertiti: cfr. v. 1039; vv. 1276-1278 Vedi... dorme: Odaxius, Tabula « 
Vides ne retro eas quandam veluti bestiolam locumque pariter angustum et tenebrosum ubi etiam turpes ac 
sordidae pannosaeque mulieres versari videntur?»; v. Ì21S flagello: frusta; 1278 ver: verso; vv. 1279-1287 
Quell'è... posa: Odaxius, Tabula «Ex his igitur... quae flagellum tenet Punitio nuncupatur, quae caput intra 
genua habet Tristitia, qui vero capillos suos evellit Dolor»; v. 1281 sordida: malvagia; v. 1286 arranca: 
strappa; v. 1287 notte e dì: Dante, Purg., 6, 113 «notte e dì» e Dante Purg., 21, 25 «notte e dì», Petr., 
XLVII, 7 Petr., LXXIV, 8 e Petr., CVII, 6 «dì e notte»; v. 1287 posa: riposa. 



TEMPIO d'amore 37 

Quello deforme e pieno di merore 

è il Lutto e la sorella macilenta 

detta è Mestitia che languendo more. 1 290 

La turba de' mortali discontenta, 

stando in l'albergo de sta gente afflitta, 

di sua perversa sorte si lamenta. 1293 

In altro domicilio è poi confitta, 

che d'infelicità tutt'è repleto, 

sì come gente da dolor traffitta, 1 296 

e la sua vita ivi consuma in fleto 

se in contra non gli vien la Penitenza, 

talhor mandata per divin decreto. 1 299 

Ami. Se Penitenza viene a lor presenza, 

ch'effetto con costor fa poi costei, 

qual par che se abbia tanto in reverenza? 1 302 

Acc. Leva costor da gl'infortunii rei 

e d'altra opinione e desiderio 

impressi pili rimangono per lei, 1305 

tal che lor vanno con cotal misterio 

alla Fallace e Vera Disciplina, 

eh 'è piena di dolcezza e refrigerio. 1308 

Ami. Mostrane, o donna, con la tua dottrina 

la Disciplina falsa che dicesti 

e quai son quei che a viver seco inchina. 1311 

Acc. Oltra gli cerchi, che tu già vedesti, 

vedi quel mur nel cui vestibul sta 

colici ch'è monda e ferma ne' suoi gesti? 1314 

Disciplina costei par che nome ha, 

quantunque Disciplina sia fallace, 

per lo cui mezzo a la vera se va. 1317 

Ami. Narrane, o donna amica, se '1 te piace, 

se altro àdito e camino se ritrova 

per gir da Disciplina alma e verace. 1 320 

v.\3\2che tu già ] che già tu ABC; v. 1 3 1 9 e] o ABC; v. 1 320 alma] alta ABC. 

vv. 1288-1290 Quello... more: Odaxius, Tabula «Hic alius vero qui deformltatem macilentiam et nuditatem 
praeferens iuxta eas accubat ac deinde similis ili! turpis et macilenta quedam: quinam sunt? Hunc sane... 
luctum appellant Illa vero Ipsius sororem moestitiam bis itaque traditur et eorum contubernio cruciatur» v. 
1288 merore: forma letteraria antica per 'dolore inconsolabile'; v. 1293 perversa: malvagia; v. 1294 confìt- 
ta: gettata, si riferisce alla turba de' mortali; vv. 1294-1299 In altro... decreto: Odaxius, Tabula «Post 
denuo in aliud infoelicitatis domicilium traditur atque reliquam vitam in omni miseria traducit nisi forte illi 
poenitentia obviam prodierit»; v. 1295 repleto: lat. pieno; v. 1296 da dolor tra/fìtta: Dante, Infì, 27, 12 «dal 
dolor trafitto»; v. \ 291 fleto: lat. pianto; v. 1301 effetto: cfr. v. 432; vv. 1303-1308 Leva... refrigerio: 
Odaxius, Tabula «Si paenitentia illi obviam fuerit eripit eum ex infortuniis et alterumque desiderium 
imprimi! per quod ad veram disciplinam perducit et ad eam quae falsa disciplina nuncupatur.»; v. 1303 
infortunii rei: mali crudeli; v. 1304 e d'altra...: qui il soggetto sottinteso è 'essi'; Galeotto opera un brusco 
cambio di soggetto; v. 1305 per lei: grazie a lei; v. 1306 con cotal misterio: in modo umanamente inspie- 
gabile; v. 1307 Disciplina: cultura; essi vanno contemporaneamente alla vera e falsa Disciplina; vv. 1312- 
1314 Oltra... gesti: Odaxius, Tabula «Vides ne alterum illum ambitum? Video inquam ego. Atque extra 
ambitum in vestibulo mulier quaedam asistit quae munditiam constantiamque non mediocrem pretendi!»; 
vv. 1313-1315-1317 sta-ha-va: sono tre versi tronchi; v. Ì3\4 monda: linda; vv. 1315-1317 Disciplina... 
va: Odaxius, Tabula «Hanc igitur inquit plerique homines et vulgus vocatur Disciplinam cum falsa potius 
disciplina sit... ubi ad veram disciplinam pervenire voluerint»; v. 1315 nome ha: sinalefe; v. 1316 quantun- 
que... fallace: non è la vera Cultura bensì è la Pseudocultura; vv. 1318-1319 Narrane... ritrova: Odaxius, 
Tabula «Nunquid alius ad veram Disciplinam aditus non patet?» v. 1 320 gir: andare, in Rohlfs è attestata la 
forma gire, cfr. Rohlfs, I, 158 e II, 545, 617; v. 1320 alma: lat. alimentatrice, che dà anima e vita. 



38 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Acc. Sì ben, che quinci un'altra via se prova. 

L'Amicitia persevera in dimandare all'Accoglienza el significato de la 
pittura. * 

Ami. Donna, doppo che tu ne dechiarasti 

la falsa Disciplina per cui vassi 1 323 

al loco dove stanno i giusti e ' casti, 
quai son collor che con suoi pedi bassi 

van declinando in quel muro rotondo, 1326 

con grave incesso e con suoi lenti passi? 
Acc. Costoro sono gli amator del mondo 

che da sue opinioni fur gabbati, 1329 

fidandosi nel senno suo profondo, 
credendosi, ch'essendo lor dottati 

de la fallace Disciplina detta, 1 332 

de vera Disciplina esser ornati. 
Ami. Qual è questa ingannata e illusa setta? 
Acc. Altri poeti sono, altri oratori, 1335 

musici alcuni, a chi el sonar diletta, 
altri geometri et altri cantatori, 

critici alcuni, alcuni dialetici, 1338 

astrologi, leggisti e altri dottori, 
cosmographi, sophisti et arithmetici, 

scultor, pittori con voluptuarii 1 341 

e la gran schola de' peripatetici. 
Ami. Quai sono quelli ch'hanno aspetti varii 

che corran cerco lor, che a l' Avaritia 1 344 

e a l'altre non son d'habiti contrarli? 
Acc. Quelli sono essi i quai con la Stultitia 

entran qua dentro e già non camparanno 1 347 

dai gravi mali e ceca lor malitia 
insino a tanto che commutaranno 

la falsa Disciplina in la verace, 1 350 

e che tutti purgati restaranno. 

* de la pittura] di quella pictura all'Accoglienza ABC; v. 1345 l'altre] l'altra ABC; v. 1348 dai gravi] da 
gli lor ABC. 

V. 1321 Sì ben... prova: Odaxius, Tabula «Patet»; v. 1322 ne: cfr. v. 702; vv. 1325-1326 quai... rotondo: 
Odaxius, Tabula «Hi vero intra ambitum declinantes quinam sunt homines?»; vv. 1325-1327 suoi: cfr. v. 34; v. 
1326 declinando: su e giù, avanti e indietro; v. 1327 incesso: andatura; v. 1327 lenti passi: Dante, Inf., 25, 7 
«lento passo» e Dante, Inf., 6, 101 «passi lenti» e Petr., XXXV, 2 «lenti passi»; vv. 1328-1333 Costoro... orna- 
ti: Odaxius, Tabula «Falsae... disciplinae sunt amatores decepti seque opinantes verae Disciplinae contubernio 
frui»; v. 1329 sue: riferito alla falsa Disciplina; v. 1333 de vera... ornati: essi credono di intrattenersi con la 
vera Cultura; vv. 1335- 1342 A/fW... peripatetici: Odaxius, Tabula «Alii inquit poetae, alii oratores, alii musici, 
alii dialetici, alii aritmethici, alii geometrae, alii astrologi, alii voluptuarii, alii peripatetici, alii critici et que- 
cumque eiusmodi sunt.»; vv. 1337-1340-1342 cantatori-arithmetici-peripatetici: sono tre versi sdruccioli; v. 
\2>2)% critici: grammatici; v. 133S dialetici: conoscitori della dialettica; v. \339 leggisti: giuristi; v. \340 cosmo- 
graphi: studiosi del cosmo; 1340 sophisti: coloro che usano sofismi, cavillatori; v. 1341 voluptuarii: edonisti; 
v. Ì342 peripatetici: filosofi della scuola di Aristotele; vv. 1343-1345 Quai sono... contrarli: Odaxius, Tabula 
«Illa autem mulieres quae videntur circumcurrere prioribus illis similes in quibus Incontinentia et reliquis una 
esse affirmabas: quaenam sunt?»; v. 1344 cerco: intomo; v. 1345 e a l'altre... contrarli: e alle sue compagne, 
cioè Lussuria e Assentatione, sono simili (cfr. vv. 1258-1260); v. 1346 essi: proprio quelli; v. 1347 camparan- 
no: scamperanno; vv. 1348-1351 dai gravi... restaranno: Odaxius, Tabula «... ab opinione ac reliquis malis 
evadent priusquam repudiata falsa Disciplina veracem vlam ingressi fuerint et purgatoriam eorum virtutem 
admiserint et mala omina quibus involvuntur et opiniones et ignorantiam et reliquam omnem pravitatem 
sequestraverit, tum demum ita salvi et incolumes erunt.»; v. 1349 commutaranno: scambieranno. 



TEMPIO d'amore 39 

Ami. Benigna donna, dinne, se '1 te piace, 

qual è la via che gli huomini conduce 1353 

a vera Disciplina e etema pace? 
Acc. Quel alto loco che sì chiaro luce, 

il qual da pochi vedi esser usato 1356 

per esser privo d'ogni guida e duce, 
la prima porta, che là vedi a lato, 

avanti tene un aspero camino, 1359 

erto, sassoso e poco frequentato; 
un colle eccelso è in mezzo a quel confino, 

qual nel salire è molto angusto e stretto, 1362 

ch'ha precipiti© a tomo a lui vicino; 
quest'è la strada del camino elletto 

che a Vera Disciplina è condutrice, 1365 

qual molto è formidabil ne l'aspetto. 
Sopra del colle eccelso, almo e felice, 

è un sasso grande rotto d'ogn'intomo 1368 

da l'alta cima insino a la radice. 
Due belle donne in lieto aspetto e adomo 

con le tendenti mani stan sul sasso, 1371 

qual d'una matre generate fomo, 
e tutti quelli ch'ivi sono al basso 

per salir alto vanno confortando 1374 

che da' lor cori ogni timor sia casso 
e che anco un poco vadan tollerando 

ch'in breve spatio alla formosa via 1377 

lor guidaranno per camin cantando. 
Ami. Su questo sasso che dicesti pria 

deh, dinne prego, come andaran loro, 1380 

ch'ivi non par ch'alcuna strada sia? 
Acc. Dal precipiti© scendono costoro 

e su trahendo quei fan riposare, 1383 

dando a' lor ansii placido ristoro. 
Ami. Deh, dinne anchor di gratia, se '1 te pare, 

V. 1380 come andaran] ascendaranno ABC. 

vv. 1353-1354 qual è... pace: Odaxius, Tabula «Et quaenam haec est via quae ad veram disciplinarti 
ferat?»; vv. 1355-1360 Quel altro... frequentato: la sintassi qui risulta un po' difettosa perché Accoglienza 
fa riferimento direttamente alla pittura; il senso si comprende definitivamente al v. 1364; Odaxius, Tabula 
«Vides inquit locum illum superiorem ubi nullus inhabitat sed solitudo ingens esse videtur? Video praterea 
ianuam quamdam pusillam ante quam via quemdam est quae non multum admodum frequentatur quippe 
quam pauci admodum terunt quod acclivis et aspera et sacosa videatur»; v. 1 360 erto. ..frequentato: Frego- 
so, RD, I, 74 «questo sentier, essendo erto e sassoso, mal frequentato»; vv. 1361-1363 un colle... vicino: 
Odaxius, Tabula «Collis practerea quidam excelsus apparet ad eumque angustus admodum ascesus et qui 
multa profunda hinc inde precipita offerat»; v. 1361 colle eccelso: Fregoso, PE, II. 38 «eccelso monte»; v. 
1361 confino: luogo; v. 1363 ch'ha... vicino: burroni da una parte e dall'altra; vv. 1364-1369 quest'è... 
radice: Odaxius, Tabula «Haec igitur... via est quae ad veram Disciplinam ducit aspectu in primis formido- 
losa. Porro circa collis superiorem partem saxum ingens et praealtum usque quaque praeruptum vides?»; v. 
\366 formidabil: temibile; v. 1368 sasso grande: Petr., CXXXV, 92 «gran sasso»; vv. 1368-1369 è un... 
d' ogn' intorno: una gran rupe alta e scoscesa tutt'intorno; vv. 1370-1372 Due belle... forno: Odaxius, Tabu- 
la «Vides praeterea mulieres duas supra saxum constitutas pulchritudine atque habitudine corporis cxcel- 
lentes ac manus per quam alacriter pretendcntes?»; v. 1370 lieto aspetto: Dante, Par., 32, 64 «le menti 
tutte nel suo lieto aspetto»; v. 1371 sasso: rupe: v. \312 forno: furono; v. 1375 casso: eliminato; v. 1376 
anco: anche; vv. 1376-1377 e che... via: devono sopportare ancora per poco e dopo arriveranno ad una 
bella via; v. 1377 in breve spatio: Petr.. T.A., 2, 73 «breve spatio» e Fregoso. DF, 65 «in spazio breve»; v. 
1311 formosa: lat. bella, ma anche agevole, sicura; v. 1382 costoro: le due donne scendono nel burrone e li 
tirano su per poi farli riposare; v. \3S4 placido ristoro: Fregoso, DF, XII, 91 «placido restoro». 



40 GALEOTTO DAL CARRETTO 

el nome de le due belle sorelle 1 386 

che quelli in alto sforzansi tirare. 
Acc. Constanza e Continenza han nome quelle 

che danno audatia e valida fortezza 1 389 

a le predette ascese anime belle 
e, con triumpho e massima allegrezza, 

mostran la strada che conduce al loco 1 392 

lieto, beato e pien d'ogni dolcezza. 
Alza le ciglia e leva gli occhi un poco: 

vedi quel piano a pie d'un luco fosco 1 395 

quant'è lucente, ameno e pien di gioco? 
Ami. Veggiolo chiaro, ma già non conosco 

quell'alta porta eh 'è nel tondo muro, 1398 

in mezzo '1 prato qual è avanti al bosco. 
Acc. Quest'è quel loco placido e securo 

de' fortunati spirti domicilio, 1401 

u' le Virtuti già create furo 
da quel che regge el mondo col suo cilio. 

L'Amicitia persevera parlando con Accoglienza. * 

Ami. Qual è collei che, con semplici ornati, 1404 

giovene, bella e di constante aspetto 

fuor de la porta veggio ad un de' lati? 
Qual nel bel loco fortunato elletto 1 407 

stassi secura sopra un quadro sasso, 

tenendo quel per fido suo ricetto? 
Due donne ha presso a lei, poco più basso, 1410 

ch'in apparenza pareno sue nate 

e con costoro prende dolce spasso. 
Acc. Quella ch'in mezzo è de le due narrate 1413 

la vera Disciplina alta se chiama, 

le due son Persuasione e Veritate; 
e sopra '1 sasso quadro sta la dama, 1416 

* Accoglienza] l'Accoglienza ABC; v. 1407 elletto] e eletto ABC; v. 1414 a//a] pur ABC. 

vv. 1388-1393 Constanza... dolcezza: Odaxius, Tabula «Altera... Continentia, altera Constantia nuncupatur. 
Hortantur... eos qui ad id loci veniunt ut bono animo atque intrepido sint admonentque p'aululum quippiam 
adhuc esse tolerandum se enim eos paulopost ad pulcherrimam viam perducturas»; v. 1389 audatia... fortezza: 
coraggio e forza; v. 1390 anime belle: Petr., CXXXVII, 12 «anime belle» e Petr., CCCV, 1 «anima bella»; vv. 
1394-1396 Alza... gioco: Odaxius, Tabula «Videsne inquit ante illud nemus locum quemdam qiiae pulchritudi- 
nem amoenitatemque pratorum praefert multoque lumine illustratur?»; v. Ì394 Alza le ciglia: Dante, /«/., 4, 13 
«poi ch'innalzai un poco più le ciglia»; v. 1395 a pie: cfr. v. 373; v. 1395 piano: prato; v. 1395 luco fosco: bosco 
scuro; v. 1 396 pien di gioco: gioioso; vv. 1 397- 1 399 Veggiolo... bosco: Odaxius, Tabula «Et valde inquam. Ani- 
madvertis igitur in prati meditullio ambitum alium et portam aliam?»; v. 1398 tondo muro: recinto; vv. 1400- 
1403 Quest'è... cilio: Odaxius, Tabula «Fortunatorum... domicilium hic enim virtutes omnes et foelicitas ipsa 
versatur»; v. 1401 domicilio: dimora degli uomini felici; v. 1402 u ... furo: dove vivono le Virtù, compresa la 
Felicità, create da Dio; u' forma per ubi, cfr. Dante, Purg., XXVIII, 12 «u' la prim'ombra»; v. 1403 cilio: ciglio; 
V. 1404 semplici ornati: vestita in modo disadorno; vv. 1404-1412 Qual... spasso: Odaxius, Tabula «Quin... 
aspicis prope portam quae formosa et constanti facie mulier existat mediani indiscretam iam aetatem habitum 
vero et omatum simplicem praeseferens eaque non in rotundo sed in quadrato lapide secura et munita consistit. 
Duae praeterea aliae quas tantasque filias una secum habcre videtur»; v. 1405 giovene, bella: Dante, Purg., 27, 
97 «giovane e bella»; v. 1405 constante aspetto: dal volto fermo; vv. 1413-1418 Quella... brama: Odaxius, 
Tabula «Hamm igitur quae medium locum tenet disciplina est eam Veritam et Persuasio comitatur»; v. 1416- 
1421 e sopra... affanno: la vera Disciplina, quindi la Cultura, sta sul sasso quadro, la Fortuna su quello tondo, 
cfr. V. 1220 e vv. 1228-1230; Odaxius, Tabula «Cur haec quadrato lapidi potissimum insistit? Ex eo... aiiguitur 
quae ad eam pervenientes securo et certo tramite perficiscunt donationesque traditas tuto suscipiunt». 



TEMPIO d'amore 41 

acciò che a quelli che da lei ne vanno 

mostri la strada ch'ogni giusto brama 
e che i bei don, ch'avuti da lei hanno, 1419 

con gran quiete possano fruire 

et obliarsi d'ogni humano affanno. 
Ami. Quai sono i doni, piacciati a me dire, 1422 

che costei dona a quelli elletti spirti, 

poi che son giunti là con gran martire? 
Acc. Io son contenta questo anchor chiarirti: 1425 

costei gli dà cor forte e confidenza, 

come comprender puoi senz'altro dirti, 
et ancho una perfetta e gran scienza 1 428 

per cui patire nulla cosa grave 

in questa vita han chiara intelligenza. 
Ami. Apprime un dubbio con tua dotta chiave: 1431 

perché costei sta fuor del muro tondo, 

che di saperlo a me sarà soave? 
Acc. Quella sta fuore acciò che con giocondo 1434 

viso raccoglia quei che van da lei 

e de' suoi vitii faccia ciascun mondo; 
i quai, purgati da' delitti rei, 1 437 

poi introduce dove sta Virtute. 
Ami. El modo come, anchor saper vorrei. 

Acc. Come collui che paté febri acute 1440 

e manda per un phisico perito 

per ricoprar la pristina salute, 
quai, de la causa del mal avertilo, 1443 

con tai remedii par che li proveda 

che puoi l'infermo resta ben guarito, 
quai se avien poi per contra che riceda 1 446 

del medicante dagli buon precetti 

in sua salute par che puoi non reda. 
A questo modo, dunque, i spirti elletti, 1449 

quai sono a l'alma Disciplina giunti. 



V. 1419/ bei don] li don ABC; v. 1 422 a me] a noi ABC; v. 1 423 quelli] questi ABC; v. 1 43 1 Apprime un dub- 
bio con tua dotta chiave] Donna chiarirne anchora non ti grave ABC; v. 1438 introduce] gì' introduce ABC; v. 
1 442 per ricoprar la pristina salute] aciò ch'in l'egritudine Valute ABC. 

vv. XAll-X'XlA Quai sono... martire: Odaxius, Tabula «Et quaenam illis ab ea dono dantur?»; v. 1423 elletti 
spirti: Dante, Purg., 13, 153 «spirito eletto», Dante, Purg., 3, 73 «spiriti eletti» e Petr., CCCXXVII, 10 «spirti 
electi»; v. 1426 cor forte: coraggio; vv. 1426-1430 costei... intelligenza: Odaxius, Tabula «Confidentia... atque 
animus imperterritus... scientia per quam grave nihil in vita perpeti unquam posse se intelligunt»; v. 1426 con- 
fidenza: fiducia; vv. 1428-1430 scienza... intelligenza: la scienza di non dover mai patire niente di terribile 
nella vita; v. \ 429 patire: cfr. v. 438; v. 1429 grave: importante; v. 1430 intelligenza: consapevolezza; v. 1432 
muro tondo: cfr v. 1398; vv. 1432-1438 perchè... Virtute: Odaxius, Tabula «Sed quoniam extra ambitum ita 
moratur? Ut... advenientes excipiat accurate ac vim illam purgatoriam instillet purgatosque ac prorsus emenda- 
tos ita eos ad vertutes introducat.»; v. 1436 mondo: puro; vv. 1440-1448 Come... reda: Odaxius, Tabula «Que- 
madmodum si quis gravitar aegrotans medicum accersiverit purgatoriis statim mcdicamentis omnes aegritudi- 
nis causas eximere conatur. Atque ita demum a medico reparatus in sanitatcm rcstituitur qui si medici praecep- 
tis minus obtemperaverit merito repudiatus ab ea aegritudine conficitur.»; v. 1440 paté: lat. patisce; v. 1441 
manda: raccomanda; v. 1441 phisico perito: medico esperto; v. 1442 ricoprar: recuperare; v. 1443 quai: il 
periodare, in questi versi, è molto complesso, il soggetto qui è il medico; v. 1444 tai: tali; v. 1445 puoi: poi; è 
un iperdittongamento; v. \446 quai: l'infermo; v. 1446 riceda: si discosti; vv. 1449-1454/4 questo... congiunti: 
Odaxius, Tabula «...eodem itaque pacto ubi quis ad Disciplinam pervenerit pracbe curatur et virtute illius irro- 
ratur ut quacprimum mala omnia expurget cnciatque quibus adveniens implicabatur»; v. 1449 spirti elletti: si 
veda v. 1423. 



42 GALEOTTO DAL CARRETTO 

con tal virtute fànnosi perfetti 
tal che da tutti i mali son disgiunti 1452 

ne' quai da prima lor, d'Error ripieni, 

già nel venir rimasero congiunti. 
Ami. Quai sono questi morbi tant'obseni? 1455 

Acc. El ceco Error e la ceca Ignoranza 

che Suadella gli de per poti ameni. 
Furor, Concupiscenza et Arroganza, 1 458 

che nel circulo primo tu vedesti, 

e la trist' Avaritia e Intemperanza. 
Ami. Poi, quando sono ben purgati questi, 1461 

dove gli manda? 
Acc. Da Scientia quelli 

e da l'altre virtù gli manda presti, 
quai vedi errar per quelli campi belli, 1 464 

dentro a la porta, con inculto ornato 

che per le spalle han sparti i suoi capelli. 
La prima è la Scientia che ha da lato 1 467 

Modestia, Probitate e Fortitudine 

e quella che sempre ha '1 suo cor temprato, 
Giustitia, Libertade e Mansuetudine 1470 

e quella Continenza sì preclara 

quai è più ferma che colonna o incudine 
e menan loro a quella matre cara, 1 473 

la quai Felicità per nome è ditta, 

dove ogni pace e gaudio ver se impara. 
Ami. Mostrami, prego, questa donna invitta 1476 

a pie de cui se trovano ben tanti 

e nulla opera buona è mai prescritta. 
Acc. Quell'altra strada che là vedi avanti 1479 

che va a la cima, cinta d'ogni intomo 

quai rocca dagli muri tutti quanti; 
poi nel vestibul, sopra un seggio adomo, 1482 

una regina regalmente asisa 

V. \457 dè]dàABC. 

vv. 1 451- 1454 co« lai... congiunti: grazie a quella virtù vengono purificati cosicché vengono espulsi tutti quei 
mali con cui erano entrati; v. 1455 Quai... obseni: Odaxius, Tabula «Quaenam haec?»; vv. 1458-1460 Furor... 
Intemperanza: Odaxius, Tabula «Ignorantiam, Errorem quem apud Suadelam ebiberat, Arrogantiam, Concupi- 
scentiam, Intemperantiam, Furorem, Avaritiam et reliquam omnia quibus in priore ambitu fuerat repletus;»; v. 
1456 cieca Ignoranza: Fregoso, DF, VII, 25 «cieca e ignorante»; v. 1458 Concupiscenza: cfr. v. 1215; v. 1460 
Intemperanza: cupidigia; vv. 1461-1462 Poi... manda: il soggetto sottinteso è la vera Disciplina; Odaxius, 
Tabula «Ubi vero satis emundatus fuerit quonam eum mittit?»; vv. 1462-1463 Da Scientia... presti: Odaxius, 
Tabula «Intro... ad Scientiam aliasque virtutes»; v. 1465 con inculto ornato: per niente acconciate; Odaxius, 
Tabula «... inculto ac simplici habitu... »; v. 1466 suoi: cfr. v. 34; vv. 1467-1475 La prima... impara: Odaxius, 
Tabula «Prima... Scientia nuncupatur. Aliae vero huius germanae sunt: Fortitudo, lustitia, Probitas, Temperan- 
tia, Modestia, Libertas, Continentia, Mansuetudo. Ubi ergo cum ipsae susceperint quonam adducunt? Ad 
matrem inquit. Ea vero quaenam est? Foelicitas inquit.»; v. 1468 Probitate: lat. bontà; vv. 1468-1470-1472 
Fortitudine - Mansuetudine - incudine: sono tre versi sdruccioli; v. 1469 e quella... temprato: Temperanza; v. 
1471 Continenza: moderazione; v. 1476 invitta: che non è mai stata sconfitta; 1477 a pie: cfr. v. 373; v. 1478 
prescritta: venuta meno; vv. 1479-1490 Quell'altra... vinto: la sintassi qui risulta un po' difettosa, cfr. nota ai 
vv. 1355-1360; Odaxius, Tabula «Vides ne viam illam ad sublimem illum verticem ferentem quem omnes 
ambitus veluti arcem suam amplectuntur. Video mulier praecellens in vestibulo constituta super solium excel- 
sum sedet cultu tam curioso quam liberali corona fiorentissima eleganter admodum capiti imposita... Haec igi- 
tur inquit est Foelicitas... Ipsa inquit Foelicitas cum potentiae suae corona circumadat. Itidem reliquae omnes 
Virtutes perinde ac maximorum certaminum victores coronari solenL»; vv. 1480-1481 che va... quanti: che 
conduce a quell'altura che è l'acropoli di tutti i recinti; v. 1482 seggio adorno: trono ornato. 



TEMPIO d'amore 43 

con molte donne che gli stanno a tomo; 
la donna che da l'altre sta divisa 1485 

è la Felicità ch'ha '1 capo cinto 

d'un florido capello a sua divisa, 
col qual corona ognun ch'ivi è sospinto, 1488 

come se sòl ognun che porta honore 

contra '1 nemico del certame vinto. 
Ami. Quai sono quei de cui fu vincitore 1491 

qualunque è stato in servitù redutto 

con tant'afflittione e deshonore? 
Acc. Poi ch'hai desio de saper el tutto, 1 494 

quelli nemici sono Error protervo 

et Ignoranza, priva de buon frutto, 
et Avaritia, che fai 'huomo servo, 1497 

e la Concupiscenza maladetta, 

qual strugger sòie ogni medolla e nervo; 
a la qual U-ista et esacrabil setta 1500 

ognun de questi giusti elletti impera 

e tien per forza conculcata e stretta. 
Ami. O gran vittoria triumphante e vera, 1503 

ma dinne la possanza con la quale 

suol coronarsi ognun che pria servo era. 
Acc. Possanza è beatifica e immortale 1 506 

con che vien coronato ogni vincente, 

tal che più el vitio contra lui non vale 
e va pensando con quieta mente 1509 

mai tal riposo non trovar altrove, 

come el ben summo che con gaudio sente. 
Ami. Ciascun de quelli coronati dove 1512 

è poi condotto quando è là su asceso 

da la Regina per sue degne prove? 
Acc. Poi le Virtuti, con affetto acceso, 1515 

menan costui al loco ov'era pria 



V. 1489 ognun] ciascun ABC; v. 1506 Possanza è beatifica e immortale] Possanza beatifica e immortale ABC. 

V. \ 4,%! florido: fiorito; v. 1487 d'un... divisa: ha il capo cinto da una corona di fiori come segno di riconosci- 
mento; V. 1488 corona: incorona; v. 1490 certame: lat. combattimento; vv. 1495-1502 quelli... stretta: 
Odaxius, Tabula «Imprimis inquit Ignorantiam et Errorem... deinde Tristitiam, Luctum et Avariciam et Incon- 
tinentiam et reliquam omnem improbitatem, bis omnibus non ut antea paret sed imperai.»; v. 1495 protervo: 
cfr. V. 816; v. 1496 priva de buon frutto: che non porta a nulla; v. 1499 qual... nerx'o: Fregoso, CB, 48 «qual le 
medolle e il sangue ne devora»; vv. 1500-1502 a la... stretta: ognuno di questi giusti comanda a questa triste e 
maledetta setta e la tiene forzatamente sottomessa e dominata; v. 1500 esacrabil: malvagia; v. 1501 impera: 
lat. comanda; v. 1502 conculcata: sottomessa; v. 1503 O gran vittoria... vera: O che grande e nobilissima vit- 
toria; Odaxius, Tabula «O preclara inquam ego facinora et pulcherrimam victoriam. Illud autem mihi etiam 
expone? Cuismodi sit eius potentia qua eum coronari dixisti?»; v. \504 possanza: il potere della corona della 
Felicità (cfr. vv. 1486-1488); vv. 1506-151 1 Possanza... sente: Odaxius, Tabula «Beatifica inquit o adolescens 
qui enim fuerit ea potentia coronatus et foelix beatus evadit ncque alibi quem in se ipso spem foclicitatis repo- 
nit.»; V. 1506 beatifica: rende beato lo spirito; v. 1511 el ben summo: Petr., XIII, 10, Petr., XCIX, 3 e Petr. TE., 
37 «sommo bene» e in Fregoso, RD, XIV, 69, PE, XI, 35 e 18, DF, II, 50 «summo ben»; vv. 1512-1514 Cia- 
scun... prove: Odaxius, Tabula «Caeterum coronatus quid agit aut quo vadit?»; vv. 1515-1530 Poi... Dio: 
Odaxiu», Tabula «Suscipientes eum Virtutes ad id loci ducunt unde primum advenerat eique commostrant stu- 
dia improborum quae male degant et miserac vivant quanta in vita naufragia patiantur, quantum aberrant quam 
veluti hostium captivitatem perferant. Alii Incontinantiae, alii Arrogantiae, alii Avariciae, alii inani gloriae, alii 
aliis malis inservientes per quem a calamitatibus quibus irretiti sunt exolvere se nequeunt ut salventur et eo 
perveniant sed in omni vita perturbantur atque hoc perpetiuntur quibus huiusmodi viam invenire non possent 
mandatum enim a Genio ac numine suo traditum oblivioni mandaverunt». 



44 GALEOTTO DAL CARRETTO 

quando da' vitii se trovava preso. 
Ivi gli mostrar! l'empia compagnia 1518 

de' reprobi che fér misera vita 

e la sua servitù quanto gli è ria; 
e come el vitio ad ogni mal gl'invita, 1521 

chi a Incontinenza e qual ad Avaritia, 

chi 'n vanagloria ha l'anima impedita, 
tal che implicati in quest'ansia malitia 1 524 

perdon l'honor, la facultà, l' ingenio 

né giunger ponno a quell'alta letitia, 
e '1 bel mandato, che gli dede el Genio, 1527 

come insensati mandano in oblio, 

tal che l'infamia gli conduce al senio 

e sono in odio al mondo et anco a Dio. 1530 

L'Amicitia prosegue interrogando l'Accoglienza. 

Ami. Benigna donna, ben tu ne demostri 

questa morale e nobile pittura, 

ma un dubbio resta ancor ne' petti nostri: 1533 

per qual cagione poi con tanta cura 

l'alme Virtuti mostrano quel loco 

a quei che sono in parte alta e secura? 1536 

Acc. Quelle, ch'or stanno in gran letitia e gioco, 

dal loco dove prima eran venuti 

quel che facesser conoscevan poco, 1539 

che l'Ignoranza e Error, ch'avean bevuti, 

facevan loro ambigui e dubbiosi 

che i ben per ben non eran conosciuti; 1542 

e come mal periti e scrupulosi 

le cose che chiamar non se puon male 

stimavano esser mali criminosi 1 545 

il perché lor, menando vita tale, 

vivean mal come molti altri fanno, 

quai, sciocchi e cechi, in capo han poco sale. 1548 

Hor che scientia de cose utili hanno 

come prudenti fanno ottima vita, 

guardando basso quei ch'in vitii stanno, 1551 

tal che, securi in quell'alta e fiorita 

parte vivendo, più non han timore 

V. 1 5 1 7 vitii] vitio ABC; v. 1 537 Quelle] Quelli ABC; v. 1 549 de cose utili] de cosa utile ABC. 

V. 1530 anco: cfr. v. 1376; v. 1531 ne: cfr. v. 702; v. 1519 reprobi: malvagi; v. 1520 sua: loro, cfr. v. 34; v. 1520 
ria: infelice; v. 1523 vanagloria: Dante, Purg., 11,91 «Oh vana gloria de l'umane posse»; v. 1523 impedita: 
smarrita; v. \52A ansia: cfr. v. 188; v. \525 facultà: gli averi; v. \526 ponno: possono, cfr. Rohlfs, II, 547; v. 
1527 mandato: comando; v. 1529 senio: vecchiaia; v. 1530 anco: anche; vv. 1533-1536 ma un dubbio... secu- 
ra: Odaxius, Tabula «Recte inquam dicere mihi videris tametsi hoc etiam insuper ambigo cur nam ei Virtutes 
locum illum commonstrent?»; vv. 1537-1548 Quelle... sale: Odaxius, Tabula «Unde prius advenerat nihil certi 
noverat ncque ullam eorum quae ibi agerentur scientiam tenebat sed Ignorantiam atque Errorem quem ebiberat 
ambiguus quae bona non erant quae mala non fuerant mala existimabat. Quo circa male etiam vivebat sicut alii 
plerique ibi diversantes.»; v. 1541 ambigui: incerti; v. 1542 che... conosciuti: cosicché i beni non erano consi- 
derati beni; v. 1543 mal periti e scrupolosi: poco informati e attenti; v. \5AApuon: cfr. v. 1 137; vv. 1549-1551 
Hor che... stanno: Odaxius, Tabula «Nunc vero praecepta utilium et conducibilium rerum Scientia et ipse opti- 
mam vitam traducit et eos quae pessime agunt contemplatur»; v. 1549 Hor... hanno: ora avendo acquistato la 
scienza delle cose che giovano. 



TEMPIO d'amore 45 

de quelle donne dove fér partita; 1 554 

e da Tristitia e d'importun Dolore, 

d'Intemperanza e anco d'Avaritia 

e d'altri danni se ritrovan fuore. 1557 

Anzi a le donne piene de malitia, 

da chi già oppressi se trovavan pria, 

vanno imperando e doman lor nequitia. 1560 

Ami. Qual è quell'altra grande compagnia 

che giù dal colle cala passo passo, 

empiendo tutta quella longa via, 1563 

de cui alcuni coronati al basso 

van con letitia et altri incoronati 

da donne son detenti a ciascun passo? 1566 

Acc. Collor che là tu vedi coronati 

son quei che a l'alta e vera Disciplina 

son giunti e se ritrovan consolati. 1569 

Quell'altra turba, ch'è a costor vicina, 

son quei che desperati fan ritomo 

da la perfetta cognition divina 1 572 

e che, smarriti e territi, con scorno 

fuggendo ov'è Constanza, errano anchora 

vagando per vie oblique quinci a tomo; 1575 

e quelle donne, per cui fan dimora, 

son l'Ignominie e l'aspra Ansie tate 

et altre che costor segueno ognhora. 1578 

Quando poi giunti son da Voluptate 

e da l'Incontinenza, nel primero 

àmbito dove la gran porta paté, 1 58 1 

lor non se accusan de ì'error suo vero, 

ma Disciplina e tutti i suoi amici 

van biastemando con ramarco altero 1584 

tal che, calamitosi et infelici, 

de quei beati ben non puon fruire, 

stimando esser ver beni i turpi vici. 1587 



V. 1 560 doman] dannati ABC. 

V. 1556 anco: cfr. v. 1376; vv. 1555-1557 e da Tristitia... fuore: Odaxius, Tabula «... neque Dolore ncque Tristi- 
tia ncque Intempcrantia ncque Avaritia ncque Paupertatc ncque ullo alio incomniodo vexetur.»; v. 1559 da chi: 
dalle quali, cfr. Rohlfs, 1,483; v. \560 nequitia: lai. malvagità; vv. l56\-\566 Qual è... passo?: Odaxius, Tabula 
«Quinam sunt illi qui illic a colle advenirc vidcntur quorum alii coronati lacticiam quamdam per sé fcrunt, ali! 
incoronati dcspcratione rerum tibias et capita lacerare vidcntur... a quibusdam mulicribus detincatur;»; v. 1562 
passo passo: man mano che si procede nel cammino, Petr., LXX, 21, Petr., CXXVII, 27 e Petr., CCCXXXIII, 8 
«passo passo»; v. 1564 coronati: incoronati; v. 1565 incoronati: senza corona; v. 1566 detenti: trattenuti; vv. 
1567-1575 Collor... torno: Odaxius, Tabula «Coronati sunt... qui sospites ad Disciplinam pcrvcnerunt eamque 
consecuti summopcre laetantur. Incoronati vero alii dcspcratione a Disciplina rcvertuntur male ac misere degen- 
tes. Alii metu perculsi ac perterriti atque ad constantiam refugientes rursus errant et per vias invias vagantur.»; v. 
1572 da la... divina: alla vera Disciplina; v. \51 A fuggendo ov'è Constanza: sfuggendo alla sopportazione, quin- 
di incapaci di tollerare i dolori e le sventure; v. 1575 oblique: tortuose ma anche secondarie; vv. 1576-1578 e 
quelle donne... ognhora: Odaxius, Tabula «... et Anxietatcs et Ignominiac... omnia igitur eos mala sequntur»; v. 
\516 per cui fan dimora: per le quali si fermano; v. 1577 Ignominie: disprezzo; v. 1577 aspra: cfr. v. 136; vv. 
1579-1587 Quando poi... vici: Odaxius, Tabula «Ubi vero in primum ambitum ad Voluptatcm et Incontincntiam 
pervenerit nequaquam se ipsos accusant sed et statim Disciplinam et sectatorcs illius maledictis inccssunt. Adeo 
miseri et calamitosi et infoelices hi sunt qui ab earum contubernio dcfcccrunt. Male enim vivunt et nuUis carum 
bonis pcrfruuntur.»; v. 1581 ambito: recinto; v. 158 1 paté: cfr. v. 1 168; v. 1583 tutti i suoi amici: tutti coloro che 
si muovono verso di essa; v. 1584 biastemando: accusando; v. 1584 ramarco: forma poetica per 'rammarico, 
doglianza'; v. 1585 calamitosi: pieni di sventure; v. \5S6 puon: cfr. v. 1 137. 



46 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Ami. Quell'altre che di là paion venire, 

con visi alegri e con giocondo riso, 

come se chiaman non te incresca a dire. 1590 

Acc. L'Opinioni son che, con aviso 

provido e saggio, menano costoro 

de Disciplina avanti el santo viso, 1 593 

collor, dico io, che con valor decoro 

entrano dove le Virtuti sono 

e ch'hanno el ben oprar per suo thesoro; 1596 

e queste donne, de chi te ragiono, 

escon talhora fuor de strada alquanto 

per guidar altri al camin dritto e buono 1599 

e dangli aviso come al loco santo, 

che noi chiamian felicità celeste, 

son pervenuti con suo sudor tanto. 1 602 

Ami. Piacciati, o donna, dime se entran queste 

u' le Virtuti fanno residenza, 

acciò de tutto ben instrutta io reste. 1605 

Acc. A lor non lice intrar ov'è Scienza, 

ma sol mandan costoro a quella diva 

Disciplina ch'han tanto in reverenza; 1608 

qual donne, poi ch'ognun da quest'ariva, 

tornano a dietro per menarne altre anco, 

tant'al suffragio han la lor voglia viva. 1611 

Ami. Quel Genio, qual canuto veggio e bianco, 

dimmi, che cosa agli nascenti impera 

mentre ch'intrando in vita ha quelli al fianco? 1614 

Acc. Guarda colici, qual dissi che ceca era, 

qual sopra quel rotondo sasso sede, 

che coi suoi crini copresi la ciera: 1617 

el Genio a lor comanda non dian fede 

a questa, qual Fortuna è nominata, 

in cui mai cosa stabil non se vede, 1620 



V. 1588 paion] veggio ABC; v. 1596 ben] bon ABC; v. 1603 o donna] donna ABC; v. 1620 cosa stabil] stabil 
cosa ABC. 

vv. 1588-1590 Quell'altre... dire: Odaxius, Tabula «Aliae vero mulieres quae illinc cum risu et hylaritate adve- 
niunt quaenam vocantur?»; vv. 1591-1602 U Opinioni... tanto: Odaxius, Tabula «Opiniones... eos ad Discipli- 
nam ducentes quae Virtutes ingrediuntur. De via enim deflectunt ut alios adducant admoneantque illos esse foe- 
Hcitatem iam consecutos quos iampridem adduxerant.»; v. 1591 aviso: consiglio; v. \592 provido: forma scem- 
piata per 'provvido'; v. 1593 santo viso: Petr., CXXXV, 16 «viso santo»; v. \594 decoro: onorevole, illustre; v. 
1599 camin dritto: Petr., XXV, 5 «dritto camin» e Petr., CXXXIX, 9 «camin dritto»; v. 1599 camin. . . buono: cfr. 
V. 1804, V. 5689 e v. 6915; v. 1600 loco santo: si veda v. 1 162; vv. 1603-1605 Piacciati... reste: Odaxius, Tabula 
«Utrum igitur inquam ego ipsae intus ad Virtutes ingrediuntur.»; vv. 1606-1611 A lor.. viva: Odaxius, Tabula 
«Nequaque inquit Opinioni enim ad Scientiam introire non licet sed Disciplinae duntaxat eos tradunt quibus a 
Disciplina susceptis ipsae post hac denuo alios adducturae revertuntun»; v. 1609 qual: le Opinioni; v. 1610 
anco: cfr. v. 1376; v. 1611 suffragio: soccorso; le Opinioni sono desiderose di salvare tutti quelli che possono; 
vv. 1612-1614 Quel Genio... fianco: cfr vv. 1192-1197; Odaxius, Tabula «Quidnam Genius vitam ingressuris 
imperet faciendum?»; v. \6\2 canuto... bianco: Petr., XVI, 1 «canuto e bianco»; vv. \6\5-\6\l Guarda... ciera: 
Odaxius, Tabula «... aspicite... mulierem illam quae cacca esse et rotundo lapide insistere videtun»; vv. 1618- 
1629 el Genio... frode: Odaxius, Tabula «Huic... imperat non esse credendum nec quicquid stabile aut securum 
aut proprium existimandum quod ab ea susceperit. Nihil enim prohibet omnia haec auerat atque alteri tribuat... 
quapropter illius etiam munera esse pendenda denunciat ncque gaudendum ubi dederit ncque dolendum ubi 
abstulerit eamque postremo ncque vituperandam ncque laudandam.»; v. 1617 ciera: forma arcaica per 'aspetto, 
volto'; vv. 1619-1623 a... stimata: stesso concetto espresso diversamente in Fregoso, PE, IX, 58-69; v. 1620 in 
cui... vede: Petr., TE., 1-2 «Da poi che sotto '1 ciel cosa non vidi stabile e ferma». 



TEMPIO d'amore 47 

che dona e lolle come donna ingrata, 

e che son poco da stimar suoi doni 

come ella poco deve esser stimata; 1623 

e s'el aviene pur che ad alcun doni, 

de benefitio tal troppo non gode, 

né men se attrista se altri ne fa buoni; 1626 

e che costei non biasmi né anchor lode, 

che nulla cosa con ragion far suole, 

ma tutta è piena de fallacie e frode 1629 

e, con sue sagge e provide parole, 

ricorda che Fortuna è di tal sorte 

che quel che dona tolle e per sé vòle. 1632 

Per questo che ciascun deve star forte, 

da la strada secura non partendo, 

qual fa de' beni le persone accorte. 1635 

E questo andar da lei gli va ammonendo 

quai, da la Voluptà poi che son giunti 

e d'altre piene d'ogni vitio borrendo, 1638 

manda che tosto sian da lei disgiunti 

e che a costor non prestin fede alcuna 

se non con Falsa Disciplina giunti. 1641 

Fermata ogni alma alquanto da quest'una, 

sì come ad un viatico, comanda 

che piglian tutto quel che aggrada a ognuna, 1644 

al fin gì 'impera che da quella banda 

deggian partirsi acciò che a l'alta gloria 

de vera Disciplina veneranda 1647 

possan venire con triompho e gloria. 

L'Amicitia, proseguendo, interroga l'Accoglienza. 

Ami. Assai difusamente ho da te inteso 

de la pittura tutti i suoi misteri, 1650 

ma d'altre cose el cor mi sta sospeso: 
da te vorrei intender volunteri 

che cosa'l Genio impera a quei che sono 1653 

de falsa Disciplina servi veri. 
Acc. Vói che lor piglian da costei per dono 

le lettre e astrologie e divin studi 1656 



vv. 1625-1627-1629 gode-lode-frode] godi-lodi-frodi ABC; v. 1639 manda] iube ABC. 

V. 1621 folle: cfr. v. 1226; vv. 1624-1626 E... buoni: e, se accade pur che a qualcuno doni dei benefici, quel tal 
non deve goderne troppo né deve rattristarsi se privilegia altri; v. 1627 e che costei: è sottinteso 'il Genio 
comanda'; vv. 1631-1632 ricorda... vòle: Odaxius, Tabula «... Genius imperat recordamdumque eiusmodi 
ingenium eam fortunae ut quem dedit auferat statique multiplicia rursus accumulet.»; v. 1632 lolle: cfr. v. 
1226; v. 1635 accorte: avvedute; vv. 1636-1641 E questo... giunti: Odaxius, Tabula «Quo circa statini ad hanc 
confugere iubet cum vero ad illas mulieres accesserint quas antea dixi Voluptatcm et Incontientiam nuncupari, 
illinc quoque actutum esse discedendum imperat ac ne hi quidem fidem esse adhibendam quoad ad falsam 
Disciplinam pervenerint.»; v. 1639 manda... disgiunti: raccomanda che si allontanino immediatamente; v. 
1641 se non... giunti: se non sono pervenuti alla falsa Disciplina, v. 1642 Fermata: dopo che ogni anima ha 
sostato dalla Pseudocultura; vv. 1643-1648 sì come... gloria: il soggetto è il Genio, Odaxius, Tabula «... ab ea 
tamquam viaticum accipe iubet ac demum postea illinc abscedcre rectaque ad veram Disciplina pervenire.»; v. 
1643 ad un viatico: per un viaggio; v. 1643 comanda: raccomanda, il soggetto è il Genio; vv. 1652-1654 da 
te... veri: Odaxius, Tabula «Caeterum quod eos capere a falsa Disciplina Genius imperat?»; vv. 1656-1657 le 
lettre... buono: Odaxius, Tabula «Litterae inquit atque alia mathematum studia quae a Platone traduntun». 



48 GALEOTTO DAL CARRETTO 

del gran Platon philosopho sì buono, 
acciò che lor, con questi bei tripudi, 

possan por freno a' lor vaghi appetiti 1659 

che molti fanno de virtute ignudi. 
Ami. Deh, dimmi se a pigliar questi partiti, 

per gire al summo bene, è necessario 1 662 

o senza quei da sé, se pur gl'inviti? 
Acc. Non già, ma pur gli sono un luminarlo 

ben che non sian megliori quando vanno 1665 

de vera Disciplina al viridario. 
Ami. Dunque, de questi utilità non hanno? 
Acc. Costor puon, senza questi, esser megliori 1668 

e pur a quelli incommodo non danno. 
Ami. Dimmi se mathematici e oratori 

poi sono per suoi studi più excellenti, 1671 

avendo de gl'indotti honor maggiori. 
Acc. Come esser puon costor de l'altre genti 

de più excellentia se gli buoni e ' mali, 1674 

sì come agli altri, a lor non son patenti? 
Che noi vedian gran numero de tali 

ch'in mille turpi vitii sono avolti, 1677 

vivendo come bruti et animali, 
perché eruditi e dotti saran molti 

e poi, per contrapeso a tal virtute, 1 680 

sono ebrii, intemperati, avari e stolti. 
Per queste virtù, dunque, mal tenute 

esser meglior non ponno con tal mende 1 683 

che fan che là su tutte son perdute. 
Ami, Deh, dimmi, questo error da che depende 

e qual è la cagion de tal defetto, 1686 

che la mia mente ben non lo comprende? 
Acc. Che nel secondo circulo già detto, 

a vera Disciplina appropinquando, 1 689 

hanno el suo dolce e placido ricetto. 



V. 1674 buoni e' mali] beni e mali ABC; v. 1689 a vera Disciplina appropinquando] eh' è a vera Disciplina 
propinquando ABC. 

V. 1657 buono: è termine di rispetto che esprime lusinga; v. 1658 tripudi: doni; vv. 1661-1663 Deh dimmi... 
inviti: Odaxius, Tabula «Utrum vero ea capere omnino necesse est si quis ad veram Disciplinam sit per- 
venturus necne?»; v. 1663 se pur: posto che; vv. 1664-1666 Non già... viridario: Odaxius, Tabula «Nihil 
inquit necesse est sed alioquia utilia sunt tametsl ad reddendos homines meliores nihil conferunt.»; v. 1664 
Non già: non è necessario; v. 1664 luminario: luce; v. 1666 viridario: giardino; v. 1667 Dunque... hanno: 
Odaxius, Tabula «Nihil ergo affirmas haec esse utilia ad meliores viros efficiendos?»; vv. 1668-1669 
Costor... danno: Odaxius, Tabula «Licet enim perfecto sine his etiam meliores fieri illa tamen etiam non 
inutilia sunt.»; v. 1668 puon: cfr. v. 1 137; v. 1669 incommodo: forma arcaica per 'impedimento'; vv. 1670- 
1672 Dimmi... maggiori: Odaxius, Tabula «Nunquid hi qui mathematici vovantur ad meliores quae alii sint 
homines efficiendos nihil excellunt?»; vv. 1671 suoi: cfr. v. 34; vv. 1673-1677 Come... avolti: Odaxius, 
Tabula «Et quonam pacto excellere poterunt quod nihilominus quae alii in honorum et malorum cognitione 
decepti etiam omnibus vitiis implicati videantur.»; v. 1673 puon: cfr. v. 1 137; v. 1676 tali: persone dotte; v. 
1675 patenti: conosciuti; v. 1678 vivendo... animali: Dante, Inf., 26, 119 «fatti non foste a viver come 
bruti»; v. 1681 sono... stolti: Odaxius, Tabula «... itidem ebrium et intemperantem et avarum et iniustum et 
proditorem ac postremo insipientem esse.»; v. 1681 ebrii: ubriachi; v. 1681 intemperati: sfrenati, immode- 
rati; V. 1683 ponno: cfr. v. 1526; v. 1683 mende: vizi; vv. 1688-1689 Che... appropinquando: Odaxius, 
Tabula «Quia in secundo ambitu versantur tamquem verae Disciplinae appropinquantes.»; v. 1690 dolce... 
ricetto: Petr., CCLXXXI, 1 «dolce ricetto». 



TEMPIO d'amore 49 

Ami. Qual dunque emolumento van pigliando 

poi che ir dal primo cerchio al terzo lice 1692 

per l'ambito secondo non passando? 
E come quel se fa santo e felice 

che passa el loco bel de' litterati 1695 

essendo idiota, come el vulgo dice? 
Acc. Perché nel primo cerchio gli beati 

questo han de più che quel che non gli è noto 1698 

confessan che non son ben informati, 
poi nel secondo a lor è in tutto ignoto 

quello che profession fu di sapere 1701 

e chi più intender crede è più inscio e voto, 
tal che queste scientie non puon vere 

esser chiamate, insin che non sian giunti 1704 

la vera Disciplina a possedere. 
E questo anchora, appresso agli altri punti, 

voglio ch'intendi ch'a l'Opinione 1707 

de! primo cerchio questi van congiunti, 
i quali già meglior per tal ragione 

non son di lei, se poi la Penitenza 1710 

non segue lor con la Contritione 
qual, con aperta e lucida scienza, 

gli mostra ch'in la falsa Disciplina 1713 

sono vivuti con poca conscienza; 
e salvi esser non pon se a la divina 

e vera Disciplina non son resi 1716 

per esser quella eh' al ben far ce inchina. 
Però se avete i mei parlati intesi, 

cercate de venir a questa gloria, 1719 

se aver volete i vostri dì ben spesi. 
Ami. Riducer ti vo' anchora a la memoria 

per qual ragione i ben che dà Fortuna 1722 

non sono ben ma gloria transitoria, 
come ricchezze, sanitate e ognuna 

di queste simil cose e l'altre opposte, 1725 

jjerché mali non sono in parte alcuna. 
Acc. A queste cose che tu m'hai proposte 



V. 1699 confessan che non son ben informati] confessano de plano ch'in lor lati ABC; v. 1701 fu] fa ABC; 
V. 1718 parlati] sermoni ABC; v. 1722 ragione i ben che dà] cagione i ben de la ABC; v. 1724 ricchezze] 
ricchezza ABC. 

vv. 1691-1693 Qual... passando: Odaxius, Tabula «Et quod hoc... emolumenti affert? Cum plerumque liceat 
animadvertere de primo ambitu in tertium ab Incontinentia et reliquis vitiis ad veracem Disciplinam pervenien- 
tes.»; V. 1691 emolumento: beneficio; v. 1692 ir: lat. andare; v. 1692 cerchio... terzo: Petr., CCCIl. 3 «terzo cer- 
chio»; vv. 1697-1701 Perché... sapere: Odaxius, Tabula «Quoniam in primo ambitu hoc plus habent quae 
nesciunt nescire se non dissimulant in secundo vero iilud certe nesciunt quod scire se profitentur.»; v. 1701 
profession fu: occorreva; v. 1702 inscio: lat. ignaro; vv. 1703-1705 tal che... possedere: Odaxius, Tabula 
«Cuius sententiae quoad fuerint ad veracem Disciplinam pcrcipiendam nihii omnino permoveri necesse est.»; 
V. 1703 puon: cfr. v. 1 137; vv. 1706-1717 E questo... inchina: Odaxius. Tabula «Illud praeterea non ignoras 
quod opiniones est de primo ambitu ad eos similiter ingrediuntur quo fit ut illis hi nihilo meliores existant nisi 
hos itidem penitentia subsequatur sibique persuadeant se non Disciplinam attigisse per quam decipiuntur atque 
ita salvi esse non possunt.»; v. 1711 Contritione: sentimento acuto del male commesso; v. 1715 pon: cfr. v. 
1526; V. 1716 resi: restituiti; vv. 1721-1726 Riducer... alcuna: Odaxius. Tabula «Illud autem explica cur bona 
non sint ea quae homines a fortuna pcrcipiunt sicul vita, sanitas, divitiae, gloria, liberi. Victoria et reliqua bis 
similia rursuque bis opposita cur mala non sint.?»; vv. 1722-1726 per... alcuna: richiamano i versi del Frego- 
so, RD, XV, 53-54 «e non sa ch'ogni ben qual è esteriore de l'alma, nostro ben non se può dir ma de Fortuna». 



50 GALEOTTO DAL CARRETTO 

responder ben ti voglio e però dico: 1 728 

se alcun mal vive, dì se al ben se accoste. 
Ami. Non giudico sia ben ma mal inico. 
Acc. El viver, dunque, come ben dirai 1731 

se quest'è per sé mal e al ben nemico? 
Però che quest'è manifesto assai 

che è mal ai mal viventi et è converso 1734 

ai ben viventi, e bene sempre mai. 
Così col cor, in ceco error sommerso, 

el viver buono e mal par se contenda, 1737 

il che mi par ch'ai ver sia tutto averso. 
Ami. Non è così che la mia mente intenda 

che '1 vivere sia inseme e mal e bene, 1740 

e 'nseme che se fùggia e che se prenda. 
Acc. Se a viver mal ad alcun, dunque, aviene 

e qualche mal a quel medesmo accada, 1743 

quel viver non è mal. 
Ami. Chi tal via tiene 

mi par che fuor del buon sentero vada. 

L'Amicitia prosegue nel parlar suo. 

Ami. Donna gentil, con tue parole dotte 1746 

e con sottil ragione et argumenti 

a grande intelligenza ne hai condotte. 
Acc. Per questo el viver voglio che consenti 1749 

non esser mal, però che se mal fosse 

sarebbe mal a tutti gli viventi, 
donde che foran cose absurde e grosse 1 752 

se buona vita e pessima vita anco 

non vói che da' viventi sian remosse. 
Ai mal e ben viventi anchor non manco 1 755 

el viver sempre accade, e confirmato 

non è per male né per bene unquanco, 
come el secar e l'arder giudicato 1758 

non può negli egri esser cosa dannosa, 

né ancor salubre è pure comprobato. 
Così tu pensa qual è meglior cosa 1761 

V. 1 748 ne] ce ABC; v. 1 759 può] è ABC. 

V. 1729 se alcun... accoste: Odaxius, Tabula «Utrum igitur si male quispiam vivai vivere illi bonum esse?»; v. 
1729 accoste: avvicina; v. 1730 Non... inico: Odaxius, Tabula «Non bonum sed malum inquam ego mihi vide- 
tur.»; V. 1730 inico: cfr. v. 56; vv. 1733-1735 Però... mai: Odaxius, Tabula «Itaque vivere non malum est nam 
si malum existcret malum utique viventibus esset quia quod per se malem est ipsum vivere illis adesset;»; v. 
1734 converso: il contrario; v. 1735 sempre mai: sempre; la particella mai è posta per enfatizzare; v. 1737 con- 
tenda: opponga; v. 1738 averso: avverso; v. 1746 Donna gentil: Dante, /«/., 2, 4 «donna gentil» e Petr., LXX- 
VII, 6 «gentil donna» e Petr., LUI, 74 «gentil donna»; v. 1747 sottil ragione: Fregoso, DF, IX, 82 «sotil rag- 
gione»; v. 1748 ne: cfr. v. 702; v. 175 1 a tutti gli viventi: anche a quelli che vivono nobilmente; v. 1752 foran: 
sarebbero, Rohlfs, II, 602, 603; v. 1752 grosse: incredibili; v. 1753 anco: cfr. v. 1376; vv. 1755-1760 /\/ mal... 
comprobato: Odaxius, Tabula «Quoniam igitur et male et bonum viventibus vivere ipsum contingit ncque 
bonum ncque malum esse ipsum vivere confirmatur siculi ne secare quidem atque urere in aegrotantibus mor- 
bosum aul salubre dicere nihilominus in ipso est vivere comprobatur.»; vv. 1755-1757 Ai mal... unquanco: il 
vivere capila agli uni e agli altri e non è considerato né un bene né un male; v. 1755 non manco: nondimeno; v. 
1756 confirmato: lai. dimostrato; v. 1757 unquanco: mai, Rohlfs, III, 931. La forma unquanco è attestata in 
Dante, Purg., 4, 74 anche in questo caso in rima con manco; v. 1758 secar: disidratarsi per la febbre; v. 1758 
arder: sentir gran caldo per la febbre; vv. 1761-1763 Così... generosa: Odaxius, Tabula «Sic adverte utrum 
male vivere an potius honeste ac generose mori cupias?». 



TEMPIO d'amore 51 

o viver mal o aver più tosto morte 
che sia stimata honesta e generosa. 
Ami. Meglio è morir in gloriosa sorte. 1764 

Acc. Però '1 morir è mal, quantunque alcuni 

ellegon morte in questa humana corte 
più tosto che voler esser degiuni 1 767 

di gloria e d'honestà, vivendo infami 
servi de' vitii e de virtute immuni. 
Per questo non mi par ch'alcun se chiami 1770 

esser felice quando miser vive, 
né l'auro de ciascun par che tant'ami 
che quel mi par che de quiete el prive. 1773 

Non da l'or, dunque, ma da le buone opre 
convien che l'alma probità derive. 
Ami. Anzi costui mi par che mal se adopre 1776 

se avien che l'or più che '1 ben proprio apprezze, 
che tal miseria el suo buon nome copre. 
Acc. Come son, dunque, buone le richezze 1779 

se ai possessori suoi non danno aita? 
Ami. Però confermo tutte esser sciocchezze. 
Acc. Ad altri anchor la borsa d'or fornita, 1782 

quando noi sanno usar, aver non giova. 
Ami. L'auro costor in nulla cosa aita. 

Acc. Come alcun, dunque, con verace prova 1785 

mi provare buon l'oro quando aviene 
che usar noi sanno, come alcun se trova? 
Però se alcun quest'or saprà usar bene 1788 

viverà sempre con quiete e pace 
ma s'è per contra viverà con pene. 
La summa chiara, lucida e verace 1791 

de tutto questo caso qui consiste 
per quel che vói fuggir la via fallace 
mentre che queste cose son qual triste 1794 

neglette, e son qual bone assai bramate 
se avien ch'alcuno gran richezza aquiste; 
né altra cosa è che renda ansietate 1797 

e detrimento se non quando in quelle 
credon consista la felicitate, 
e conseguentemente lor per elle 1 800 



V. 1781 Però confermo] Dunque confermi ABC; v. 1792 caso] fallo ABC; v. 1795 bone] bene ABC; v. 1796 
ricchezza] ricchezze ABC. 

v. 1764 Meglio... sorte: Odaxius, Tabula «Honeste inquam ego potius mori.»; vv. 1770-1773 Per questo... 
prive: Odaxius, Tabula «Age vero de divitiis ita consideremus siquidem plerosque intueri saepe numero licet 
amplissimis divitiis afflucntes pessime tamen ac miserrime viventes... quappe ad bene vivendum nihii illis 
divitiae persunt.»; vv. 1774-1775 Non da... derive: Odaxius, Tabula «Non divitiae igitur sed Disciplina probos 
ac studiosos efficit»; v. 1775 probità: lat. onestà; vv. 1779-1780 Come... aita: Odaxius, Tabula «Ubi autcm 
bonae sunt ipsae divitiae si ad meliores effficiendos possessores suos nihiI adiuvant?»; v. 1780 aita: forma 
antica per 'vantaggio, aiuto'; vv. 1782-1783 Ad altri... giova: Odaxius, Tabula «Quibusdam ergo divitias habe- 
re non conferì ubi divitiis uti nesciunt.»; v. \7H2 fornita: provvista; v. \7M aita: aiuta; vv. 1788-1790 Però... 
pene: Odaxius, Tabula «Si quis igitur rcctc ac prudenter divitiis uti noverit bonum ac focliciter vivet si sccus 
male atque infoeliciter.»; vv. 1791-1802 La summa... ribelle: Odaxius. Tabula «Sumina vero totius est rei dum 
haec aut tamque bona expetuntur aut tamquc mala despiciuntur nequc aliud est quod aeque hominibus aut per- 
turbationem aut detrimentum afferat quae cum honoribus afficiunt et in solis divitiis consistere foelicitatem 
arbitrantur consequenterque nullum earum rerum gratia quis impium et flagitiosum facinus esse recusandum»; 
V. 1791 summa: conclusione; v. 1795 neglette: cfr. v. 607. 



52 GALEOTTO DAL CARRETTO 

non schiffansi de far cose nefande, 

empie et obsene et al suo honor ribelle; 
e questi vitii fanno in molte bande 1803 

che alcun di lor non scorge el camin buono 

del ben che con felicità se prande. 
Molti altri anchor per turpi vitii sono 1806 

a gran richezza tosto pervenuti, 

perché '1 ver bene han posto in abandono. 
Se dunque com'è ver, e con tuoi nuli 1809 

mi par che affermi, non vien ben dal male 

anzi son opre vane e ben perduti, 
e se ricchezze in questa vita frale 1812 

procedono da furti, morti e inganni, 

non sono bone, anzi venen mortale. 
Poi da male opre e perfidi tiranni 1815 

sapientia non se aquista né giustitia, 

né l'iniustitia par che '1 ben condanni. 
Per questo del ben vero la peritia 1818 

è quel ben sol che Santo Ben se dice, 

e l'insipientia dir se può malitia. 
Ami. Dunque, ciascuno dir se può felice 1821 

che con virtute e opere sue sante 

a quella vita de salir gli lice. 
Acc. Così mi par, orsù venite avante. 1 824 

Accoglienza, avendo per mano Amicitia, gli mostra la pittura dov'è la 
Tavola de Apelle ne la quale è depinta la Calumnia, et Amicitia prima 
parla. 



* 



Ami. Qual è quell'altra nobile pittura, 

qual veggio pinta con dottissima arte, 

là su da canto de quell'alte mura? 1827 

Acc. De quest'anchora mi convien narrarte, 

acciò de tutte le pitture belle 

tu resti instrutta, e andiamo in altra parte. 1 830 

Quest'è quell'alma Tabula de Apelle 

V. 1814 non sono bone anzi venen mortale] dir non se pone bone anci mortale ABC; * parla] parla e dice ABC. 

V. 1801 schiffansi: sdegnano; v. 1804 camin buono: cfr. v. 1599, v. 5689 e v. 6915; v. 1805 prande: si può 
interpretare come derivato da pranderc quindi nel significato di 'mangia' (detto di cibo spirituale) oppure 
come derivato da prendere quindi nel significato di 'intraprende' ma ovviamente modificato in prande per 
ragioni di rima; vv. 1806-1807 Molti... pervenuti: Odaxius, Tabula «Multos autem videre licet in divitiarum 
possessionem ex pessimis ac turpissimis facinoribus devenisse.»; v. 1808 ver bene: Petr., T.A., I, 55 «E' fu ben 
ver» e Petr., T.M., 2, 1 25 «Se non fusse ben ver»; vv. 1 809- \%\ASe dunque... mortale: Odaxius, Tabula «Si igi- 
tur ut par est ex malo bonum nullum provenit. Dcvitiae vero ex malis facinoribus proveniunt divitias nequaque 
bonum esse necesse est.»; v. 1809 nuti: lat. cenni; v. 1811 ben perduti: Petr., XXXVII, 14 «perduto ben»; v. 
1812 vita frale: Petr., CCCLI, 12 «frale vita» e Petr., CCCLX, 147 «frale vita»; v. \%\3 procedono: nascono; 
vv. 1816-1817 sapientia... condanni: Odaxius, Tabula «Sic ex isto sermone contingit caeterum ne sapientia 
quidem et iustitia ex malis operibus acquiri posset neque itidem iniusticia et insipientia ex bonis.»; vv. 1818- 
1820 Per questo... malitia: la conclusione è che soltanto l'essere saggi è bene, l'essere dissennati è male; 
Odaxius, Tabula «Caeterum sapientia duntaxat bonum, insipientia vero malum»; v. \%\% peritia: conoscenza; 
v. 1820 insipientia: stupidità; v. 1825 nobile: pregiata; v. \%26 pinta: dipinta; v. 1831 Tabula de Apelle: breve 
parentesi sulla storia di Apelle, uno dei più grandi pittori del IV a.C; il pittore Antifilo d'Egitto cercò di calun- 
niarlo presso il re Tolomeo, accusandolo di aver partecipato ad una congiura contro di lui. Apelle smascherò 
l'invidioso rivale dipingendo il famoso quadro sulla Calunnia. La sua pittura è andata integralmente perduta. Il 
tema risale al testo greco di Luciano Calumniae non temere credendum ma, dal momento che l'autore non 
conosceva il greco, deve essersi servito di una delle tante traduzioni latine o volgari realizzate tra Quattro e 
Cinquecento, cfr Magnani, Introduzione. 



TEMPIO d'amore 53 

qual pinse quando, avanti a Ptholomeo, 

già fu accusato d'esser suo rebelle; 1 833 

iustificato del peccato reo, 

del qual pria fu d'Antiphilo accusato, 

in tal pittura la Calumnia feo. 1 836 

Quell'è un signor, che sede al destro lato, 

con grande orecchie che la mano porge 

a la Calumnia con sembiante grato. 1 839 

Ami. Chi son colloro che mia vista scorge 

star cerco a lui che la sua destra tende 

a quella che venir ver lui se accorge? 1 842 

Acc. Le donne che tua vista là comprende 

l'una è Suspition, l'altra è Ignoranza, 

da l'altra parte la Calumnia scende. 1 845 

Bella è costei, in vista ha tal sembianza 

qual donna che sia piena d'ira immensa 

e che di rabbia faccia demostranza; 1848 

in la sinistra ha una facella accensa, 

co l'altra per capelli ha un giovenetto 

che l'una mano e l'altra ha in alto extensa. 1851 

Ami. Chi è quel ch'avanti va deforme e infetto 

de pallidezza e con l'acuta vista 

se assembra ad un ch'infermo esca di letto? 1 854 

Acc. Al mio giuditio quell'è Invidia trista 

che d'ogni ben d'altrui se va rodendo 

e con livore se consuma e attrista. 1857 

Ami. Qual sono quelle due che van seguendo 

questa Calumnia e l'adornano tanto, 

sì come a lor sembianti ben comprendo? 1 860 

Acc. Quella che vedi con un serpe a canto 

chiamasi Insidia e l'altra è l'empia Frode, 

che sopra l'arme porta un doppio manto. 1 863 

Quella stratiata che di duol se rode, 

vestita a bruno che Calumnia segue, 

è Penitentia che de' pianti gode. 1 866 

Vede sì come par che se dilegue 

per gran vergogna e come guarda in dietro 

e vede Verità che honor consegue 1 869 

d'empia Calumnia contra el Livor tetro. 

Accoglienza mostra a l'Amicitia et a la compagna la sinistra parte del 
Tempio e dice. * 

Acc. Volgete gli occhi alla pittura bella, 

V. 1835 accusato] incolpato ABC; v. 1841 cerco] cerchi ABC; v. 1 846 in vista] e in vista ABC; v. 1850 giove- 
netto] garzonetto ABC; v. 1 857 con] in ABC; * in ABC la didascalia è diversa: Accoglienza mena Amicitia a 
la sinistra parte del Tempio e mostrandoli quelle piclure dice a lei et a la compagna. 

V. 1833 rebelle: cfr. v. 1028; v. 1836/^-0: fece; in Rohlfs, II, 585 è attestata la fomia/<'/; v. 1839 grato: cfr. v. 
860; V. 1842 ver: cfr. v. 1278; v. 1842 se accorge: si appresta, v. 1844 Suspition: sospetto; v. 1847 piena d'ira: 
Petr., T.A., 1, 98 «pien d'ira»; v. ÌM9 facella: fiaccola; v. 1851 extensa: protesa; vv. 1852-1853 infetto de pai - 
lidezza: pallido; v. \S54 assembra: somiglia, vv. 1855-1857 Al mio... attrista: Taccostamcnto Invidia-livore è 
presente anche al v. 949; v. 1865 vestita a bruno: Petr., XX Vili, 95 «vestite a brun»; v. 1867 dilegue: si strug- 
ga; V. 1870 tetro: triste; v. 1870 Livor: nella stampa livor è minuscolo, ma dato il ricorso sistematico alla per- 
sonificazione, si è intervenuti sul testo introducendo la maiuscola; v. 1871 Volgete gli occhi: Dante, Purg., 3, 
74 «volgeti gli occhi». 



54 GALEOTTO DAL CARRETTO 



che là vedete a la sinistra parte, 1 872 

che dir vi vo' l'intention di quella: 
quel monte ch'in doi capi se diparte, 

qual con tante herbe e tanti fior se vede 1 875 

e verdi lauri anchor de parte in parte, 
è il bel Parnaso e quel ch'in cima sede 

con quella cetra in man è il biondo Apollo, 1 878 

qual sol per sorte è di quel vero herede. 
Quell'altro, a cui la fistula dal collo 

pende, per nome chiamasi Musèo, 1881 

che de' poeti antiqui ha '1 primo bollo. 
Quel che più basso sede è '1 tratio Orpheo, 

Ephoro è l'uno e Thàmiri gli è a canto, 1884 

quai stanno a tomo al bel crinito deo 
e con suoi soni par ch'un dolce canto 

sonino in seme del bel monte in cima, 1887 

che d'ogni intomo rende un odor tanto. 
Poi dal virgineo colle in la parte ima 

è d'Elicona el limpido bel fonte, 1890 

che tanto fra poeti hoggi se stima. 
Quel bel cavai che a canto del gran monte 

zappa col pede e che vedete alato, 1 893 

con chiome h irsute e con altera fronte, 
el Pegaseo cavallo è nominato, 

qual già del sangue de Medusa nacque 1896 

e bel principio di tal fonte è stato. 
Quelle sorelle che son cerca l'acque 

con le corone de virente aloro, 1 899 

arbor che tanto già ad Apollo piacque. 



V. 1876 e verdi lauri] e ch'ha gran lauri ABC; v. 1877 bel] bon ABC; v. 1879 quel vero] quell'uno ABC. 

vv. 1874-1877 quel... Parnaso: Ovidio, Met., I, 316-317 «Mons ibi verticibus petit arduus astra duobus, nomi- 
ne Pamasus, superantque cacumina nubes.» e Ovidio, Met., II, 221 «Pamasusque biceps»; v. 1876 verdi lauri: 
Petr., CXCVII, 1 «verde lauro» e Petr., CCXLVI, 1 «verde lauro»; v. 1878 cetra: attributo di Apollo nell'ico- 
nografia tradizionale; v. 1879 vero herede: Apollo è erede del Parnaso in quanto Musagete; v. \%'iQ fistula: 
strumento da fiato; v. 1881 Museo: Museo, mitico cantore considerato un amico di Orfeo. Si narra che fosse 
stato allevato dalle Muse e che avesse inventato il verso dattilico; v. 1882 bollo: sigillo; v. 1883 tratio: di Tra- 
cia; V. 1 884 Ephoro. . . Thàmiri: Eforo, storico greco, e Tamiri, antico poeta e musicista tracio, che aveva appre- 
so l'arte di suonare la lira da Lino e che primeggiava anche nel canto per Tamiri cfr. Iliade, II, vv. 786-800; v. 
1885 crinito: chiomato; v. 1886 suoi: cfr. v. 34; v. 1886 dolce canto: Petr, CCCXXIII, 28 «dolci canti»; v. 
1887 bel monte: Petr., X, 7 «bel monte»; v. 1889 virgineo: in quanto dimora delle vergini Muse, cfn Ovidio, 
Met. II, 219 «... virgineusque Helicon... »; v. 1890 Elicona: monte della Beozia considerato la dimora terrena 
di Apollo e delle Muse e, quindi, fonte dell'ispirazione poetica; vv. 1892-1897 Quel... stato: la fonte prima è 
Ovidio, Met. V, 256-264 «Fama novi fontis nostras pervenit ad aures, dura Medusaei quem praepetis ungula 
rupit. Is mihi causa viae: volui mirabile factum cernere; vidi ipsum materno sanguine nasci.» Excipit Uranie 
'Quaecumque est causa videndi has tibi, diva, domos animo gratissima nostro. Vera tamen fama est: est Pega- 
sus huius origo fontis', et ad latices deduxit Pallada sacros.» e Ovidio, Met. IV, 784-786 «... dumque gravis 
somnus colubrasque ipsamque tenebat, eripuisse caput collo, pennisque fugacem Pegason et fratrem matris de 
sanguine natos.». Altre fonti sono Fulgentio, Mytologiarum, II, nn 112 «Uter o autem ejus equus Pegasus cum 
pennis exit, qui currens ad montem Aonium Boeotiae, pede percussit terram et fontem Castalium produxit, qui 
et Pegaseus vcl Aonius est appellatus, Apollin et Musis consecratus, de quo philosophi et poetae finguntur 
bibere; nam poetae memoratur, que cantus suavitate quasi Musarum sacerdotes sunt.» e Boccaccio, Genealo- 
gia, lib. X, cap. 27, pp. 509-535 «Preterea dicit idem Fulgentius Pegasum interpretari etemum fontem, quod 
arbitror, quia fama egregiorum hominum indeficiens sit.»; v. 1896 Medusa: è una delle tre Gorgoni da cui 
nasce il cavallo alato Pegaso; v. 1897 principio di tal fonte: Pegaso è considerato il creatore della fonte chia- 
mata Ippocrène; v. 1 899 virente: verde. 



TEMPIO d'amore 55 

le nove Muse sono, e fra costoro 

Caliope la danza prima mena 1902 

de quel virgineo iubilante coro, 
qual bella più ch'ogni altra dea terrena 

avanza nel cantar 1 ' altre sorelle 1 905 

con la sua voce di dolcezza piena. 
L'altra sorella de le donne belle 

è la formosa e gloriosa Clio, 1908 

qual par che canti in gloria de quelle; 
quell'altra è la gioconda Euterpe, ch'io 

intendo più de l'altre esser giocosa, 191 1 

che l'altre hanno de udir gaudio e desio; 
quella ch'in verdi panni è sì formosa 

detta è Thalia qual, con gloria etema, 1914 

fa de' poeti la virtù famosa. 
Melpomene è quell'altra qual governa 

e molce, col suo zuffol modulando, 1917 

qualunque sta del monte in la caverna. 
Terpsicore vien poi qual deiettando 

va gli huomini gentil con sua dottrina, 1920 

ch'oggi da molti è posta in turpe bando. 
Eratho è l'altra che ad amar destina 

collor che sono de virtù dotati 1923 

con sua amorosa e dolce disciplina. 
Polimmia vien poi con canti grati 

la qual de gloria e lode fa immortali 1926 

collor che a poesia son destinati. 
Quell'altra è Urania che fa con forti ali 

V. 1926 la qual de] qual fa de ABC. 

V. 1901 Muse: inizia la lunga elencazione delle Muse che, con ogni probabilità, Galeotto mutua dall'opera di 
Lelio Gregorio Gyraldi De Musis Syntagma. Risulta pressoché uguale, infatti, l'ordine di menzione delle Muse 
e le attribuzioni assegnate a ciascuna; v. 1902 Caliope: Calliope, musa del canto e della danza corale, cfr. 
Gyraldi, Syntagma «Nona postremo loco Calliope Musa memoratur, quae cantus suavitate et modulatione cae- 
teris antecedens, ab omnibus plurimi aestimatur... »; la posizione di questa Musa è l'unica difformità con il 
Gyraldi che, a differenza di Galeotto, la menziona per nona e ultima; v. 1905 avanza: supera; v. \9Q% formosa: 
cfr. V. 1377; v. 1908 Clio: Clio, musa del canto epico e, per estensione, della storiografia, cfr. Gyraldi, Syntag- 
ma «Est igitur prima Clio mominata... propter gloriam quam erga doctos et ipsi erga alios habent, vel propter 
gloriam quae ex poctarum laudibus oritur... »; v. 1910 Euterpe: Euterpe, musa della poesia giocosa e satirica, 
Gyraldi, Syntagma «Secunda Euterpe vel Euterpea Musa nominatur que Latine iucunda dici potest... propter 
voluptatem quae ab audientibus ex honesta eruditione percipitur.»; v. 1913 verdi panni: si veda v. 149; v. 1913 
formosa: cfr. v. 1377; v. 1914 Thalia: Talia, musa della poesia in genere, cfr. Gyraldi, Syntagma «Thalia Musa- 
rum est tertia... hoc est a virescendo denominatur... id est quod reviresceret faciat ipsorum poetarum vitam, vel 
ut idem subiungit, quoniam et in conviviis ipsos virtutem habere, et honeste in eis conversari suadet vel quo- 
niam in longum tempus, ut alii scribunt, poetarum laus parta virescat.»; v. 1916 Melpomene: Melpomene, 
musa della poesia mèlica e del suono del flauto, cfr. Gyraldi, Syntagma «Melpomene quarta est ... hoc est a 
canendo dictam arbitrarum, quoniam hanc audientes demulcentur»; v. \9\6 governa: controlla; v. 1917 molce: 
diletta; v. 1917 modulando: suonando in mcxlo armonioso; v. 1919 Terpsicore: Tersicore, musa della poesia 
didascalica, cfr. Gyraldi, Syntagma «Quinto loco succedit Terpsichore quae choreis dclectatur... quod oblectet 
audientes propter bona quae ex doctrina proveniunt.»; v. 1922 Eratho: Erato, musa della poesia amorosa, cfr. 
Gyraldi, Syntagma, «Amabilis Erato sextum sibi locum vendicai... Ovidius poeta ilio versiculo innuit lib. 2 de 
arte: Nunc Erato, nam tu nomen amoris habes»; v. \924 amorosa e dolce: Petr., CCLXXVI, 13 «dolce et amo- 
roso»; v. 1925 Polimmia: musa degli inni sacri ed eroici, cfr. Gyraldi, Syntagma «Septima sequitur Polimnia, 
quam Polhymniam interdum etiam propter versus mensuram vocatam videmus... Polimnia... sic ideo nuncupa- 
ta quod cantus suavitate poetas reddit gloria immortalcs et posteritatis memoria commendai.»; v. 1925 grati: 
cfr. V. 860; v. 1928 Urania: Urania, musa della poesia astronomica, cfr. Gyraldi, Syntagma «Urania octava est 
Musam quam coelestem quidam, multi astrologiam appellant.». 



56 GALEOTTO DAL CARRETTO 

salir al cielo i spirti eruditi, 1929 

tal che celesti sono e non mortali. 
Ami. Chi è quel che par che nel suo albergo inviti 

quelle formose donne per la pioggia, 1 932 

qual par che tutte a rimaner inciti? 
Acc. Collui che queste belle donne alloggia 

Pirinèo è detto e le Muse introduce 1935 

per la tempesta dentro la sua loggia. 
Vedetel poi sì come egli conduce 

queste sorelle in più secreto loco, 1938 

mentre che l'aer de baleni luce; 
poi come prender amoroso gioco 

cerca con loro ch'in augei converse 1941 

làscianlo colmo de lascivo foco; 
il qual, veggiendo lor volar disperse, 

per seguir quelle gettasi giù d'alto, 1944 

acciò che possa con coUor goderse, 
qual, col suo ceco e traboccato salto, 

in mille parti fiaccasi la testa, 1947 

cadendo da la rocca al duro smalto. 
Ami. Chi è quella turba, al mio parer infesta, 

che con suoi atti temerari e audaci 1950 

tanto le nove vergini molesta? 
Acc. Sono le Piche stolide e loquaci 

che figlie fur de Piero e de Anippe, 1953 

che vaghe fur de' suoi canti fallaci; 
qual, disputando al fonte de Aganippe, 



V. 1942 làscianlo] lo lassati ABC. v. 1953 Anippe ABCD: si è preferito conservare questa forma, anche se 
potrebbe trattarsi di una erronea lettura dell'autore di n per v. 

v. 1929 salir al cielo: Petr., LXVIII, 4 «salir al cielo» e Petr., CXLII, 38 «salir al elei»; v. \92>2 formosa: 
cfr. V. 1377; v. 1935 Pirinèo: Pirineo, re di Daulide. Durante un violento temporale offrì ospitalità alle 
Muse e cercò di tenerle prigioniere; vedendole fuggire per aria, tentò di seguirle, alzandosi in volo, ma 
cadde giù a capofitto e si fracassò contro una roccia; il mito è ripreso da Ovidio, Met., V, 269-293 e da 
Boccaccio, Genealogia, XI, 15 «nil aliud puto, quam quosdam ad ostentationem sui impetuosos et avidos 
qui neglectis studiorum laboribus postquam scrinea libris compleverint et eorum fere tagmina viderint tan- 
quam omnia que in eis continentur cognoverint sese audent extimare poetas aut a circumspicentibus arbi- 
trari. Verum cum evolaverint Musem quas putaverant claustris clausissem si in publicum segui velini, id 
est ostendere se scire quod nesciunt in precipitium confestim ruunt; v. 1939 l'aer de baleni luce: il cielo 
risplende di fulmini; v. 1946 traboccato: eccessivo; v. \9A1 fiaccasi: si rompe; v. 1948 cadendo... duro 
smalto: cadendo a terra. Fregoso, PE, II, 31 «cader sul duro smalto». La rima salto-smalto è la stessa; v. 
1949 infesta: noiosa; v. 1952 stolide: stupide; v. 1952 Piche: Pierìdi, nove figlie di Piero e Evippe; costoro 
erano abilissime nel canto e per questo decisero di sfidare le Muse. Secondo il giudizio concorde delle 
Ninfe, però, esse furono vinte e trasformate in piche, ossia uccelli. La fonte prima è Ovidio. Met., V, 295- 
315 «Nuper et istae auxerunt volucrum victae certamine turbam. Pieros has genuit Pellaeis dives in arvis; 
Paeonls Evippe mater fuit... .Desinile indoctum vana dulcedine vulgus fallerei Nobiscum, siqua est fiducia 
vobis, Thespiades, ceriate, deae. Nec voce nec arie vincemur, totide que sumus. Vel cedile victae fonie 
Medusaeo et Hyantea Aganippe, vel nos Emaihiis ad Paeonas usque nivosos cedamus campis. Dirimant 
certamina nymphae.» e Ovidio, Met., V, 662-678 «Finierai doctos e nobis maxima cantus; al nymphae 
vicisse deas Helicona colenies concordi dixere sono». Anche Dante rievoca l'episodio in Purg., 1, 11-12 
così pure Boccaccio, Genealogia, XI, 2 «Musis cum Pieriis fuisse de canlu certamen, hoc arbilror sensu 
summendum. Suni non nulli tam ineple audacie, audeanl se disciplinalis preferre, nec dubiienl dispuialio- 
nis inire certamen. quod dum in conspeclu dociorum faciunt, non scientifici doclis apparenl, sed polius 
stolida quadam premplione loquaces; et cum multa dicere ignaris videantur, nec aliquid tamen dicani ratio- 
ni consonum, nec sese loquentes inlelliganl, lusi a prudentibus pice existimantur.»; v. 1952 loquaci: ciar- 
liere; V. 1954 suoi: cfr. v. 34; v. 1954 vaghe: amanti; v. 1955 Aganippe: fonie d'Elicona. 



TEMPIO d'amore 57 

col rauco suo cantar con le Thespiade 1956 

al parangon del lume lor fur lippe. 
Però che per sententia de le Driade, 

che giudici già furon del certame, 1959 

de Nymphe, Naiade et Amadriade 
fur giudicate vane le lor trame, 

il perché furon convertite in Piche 1962 

qual van volando su per quelle rame. 
Ami. Quanto noi siamo a tua bontade amiche, 

poi che ne mostri così apertamente 1965 

queste pitture nobili et antiche! 
Acc. Voi vederete cosa più excellente, 

pur che vogliate quivi a canto starmi. 1968 

Però con vostre orecchie grate e attente 
vi piaccia, o donne belle, d'ascoltarmi. 

L'Amicitia, riguardando in la pittura, vede una loggia in un giardino al 
basso del monte Parnaso dov'erano molte statue de marmi et alcuni huomi- 
ni inseme raccolti, ch'in vista parevan se lamentassero fra loro, e dice. * 

Ami. Donna, se lice dimandarti tutto 1971 

quel ch'io comprendo in quell'alma pittura 

di questo Tempio eh 'è sì ben contrutto, 
che loggia è quella posta in la pianura 1974 

dentro un giardino ove son statue tante 

fatte di marmor con sottil scultura, 
ch'hanno volumi in mano e tutte quante 1977 

hanno ghirlande de virente aloro, 

fatte per mani de le Muse sante? 
Anchor ti piaccia a dir chi son colloro 1980 

quai mesti in un drapel raccolti sono 

e par eh 'inseme piangano fra loro. 
Acc. La prima statua è di quel Dante buono, 1983 

l'altra che gli sta al paro è del Petrarca, 

che ambi sublime fan d'Apollo el trono. 
L'altra, qual par che fia di penser carca, 1986 

è del conte lohan Pico divino, 

qual fu d'ogni virtìi vero monarca. 
L'altra è de Luca Pulci firentino 1989 

e l'altra de Luigi che compose 

Morgante in terso stil, l'altra è de Cino. 
Quell'altra è di Burgello che giocose 1992 

v. 1956-1958-1960 Thespiade-Driade-Amadriade] Thespiadi-Driadi-Amadriadi AEC: v. I960 Naiade] Naiadi 
ABC; * marmi] marmo ABC; * e dice] e Amicitia dice ABC; v. 1 980 // piaccia a] li piacerla ABC; v. 1 990 e 
l'altra] e l'altra è ABC. 

v. 1956 Thespiade: epiteto per indicare le Muse; v. 1957 al parangon... lippe: Pelr., T.F., 3. 110 «così al lume 
fu fumoso e lippo»; v. 1957 lippe: oscurate; v. 1958 sententia: lat. giudizio; v. 1958 Driade: ninfe dei boschi 
che erano considerate immortali; v. 1959 certame: lat. gara; v. i960 Naiade: ninfe dell'acqua; v. 1960 Ama- 
driade: ninfe dei boschi che morivano con l'albero cui appartenevano e dentro il cui tronco si celavano; v. 
1961 trame: disegni; v. 1963 rame: rami, forma in rima con trame.certame; vv. 1964-1966 amiche-antiche: la 
rima è la stessa di Dante, Inf., XXX. 35-37; v. 1965 ne: cfr. v. 702; v. 1969 grate: che gradiscono ascoltare; v. 
1981 drapel: piccolo gruppo; v. 1983 La prima: comincia la lunga elencazione di poeti, genere molto diffuso 
nel Cinquecento; v. 1986 penser carca: Dante, Purg., 19, 41 «come colui, che l'ha di pcnsicr carca»; v. 1987 
lohan Pico: Pico della Mirandola; v. 1989 Li4ca Pulci: poeta fiorentino; v. 1990 Luigi: Luigi Pulci poeta fio- 
rentino, fratello di Luca; v. 1991 Cino: Cino da Pistoia; v. 1992 Burgello: Domenico di Giovanni detto il Bur- 
chiello, poeta giocoso. 



58 GALEOTTO DAL CARRETTO 

rime già scrisse e l'altra è del Vesconte 

che fé' rime legiadre et amorose. 
L'altra è del Comazzan, l'altra è del Come, 1995 

qual già cantò d'Orlando ch'amò invano 

de Angelica crudel la bella fronte. 
Quell'altra è di quel dotto Policiano, 1998 

quell'altra è di Lorenzo che Firenza 

ornò col senno e col suo stil soprano. 
L'altra è del Belinzon che concorrenza 2001 

fece a Baccio Ugolin che gli sta a lato, 

huomo preclaro e pien d'alta eloquenza. 
L'altra è de Seraphin tant' apprezzato 2004 

ch'aperse agli moderni le palpebre 

col suo poema tanto degno e ornato. 
Quel cor de vati par che hymni célèbre 2007 

per l'annual del morto, che non more, 

con mesti accenti e con canto funebre. 
Gli hymni che cantan lor a gloria e honore 2010 

di questo celeberrimo poeta, 

se ben mirate, son de tal tenore: 
requie etema e luce e vita lieta 201 3 

donagli, o summo Re del cel empirò, 

in la celeste patria tua quieta 
e tu, almo Amor, per cui patì martiro 201 6 

mentre ch'avesti del suo cor vittoria, 

de' tuoi beati pon costui nel giro. 
El primo è l'Aretino che la gloria 2019 

hoggi riporta fra moderni vati 

è quel ch'intona gli hymni in sua memoria. 
Quell'altro è '1 Tibaldeo che, con ornati 2022 

versi, va al paro del Calmetta egreggio 

fra tutti i buon poeti laureati. 
Quell'altro è '1 Cavaller de tanto preggio 2025 

che, con stil elegante et amoroso 

e col valor de Marte, orna Correggio. 
Quell'altro è '1 cavaller Campo Fregoso, 2028 

lume e splendor de la poetica arte, 

che col suo stil fa ognun maraviglioso. 
L'altro, ch'indi non longe sta in disparte, 2031 

è quel gran San Nazar ch'ha '1 primo vanto 

d'egloghe, come ben mostran sue carte. 

V. 1993 Vesconte: Gasparo Visconti, poeta milanese; v. 1994 rime legiadre: Dante, Purg., 26, 99 «rime... leg- 
giadre» e Petr., CXXV, 27 «rime leggiadre»; v. 1995 Cornazzan: Antonio Comazzano, poeta piacentino; v. 
1995 Conte: Matteo Maria Boiardo; v. 1998 Policiano: Agnolo Ambrogini detto il Poliziano; v. 1999 Lorenzo: 
Lorenzo de' Medici detto il Magnifico; v. 2000 soprano: superiore; v. 2001 Belinzon: Bernardo Bellincioni, 
poeta fiorentino; v. 2002 Baccio Ugolin: Baccio Ugolini, uomo di fiducia di Lorenzo de' Medici, abile rimato- 
re all'impronta; v. 2003 alta eloquenza: Petr., CCLVIII, 4 «alta eloquenza»; v. 2004 Seraphin: Serafino dei 
Ciminelli detto l'Aquilano; v. 2007 vati: poeti; v. 2007 hymni: composizione in versi accompagnata da musica; 
V. 2008 annual: anniversario; l'avvenimento evocato riguarda la stesura delle Collectanee composte a Bologna 
(1504) per la morte di Serafino Aquilano; v. 2012 tenore: contenuto; v. 2013 vita lieta: si veda v. 106; v. 2019 
Aretino: Bernardo Accolti, più noto come Unico Aretino; v. 2022 Tibaldeo: Antonio Tebaldi poeta ferrarese; v. 
2023 Calmetta: Vincenzo Colli detto il Calmeta; v. 2024 laureati: coronati di alloro; v. 2025 Cavaller: Niccolò 
da Correggio, poeta della corte milanese del Moro; l'attributo Cavaller è dovuto all'investitura di cui il poeta 
fu insignito nell'anno 1452; v. 2025 preggio: forma ipercorretta per 'pregio'; v. 2027 col valor de Marte: il 
poeta fu anche un condottiero; v. 2028 Campo Fregoso: Antognetto Campo Fregoso, poeta di Carrara, autore 
di sonetti burleschi e di poemetti allegorici; v. 2030 maraviglioso: cfr. v. 716; v. 2032 San Nazar: Iacopo San- 
nazaro; V. 2032 vanto: motivo di gloria. 



TEMPIO d'amore 59 

Quell'altro, che gli sta al sinistro canto, 2034 

è '1 buon Carraciol, l'altro è Chariteo 

col metro ornato et affettuoso tanto. 
L'Ariosto ferrarese e '1 Timotheo 2037 

van drieto a questi, poi segue Gualtero, 

tri degni alumni d'Amphione e Orpheo. 
Emilio è l'altro a Phebo amico vero, 2040 

l'altro è '1 Candiotto sì giocondo e lieto 

che di sententie argute è inventor mero. 
L'altro è '1 Pistoia che col stil faceto 2043 

dà agli ascoltanti et ai lettor gran spassi, 

e '1 Citadin Hieronymo è in quel ceto. 
Fra gli altri egreggi el Beniveni stassi 2046 

in questi vati e '1 bel Parnaso honora 

col dolce stil da intenerir i sassi. 
Hieronymo è quell'altro che decora 2049 

hor fa Verona con suoi dotti versi 

e con sua tuba gracile e sonora. 
Quell'altro è '1 Bembo che con rithmi tersi 2052 

hoggi Venetia fa sì andar sublime 

che ben de tal Alumno può godersi. 
Veronica da Cambra andar non time 2055 

de questo sacro cor nel bel drapello 

con sue affettuose e leggiadrette rime, 
che degna è sì d'un laureo capello 2058 

quant'altro de costor ch'in quel ricetto 

vedi raccolto in quel colleggio bello. 
Quell'altro è Galeotto dal Carretto 2061 

qual va cogliendo gli cadenti lauri 

de le ghirlande di quel coro elletto 
et a l'odor di quei par che restauri 2064 

l'alma affannata ch'imparar insuda 

quella virtù che vai tanti thesauri, 
acciò che '1 santo Apollo un dì rinchiuda 2067 

nel bel colleggio de questi alti viri 

al cui segno alto ad arrivar se suda. 



V. 2043 col] con ABC; v. 2043 col] con ABC; vv. 2047 in] fra ABC; v. 2060 in quel] nel ABC. 

v. 2034 Canio: lato, parte; v. 2035 Carraciol... Chariteo: entrambi poeti napoletani; il primo Giovan Francesco 
Caracciolo, il secondo Benedetto Gareth detto il Cariteo; v. 2037 Timotheo: Timoteo Bendedei, poeta estense, 
noto per la scarsità delia sua produzione; v. 2038 Gualtero: Gualtiero Sanvitale; v. 2039 Amphione: figlio di 
Zeus e Antiope, abile nella musica e nel canto; v. 2039 Orpheo: cantore e musico per antonomàsia; v. 2040 
Emilio: difficile risulta l'identificazione di questo letterato; v. 2041 Candiotto: Girolamo Candioto, autore cita- 
to nelle Collectanee, cfr. A. Rossi, Serafino, p. 1 41 ; v. 2042 mero: vivido, sfolgorante; v. 2043 Pistoia: Antonio 
Cammelli detto il Pistoia dalla città di origine; v. 2043 faceto: arguto, scherzoso; v. 2045 Citadin Hieronymo: 
Girolamo Cittadino, rimatore milanese del primo Cinquecento; v. 2046 Beniveni: Girolamo Benivieni, poeta 
fiorentino; v. 2048 dolce stil: Dante, Purg., 24, 57 «di qua dal dolce stil novo eh' i' odo» e Petr., CCCXXXII, 3 
«e 'I dolce stil»; v. 2049 Hieronymo: si è identificato questo nome, pur così generico, nella figura di Girolamo 
Fracastoro ( 1 478- 1 535), scienziato e letterato veronese; scrisse di medicina (= dotti versi) e di altre scienze. Fu 
un grande appassionato di musica (= tuba gracile e sonora); v. 2049 decora: cfr. v. 1594; v. 2051 tuba: stru- 
mento simile alla tromba; v. 2051 gracile: delicata; v. 2054 Alumno: Francesco Del Bailo più noto come Alun- 
no (1484-1556), poeta ferrarese di origine ma legato a Venezia; v. 2055 Veronica da Cambra: Veronica Gam- 
bara, poetessa celebratissima dai contemporanei e signora di Correggio; v. 2056 drapello, cfr. v. 1981; v. 2057 
affettuose: dolci; v. 2059 ricetto: luogo; v. 2064 restauri: ristori; v. 2065 imparar insuda: suda per imparare; v. 
2067 inchiuda: racchiuda; v. 2068 alti: famosi. 



60 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Guarda come el Fregoso con desiri 2070 

par che l'inviti entrar nel coro degno 

e come in dietro con rubor se tiri, 
sì come quel che pargli esser indegno. 2073 

Amicitia, andando nel Tempio con Accoglienza che l'ha per mano, giun- 
gendo al loco manco dov'erano molte capelle, dice e tutta via gli vengono 
dietro Benignità et Integrità, andando a due a due tenendosi per mane. * 

Ami. De cui son quelli nobili sacelli 

che ad uno ad uno nel sinistro lato 

son con li altari così ornati e belli? 2076 

Ago. Ciascun de quei sacelli è dedicato 

ad una santa de quell'alme dive 

che fan potente Amor nel suo bel stato 2079 

e che gli amanti sempre in fiamme vive 

tengono avolti con sua gran virtute 

che tutta dal cel terzo par derive. 2082 

El primo è dedicato a Gioventute, 

qual pieno è tutto de garzoni arditi 

ch'intrati son d'Amor in servitute: 2085 

alcun di lor fan giostre, alcun conviti, 

altri saltando vanno, altri luttando, 

altri cantando in quei prati fioriti. 2088 

La Gioventù sta in mezzo e va scherzando 

con Hebbe, avendo Levità da canto 

co l'Appetito che la va tentando, 2091 

e '1 corpo suo coperto ha tutto quanto 

de veste perforate a mille gale, 

de sopra ha d'oro un reccamato manto. 2094 

Sopra de' crini ornati ha due parve ale 

che dal cervello suo prendon radice, 

qual mobil sono per suo naturale. 2097 

Ami. Se interrogarti, o donna mia, me lice 

deh, dimmi, prego, de qual alma santa 

è quel sacel sì bello e sì felice? 2100 

Acc. Bellezza quel possedè e guarda quanta 

gente si specchia in gli attrativi specchi 

che oman sua veste con vaghezza tanta. 2103 

Mira sì come i gioveni co' vecchi 

V. 2073 esser] esserne ABC; * manco] stanco ABC; * capelle] capelle al longo del Tempio gli dice ABC; v. 
20S4 qual] che ABC; v. 2104 Mira] Guarda ABC. 

V. 2070 Guarda... desiri: probabile riferimento ad una particolare stima dell'autore per il Fregoso, dato che è 
l'unico poeta menzionato due volte nell'elenco, e ad una implicita dichiarazione di poetica; v. 2070 desiri: pre- 
mure; V. 2072 rubor: lat. rossore; v. 2073 dld. manco: sinistro; v. 2073 did. tutta via: sempre; v. 2074 sacelli: 
cappelle; v. 2078 alme dive: Petr., T.M., 2, 19 «alma mia diva»; v. 20S0 fiamme vive: Dante, Purg. 30, 33 «di 
fiamma viva» e Dante, Par, 31, 13 «fiamma viva»; v. 2081 gran virtute: Petr., CCCLXVI, 102 «gran vertute»; 
V. 2082 cel terzo: è il cielo di Venere, cfr. Dante, Par., 8, 37 «voi che 'ntendendo il terzo ciel movete», Petr., 
CLXX,VII, 4 e Petr., CXLII, 3 «terzo ciel»; vv. 2083-2097 El... naturale: descrizione della Gioventù anche in 
Fregoso, CB, 1 , 73; v. 2086/an giostre: gareggiano; v. 2086 conviti: banchetti; v. 2087 luttando: è una forma di 
gioco; dal verbo luctare ossia contrasto di forza e di destrezza, fatto corpo a corpo senz'arme, per abbattersi 
l'uno con l'altro; v. 2090 Hebbe: Ebe, deificazione greca della giovinezza; v. 2090 Levità: lat. leggerezza; v. 
2093 perforate: trapuntate; v. 2093 gale: ornamenti; v. 2100 felice: che esprime felicità; v. 2102 attrativi: 
attraenti; v. 2105 con gli occhi fissi: Dante, Par., I, 54 «fissi li occhi»; Dante, Purg., 32, 1 «occhi miei fissi», 
Petr., CCCXXXI, 3 «li occhi... fissi» e Petr., T.M., 2, 40 «occhi fissi». 



TEMPIO d'amore 61 

con gli occhi fissi lei mirando vanno, 

tal che quei sguardi al cor gli sono stecchi. 2106 

Mira el Diletto abraccio co l'Affanno, 

mira el Penserò insieme col Desio, 

che mille lacci agli spettanti fanno. 2109 

Ami. De chi è quel altro terzo che veggio io 

con quella diva ch'ha tre donne a tomo, 

qual sono le tre Gratie al parer mio? 2112 

Acc. De Venustate è quel sacello adomo, 

quell'altre son le Gratie e ben dicesti 

che con la diva fan tranquil soggiomo 2115 

Mira i suoi modi e ' portamenti honesti, 

i dolci risi e ' suoi soavi sguardi 

che i contemplanti fanno hor lieti, hor mesti. 2118 

Guarda ne l'aria quanti aurati dardi 

d'alto giù manda el garzonetto cmdo, 

tal che narrando par che tremi et ardi. 2121 

Quel è Mercurio, luculento e dmdo, 

che d'un giovenil manto è sol vestito, 

il resto del suo corpo è tutto ignudo; 2124 

de penne aurate ha '1 pileo redimito 

e '1 suo cadùcèo in la man destra tene, 

in l'altra un pomo de fin or polito. 2127 

Quel bel pastor qual par che '1 gregge mene, 

ch'ha '1 capo ornato d'aurea thiara, 

è '1 bel Paris ch'in contra costui vene. 2130 

Ecco che gli dà el pomo e gli dechiara, 

per parte di suo patre, che lo done 

a quella che più bella esser gli para. 2133 

Con la diadema in capo ecco Giunone, 

in vista honesta, avendo el scettro in mano 

col qual in celo ciò che vói dispone; 2136 

dietro a costei di quella valle al piano, 

vengon per servi Castore e Poluce, 

V. 2 1 06 al cor gli sono] ai cori gli son ABC; v. 2 1 2 1 narrando par che] mirando tu ne ABC. 

V. 2106 stecchi: metafora per 'spine'; v. 2107 abraccio: a braccetto; vv. 2\Q%-1\\2 Desio-io-mio: stessa rima di 
Petr., cfr. vv. 247-250; v. 2\09 mille lacci: Petr., CC, 5 «lacci... mille»; v. 2109 spettanti: a coloro che guardano; 
v. 2113 Venustate: lat. bellezza; 2117 dolci risi: Dante, Par., 30, 26 «così lo rimembrar dei dolce riso». Petr., 
XLII, 1 «dolce riso» Petr., CXXIII, 1 «dolce riso» e Petr., CCLXVII, 5 «dolce riso»; v. 2117 soavi sguardi: 
Petr., CV, 9, Petr., CCLXVII, I e Petr., CCCXLIII, 2 «soave sguardo»; v. 2\20 garzonetto crudo: Petr., T.A., 1, 
23 «garzon crudo»; v. 2120 crudo: non maturo, non fatto, è aggettivo riferito, in genere, al vino; vv. 2122-2127 
Quel... polito: la leggenda di Paride è tratta dai capitoli 30-34 del libro decimo delle Metamorfosi di Apuleio, 
cfr Apuleio, Met., X, 30 «Adest luculentus puer nudus, nisi quod ephebica chlamida sinistrum tegcbat unierum, 
flavis crinibus usquequaque conspicuus, et inter comas eius aureae pinnulae colligatione simili siciatae promi- 
nebant; quem [caducacum] et virgula Mercurium indicabat. Is sanatorie procurrens malumque bracteis inaura- 
tum dextra gerens...»; v. 2 1 22 luculento: di luminosa bellezza; v. 2 1 22 drudo: valoroso; v. 2 1 25 de penne aura- 
te: alucce d'oro; v. 2125 pileo: è il petaso ossia il cappello alato di Mercurio; v. 2125 redimito: cinto; v. 2126 
caduceo: classico epiteto di Mercurio, consistente in una verga per lo più con due serpenti intrecciati e due ali 
aperte alla sommità, v. 2\21 fin or. cfr v. 1 165; v. 2\21 polito: lucido, è detto, in genere, di metalli; v. 2129 thia- 
ra: ornamento del capo sacerdotale, Apuleio, Met., X, 30 «... aurea tiara contecto capite...»; v. 2130 Paris: Pari- 
de fu incaricato da Zeus a far da arbitro alla contesa tra le tre dee, Venere, Giunone e Minerva, su chi fosse la più 
bella; v. 2133 para: sembri; vv. 2134-2135 Con la... in mano: Apuleio, Met., X, 30 «Insequitur puclla vultu 
honesta in deae lunonis speciem similis: nam et caput stringebat diadema candida, ferebat et sceptrum»; v. 2 135 
in vista honesta: dalle sembianze nobili; v. 2138 Castore e Poluce: i due gemelli figli di Zeus e di Leda. Castore 
era un abilissimo domatore, di cavalli mentre Polluce primeggiava nel pugilato, Apuleio, Met., X, 31 «... luno- 
nem quidem Castor et Pollùx, quorum capita cassides ovatae stellarum apicibus insignes contegebant...». 



62 GALEOTTO DAL CARRETTO 

con elmi fatti a stelle da Vulcano. 2 1 39 

De' gemini fratelli la dea duce, 

gesticolando con honesti nuti, 

sonando vien con fistule sambuce 2142 

e dar promette l'Asia con tributi, 

se '1 vanto di beltà gli dà per merto 

con suoi giuditii giusti e ben cernuti. 2145 

L'altra è Minerva ch'ha '1 capo coperto 

d'un elmo ornato d'un capei d'oliva, 

co l 'basta in mano e col scudo scoperto. 2148 

Ami. Quai son quei doi che van dietro a la diva, 

e l'uno e l'altro ha '1 gladio ignudo erretto, 

con grande de trombetti comitiva? 2151 

Acc. L'uno Terror, l'altro Timor è detto 

quai, misti co' tibicini da guerra, 

al suon de trombe fan mortai effetto; 2 1 54 

costei, con salti per l'herbosa terra 

venendo al suono de le chiare trombe, 

parlando col pastor per man l'afferra: 2157 

promette se Giunone a lei soccombe 

de far inclito lui de gran trophei 

e che per tutto el suo valor ribombe. 2 1 60 

La terza è Citharea: guarda costei 

che, ignuda, a tomo a l'anche ha un sottil velo 

de fin bambace, agli giuditii mei, 2163 

che copre a lei el pudibondo pelo 

quai, da lascivo e curioso vento 

tal volta alzato, mostra quello al celo. 2166 

E, perché in mar ella ebbe nascimento, 

ceruleo è '1 velo e lo suo corpo bianco 

perché ne l'albo celo ha allogiamento. 2169 

Vedi costei che l'uno e l'altro fianco 

ha circondato de fanciulli alati 

al cui cantar per gaudio ognun vien manco. 2 1 72 

v. 2150 ignudo] nudo ABC; v. 2168 corpo bianco] corpo è bianco ABC. 

V. 2 1 39 stelle: gli elmi avevano un fregio a forma di stella; vv. 2 1 40-2 1 44 De' gemini... merlo: Apuleio, Met., X, 
3 1 «Haec puella varios modulos lastia concinente tibia procedens quieta et inadfectata gesticulatione nutibus 
honestis pastori poiiicetur, si sibi praemium decoris addixisset, sese regnum totius Asiae tributuram»; v. 2140 
gemini: lat. gemelli; v. 2140 duce: guida; v. 2141 honesti nuti: nobili cenni; v. 2142 fistule: strumenti musicali 
da fiato; v. 2142 sambuce: di sambuco; v. 2143 tributi: lat. doni; v. 2145 giuditii giusti: Dante, Purg., 6, 100 
«giusto giudicio»; v. 2145 cernuti: cfr. v. 54; vv. 2147-2148 d'un elmo... scoperto: Apuleio, Met., X, « ... caput 
contecta fulgenti galea - et oleaginea corona tegebatur ipsa galea - clypeum attollens et hastam quatiens... »; v. 
2147 capei d'oliva: corona di foglie d'alloro; vv. 2I52-2154L'm/jo... effetto: Apuleio, Met., X, 31 «... proeliaris 
deae comites armigeri, Terror et Metus, nudis insultantes gladiis.»; v. 2151 trombetti: piccole trombe; v. 2153 
tibicini: lat. suonatori di flauto; v. 2154 effetto: cfr. v. 432; v. 2156 chiare: squillanti; vv. 2\5S-2ì60 promette... 
ribombe: Apuleio, Met., X, 3 1 «Haec inquieto capite et oculis in aspectu minacibus citato et intorto genere gesti- 
culationis alacer demonstrabat Paridi, si sibi formae victoriam tradidisset, fortem tropaeisque bellorum inclitum 
suis adminiculis futurum.»; v. 2159 inclito: cfr. v. 135; v. 2 160 per tutto: ovunque; v. 2161 Citharea: Venere; vv. 
2162-2169 che ignuda... allogiamento: Apuleio, Met., X, 31 «... virgo, nudo et intecto corpore perfectam for- 
monsitatem professa, nisi quod tenui pallio bombycino inumbrabat spectabilem pubem. Quam quidem laciniam 
curiosulus ventus satis amanter nunc lasciviens rcflabat, ut dimota pateret flos aetatulae, nunc luxurians aspira- 
bat, ut adhaerens pressule membrorum voluptatem graphice liniaret. Ipse autem color deae diversus in speciem, 
corpus candidum, quod caelo demeat, amictus caerulus, quod mari remeat.»; v. 2162 sottil velo: Dante, Purg., 8, 
20 « che i velo è ora ben tanto souile»; v. 2163 bambace: bambagia; v. 2169 albo: lat. bianco; v. 2169 allogia- 
mento: dimora; vv. 2170-2172 Vedi... manco: Apuleio, Met., X, 32 «Venus... circumfuso populo laetissimorum 
parvulorum, dulce subridens constitit amoene: illos teretes et lacteos puellos... ». 



TEMPIO d'amore 63 

Ecco le Gratie che coi crini ornati 

de varii fiori van facendo un coro 

fra lor, sonando suoni a la dea grati. 2175 

Ella coi pièi concordi al sòn canoro, 

menando el capo con gran gratia e passi, 

vaga e leggiadra balla fra costoro 2178 

e con dolci occhi, non a terra bassi 

ma fissi in gli occhi del troian pastore, 

par ch'alzi el braccio e che la testa abbassi, 2181 

e gli promette dar una che '1 fiore 

è di beltà, se '1 pomo dor gli dona 

e de l'altre venuste ha '1 primo honore. 2184 

A Vener dona el pomo e Giunon buona 

con Pallade neglette van con sdegno, 

tanto vergogna l'una e l'altra sprona, 2187 

e come Vener lieta va al suo regno. 

L'Amicitia prosegue interrogando l'Accoglienza. 

Ami. Qual è coUei che con affetto humano 

dona molt'oro a tutti i circunstanti, 2190 

avendo aperta la sua borsa in mano? 
E con benigni e liberal sembianti, 

con lieta fronte e con serena vista, 2193 

ride con quelli che gli stanno avanti 
e cerca de far lieta ogni alma trista 

con certa foggia piena di bontate, 2196 

tal che ciascuno per amico acquista? 
Acc. Quell'è '1 sacel de Liberalitate 

nel qual ciascun la venera per dea 2199 

tanto ella ha con Amor authoritate, 
che lui co la sua matre Citharea 

fa nel suo regno validi e potenti 2202 

e l'amicitie in cor d'amanti crea. 
Costei d'aurati e ricchi vestimenti 

tutta è vestita e 'n capo ha una corona 2205 

di perle con robini relucenti; 
intorno a lei son molti: alcuno sona. 



V. 2 1 77 menando] movendo ABC; v. 2 1 8 1 che la] la sua ABC; v. 2 1 83 é di beltà se 7 pomo d'or gli dona] è de 
le belle se gli dà quel pomo ABC; \. 2\S4 e de l'altre venuste] e di beltà fra l'altre ABC; vv. 2185-2187 A 
Vener dona el pomo e Giunon buonalcon Pallade neglette van con sdegnoìtanto vergogna l'una e l'altra spro- 
na] Eccovi come gli dà el pomo e comoìMinerva con lunon vanno con sdegnai tenendo el pastor phrigio per 
tristhomo ABC; v. 2207 alcuno] et alcun ABC. 

vv. 2173-2174 Ecco... coro: Apuleio, Met., X, 32 «... hinc Gratiae gratissimae... quae iacuiis floris serti et solu- 
ti deam suam propitiantes scitissimum construxerant chorum... »; v. 2175 grati: cfr. v. 860; vv. 2176-2178 
Ella... costoro: Apuleio, Met., X, 32 «Vcnus placide commovcri cunctantique lente vestigio et leniter lluctuan- 
te spinula et sensim adnutante capite cocpit incedere... »; v. 2176 concordi: all'unisono; v. 2178 vaga e leggia- 
dra balla fra costoro: Fregoso, CB, I, 73 «tutta galante e tutta Icgiadria, balli e canti»; v. lìSOfissi in gli occhi: 
cfr. V. 2105; vv. 2182-2184 e gli... honore: Apuleio, Met., X, 32 «Haec ut primuni ante iudicis conspcctum 
facta est, nisu brachiorum polliceri videbatur, si fuisset dcabus cctcris antclala, daturam se nuptani Paridi 
forma praecipuam suique consimilem.»; v. 2184 venuste: cfr. v. 21 13; v. 2185 /l Vener dona el pomo: Apuleio, 
Met., X, 32 « Tunc animo volenti Phrygius iuvcnis malum, quod tenebat, aureum velut victoriae calculum 
puellaetradidit.»; v. 2ìS6 neglette: cfr. v. 607; v. 2193 lieta fronte: anche al v. 7568; v. 2\95 alma trista: Dante, 
/«/., 19, 47, Dante, Inf., 30, 76, Dante, Inf., 6, 55 «anima trista» e Pctr., CCLXXVIl, «alma trista»; v. 2196 fog- 
gia: maniera, modo; v. 2198 Liberalitate: lat. generosità; v. 2206 robini: rubini. 



64 GALEOTTO DAL CARRETTO 

alcuno canta el suo tormento dolce, 2208 

alcuno a la sua donna ivi ragiona, 
alcun de ricchi doni anchor se folce 

e, con sembiante placido e soave, 221 1 

con essi la sua amica placa e molce. 
Ivi cassette son con aurea chiave, 

piene de veli con sottil lavoro 2214 

che Pallade de simil mai non have; 
ivi son gemme e cathenelle d'oro, 

cinture, anelli e sete d'ogni sorte, 2217 

quali a vicenda dannosi fra loro 
e con quest'una ognun passa sua sorte. 

Amicitia parla con Accoglienza. * 

Ami. Assai distintamente abbiamo inteso 2220 

ciò che n'hai detto con parlar diffuso, 

tal che d'udir più avanti ho '1 cor acceso. 
Però, per non lasciarlo in me confuso, 2223 

dimmi de cui è quel bel loco sacro, 

ch'in un cristal lucente sta rinchiuso, 
e come ha nome el santo simulacro 2226 

di quella donna pallida e smarrita, 

torva negli occhi e con lo volto macro, 
qual tutta è di color turchin vestita, 2229 

con veste d'occhi carica è coperta 

e da cotanta gente è reverita; 
e come insana e del suo mal incerta 2232 

tene de Clitia el gentil fior in mano 

e la sua doglia fa palese e certa. 
Acc. Quest'è la Gelosia che '1 seme humano, 2235 

per tutto dov'è Amor, sempre accompagna, 

con doglia che si crea da un creder vano. 
Vedela in terra in mezzo a la campagna 2238 

piena de fiori de penser diversi, 

qual di sua sorte si ramarca e lagna. 
Vede'l Sospetto che, con sguardi aversi, 2241 

tien gli occhi fissi di costei nel viso, 

qual huom stordito ch'abbia i sensi persi. 
Vede'l Timor, che a' pedi suoi sta asiso, 2244 

tutto tremante e paventoso in vista, 

qual sta sì attento nel mirarla fiso. 

V. 22 1 doni anchor] don tutto ABC; v. 22 1 1 sembiante] parlare ABC; v. 22 1 2 essi la sua amica] questi la sua 
donna ABC; v. 22 1 8 dannosi] donansi ABC; i vv. 22 1 9-2249 sono presenti solo in D e riguardano il personag- 
gio della Gelosia; in ABC ci sono solo due terzine a riguardo: L'altro sacel che alquanto sta consortelè de la 
sospectosa Gelosiaìch' anchor pò tanto in l'amorosa corte.ìMirate come è tutta infantasiaìsquallida, occhiuta, 
afflicta e macilentaìe 'ntorno a lei ha grande compagnia; * questa didascalia non è presente in ABC. 

V. 2208 tormento dolce: Petr., CXXXII, 4 «dolce... tormento»; v. 2209 ragiona: parla; v. 2210/o/c^: trova 
conforto; v. 2212 moke: diletta, la rima/o/c^.- molce è la stessa dei vv. 2948-2950; v. 2215 Pallade: epite- 
to greco di Atena; v. 2221 diffuso: esteso; v. 2221 parlar diffuso: Dante, Par., 2, 75 e Dante, Purg., 32, 91 
«parlar diffuso»; v. 2224 loco sacro: Petr., XXVIII, 23 «sacro loco»; vv. 2226- 2249 e come ha nome... 
attrista: la stessa descrizione si trova ai vv. 5992-6005, v. 2230 con veste d'occhi carica: la Gelosia ha 
dipinti sulla veste molti occhi.; v. 2232 insana: pazza; v. 2233 de Clitia el gentil fior: Clizia, amata dal 
Sole, quando fu lasciata dal dio provocò la morte della rivale. Fu punita e trasformata in un girasole, per il 
mito si veda Ovidio, Met., IV, 206-208, 234-237, 256-270; v. 2219 fiori de penser diversi: viole del pen- 
siero; V. 2240 ramarca: rammarica, v. 2241 Vede: da notare la ripresa anaforica. 



TEMPIO d'amore 65 

Vede'l Dolor, che segue lei per pista 2247 

e ch'un calice amaro gli presenta, 

col ceco Dubbio che l'affligge e attrista. 
Vede Giunon, gelosa e discontenta, 2250 

che fa sparir la nube et Io deprende 

e col suo infido Giove se lamenta. 
Vede là Clitia che gran doglia prende 2253 

per esser derelitta dal- suo amante, 

qual caldo ad altro novo amor attende. 
Vede là Procri andar per boschi errante 2256 

piena di sdegno e di mortai faville, 

cercando Cephal con angosce tante. 
Quell'è Briseida che lachrime mille 2259 

getta dagli occhi perché forte teme 

d'esser lasciata dal suo caro Achille. 
L'altra è Medea che, sdegnata, geme 2262 

perché lasonne Isiphile desira 

e pur come può meglio el dolor preme. 
Quell'altra lachrimosa è Deianira 2265 

ch'ha dubbio per Iole esser lasciata 

dal forte Alcide et ha nel cor grande ira. 



vv. 2250-2252 Vede Giunon gelosa e discontentaìche fa sparir la nube et Io deprendeìe col suo infido Giove se 
lamenta. La prima che per Io se tormenta\detta è lunone, la seconda è Phillelche di Demophoonte se lamenta 
ABC; i vv. 2253-2255 sono stati aggiunti in D; v. 2259 Quella] L'altra ABC; v. 2262 sdegnata geme] si lagna 
e plora ABC; v. 2264 e pur come può meglio el dolor preme] e vede che di lei già se inamora ABC; v. 2267 nel 
cor] con lei ABC. 

v. 2250 Vede: inizia una serie di personaggi tormentati dalla Gelosia. La fonte prima è Ovidio ma numerosi 
sono i riferimenti al Trionfo d'Amore di Petrarca, da cui Galeotto riprende anche la sintassi (in particolare la 
ripetizione di termini quali Vede, l'altro, quell'altro ecc.); v. 2250 Giunon gelosa: Petr. T.A., I, 154 «vedi 
lunon gelosa... » e Petr., XXXIII, 3 «Giunone... gelosa»; v. 2251 nube, nebbia, Ovidio, Met., I, 608-609 «... 
delapsaque ab aethere summo constitit in terris nebulasque recedere iussut.»; v. 2251 Io: sacerdotessa, fu 
amata da Giove che, per impedire la vendetta della gelosissima moglie, pensò di trasformarla in una candida 
giovenca; la leggenda viene ripresa anche ai vv. 3764-3766 e ai vv. 4063-4065, per il mito si veda Ovidio, 
Met., I, 583-750. Viene citata anche in Boccaccio, Amorosa Visione, XVII, 5B, 37 e in Boccaccio, Filocolo, III, 
1 1 26; V. 225 1 deprende: sorprende; vv. 2253-2256 là: si è interpretato come avverbio di luogo, anche se pote- 
va essere considerato articolo femminile preposto ad un nome proprio, forma abbastanza comune nella koiné 
settentrionale; v. 2253 Clitia: cfr. v. 2233; v. 225A dal suo amante: il Sole; v. 2255 caldo: innamorato; il riferi- 
mento è a Leucòtoe che, amata dal Sole, fu sepolta viva dal padre su delazione di Clizia e venne trasformata in 
pianta di incenso; v. 2256 Procri: per il mito si veda Ovidio, Met., VII, 661-865, Ovidio, Heroides, IV, 93-96 e 
Ovidio, Ars amatoria, III, 687-750. Viene citata anche in Boccaccio, Amorosa Visione, XXII, 70, 79 e in Boc- 
caccio, Filocolo, II, 57 9, III, 2 14; v. 2258 con angosce tante: Procri temeva che Cefalo, suo sposo, la tradisse 
con una donna di nome Aura; il mito viene ripreso anche ai vv. 3709-371 1; v. 2259 Briseida: schiava predilet- 
ta di Achille che l'abbandonò, donandola ad Agamennone per compensarlo della perdita di Criseide. Dopo la 
morte di Patroclo, il Pelide si riconciliò con Agamennone che, con le scuse per l'affronto fattogli, gli restituì 
Briseide, cfr. Boccaccio, Amorosa Visione, XXIV, 8, 35 e Boccaccio. Filocolo, III, 25 2; v. 2260 forte: cfr. v. 
26; V. 2261 Achille: Petrarca, TA., 1, 125 «e l'altro è Achille, ch'ebbe in suo amar assai dogliose sorte»; v. 
2262 Medea: era una maga innamorata di Giasone, per il mito si veda Ovidio. Met., VII, 1-424. Viene citata 
anche in Petrarca, T.A., 1, 128 «quello è Giasone, e quell'altra è Medea... », Boccaccio. Amorosa Visione, IX, 
26, XXI, 1 7. 54 e in Boccaccio, Filocolo, 111,18 22, 1 8 23, 35 7. 39 7, 65 3, IV, 24 3, 45 4, 46. 5, 46 6, 83 3, 1 5 1 
4.; Galeotto rievoca la vicenda ai vv. 3694-3696 e ai vv. 3794-3796; v. 2263 Isiphile: regina di Lemno, fu in 
seguito abbandonata da Giasone per sposare Medea, cfr. Petrarca. T.A., 1 , 1 33 «Isifile vien poi, e duolsi anch'el- 
la del barbarico amor che '1 suo l'ha tolto.», Stazio, Tebaide, V. 335. Boccaccio. Amorosa Visione, IX, 24 e 
XXIX, 41 e Boccaccio. Filocolo, III. 18 22 e IV 141 1; v. 2265 Deianira: Deianira ebbe il timore che il marito 
Ercole la tradisse con Iole. Ovidio, Afe/., IX, 134- 140 (per la tragica fine della storia si vedano i vv. 3691-3693). 
Viene citata anche in Boccaccio, /Amorosa Visione, Vili, 87, XXVI. 1 1 e in Boccaccio, Filocolo, IV, 27 6, 83 3; 
V. 2266 ch'ha dubbio: teme; v. 2267 Alcide: Ercole; Petrarca, T.A., I, 125 «Ercole, ch'Amor prese». 



66 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Mille altre sono in questa gran brigata, 2268 

gioveni e vecchi, pieni di sospetto 

e ciascun sta con l'anima affannata. 
Ami. De tutto quel che n'hai contato e detto 2271 

restiamo instrutte e satisfatte in tutto, 

fuor che d'un dubbio ch'abbiamo anch'in petto: 
chi son collor ch'in loco non asciutto 2274 

stando, lor petti percottendo vanno 

con gran sospiri e con doglioso lutto? 
E quelli anchora che sì afflitti stanno, 2277 

guardandosi l'un l'altro a visi irati, 

sì come quei ch'in loro han grave affanno? 
Acc. Questi son quelli amanti desperati 2280 

i quai, condotti da' sospetti aperti, 

a morte, per costei furon dannati 
però ch'essendo de la fede incerti. 2283 

Ami. Quest'è quel 'una ch'ai giuditio mio 

guasta e destrugge l'amoroso regno 
e ch'empio fa venir ogni cor pio, 2286 

e l'uno amante placido e benegno 

fora co l'altro se non fosse questa 
ch'amor fa amaro col suo cor malegno. 2289 

E pur la gente, poco accorta e presta, 

al creder troppo questa donna segue, 
amando e disamando in pianto e 'n festa. 2292 

Da lei nascono l'ire, guerre e tregue, 

sdegni, despetti, inganni et atti infidi 
quando '1 suo voto l'huomo non consegue; 2295 

per lei se fanno alti lamenti e gridi, 

rancor, risse, sospetti, insidie et odii, 
per lei nascon discordie et homicidi; 2298 

per lei la moglie fa al marito frodi, 

per lei nascono infamie et onte e scorni 
che viver fan ciascun con poche lodi; 2301 

per lei con departite e con ritomi 

stanno gli amanti hor sconsolati, hor lieti, 
biasmando del suo amor i primi giorni; 2304 

per lei quanto piiJ i cor sono inquieti 

tanto più el foco in lor serpendo cresce, 
come permette Amor con suoi decreti; 2307 

per lei la vita a' suoi seguaci incresce 

e tanto maggiormente quanto a ognuno, 
che questa segue, la ragion descresce. 23 1 

Acc. Molti biasman costei, ma pur ciascuno, 

se non in tutto al manco in parte, lei 
segue, e chi è netto gli è de mille l'uno. 2313 

v. 2268 Mille] Molte ABC; v. 2269 gioveni e vecchi pieni di sospetto] e motti vecchi e gioveni gelosi ABC (per 
la rima cfr. v. 2725); v. 2270 ciascun] ognun ABC; 1 vv. 2271-2725 sono stati aggiunti in D; il v. 2283 va con- 
siderato un verso di chiusa che determina pertanto un'interruzione nella sequenza delle terzine. 

v. 2274 non asciutto: non privo di dolore; v. 2279 grave affanno: Petr., CCXII, 12 «grave... affanno»; v. 2288 
fora: cfr. v. 1752; v. 2290 accorta: cfr. v. 1635; v. 2290 presta: veloce nel seguire Gelosia, che si ingelosisce 
facilmente; v. 2294 despetti: dispetti; v. 2296 per lei: a causa della Gelosia; da notare la ripetizione anaforica; 
V. 2296 alti: cfr. v. 147; v. 2300 onte: vergogne; v. 2306 serpendo: lat. serpeggiando; v. 2308 incresce: rincre- 
sce; V. 23 13 gli è... l'uno: è uno su mille. 



TEMPIO d'amore 67 

Andiamo e non parlian più de costei. 
Amicitia parla con Accoglienza. 

Ami. Donne, doppo che noi sian giunte inseme 

in questo loco a Gelosia vicino, 23 1 6 

qual è del Tempio ne le parti estreme, 
qual è collui che sta col capo chino 

tutto affannato, con quel biggio manto, 23 1 9 

col cor forato d'un acuto spino, 
qual smorto e macilento tutto quanto, 

de lachrime e de tribuli coperto, 2322 

cogli occhi oscuri è lachrimoso tanto? 
E' sta solingo in quel aspro deserto, 

tendendo a l'alto celo ambe le palme 2325 

con far un segno di mestitia aperto, 
qual, per le troppo ponderose salme 

ch'ha sopra '1 debil mal bastante dorso, 2328 

par ch'abbia invidia a le tormentate alme. 
Acc. Quest'è '1 Travaglio qual con duro morso 

de speme e di desir vien combattuto 2331 

d'Amor ch'in damo chiama al suo soccorso, 
ch'ivi sol resta e nullo gli dà aiuto, 

anzi di lui la sua nemica gode, 2334 

tal che sospira el tempo suo perduto. 
Indi non longe vede lei che l'ode 

e l'empia aversa volgegli le spalle 2337 

et ei, sprezzato, se consuma e rode. 
Vedelo al basso de quell'ampia valle 

con certi varii suoi disegni a tomo, 2340 

quai sono più legger che le farfalle; 
vede l'Infamia, la Vergogna, el Scomo 

co la Desperatione e co l'Affanno, 2343 

quai per compagni suoi ha notte e giorno; 
vede i Penser che a tomo ognhor gli stanno 

e, con memoria del già perso bene, 2346 

ben mille acuti stimuli gli danno. 
Intomo a lui quattro alti trabi tene, 

connessi inseme con certi altri legni, 2349 

quai sono i suoi compedi e sue cathene. 
Vedegli gli occhi de lachrime pregni 

per ricercar, e non trovar, riposo 2352 

e rotti e falsi tutti i suoi disegni; 
vede'l Fastidio che gli è dietro ascoso 
e con gran noia gli dà tal tempesta, 2355 

eh 'è di morir per men morir bramoso; 
vede sì come sopra de la testa 
tene una spada a un debil fil ligata, 2358 

qual con pericol de cascar l'infesta; 

v^ 2317 estreme: ultime; v. 2319 biggio: nero, oscuro; v. 2322 tribuli: spine; v. 2324 E' sta solingo... deserto- 
Dante, Purg., 10, 2 1 «solingo più che strade per diserti; v. 2325 palme: le mani; v. 2327 ponderose- lat. pesan- 
ti; V. 2327 salme: some; v. 2330 duro morso: Petr, T.M., 2, 1 17 «duro morso»; v. 2333 nullo- cfr v 1218- v 
2337 aversa: cfr v. 1738; v. 2339 Vedelo: cfr. v. 2238; v. 2340 varii: volubili; v. 2344 notte e giorno- cfr' v 
1 168; V. 2347 stimuli: tormenti; v. 2348 trabi: lat. travi; v. 2350 compedi: lat. legami; v. 2351 de lachrime pre- 
gni: Petr., XXXVII, 71 «de lachrime pregni» e Petr., T.M., 2, 122 «sì pregni di lachrime»; v. 2359 infesta- 
importuna, minaccia. 



68 GALEOTTO DAL CARRETTO 

vede sì come tutta è circundata 

la sua persona d'aspri pruni e urtiche, 2361 

con la folta gramigna herba mal nata. 
Ami. Ben fur le stelle al poverel nemiche 

e non ha torto se '1 soccorso implora 2364 

a l'alme giuste e di pietate amiche; 
e se '1 Cordoglio col Martir l'accora, 

e' si lamenta ognhor, sì come quello 2367 

che cerca del suo fin l'aspettata bora, 
che al huom, qual serve ben et ha flagello 

per premio del servir, gli è pena molta 2370 

d'aver per guidardone un don sì fello. 
E non è maraveglia se talvolta 

un servo mal trattato se conduce 2373 

a far del vecchio Amor l'alma disciolta 
e, se Patientia poi prende per duce, 

questo esser santo é reputato al mondo, 2376 

che raro o nullo simile produce. 
Quest'è quel uno ch'oggi, a tondo a tondo 

dil universo, con celebre honore 2379 

dovrebbesi adorar col spirto mondo, 
però eh 'è sol collui che con Amore 

ha più comertio, ben che sia negletto 2382 

e mal fia conosciuto el suo valore. 
Ma al manco ha questo ben che '1 suo defetto 

scorge e accusa e ne patisce male, 2385 

ch'andar volse troppo alto e duol n'ha in petto, 
che, chi cerca salir su l'alte scale, 

ben debe prima misurar sua forza, 2388 

che stolto è quel che vói volar senza ale. 
Nel bon travaglio l'huomo se rinforza 

in senno et in valor, tal che la chiara 2391 

alta sua fama el tempo non amorza. 
Col nome del travaglio ognhor se impara 

a scacciar l'otio, ch'è cotanto infame, 2394 

e ricercar virtù ch'oggi è sì rara, 
e, s'è vinto talhor de sete e fame 

de qualche suo desir e non l'impetra, 2397 

non de' lasciar d'ordir l'usate trame, 
che la goccia stillante su la petra, 

spesso cadendo per continue botte, 2400 

ben che fia molle, al fin pur la penetra. 
Acc. Poi che voi sete qua da noi condotte, 

andiam più avanti dov'è quel bel loco 2403 

che per vecchiezza ha le colonne rotte. 
Ami. Andiamo, o donna, hor qui fermiànsi un poco. 



V. 2361 pruni: cespuglio pieno di spine; v. 2362 gramigna: erba infestante delle Graminacee; v. 2366 acco- 
ra: dà dolore al cuore; vv. 2369-2371 che... fello: riprende un concetto già espresso ai vv. 942-101 1; v. 
237 1 guidardone: ricompensa; v. 237 1 fello: doloroso; v. 2372 non è maraveglia: non è da stupirsi; v. 2378 
a tondo a tondo: tutto intomo; v. 2380 mondo: cfr. v. 1436; v. 2382 comertio: forma letteraria per 'relazio- 
ne, rapporto affettivo'; v. 2382 negletto: cfr. v. 607; v. 2388 debe: deve; in Rohlfs, II, 582 è attestato debbe 
come forma antica; vv. 2391-92 chiara... fama: Petr., T.A., 3, 44 e Petr., T.A., 4, 1 1 «chiara fama»; v. 2392 
amorza: cancella; v. 2397 impetra: ottiene; vv. 2399-2401 che... penetra: riprende il famoso proverbio 
antico gutia cavat lapidem; v. 2405 fermiànsi: fermiamoci; la collocazione enclitica del pronome atono è 
molto frequente nei testi antichi; la forma si per ci è attestata in Rohlfs, I, 460. 



TEMPIO d'amore 69 

L'Accoglienza parla a l'Amicitia. 

Acc. Donna che cerchi de saper più cose 2406 

e del gran Tempio i bei sacelli sacri 

dove son cose placide e noiose: 
ivi gli sono molti simulacri 2409 

de' mal trattati e de' scontenti spirti, 

ch'in vista oscura son pallidi e macri. 
Ma sopra gli altri prima voglio dirti 2412 

de la Patienza santa el sito e '1 regno, 

del qual parlando assai farò stupirti. 
L'aer oscuro d'Orìon col segno 2415 

ivi si mostra, e folgori e baleni 

che di pioggia e tempesta el fanno pregno. 
Ivi sono alti monti inculti e pieni 2418 

d'arbori secchi sopra quali stanno 

nottole e corbi e altri augelli obseni; 
negli antri son pastor che zuffoli hanno, 2421 

coi quai sonando le lor capre erranti 

per gli alti monti reguardando vanno. 
Al basso son varie genti 'n i canti 2424 

d'un certo fiume che scorrendo passa 

per lochi pieni de sospiri e pianti: 
alcun di lor si spoglia, altro giù lassa 2427 

la propria veste e, per pigliar nel fonte 

i tribuli frondosi, el capo abbassa; 
altri escon fuora e con le mani pronte 2430 

cingonsi i lumbi e, pieni d'humiltate, 

vanno ad un loco ch'è vicino al monte. 
Ami. Queste pitture che tu m'hai mostrate 2433 

m'han molto accesa ad ascoltar le parti 

che mi racconti, tanto mi son grate. 
Ma poi che mi fai degna d'ascoltarti, 2436 

dimmi chi son collor ch'in quelle logge 

lieti e ridenti con piacer van sparti 
i quai, vestiti con gran galle e fogge, 2439 

mostrano a dito quei che son giù al fondo 

quai mesti stanno a gran tempeste e piogge. 
Acc. Costor che son sul monte alto e giocondo 2442 

son di Fortuna favoriti amici 

che, per lor sorte, hor van godendo el mondo, 
quali, ignoranti e de virtù nemici, 2445 

con risi iloti van pigliando gioco 

de' tribulati spiriti infelici; 
e come insani van pensando poco 2448 

quant'è proterva sua volubil rota 

che mai non lascia alcuno in fermo loco. 



V. 2415 d'Orlon col segno: costellazione di Orione; v. 2418 alti monti. Pctr., CXXIX. 14 «alti monti; v. 2418 
inculti: incolti; v. 2420 nottole: pipistrelli; v. 2420 corbi: corvi, cfr. Rohlfs, I. 262; v. 2424 'n i canti: nei pressi, 
off. anche v. 2695; v. 2426 sospiri e pianti: Dante, //;/, 3, 22 «sospiri, pianti», Petr., CCCXXXII. 45 «i sospiri e '1 
pianto», Petr., T.A., I, 145 «'1 pianto e i sospiri» e Fregoso, Cfi, II, 55 «con lacrime, suspiri»; v. 2429 tribuh: 
pianta che produce frutti spinosi, detti anch'essi triboli; può essere di due tipi terrestre e acquatica. Qui si riferisce 
a quell'acquatica; v. 2431 lumbi: lat. lombi; v. 2435 grate: cl'r. v. 860; v. 2439 con gran galle e fogge: con grandi 
ornamenti; vv. 2442-2463 Costor... vede: stesso concetto espresso ai vv. 1219-1242; v. 2446 iloti: che manifesta- 
no estrema ignoranza; v. 2449 proten'a: crudele; v. 2449 volubil rota: Petr., CCCXXV, 106 «volubil rota». 



70 GALEOTTO DAL CARRETTO 

che, se a lor fosse ben compresa e nota 245 1 

quanto alza e abbassa i miseri mortali 

e come gli unga e come gli percuota, 
sempre starebber come augei su l'ali 2454 

per non cascar con ruinoso salto, 

né prenderìan piacer degli altrui mali, 
che quanto l'huomo è più levato in alto, 2457 

tanto più ognhora debe aver paura 

del suo nocivo et insperato assalto. 
Ma l'improbo Favor ha tal ventura 2460 

che pensa de star sempre in alta sede, 

sì come quel che poco se misura, 
e, se despreggia ognun, gli è che mal vede. 2463 

Amicitia e Accoglienza. 

Ami. Chi è quella donna che sta fuor del Tempio 

dov'è depinto un ulcerato infermo, 

che d'humiltate par verace esempio, 2466 

ch'ha tanti gioghi a' pedi in quel loco hermo 

et uno al collo a quel ch'è ignudo pone, 

qual gli sta avanti reverente e fermo? 2469 

E gli altri ignudi che, con facce prone, 

verso la terra vanno ad uno ad uno, 

monstrandosi d'aver grande afflittione? 2472 

Acc. Questa matrona, qual vestita è a bruno, 

col giogo in mano la Patienza è detta 

col qual soggioga e raconforta ognuno 2475 

con dir ch'ogni alma a tollerar se metta 

l'aspra sua sorte e che stia saldo e forte, 

che la virtù nel mal se fa perfetta. 2478 

E se gli è alcuna in questa fiumana corte 

che se ritrovi in grave affanno avolta, 

supporti in pace la sua acerba sorte, 2481 

che doppo la tempesta e pioggia molta 

el chiaro sole desiato vene 

et ogni tristo influsso al fin dà volta. 2484 

Ami. Che genti son collor, di noia piene, 

che cinte son de tribuli frondosi 

e che lor veste han sparte ne l 'barene? 2487 

Acc. Costor, che vedi in quelli bermi spinosi, 

son quei che van servendo reggi e princi 

per caldi e freddi senza aver riposi, 2490 

i quai ligati de nodosi vinci 

da lor Speranza mal premiati sono 

e mesti van spatiando hor quindi, hor quinci; 2493 

quelli altri che già avendo dato in dono 

i loro cori ad empie donne ingrate 



V. 2452 miseri mortali: Petr., CCXVI, 2, Petr., CCCLV, 2 e Petr., TE., 54 «miseri mortali»; v. 2453 gli: li, Rohlfs, I, 
462; V. 2453 unga: blandisca; v. 2455 ruinoso salto: Fregoso, PE. II, 33 «ruinoso salto», cfr v. 1222; v. 2458 debe: 
cfr. V. 2388; v. 2459 insperato: inatteso; v. 2460 improbo: cfr. v. 578; v. 2461 alta sede: Petr., CCCXLVII, 3 «alta... 
sede»; v. 2465 ulcerato: pieno di piaghe; v. 2467 hermo: solitario; v. 2468 pone: ne pone uno al collo di quello ch'è 
nudo; v. 2477 aspra: cfr. v. 136; v. 2481 acerba: cfr. v. 333; v. 2484 tristo: cfr. v. 883; v. 2484 ^à volta: muta dire- 
zione; V. 2486 tribuli frondosi: cfr. v. 2429; v. 2489 reggi e princi: re e principi; v. 2491 vinci: vincoli; v. 2493 hor 
quindi, hor quinci: cfr. v. 308; v. 2494 quell'altri: da notare la ripetizione anaforica; è sottinteso 'son quei'. 



TEMPIO d'amore 71 

pentiti piangono el lor tempo buono. 2496 

Quell'altre donne, afflitte e sconsolate, 

sono le donne per lor danno aviste, 

che son da' lor mariti mal trattate. 2499 

Quelli altri anchor che stan con basse viste 

sono i fideli miseri mariti, 

beffati da lor donne infide e triste. 2502 

Quelli altri, che di bruno van vestiti, 

sono i prelati già depressi e bassi 

che de' patroni lor fur favoriti. 2505 

Quelli, ch'andar fan mostra a lenti passi, 

sono colloro che i lor beni han persi, 

quai de speranza d'aver quei son cassi. 2508 

Quelli, ch'ai basso vedi in duol sommersi, 

son quelli a cui son morti i lor parenti, 

che van piangendo i loro casi aversi. 2511 

Quelli, che vedi andar sì macilenti, 

sono collor ch'in povertà son vissi 

e per desaggio e inoppia van scontenti. 2514 

Quelli, che stan coi capi sì sommissi, 

sono gl'infermi afflitti et affannati 

quai stan per duol co gli occhi a terra fissi. 2517 

Quelli altri sono i miseri soldati 

che gran travagli in guerre hanno sofferti 

e son del lor servir mal meritati. 2520 

Quelli che stan da longe in quei deserti 

sono i banditi fuora de' paesi, 

chi a torto, chi a ragion, per lor demerti. 2523 

Quelli altri che là son ligati e presi 

sono i captivi e miser pregioneri 

ch'in aspettar mercé stanno sospesi. 2526 

Quelli son frati bianchi, bigi e neri, 

quai viveno in degiunio e discipline, 

portando in pace i suoi tormenti osteri. 2529 

Quell'altre son le monache meschine 

che coi cor forti, a castità concordi, 

han de la carne sì pungenti spine. 2532 

Vede là al basso cechi, muti e sordi, 

gobbi, strumosi, vecchi, zoppi e torti, 

quai vivon de lor sorte in fèr ricordi. 2535 

Ma pur convien ch'ognun suo mal supporti 

come può meglio e con patientia viva, 

obtemperando ai sani suoi conforti, 2538 

che quest'è de' scontenti unica diva. 

Amicitia et Accoglienza. 

Ami. Quai e quell'altra macilenta donna, 



v. 2498 aviste: preoccupate, cfr. nota al v. 251 della Panfilo del Pistoia, si veda Cammelli, Panfìla, p. 463; v. 
2504 prelati: superiori; v. 2506 lenti passi: cfr. v. 1327; v. 2509 sommersi: oppressi; v. 2512 macilenti: magri; 
V. 25 1 3 vissi: cfr. v. 274; v. 25 1 4 desaggio: disagio; v. 25 1 4 inoppia: lat. povertà; v. 25 1 7 occhi a terra fissi: si 
veda v. 2105 e v. 2180; v. 2520 meritati: ricompensati; v. 2525 captivi: lat. catturati; v. 2527 bigi: detto del saio 
di certi ordini religiosi che era fatto di tessuto scuro e rozzo; v. 2529 suoi: loro, cfr. v. 34; v. 2529 osteri: cfr. v. 
124; v. 2533 ciechi... e sordi: una dittologia che ricalca il Petrarca anche se questi li utilizza sempre come 
aggettivi; v. 252i4 strumosi: scrofolosi; si tratta di una tubercolosi delle linfoghiandole. 



72 GALEOTTO DAL CARRETTO 

qual porta e veste una patienza nera 2541 

sopra una cinta cineritia gonna, 
ch'in vista essendo rigida e severa 

pone sul capo una corona stretta 2544 

d'acute spine ad un di quella schiera? 
Acc. Questa matrona Disciplina è detta 

qual, scalcia e cinta de nodose corde, 2547 

de' tribulati la maestra è detta 
e coronandol par che gli ricorde 

che soffra e taccia; vede'l tristo afflitto 2550 

che col suo detto par che se concorde 
il qual paziente, ottemperando al ditto, 

soffre tacendo a la crudel puntura 2553 

che d'estremo dolor gli ha '1 cor traffitto. 
Ami. Qual è quell'altra donna, in vista oscura, 

che porge un negro calice a colici 2556 

qual nuda ha '1 giogo e la corona dura? 
Acc. L'acerba Amaritudine è costei 

che, col calice pien di suco amaro, 2559 

dà bere a quello che sta a pie di lei. 
Sopra di lei ben si comprende chiaro, 

che di lettere negre è scritto, un breve 2562 

il qual se osserva pur, ben che di raro. 
Le lettere son queste che chi beve 

di questo suco amar gli fa tal opra, 2565 

che la patientia nel suo cor riceve, 
che '1 tribulato, il qual si sforza e adopra 

come può meglio de patir sua sorte, 2568 

de gl'invidi nemici al fin sta sopra 
che la virtute è di valor sì forte, 

pur che si trovi de patientia ornata, 2571 

che sopra lei non ha poter la morte. 
E l'alma che dal mondo è mal trattata, 

bevendo el suco amaro de patientia, 2574 

condotta è al fine a la vita beata, 
dando agli acerbi suoi penser licentia. 

Amicitia et Accoglienza. 

Ami. Qual è quel vecchio che per quella strada, 2577 

dov'è un sacello, con l'alzata mano 

a quella gente par ch'in contra vada? 
Acc. Quest'è '1 Conforto che, ne l'ampio piano, 2580 

mostra '1 camino a quei che vanno al monte, 

dove se gode el vero ben soprano. 
Ami. Chi son quelle due donne che sì pronte 2583 

sono a tirar quel tribulato in cima, 



V. 2541 patienza: abito religioso costituito da una sorta di tunica che pende allo stesso modo davanti e dietro, 
senza maniche e aperta lateralmente, stretta e lunga fino ai piedi indossata sopra la veste intera; v. 2542 cinta: 
allacciata ai fianchi; v. 2542 cineritia: di color della cenere, grigio chiaro; v. 2543 rigida: seria; v. 2547 scal- 
cia: forma locale per 'scalza'; v. 2549 coronandol: incoronandolo; v. 2551 concorde: accordi; v. 2555 vista 
oscura: Petr., CXLIV, 1 10 e Petr., T.M., 1, 155 «vista oscura»; v. 2557 dura: pungente; v. 2558 acerba: cfr. v. 
333; V. 2560 a pie: cfr. v. 373; v. 2562 breve: piccola striscia di carta o pergamena con breve iscrizione; v. 2568 
patir: cfr. v. 438; v. 2569 invidi: invidiosi; v. 2580 piano: pianura; vv. 2584-2588 cima-prima-stima: stessa 
rima di Dante, Par., 13. 131-135. 



TEMPIO d'amore 73 

di verde lauro ch'han le chiome conte? 
Acc. Quella che vedi da man destra e prima 2586 

è la Speranza e l'altra è la Fortezza 

che sono agli affannati in tanta stima, 
che senza '1 loro aiuto a tanta altezza 2589 

de l'erto monte non potrìan salire, 

che mal bastante è un corpo a tant' asprezza; 
che chiunque vói tranquilità fruire, 2592 

se queste due non ha per fide scorte, 

mancando mor per non poter patire, 
che lor son quelle che, col braccio forte 2595 

de la Patientia che qui dietro alloggia, 

i sconsolati salvano da morte. 
Ami. Quell'altre due vestite a simil foggia 2598 

che, con sudor trahendo un, sono giunte 

là su nel giogo dov'è una gran loggia, 
sarebbero mai quelle in alto assunte 2601 

che sì conducon quel come han condotto 

quell'altro che va su con le man giunte? 
Acc. Quelle son esse. 
Ami. Che vói dir quel motto 2604 

che ad un gran ramo di quel tronco è scritto, 

un breve ad altri rami il qual sta sotto? 
Acc. «Del camin longo quest'è il fin» è '1 ditto 2607 

che VÓI significar, quando se giunge 

là, ch'ai patiente gli è '1 dolor prescritto. 
Ami. Deh, dimmi chi è coUui ch'indi non lunge 2610 

porge la mano a quel eh 'è su salito, 

che d'un certo liquor lo lava et unge? 
Acc. Quella son io che l'aiuto, invito 2613 

venir dov'è Tranquilitate santa, 

doppo ch'ha '1 corso del suo mal fornito. 
Ami. Chi son quei doi che con letitia tanta 2616 

vestono un altro d'una bianca stola 

et ei, vestito di costor, se amanta? 
Acc. Questi son doi ministri de la scola 2619 

de la Tranquilità da lei mandati, 

e l'uno e l'altro el peregrin consola. 
Ami. Chi son collor ch'in vista consolati 2622 

esser si mostran con le bianche vesti 

e le corone e ' gioghi hanno lasciati? 
Acc. Questi son quelli che già furon mesti 2625 

et han portata la sua pena in pace 

et hor son fuora de' suoi mali infesti, 
che vanno dov'è quella dea verace 2628 

qual fa tranquilla ogni anima affannata 

che, stando in la miseria, soffre e tace. 



V. 2585 verde lauro: Petr., CCLXVI, 12 «lauro verde»; Petr., CXCVII, I «verde lauro»; Petr., CCXXVIII, 3 
«lauro verde»; v. 2585 conte: omatc; v. 2597> fide scorte: Dante, Inf., 12, 100 «scorta fida»; Dante. Purg., 16. 8 
«Onde la scorta mia saputa e fida»; Fregoso, RD, I, 52 «tua scorta fida»; Petr., CLXX, 2 «fide scorte»; v. 2594 
mancando: venendo meno; v. 2594 patire: cfr. v. 438; v. 259^ fogi^ia: cfr. v. 2196; v. 2600 gio^o: cima del 
monte; v. 2606 un breve... sotto: un breve che sta sotto ad altri rami; per la definizione di breve si veda la nota 
al V. 2562; v. 2607 camin longo: Petr., CCXLIV, 1 4 «camin è lungo» e Petr.. XV, 6 «camin lungo»; cfr. v. 3334 
e V. 3948; v. 2609 prescritto: estinto; v. 2612 liquor: lat. liquido; v. 26\ 5 fornito: portato a termine; v. 2618 di: 
da, Rohlfs, III, 804; v. 2618 amanta: copre con il manto; è forma scempia; v. 2627 suoi: cfr. v. 34. 



74 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Ami. Qual è quella regina, coronata 2631 

de chiari raggi e de fulgenti stelle, 

che sede in trono in quella loggia aurata? 
E 'ntomo a lei ha tre formose ancelle: 2634 

l'una ha un anello e l'altra in man la palma, 

la terza una corona a gemme belle. 
Acc. Questa regina triumphante et alma 2637 

Tranquillità se chiama et è colici 

che dà riposo ad ogni affannata alma 
e l'altre, de le quali ignara sei 2640 

come se chiamin, dirò i nomi loro 

e quelli officii che lor fan con lei: 
Vittoria è la primera de costoro, 2643 

l'altra è la Fede, l'ultima è la Gloria, 

qual porta in testa una corona d'oro. 
Ami. Qual è coUui a cui porge Vittoria 2646 

la palma in mano et a cui Gloria e Fede 

danno i bei doni degni di memoria? 
Acc. Quest'è colici a cui Fortuna dede 2649 

mille percosse et ei patiente tanto 

fu nel durar, che quasi alcun noi crede 
et ella, col suo aspetto dolce e santo, 2652 

lieta el riceve e, stando asisa in trono, 

costui raccoglie sotto '1 largo manto. 
Ami. Deh, dimmi, o donna, se '1 ti par, chi sono 2655 

quell'altre donne ch'hanno anelli in diti, 

con corone di gemme aute in dono, 
e vanno al fonte et una par gl'inviti 2658 

a ber del sacro e limpido liquore, 

e come alcuni beveno a quei liti? 
Acc. Questi son quei che con patiente core 2661 

han tollerata la lor sorte amara 

et hor felici son d'affanni fuore 
e van bevendo di quell'acqua chiara 2664 

che fa scordargli le miserie aute 

da la Fortuna de' lor beni avara. 
E, giunti al loco de la lor salute, 2667 

van con letitia al designato loco, 

loco ch'avanti el Tempio è di Virtute. 
Vede quelli altri che, con festa e gioco, 2670 

entrano in quello e come un gli riceve 

con gran letitia e con fervor non poco; 
vede sì come tene in mano un breve 2673 

il qual è scritto con lettere aurate, 

sopra una carta bianca più che neve: 
«lasciate ogni cordoglio, o voi ch'entrate» 2676 

Amicitia et Accoglienza. 

Ami. Chi son quelle alme candide che, stando 



v. 2634 formose: cfr. v. 1377; v. 2642 officii: cfr. v. 209; v. 2646-2641 porge Vittoria la palma: Petr., CCCLIX, 
49 «Palma è vittoria»; v. 2651 durar: sopportare; v. 2652 aspetto dolce: Dante, Par., 3, 3 «il dolce aspetto»; v. 
2659 liquore: cfr. v. 2612; v. 2664 acqua chiara: Petr., CXXIX, 41 «Ne l'acqua chiara e sopra l'erba verde 
veduto»; v. 2667 salute: cfr. v. 1197; v. 2612 fervor: ardore; v. 2673 breve: cfr. v. 2562; v. 2676 lasciate... 
entrate: Dante, Inf, 3, 9 «Lasciate ogne speranza, voi ch'entrate»; cfr. anche v. 4250. 



TEMPIO d'amore 75 

con gaudio e pace in quel giardin fiorito, 

co l'alte mani al ciel van giù guardando 2679 

a quei ch'erranti sopra di quel lito 

d'un negro fiume stracciansi i capelli, 

mostrando esser redotti a mal partito? 2682 

Acc. Sorella, saper dèi questi esser quelli 

che, di Fortuna favoriti essendo, 

stavan del monte negli alberghi belli 2685 

e, con gran schemi, andavansi ridendo 

di quelli ch'eran bassi; hor alti sono 

là dove van Tranquilità godendo 2688 

e pregan l'alto Dio che dia perdono 

a' lor maligni da chi fur derisi, 

mentre eran di Fortuna in l'alto trono; 2691 

i quai con mesti e lachrimosi visi, 

tardo pentiti del commesso errore, 

stracciansi i crini da dolor conquisi. 2694 

E questo avien 'n i servi del Favore 

che mai non pensan, quando sono in alto, 

al vario tempo e a le mutabil bore 2697 

e quant'è facil di Fortuna el salto 

al precipitio de' mortali insani, 

poco stimando al lor dannoso assalto; 2700 

che se, quando eran nei gioiosi piani, 

fossero stati de Virtute amici 

co gli occhi aperti e d'intelletto sani 2703 

i loro casi miseri, infelici 

non piangerebber là depressi al basso, 

né i persi beni e giorni suoi felici. 2706 

Ami. Se per lor causa son ridotti al passo 

cotanto estremo dove, desperati, 

piangon lor sorte al fondo di quel sasso, 2709 

tal fia di loro, e se son destinati 

a patir pena in questa sorte estrema, 

che quest'è '1 ver flagel de' lor peccati. 2712 

Acc. Torniamo, dunque, al già comintio tema 

et a Patientia sa celebre diva 

che de' cor forti è in osservanza e tema. 27 1 5 

Quest'è colici che tien la gente viva 

in gran fortezza con gli amari suchi, 

bevanda a lor salubre e nutritiva. 27 1 8 

Però lasci ciascuno i ben caduchi, 

quai sono tutti pieni di veneno 

che occide ognun, se avien che ne manduchi: 2721 

cercar se deve el ben felice e ameno 

che fa salir su l'alme a vita etema, 

ch'aver si sòl de la Ragion col freno, 2724 

avendo la Patientia per lucerna. 

V. 2682 mal partito: brutta condizione; vv. 2683-2712 Sorella... peccati: stesso concetto dei vv. 1219-1242 e 
dei vv. 2442- 2463; v. 2690 da chi: dai quali, cfr. v. 1559; v. 2694 conquisi: sconfitti; v. 2695 'n i: nei. cfr. 
anche v. 2424; v. 2704 miseri, infelici: Petr., T.A., 3, 6, «I miei Infelici e miseri conservi»; v. 2706 suoi: cfr. v. 
34; vv. 2707-2708 passo... estremo: Petr., CCCLXVI, 107 «cxtremo passo»; v. 271 1 patir: cfr. v. 438; v. 2713 
comintio: iniziato; altro esempio di participio accorciato; v. 2713 tema: argomento; v. 27 Ì4 sa: fomia piemon- 
tese per 'codesta', cfr. Rohlfs, I, 493; v. 2715 tema: timore; si noti la rima equivoca; v. 2719 ben caduchi: Petr., 
CCCL, 1 «caduco e fragil ben»; v. 2721 manduchi: lat. masticare, mangiare; v. 2723 vita eterna: Dante, Purg., 
3, 18 e Dante, Par., 3, 38 «vita ettema»; Petr., CXCI, 1 «eterna vita»; v. 2724 freno: governo. 



76 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Amicitia dimanda a l'Accoglienza de cui sono quei doi sacelli. * 

Ami. De cui son quei sacelli sì pomposi 

de' quai l'uno ha una donna in vista humìle, 2727 

l'altro pinto ha doi giovani formosi? 
Acc. Nel primo Gentilezza, alma e gentile, 

è venerata con solenne cura, 2730 

qual è nemica d'ogni spirto vile. 
Mira l'honesta e dolce sua figura, 

i modi suoi piacenti e mansueti 2733 

e quanto in l'opre sue ben se misura. 
Quei gioveni che vedi in vista lieti, 

che con gran riverenza honor gli fanno, 2736 

sono gli spirti de virtù repleti. 
Quei doi ch'in quel sacello uniti stanno 

rOtio è l'uno e l'altro è lo Diletto, 2739 

quai con Amor gran possa e credito hanno. 
De l'Otio è quello adomo e gentil letto 

che là vedete e godasi di quello, 2742 

Diletto avendo per compagno alletto. 
Quelle tre donne, ch'in un bai drapello 

sono raccolte, l'una è la Quieta 2745 

che porta de fior varii un bel capello, 
l'altra è la Voluptà che poi vedete, 

l'altra è l'Ignavia piena d'alta inertia 2748 

qual sempre è stata et è, come sapete, 
mortai nemica a l'ottima Solertia. 

L' Amicitia, vedendo le due capelle l'una dal lato destro e l'altra dal manco 
de l'altare grande, dice. 

Ami. Ben n'hai questi sacelli, o donna, mostri 275 1 

con tutti quanti gli ornamenti suoi, 

tal che contenti sono i volar nostri. 
Ma prego me dechiari anco quei doi 2754 

che l'un de l'aitar grande al destro lato, 

l'altro al sinistro comprandamo noi. 
Acc. Quel ch'a man destra vedi è dedicato 2757 

a la Concupiscenza affettuosa, 

qual fa d'Amor tanto potente el stato. 
Vedela come sta tutta pensosa, 2760 

con la mano a la guancia, in la galera 

ch'errando va par la marina undosa; 
vedela afflitta e macilenta in ciera 2763 

e come getta fuor focosi vampi, 

come desidra, come aspetta e spera. 

V. 2732 Mira] Guarda ABC; * questa didascalia non è presente in ABC; i vv. 2736-2738 mancano in D ma 
sono presenti in ABC: sono stati reintegrati per ragioni di rima; v. 2765 come] e come ABC. 

v. 111% formosi: cfr. v. 1377; v. 2730 cura: lat. riguardo; v. 2732 honesta e dolce: Petr., CCXLVI, 14 «Senza 
l'oneste sue dolci parole»; v. 2737 repleti: lat. pieni; v. 2741 gentil: bello, ben fatto; v. 2742 godesi: approfitta; 
V. 2744 drappello: cfr. v. 1981; v. 2746 capello: forma scempiata per 'cappello'; v. 2748 Ignavia: pigrizia; v. 
1154 anco: cfr. v. 1376; v. 2756 comprendemo: scorgiamo; v. 2758 Concupiscenza: desiderio irrefrenabile; v. 
2761 galera: inizia la digressione sul tema della galera o galea, tema topico nel Cinquecento. La galera è un 
bastimento sottile di circa 50 m di lunghezza, largo circa 7, con 2 m. di pescagione. 



TEMPIO d'amore 77 

La vesta ha rossa e tutta par che avampi 2766 

in penser mesti con diletto alquanto 

e che nel petto el visto obietto stampi, 
e come un serpe ha dal sinistro canto 2769 

qual par che '1 cor pensoso gli devori, 

tant'è bramosa e sconsolata tanto. 
I galeotti son pensosi ardori 2772 

che i remi han de cipresso e tutti quanti 

vestiti son de vani colori: 
alcuni son postizzi, altri viavanti, 2775 

altri terzoli e vanno sempre errando 

nel mar angusto pien de fiamme e pianti. 
L'Inquietudin poi va passeggiando 2778 

col fischio a labri su per la corsia 

e col flagel d'ardor lor flagellando. 
Solicitudin par che aguzin sia 2781 

che visitando va quei galeotti 

con importun sospetto e fantasia 
e va cercando se hanno i ferri rotti, 2784 

ferri non già ma gran cathene d'oro, 

fatte per man de cui gli ha qui condotti. 
Perseveranza è dietro da costoro 2787 

qual tene sempre l'ancora sua in mano, 

fatta a diamanti con sottil lavoro. 
El Desiderio è lor patron soprano, 2790 

i consiglier Timor, Duol, Gaudio e Speme 

e '1 van Desegno è '1 fido suo scribano. 
Poi l'Appetito el timon alza e preme 2793 

e tien Ragione oppressa e pensa e grida 

e col dubbioso core hor spera, hor teme. 
Memoria è quella poi che '1 busciol guida 2796 

de calamita, e quella dea, che impressa 

la tene in cor, è Tramontana fida. 
L'arbor è Fede e la sua vela spessa 2799 

è gonfia de sospir quai par che getti 

l'affettuosa donna che ivi è messa. 
Le corde e scale son de groppi stretti, 2802 

l'antenne de Perfidia e d'or la gabbia 

da cui giù manda Amor faci e rocchetti. 



V. 2768 visto] iusto ABC; v. 277 1 tanto] è tanto ABC; v. 2778 va] vien ABC; v. 2792 e] e 7 ABC; v. 27^6 fatte] 
fatti ABC; v. 2794 e pensa e] e sempre ABC; v. 2800 quai] qual ABC; v. 2801 che ivi] eh' è qui ABC. 

V. 2768 visto obietto: l'oggetto del desiderio; v. 2768 stampi: imprima; v. 2769 canto: cfr. v. 2034; v. 2770 
cor pensoso: Petr., T.A., 2, 113 «E '! cor pensoso»; v. 2772 galeotti: coloro che vogavano o servivano sulle 
galere, più precisamente i prigionieri per condanna; v. 2775 postizzi: i secondi uomini di quelli che voga- 
vano ad un remo; v. 2775 viavanti: i vogavanti, quelli che sono i primi al banco appresso alla corsia e 
maneggiano il girone del remo; v. 2776 terzoli: terzo vogatore della galera; v. 2779 corsia: spazio fra le 
due estremità del bastimento; v. 2781 Solicitudin: inquietudine; v. 2781 aguzin: aguzzino, sorvegliava la 
ciurma e aveva diritto di vita e di morte sui prigionieri; v. 2783 importun: molesto; v. 27S3> fantasia: preoc- 
cupazione; V. 27S4 ferri: anelli messi ai piedi dei galeotti; v. 2792 scribano: scrivano; v. 2795 hor spera, 
hor teme: Petr., CXXXIV, 2 e Petr., CCLII, 2 «E temo e spero»; Petr.. CCXCV, 4 «o spera o teme»; vv. 
2796-2797 busciol... de calamita: bussola; v. 2798 Tramontana: vento del Nord; v. 2802 groppi: nodi; v. 
2803 antenne: aste di legno cui si allaccia il lato superiore di una vela latina; v. 2803 gabbia: coffia o gerla 
situata sull'albero maestro per tenervi le vedette; v. 2804/(3d: fiaccole; v. 2804 rocchetti: ordigni di corde- 
ria adoperati per avvolgere i fili e fame matasse. 



78 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Poi la bandera par che depinta abbia 2805 

l'imagin de colici ch'in lacci ardenti 

questa madonna sì pensosa ingabbia. 
I soi trombetti son stridi e lamenti 2808 

e lo biscotto è un pan salso et amaro, 

l'acqua da ber son lachrime cocenti. 
De la ludeccha oscura è scandolaro, 281 1 

l'uno è di sé medesmo oblivione 

e l'altro è di se stesso un odio caro. 
El thalamo primer, ch'è del patrone, 28 1 4 

è pien di noia e gli altri son repleti 

d'ira, di lutto e di confusione. 
El schiffo, ch'è nel grembo, è pien di fleti 2817 

e la feda Lascivia in la sentina, 

ne' lochi più fetenti e più secreti. 
Ami. De cui è quell'altro ch'ha quella regina 2820 

con la corona d'oro e gemme in testa 

e molta gente avanti a lei se inchina? 
Acc. Quest'altra anchor a recitar vi resta: 2823 

questo sacello è per Ricchezza fatto 

e la pittura sua lo manifesta. 
Vedela come sta con altero atto, 2826 

col manto d'or di porpora suffolto 

che copre ogni suo membro torto e astratto, 
tal che rimane ogni deffetto occulto; 2829 

le membra ha podagrose e gonfii i piedi 

e le delitie stan sempre al suo culto. 
A tutti e gran defetti ha suoi remedi, 2832 

ch'in man ha un pocul d'or stemprato pieno 

col qual dà ber a ognun, come tu vedi. 
Et ha tanta virtù quel poto ameno 2835 

ch'ogni vitioso corpo che '1 riceve 

par che fia vóto d'ogni vitio obseno, 
et ogni stolto, che ne gusta e beve, 2838 

par che sia saggio, et ogni indotto dotto, 

et ogni vii gagliardo in tempo breve, 
e casto de lascivia ognun corrotto, 2841 



V. 2826 altero] almo ABC; v. 2832 A tutti e gran defetti ha suoi reniedi] Costei assisa come ben t'avedi ABC; 
V. 2833 ch'in man] in mano ABC. 

V. 2807 madonna s) pensosa: Petr., C, 5 «pensosa siede Madonna»; Petr., CCXLIX, 2 «lasciai grave e pensosa 
Madonna»; v. 2808 trombetti: trombe da fiato; v. 2808 salso: salato; v. 2809 biscotto: galletta; vv. 28 11 -28 13 
De la... caro: versi di oscura interpretazione. Non è chiaro infatti il riferimento sintattico; la ludeccha può 
essere interpretata come 'Giudecca' nel significato dantesco oppure, presupponendo un errore di tutte e quattro 
le stampe, emendare in luleccha ossia giulecca, veste o farsetto per schiavi e galeotti; l'interpretazione risulta 
in ogni caso difficile. Si può intravedere comunque il riferimento alla classica dicotomia dell'amante che 
annulla se stesso per l'amata e che per questo si detesta; v. 28 1 1 scandolaro: camera contigua alla camera della 
poppa dove si conservava una parte delle armi e altre cose della gente di poppa; v. 2%\ A thalamo: lat. stanza da 
letto; V. 2817 schiffo: barchetto o battello che si portava nelle galere o negli altri vascelli; v. 2818/e^a: sporca; 
V. 2818 sentina: parte più bassa della stiva dove si raccolgono eventuali rifiuti; v. 2820 quell'altro: sottinteso il 
sacello; v. 2827 suffolto: punteggiato, costellato; la rima suffolto: occulto è la stessa dei vv. 86-88; v. 2828 
astratto: strano; v. 2S30 podagrose: gottose; v. 2831 delitie: piaceri; v. 2833 stemprato: si dice dell'acciaio a 
cui è tolta la tempera ricuocendolo; v. 2835 poto: bevanda; v. 2840 tempo breve: Petr., CCLXXXIV, 1 «sì 
breve è I tempo», Petr., CXIX, 49 «per breve tempo; Fregoso, PE, XV, 6 «tempo breve» e RD, XIV, 90 «in 
breve tempo». 



TEMPIO d'amore 79 

e sobbrio l'ebbrio, e bello ogni deforme, 

e la Virtù depressa gli sta sotto; 
l'Invidia gli sta a lato che non dorme 2844 

e poi l'Adulation, falsa e bugiarda, 

gli dà gran lode al viver suo difforme. 
Indi non longe sta Timon che guarda 2847 

l'auro che con la zappa ha discoperto 

e di dolcezza e gioia pargli ch'arda, 
poi mira Povertà che l'ha deserto. 2850 

Amicitia, vedendo due altre capelle avanti al coro, dimanda a l'Accoglien- 
za de cui sono. * 

Ami. Donna, se troppo non presumo teco, 

saper vorrei de cui è quel sacello 

che sta davanti al coro del Dio ceco, 2853 

qual tutt'è verde, e sopra un monte bello 

vi sta una donna con un verde manto 

che sotto a' piedi tene un suo rebello. 2856 

Acc. Quello sacello, ch'è dal destro canto, 

verde che par ch'ogni smaraldo esceda 

è de Speranza ricercata tanto. 2859 

Quel che tien sotto qual falcon la preda 

è '1 sospettoso e pavido Timore, 

qual per paura par che troppo creda. 2862 

Ami. L'acca ch'è al lato manco ove sta '1 core, 

che sopra '1 manto è riccamata e scritta, 

come l'intendi? E qual è '1 suo tenore? 2865 

Acc. L'acca tu sai ch'aspiratione è ditta, 

che chiunque spera sempre affetta e aspira 

fornir l'impresa ch'ha nel cor confitta. 2868 

Ami. Che turba è quella che salir desira 

sul verde monte de penseri pieno, 

dov'è Speranza che a venir gl'inspira? 2871 

Acc. Amanti sono che sul monte ameno 

vanno cogliendo varii penseri, 

ponendo loro ad uno ad uno in seno, 2874 

che s'el aviene ch'uno amante speri 

sempre ha ripieno de penseri eì petto, 

quai di Speranza sono i cibi veri. 2877 

Ami. Ch'impresa è quella che, con imperfetto 

lavor fallito, han su' vestiti loro 

fatto di panno verde assai negletto? 2880 

V. 2849 gioia] gaudio ABC; * Amicitia] L' Amicitia ABC; * a l'Accoglienza] ad Accoglienza ABC; v. 2S6S for- 
nir] finir ABC; V. 2879 su' vestili] su le veste ABC; v. 2880 /a//o di] fatte de ABC. 

V. 2S45 falsa e bugiarda: Dante, Inf, 1, 72 «dei falsi e bugiardi»; v. 2847 Timon: Timone, ridottosi in povertà, 
zappando un campo trova la ricchezza; a questo personaggio Galeotto dedica un'intera opera, il Tinion greco; 
V. 2849 pargli ch'arda: par che egli arda; v. 2850 deserto: abbandonato; v. 2854 monte bello: Petr., X, 7 «bel 
monte»; v. 2855 donna con un verde manto: Dante, Purg., 30, 32 «donna m'apparve sotto un verde manto»; v. 
2856 rebello: cfr. v. 1028 e v. 1833; v. 2857 canto: cfr. v. 2034; v. 2858 esceda: cfr. v. 813; v. 2S60 falcon: 
falco, riferito soprattutto a quelli addestrati per la caccia; Petr., T.T., 33 « più veloce assai che falcon d'alto a 
sua preda volando»; v. 2862 creda: ubbidisca; v. 2863 manco: sinistro; v. 2865 tenore: cfr. v. 2012; v. 2867 
affetta: desidera con passione; v. 2S6S fornir: portare a termine; v. 2868 impresa: proposito; v. 2868 cor confit- 
ta: Petr., C, 13 «parole... confitte in mezzo al cor»; v. 2871 inspira: incita; v. 2878 impresa: figura; v. 2878 
imperfetto: rozzo; v. 2S79 fallito: non riuscito, andato a vuoto; v. 2880 negletto: trasandato. 



80 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Acc. Sono i desegni rotti de colloro 

che van seguendo la Speranza incerta 

che a' lor delitti dà nel fin martore. 2883 

Ami. Quai son quei ch'hanno una letitia inserta 

in panni verdi e gial con lembi negri? 

Deh, fammi prego, l'ansia mente aperta. 2886 

Acc. Questi son quelli vigilanti impegri 

quai van seguendo la Speranza vera 

e che rimangon poi nel fine alegri. 2889 

Ami. Questa Speranza, in cui quasi ognun spera, 

fa molti effetti e de diverse sorti, 

pur è seguita da infinita schiera 2892 

Ma ben ti prego che per miei conforti 

mi mostri quel sacel ch'è al lato manco, 

chiuso di baston d'oro in nodi intorti, 2895 

dov'è una donna che sul manto bianco 

ha riccamato in oro un F inverso 

e che se tene un cagnolino al fianco. 2898 

Acc. Quest'è la Fede che, per caso averso 

o fortunato, mai non cangia stile, 

stando al cemento come l'auro terso. 2901 

Ami. Quai son collor che, con atto servile, 

standogli a piede grande honor gli fanno, 

quai gli raccoglie con bel atto humìle? 2904 

Acc. Questi son quelli amanti che Fede hanno 

e che non son de levitate in forza, 

benché patiscan per Amor affanno; 2907 

pur la gran Fede ogni lor doglia amorza, 

pensando ch'in l'infirmitate e stento 

l'alma virtute sempre se rinforza. 2910 

E per mostrarti tutto a compimento, 

acciò ch'instrutta ad altri lochi passi 

con mente alegra e animo contento, 29 1 3 

quelli che vedi là, depressi e bassi, 

de rotti abietti panni albi vestiti, 

son quei che rupper Fede e che fur cassi. 2916 

Quelli altri ch'han gli anelli d'or politi, 

con bianchi manti d'armelin fodrati, 

de la Fé bianca sono i favoriti, 2919 

che netti non se son mai rebellati 

contra '1 suo nume, ma sempre osservanti 

de le sue leggi e regole son stati. 2922 

Hor non più, no, che assai siamo ite avanti. 



v. 2883 delitti] delusi ABC; v. 2917 d'or politi] aurati in diti ABC. 

V. 2881 desegni: i progetti; v. 2884 leiitia: contentezza, gioia; v. 2883 delitti: colpe; v. 2885 panni verdi: 
Petr., XII, 6 «verdi panni», Petr., XXIX, 1 «verdi panni»; v. 2886 ansia: desiderosa; v. 2887 impegri: soler- 
ti; V. 2892 pur è: tuttavia; v. 2894-2896-2898 manco-bianco-fianco: stessa rima dei vv. 2168-70-72; v. 
2899 averso: cfr. v. 1738 e v. 2337; v. 2901 cemento: sasso; v. 2902 atto servile: Petr., T.A., 3, 30 «atto ser- 
vii»; V. 2904 atto humile: Petr., CXXIII, 9 «ogni atto humile»; v. 2906 levitate: lat. leggerezza; v. 2908 
amorza: cfr. v. 2392; v. 291! a compimento: interamente; v. 2915 abietti: spregevoli; v. 2915 albi: cfr. v. 
2169; V. 2916 rupper Fede: Dante, Inf., 5. 62 «e rupper fede»; v. 2916 cassi: abbandonati, perduti; v. 2917 
politi: lucenti; v. 2918 armelin: ermellino; v. 2920 netti: puri, integri; v. 2921 nume: cfr. v. 612; v. 2923 ite: 
lat. andate, cfr. Rohlfs, II, 545. 



TEMPIO d'amore 81 

L'Amicitia, vedendo un'altra capella avanti ad una Colonna, dice. * 

Ami. Donna el cui viso tanto per noi suda, 

dinne de cui è quel sacello santo 2925 

che tante spoglie e doni par che chiuda, 
qual è rinchiuso da ciascuno canto 

de verghe poste con equal distanza, 2928 

qual son d'or fino, e che decoro è tanto? 
Acc. Quest'è '1 sacello di Perseveranza 

qual, con Amore e con sua matre diva, 293 1 

sopra de l'altre tutte ha gran possanza. 
Vedela come par che fiamma viva 

getti col fiato e come suda forte 2934 

salendo al monte al bravio u' quasi arriva 
e con sue luci nel mirar non torte, 

anzi ben fisse ne l'ottato segno, 2937 

par che su saglia e 'n pace el sudor porte. 
Ami. Chi son collor che con atto benegno, 

dal destro lato standogli e dal manco, 2940 

la van trahendo su al felice regno? 
Acc. Quella dal destro, che de color bianco 

tutta vestita, è la candida Fede, 2943 

che gli sta sempre per sostegno al fianco. 
Quell'altra che vestita esser si vede 

di verde è quell'alma Speranza dolce 2946 

qual li tien sodo l'uno e l'altro pede 
e che l'aqueta, la conforta e molce, 

con sue promesse di lusinghe piene, 2949 

e d'arme e di fortezza ognhor la folce. 
Vedela come ella per man la tene 

e come su la tira a l'alto monte, 2952 

come co l'altra man Fé la sostene. 
Ami. Qual son quell'altre due che son sì pronte 

a seguir lei ch'un forte giogo al collo, 2955 

e l'una de le due suda in la fronte? 
Acc. Chi son costor dirotti perché soUo: 

la destra è Tolleranza, la qual mai 2958 

a patir stratii non ha '1 cor satollo, 
l'altra è Fatica piena d'aspri guai 

che nulla cosa faticosa teme, 2961 

qual suda e con costei sta sempre mai; 
la se ne va fra queste quattro e preme 

la gran puntura degli acerbi affanni, 2964 

sperando un dì finir sue doglie estreme 
e veste, qual Speranza, i verdi panni 

* la didascalia è completamente diversa: Avendo Accoglienza narrato ad Amiciiia tutte le soprascritte picture e 
capelle del Tempio, iAmicitia, che vede un'altra capella avanti ad una colonna, dice ABC; v. 2925 de cui] de 
chi ABC; v. 2947 l'uno] e l'uno ABC; v. 2959 stratii] stenti ABC; v. 2964 acerbi] occulti ABC. 

v. 2927 canto: cfr. v. 2034; vv. 2928-2929 verghe... d'oro: pezzi d'oro ridotti a forma di verghe; v. 2929 deco- 
ro: cfr. V. 1594; v. 2933 fiamma viva: Dante, Purg., 30, 33 «vestita di color di fiamma viva» e Dante, Par., 31, 
13 «le facce tutte avean di fiamma viva»; v. 2935 al bravio: lat. al premio per la vittoria; v. 2937 ottato: cfr. v. 
5; V. 2938 saglia: cfr. v. 74; vv. 2940-2942-2944 manco- bianco-fianco: stessa rima dei vv. 2168-2170-2172 e 
dei vv. 2894-2896-2898; v. 2947 sodo: stretto; vv. 2948-2950 molce-folce: cfr. vv. 2210-2212; v. 2959 patir: 
cfr. V. 438; v. 2959 satollo: sazio; v. 2962 sempre mai: cfr. v. 1735; v. 2963 preme: soffoca. 



82 GALEOTTO DAL CARRETTO 

e de nodose corde è tutt'avinta 2967 

che romper non se pon per forza d'anni; 
e di valor virile è sì precinta 

che su salendo al monte, ove ha '1 suo intento, 2970 

da caldo, né da gel mai non è vinta, 
che tanto ha '1 cor di ben servir contento 

ch'ogni travaglio gli par dolce e leve, 2973 

né sa che cosa sia crudel tormento. 
Amor costei con gaudio poi riceve 

quando è su giunta al monte, la cui ascesa 2976 

è stretta et erta, faticosa e greve, 
e fa gioirla de sua amata impresa, 

tal che rimane satisfatta e lieta 2979 

de quel desio de cui l'alma ebbi accesa. 
Ami. Deh, dimmi, o donna tanto mansueta, 

che voglion dir quei cori, tronchi e spoglie 2982 

che là stan dentro in parte alta e secreta? 
Acc. Questi son doni de collor ch'in doglie 

con la Perseveranza già son vissi 2985 

et han compite per costei sue voglie. 
Quei cori che là vedi in alto affissi, 

quai son de fino argento e di terso oro, 2988 

sono d'alcuni che di sopra dissi. 
Io replicando dico de colloro 

che con lor dive fur tanto constanti 2991 

ch'hanno ottenuto amando i voti loro, 
e sul felice monte iubilanti 

vanno con palma e triomphante gloria 2994 

come contenti e satisfatti amanti. 
Quei tronchi d'haste sono per memoria 

di quelli che per donne han combattuto 2997 

et hanno auto per costei vittoria. 
Quel legno, che di spoglie vedi induto, 

è sol per quelli che fér fogge e gale 3000 

per donne da chi han poi suo intento auto. 
Quell'è '1 bel manto reccamato quale 

portò da Troia a Spartha el bel pastore, 3003 

quando ebbe Heléna per voler fatale. 
Quell'è la spoglia del gran corritore 

che, col perseverar, vinse Athalanta 3006 

tanto in suo aiuto fur Vener e Amore. 



v. 2992 / voti] el voto ABC: v. 2997 donne] donna ABC. 

V. 2968 pan: cfr. v. 1 526; v. 2969 precinta: dotata; v. 297 1 da caldo né da gel: Dante, Inf., 3, 87 «in caldo e 'n 
gelo»; V. 2977 greve: pericolosa; v. 2980 ebbi: ebbe; v. 2981 mansueta: mite; v. 2982 tronchi: tronchi d'aste, 
cfr. V. 2996; v. 2985 vissi: cfr. v. 274; v. 2988 terso oro: Petr., CLX, 1 '«foro terso»; v. 299?> felice: cfr. v. 2100; 
V. 2994 palma: vittoria, trionfo; v. 299S per costei: grazie alla Perseveranza; v. 2999 induto: rivestito; v. 3000 
fer fogge e gale: agirono con magnificenza; v. 3001 da chi: cfr. v. 1559; v. 3003 el bel pastore: Paride, cfr. 
Petrarca. T.A.. 1 . 1 36 «... seco è il pastor...»; v. 3004 fatale: del fato; v. 3005 corritore: in rima con pastore del 
V. 3003; il personaggio in questione è Melaniòne secondo la leggenda arcadica. Ippòmene secondo la versione 
bèotica; v. 3006 Athalanta: Atalanta, per restare nubile, sfidava i suoi pretendenti in gare di velocità, in cui 
eccelleva, e quando li aveva raggiunti li uccideva; una volta però Melaniòne, o Ippòmene, ebbe l'accortezza di 
correre con tre pomi d'oro che lasciava cadere ad uno ad uno. Atalanta. fermatasi per raccoglierli, venne scon- 
fitta e dovette piegarsi alle nozze, cfr. Ovidio, Met., Vili, 317-28 e 380-444 e Petr., T.A., 2, 164-165 «vidi... 
correr Athalanta, da tre palle d'or vinta»; la vicenda viene ripresa anche ai vv. 3706-3708. 



TEMPIO d'amore 83 

Quell'altra veste, qual è tutta quanta 

de sottil auro reccamata e testa, 3009 

è de Hercul ch'amò Iole con fé tanta. 
Molte altre cose puon vedersi in questa 

e 'n quella parte del sacello aurato 3012 

che la mia lingua a racontarti resta, 
qual, per virtute del Fanciullo allato, 

a questa Diva oblate e sporte furo 3015 

per conseguire el dolce intento ottato. 
Ami. Donna, saper vorrei, se non t'è duro, 

el pavimento, el coro e l'altre cose 3018 

che sono affisse a quell'ornato muro, 
qual son de noi a l'una e l'altra ascose. 

Accoglienza mostra a l'Amicitia et a la compagna el pavimento del Tempio 
dov'è la vita de Lucio Apuleio e dice. * 

Acc. Prima che noi passian queste colonne 3021 

e che giungiamo dov'è l'acqua santa, 

fermiano quivi i nostri passi, o donne, 
che vo' mostrarvi l'opra tutta quanta, 3024 

de fine gemme di color diverse 

che '1 pavimento fan con arte tanta, 
dove la vita ben potrà vederse 3027 

de Lucio Apuleio che per sua sorte 

ebbe sue membra in asino converse. 
Acciò che meglio siate instrutte e accorte, 3030 

narrar vi voglio qui, de parte in parte, 

tutti i suoi casi con parole corte. 
Eccovi Lucio che di là se parte 3033 

e va in Thesalia per trovar Milone, 

qual ricco eserce de l'usura l'arte. 
Ecco doi sotii che, con bel sermone, 3036 

van per camino in compagnia di quello 

e come un de costor par che ragione. 
Eccovi come quei che son con elio, 3039 

lasciando Lucio, a certe ville vanno 

et ei va de Milone al ricco ostello; 

V. 301 2 aurato] amato AB; * la didascalia è completamente diversa: Accoglienza, respondendo ad Amicitia, gli 
mostra el pavimento e la pictura della vita de Lutio Apuleio ABC. 

V. 3009 testa: intessuta; v. 3010 Hercul ch'amò Iole: Eracle {Hercul è forma latinizzata) aveva vinto Iole, figlia 
di Eurito, nella gara di tiro con l'arco che questi aveva indetto per trovare marito alla figlia. Il padre però si 
rifiutò di dargliela in sposa ed Eracle gli uccise il figlio Ifito. cfr. anche i vv. 2265-2267; v. 30 il puon: cfr. v. 
1 137; V. 3015 sporte: cfr. v. 225; v. 3016 ottato: cfr. v. 5; vv. 3018-3020 cose-ascose: stessa rima in Dante, Par. 
24, 68-70; v. 3023 fermiano: fermiamo, cfr. v. 79; v. 3023 fermiano... passi: Dante, Inf, 3. 77 «quando noi fer- 
merem li nostri passi» e Dante, Inf, 14, 12 «Quivi fermammo i passi»; v. 3027 la vita: comincia la lunga digres- 
sione sulla vita di Lucio tratta dal IV libro delle Metamorfosi di Apuleio. Si noti la sintassi di questa parte ricca 
di iterazioni anaforiche come Eccovi, Ecco, Mirate, Guardate, come: v. 3029 converse: lat. mutate; v. 3030 
accorte: cfr. v. 1635; v. 3031 de parte in parte: punto per punto; si noti h rima equìvoca parte-parte {v. 3033); v. 
3032 corte: brevi; v. 3034 Thesalia: Tessaglia, cfr. Apuleio, Mei., l, 2 «... Thcsaliam ex ncgotio petebam...»; vv. 
3034-3035 Milone... arte: Apuleio. Met., I, 21 «Inibì iste Milo deversatur ampliter nummatus et longe opulen- 
tus... foenus denique copiosum sub arrabonc auri et argenti crebriter exercens...»; v. 3036 .sotii: cfr. v. 131. Apu- 
leio, Met., I, 2 «... duobus comitum...»; v. 3037 quello: Lucio; v. 3038 ragione: discuta; v. 3040 a certe ville: 
cascine, cfr. Apuleio, Met., I, 21 «Nam comitcs uterquc ad villulam proximam lacvorsum abierunt.»; v. 3041 ei: 
egli, in Rohlfs, 446; v. 3041 ricco ostello: Apuleio, Met., I, 21 «... exiguo Lare incluso...». Milone era molto 
ricco ma estremamente avaro, cfr. Apuleio, Met., 1, 21 «... verum extremae avaritate...». 



84 GALEOTTO DAL CARRETTO 

come buscia a la porta e come stamio 3042 

le valve chiuse e come Fotis vene 

e gran parlari inseme tra lor fanno. 
Eccovi come quella par che mene 3045 

Lucio entro in casa qual, da Milon giunto, 

gli dà la lettra che nel seno tene. 
Mirate come el vecchio sta congiunto 3048 

con le sue braccie al collo al giovenetto, 

tant'è di gaudio del suo advento punto. 
Ecco '1 cavallo suo ch'è posto a tetto, 305 1 

e come dà sue sarcine a l'ancilla, 

come va al bagno, come poi va a letto. 
Vedete come va per quella villa 3054 

e che rincontra per camin Birena, 

qual per dolcezza lachrime giù stilla. 
Ecco costei ch'in la sua stanza el mena 3057 

qual vaga, adoma, bella et elegante 

de marmoree figure è tutta piena. 
Come ri toma a casa e come avante 3060 

trova l'ancilla sola in la cocina, 

basiando quella da lascivo amante. 
Mirate come a' preghi suoi se inchina, 3063 

come dorme con lei, come va poi 

da Birena, sua cara consobrina. 
Ecco che con lei cena e con gli suoi 3066 

e come dal suo servo accompagnato 

ritoma a casa, anchor vedete voi. 
Come de l'uscio nel sinistro lato 3069 

vede tri utri e crede sian tri viri 

e come el gladio ha con furor sfodrato 
e contra lor con quel fa colpi miri 3072 

e come quei, forati, getta a terra 

e stanco in casa par che se retiri. 

V. 3044 parlari] parole ABC; v. 3048 Mirale] Guardate ABC. 

V. 3042 buscia: bussa; vv. 3042-3043 come buscia... chiuse: Apuleio Met. I, 22 «... et ianuam firmiter oppessula- 
tam pulsare vocaliter incipio...»; v. 3043 valve: lat. battenti; v. 3043 Fotis: Fetide, è il nome della serva; v. 3047 
gli dà la lettra: Apuleio, Met., I, 22 «... ilico ei litteras Demeae trado.»; vv. 3048-3050 Mirate... punto: Apuleio, 
Met., I, 26 «Isto accepto pergit ipse et iniecta dextera clementer me trahere adoritur.»; v. 3048 vecchio: Apuleio, 
Met., l, 26 «... senis...»; v. 3049 con le sue braccie al collo: Dante, Inf., 8, 43 «Lo collo poi con le braccia mi 
cinse»; v. 305 1 posto a tetto: posto a riparo; v. 3052 sarcine: peso, soma; v. 3052 e come... l'ancilla: Apuleio Met., 
I, 22 «Photis -inquit- sarcinulas hospitis susceptas...»; v. 3053 come va... letto: Apuleio, Met., l, 25 «... ad balneas 
me refero... ac dehinc cubiculum me reporto.»; v. 3054 villa: città; vv. 3055-3056 e che rincontra... stilla: Apu- 
leio, Met., II, 3 «Ego sum Byrrhena illa, cuius forte saepicule nomen inter tuos educatores frequentatum retines.»; 
V. 3055 Birena: Birrena, educatrice di Lucio; vv. 3057-59 la sua stanza... piena: anche Galeotto spende qualche 
parola sulla descrizione del palazzo di Birrena. In Apuleio la descrizione è più accurata, cfr., Met., II, 4 «Atria 
longe pulcherrima columnis quadrifariam per singulos angulos stantibus attolerabant statuas...»; v. 3057 stanza: 
casa; v. 3061 anelila: lat. serva; v. 3061 cocina: cucina; v. 3062 basiando: forma latina per 'baciando', cfr. Apu- 
leio, Met., II, 10 «... et cum dicto artius eam complexus coepi saviari.»; v. 3065 consobrina: cugina; in realtà Bir- 
rena non era parente di Lucio, cfr. Apuleio, Met., II, 3 «Ego te, o Luci, meis istis manibus educavi... parentis tuae 
non modo sanguinis verum alimoniarum etiam socia.»; v. 3066 con lei cena: Apuleio, Met., II, 18 «Forte quadam 
die de me magno opere Byrrhena contendit apud eam cenuale interessem, et cum impendio excusarem, negavit 
veniam»; v. 3066 con gli suoi: invitati, cfr. Apuleio, Met., II, 19 «Frequens ibi numerus epulonum...»; 3067 dal 
suo servo: Apuleio, Met., II, «... famuli mei...»; v. 3070 utri: lat. otri; v. 3070 tri viri: Apuleio, Met., II, 32 «... ecce 
tres quidam vegetas...»; v. 3071 el gladio... sfodrato: Apuleio Met., II, 32 «... statim denique gladium... extule- 
ram»; v. 3072 miri: eccezionali; v. 3073 forati: Apuleio, Met., II, 32 «... et crebris perforati vulneribus spiritus 
efflaverint.»; v. 3014 stanco: Apuleio Met., II, 32 «... anhelans et sudore periutus...». 



TEMPIO d'amore 85 

Guardate come el cavaller diserra 3075 

la porta e come Lucio in casa trova 

e per cattivo con sua man l'afferra. 
Come '1 mena al giuditio e come prova 3078 

che fur tri viri da costui occisi 

e come piagne e '1 piagner non gli giova. 
Eccovi molti con cachinni e risi 3081 

a questo bel spettacul stanno intenti, 

alcuni in piede et altri in alto asisi. 
Guardate quella che, con gran lamenti, 3084 

in mezzo della piazza un letto porta, 

dicendo esser suoi figli da lui spenti; 
e Lucio che di questo se sconforta 3087 

et è constretto a discoprir costoro 

e come ha poi la sua sciocchezza scorta; 
come tri utri trova che son loro 3090 

e come el vulgo ride per tal caso 

et ei di questo scorno ha gran martoro, 
dil che scontento e tristo poi rimaso 3093 

a casa con Milone fa ritomo, 

essendo andato el sol verso l'occaso. 
Come con Fotis fa lieto soggiorno, 3096 

qual è '1 martir de sua madonna scopre 

presa d'amor d'un giovenetto adomo, 
qual, con infausti incanti e sceleste opre, 3099 

spesso in augello trasformar si suole 

quando de' sacri unguenti el corpo copre. 
Eccovi come Lucio veder vòle 3102 

per la fissura e come ella se muta 

in un augello e come in alto vole. 



V. 3087 e Lucio che di questo] Come di questo Lucio ABC. 

vv. 3075-3076 diserra la porta: Apuleio, Met., Ili, 2 «... patefactis aedibus...»; v. 3075 cavaller: soldato; v. 
3075 diserra: scardina; v. 3077 cattivo: lat. prigioniero; v. 3080 e come... giova: brusco cambio di soggetto, 
qui è sottinteso Lucio; Apuleio, Met., Ili, 4 «At ego nihil tunc temporis amplius quam fiere poteram...»; v. 
3081 cachinni: risa strepitose; v. 3081 cachinni e risi: Apuleio Met., Ili, 2 «nam inter tot milia populi circum 
fluentis nemo prorsum qui non risu dirumperetur aderat»; v. 3083 alcuni... asisi: anche Galeotto sottolinea la 
presenza di una folla numerosa, cfr. Apuleio, Met., Ili, 2 «... plerique columnis implexi, alii statuis dependuli, 
nonnulli per fenestras et lacunaria semiconspicui...»; v. 3084 Guardate... lamenti: Apuleio, Met., III. 8 «... 
mulier... lacrimosa... decurrit...»; in Apuleio dietro alla donna segue una vecchia; v. 3085 un letto porta: Apu- 
leio, Met., III, 8 «... quae circumfusae lectulum, quo peremptorum cadavera contecta fuerant...»; v. 3086 
spenti: uccisi; v. 3088 discoprir: scoprire, cfr. Apuleio, Met., Ili, 9 «Evictus tandem necessitate succumbo, et 
ingratis licet abrepto pallio retexi corpora.»; v. 3089 sciocchezza scorta: si tratta di una burla organizzata per 
festeggiare il dio Riso. Lucio aveva creduto di uccidere tre uomini in realtà aveva colpito tre otri; v. 3091 
come el vulgo ride: Apuleio Met., Ili, IO «... risus libere iam exarsit in plebem»; v. 3092 ha gran martoro: 
Apuleio, Met., Ili, 10 «Nec tamen indignationem iniuriae, quae inhaeserat altius meo pectori, ullo modo per- 
mulcere quivit.»; v. 3095 essendo andato el sol verso l'occaso: essendo tramontato il sole, cfr. Fregoso, PE, 
XII, 41 «poi che a l'occaso ormai declina il sole» e cfr. v. 7010; v. 3097 madonna: Panfile, la sua signora, cfr. 
Apuleio, Met., Ili, 1 5 «... et arcana dominae meae revelare secreta»; v. 3098 presa d'amor: Apuleio. Mei., Ili, 
16 «Nunc etiam adulescentem quendam Boeotium suamme decorum efflictim deperit...»; v 3098 adorno: 
bello; V. 3099 infausti: pericolosi; v. 3099 incanti: incantesimi; v. 3099 sceleste: scellerate; v. 3100 spesso... 
suole: Apuleio, Met., Ili, 21 «... nocte proxima in avcm sese plumaturam atque ad suum cupitum sic devola- 
turam.»; v. 3101 quando... copre: Apuleio, Met., Ili, 21 «... diuque palmulis suis adfricta ab imis unguibus 
sese totam adusque summos copillos perlinit...»; v. 3103 per la fissura: Apuleio, Met., Ili, 21 «... rimam 
ostiorum...»; v. 3104 augello: in Apuleio Fannie diviene un gufo; v. 3104 e come in alto vole: Apuleio, Met., 
Ili, 21 «... mox in altum sublimata forinsecus totis alis evolat.». 



86 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Mirate come quell'ancilla astuta 3 105 

conduce Lucio dove i busciol sono, 

del thalamo secreto in parte tuta, 
e come pigliar crede el busciol buono 3 108 

de l'unto ch'in augello ognun converte 

et al volar el fa veloce e prono. 
Fra molte varie piscide coperte 3111 

una ne prende del cui unguento se unge, 

con le sue mani a questo mal esperte. 
Ami. Qual è collui che par indi non longe 3114 

in asino se muti e che sue dite 

in una ungia rotonda se congionge? 
Acc. Le membra che vedete convertite 3117 

in asino son quelle del meschino 

ch'ai cor per duol si sente aspre ferite. 
Ecco l'ancilla che col capo chino 3120 

mesta si lagna e '1 petto si percuote 

e par che biasmi el suo crudel destino. 
Mirate come par che con sue note 3 1 23 

gli accenni che le rose mangi e franga, 

come egli i piedi per horror si scuote; 
come, drizzato in piede, par che se anga 3126 

a tòr le rose de la diva Hipona 

e con un piede par che quelle tanga 
e come el servo arriva e lo bastona 3 1 29 

e come, essendo l'asino percosso, 

esce di casa e '1 servo l'abandona. 
Mirate come poi gli arriva adosso 3 1 32 

una gran turba de scelesti latri 

che da' cardini l'uscio han tosto mosso. 
Intrati in casa in lochi aperti et atri 3 1 35 

van trascorrendo e pigliano gran spoglie 

che già fur de Milone e d'altri patri, 
e come un de colloro le raccoglie 3 138 

in sarcine e fardelli e sopra '1 dorso 

de l'asinelio par che quelle invoglie; 

\.3\ 15 sue dite] sol diti ABC; v. 3 11 7 Le membra] Quei membri ABC; v. 3 11 7 convertite] convertiti ABC; v. 
3118 quelle] quelli ABC; v. 3119 ch'ai cor per duol si sente aspre ferite] che elesse a qua venir tristi partili 
ABC; V. 3 1 27 diva] dea ABC; v. 3 137 d'altri] altri ABC. 

vv. 3106-3107 conduce... tuta: Apuleio, Met., Ili, 24 «... inrepit cubiculum et pyxidem depromit arcula.»; v. 
?>\06 busciol: vaseUi; v. 3107 thalamo: cfr. v. 2814; v. 3107 tuta: lai. sicura; v. 2>\Q% e come... crede: qui il sog- 
getto è Lucio; V. 3109 unto: unguento; v. 1>\\0 prono: pronto; v. 31 11 piscide: vaseui; v. 31 12 del cui unguen- 
to se unge: Apuleio Met., Ili, 24 «... et haurito plusculo uncto corporis mei membra perfricui»; v. 3 1 16 m una... 
congionge: Galeotto riprende solo il particolare del mutamento delle dita in zoccolo, cfr. Apuleio Met., Ili, 24 
«... et in extimis palmulis perdilo numero toti digiti coguntur in singulas ungulas...»; v. 3121 mesta... percuote: 
Apuleio Met., Ili, 25 «... percussit faciem suam manibus infestis...»; v. 3123 Mirate... note: l'unico rimedio per 
ritornare uomo è quello di mangiare delle rose, cfr. Apuleio, Met., Ili, 28 «Nam rosis tantum demorsicatis exi- 
bis asinum statimque in meum Lucium postliminio redibis.»; v. 3124 franga: mastichi ; v. 3126 anga: affanni; 
v. 3 1 27 tòr: prendere; v. 3 1 27 diva Hipona: Epona o Ippona era la dea protettrice dell'allevamento dei cavalli e 
dei trasporti con animali da soma o da traino; Apuleio Met., Ili, 27 «... Eponae deae simulacrum... quod accu- 
rate coroUis roseis equidem recentibus fuerat omatum»; v. 3133 scelesti: cfr. 3099; v. 3133 latri: banditi, cfr. 
Apuleio, Met., Ili, 28 «Nec mora, cum vi patefactis aedibus globus latronum invadi! omnia...»; v. 3135 atri: 
sinistri; v. 3136 trascorrendo: correndo avanti; vv. 3136-3137 spoglie... de Milone: Apuleio, Met, III, 28 «Tane 
horreum... quod mediis aedibus constitutum gazis Milonis fuerat refertum, securibus validis adgressi diffin- 
dunt.»; v. 3 136 spoglie: prede; v. 3139 sarcine: some, Apuleio Met, III, 28 «... gravioribus sarcinis onerant...»; 
v. 3 1 40 invoglie: avvolga. 



TEMPIO d'amore 87 

e come el suo cavallo per soccorso 3141 

con un altro asinai, d'altre gran some 

ben carco, vanno con veloce corso. 
Come a casa d'un vecchio giunti e come 3 1 44 

son scaricati e come Lucio vede 

alcuni fior che lauree rose han nome 
e come egli, co l'uno e l'altro pede, 3147 

guasta quel orto nel gustar i fiori, 

sì come quel che rose esser le crede, 
e come l'hortolano, uscendo fuori, 3150 

con un bastone l'asinelio batte, 

facendo nel giardin grandi clamori. 
Guardate come con costui combatte 3 1 53 

e con assidui calci sì el martella 

che '1 giovene ferito in terra abbatte; 
ecco che la sua moglie poverella 3 1 56 

vene al soccorso et excita suoi cani 

contra costui e ' suoi vicini appella. 
Come poi Lucio va per lochi strani 3 1 59 

con forte passo e come dietro a lui 

vanno latrando quei feroci alani. 
Ecco che giunge dai compagni sui 3 162 

et è ligato e, con nodosi fusti, 

è bastonato in quelli lochi bui. 
Vedetel come coi compagni onusti 3 165 

a pie d'un fonte zoppicando arriva, 

avendo drieto quei latroni ingiusti, 
e come, essendo sopra de la riva, 3 1 68 

VÓI anegarsi e come el suo compagno 

cade per terra e a lui tal morte schiva, 
che i latri, non possendo far guadagno 3171 

co l'asino ch'in terra era qual morto, 

gettano quello dentro del gran stagno. 
Hor mezzo questo loco avete scorto. 3 1 74 

L'Amicitia segue parlando con l'Accoglienza. * 

Ami. Che albergo è quello qual è su quel monte 

V. 3162 Ecco che giunge dai compagni sui] Ecco che giongon dui compagni sui ABC; v. 3166 fonte] fiume 
ABC; V. 3 172 qual] per ABC; * la didascalia è diversa: L'Amicitia, essendo congiunta per mano con l'Acco- 
glienza, gli dice essendo però le altre due inseme ABC. 

V. 3141 el suo cavallo: Apuìdo, Met., Ili, 28 «... equum suum...»; v. 3 i 44 vrcc/j/'o: Apuleio, Me/., IV, 1 «... in pago 
quodam apud notos ac familiares latronibus senes devertimus.»; v. 3145 son scaricati: Apuleio, Mei., IV, 1 «... 
nos omni sarcina levatos...»; v. 3146 lauree rose: tipo particolare di rose, cfr. Apuleio, Met., IV, 2 «... rurestri 
vocabulo vulgus indoctum rosas laureas appellant»; v. 3148 gustar, mangiare; vv. 3150-3152 l' horiolano... cla- 
mori: Apuleio Mei., IV, 3 «... hortulanus cuius omnia prorsus holera vastaveram, tanto damno cognito cum grandi 
baculo furens decurrit adreptumque me totum plagis obtundit...»; v. 3>Ì54 martella: percuote, cfr. Apuleio, Mei., 
IV, 3 «... pedum posteriorum calcibus iactatis in eum crebriter...»; 3156 moglie: Apuleio, Mei., IV, 3 «Sed ilico 
mulier quaepiam, uxor eius scilicet... ad eum statim prosilit...»; v. 3158 appella: lat. invoca, Apuleio, Mei., IV, 3 
«... pagani... conclamant canes...»; v. 3159 strani: estranei, stranieri; v. 3161 alani: nome di una specie di cane 
ferocissimo; vv. 3 162-31 64 £cco... bui: Apuleio, Mei., IV, «... in stabulum... recipio. At illi... adrcptum me loro 
quam valido ad ansulam quandam destinatum rursum caedendo confecis-sent profecto...»; v. 3165 onusti: carichi, 
cfr. Apuleio, Mei., IV, 4 «... me longe gravius onustum...»; v. 3 166 a pie: cfr. v. 373; v. 3>ì66 fonte: Apuleio, Mei., 
IV, 4 «... iam claudus et titubans rivulum...»; vv. 3 175-3 176 che albergo... horrido e umbroso: Apuleio Mei., IV, 6 
«Mons horridus silvestribusque frondibus umbrosos et in primis altus fuit.»; v. 3175 albergo: rifugio. 



88 GALEOTTO DAL CARRETTO 

horrido e umoroso de silvestri fronde, 

de la cui cima corre al basso un fonte, 3 177 

ch'ha d'ogni intomo valli alte e profonde, 

qual lacunose son de pruni piene, 

e il fonte d'acqua par che lo circonde? 3 1 80 

Acc. Quest'è quel monte, acciò ch'intendi bene, 

su la cui torre i perfidi latroni 

van speculando ognun che quinci vene. 3 1 83 

Ivi coUor, con rigidi sermoni, 

constringono una vecchia a dargli cena, 

ligando Lucio ad un de quei cantoni. 3 1 86 

Guardate come Lucio si scathena 

e mangia gli fragmenti di quel pane 

ch'era avanzato ne la cesta piena. 3189 

Eccovi i latri che per selve strane 

una donzella, via con lor menando, 

van confortando con parole humane. 3 1 92 

Mirate che costei va lagrimando 

e come giunti ad una gran spelunca 

al duol di questa cercano dar bando; 3 1 95 

come costei con la persona adunca, 

col capo in grembo lagrimando, geme 

et una vecchia la sua doglia tronca. 3 1 98 

Guardate i latri che van tutti inseme 

per prender certe spoglie ch'avean poste 

de gran spelunche ne le parti estreme. 3201 

Mirate come Lucio par se accoste 

al precipitio di quel alto sasso 

acciò si rompa el collo e gambe e coste. 3204 

Come la vecchia con senile passo 

corregli dietro e tene et ei, depreso, 

getta poi quella con suoi calci al basso; 3207 

come collei col corpo in terra steso 

chiama soccorso e come con furore 

la vergin corre al gran clamor ch'ha inteso. 3210 

v. 3 1 87 Guardate] Vedete ABC. 

V. 3177 de la cui cima... fonte: Apuleio Met., IV, 6 «De summo vertice fons affluens bullis ingentibus scaturri- 
bat...>>; V. 3178 ch'ha d'ogni intorno: Apuleio, Met., IV, 6 «... huius per obliqua devexa, qua saxis asperrimis et 
ob id inaccessis cingitur, convalles lacunosae cavaeque nimium spinetis aggeratae...»; v. 3179 lacunose: acci- 
dentate; V. 3182 torre: Apuleio, Met., IV, 6 «Insurgit speluncae, qua margines montanae desinunt, turris 
ardua...»; v. 3183 speculando: controllando, cfr. Apuleio, Met., IV, 6 «... qua speculatores e numero latronum, 
ut postea comperi, sorte ducti noctibus excubabant.»; v. 3184 rigidi: severi; v. 3185 una vecchia: Apuleio, 
Met., IV, 7 «... gravi senio... infesti compellant...»; v. 3187 scathena: si libera dalle catene; v. 3\^S pane: Apu- 
leio, Met., IV, 22 «... quo panes reliquiae totius moltitudinis congestae fuerant...»; v. 3190 strane: cfr. v. 3159; 
V. 3191 una donzella: Apuleio, Met., IV 23 «... unicam virginem fdo liberalem... ut matronatus eius indica- 
bat...»; v. 3193 lagrimando: Apuleio, Met., IV, 23 «... maerentem et crines cum veste sua lacerantem advehe- 
bant»; v. 3194 spelunca: Apuleio Met., IV, 23 «Eam simul intra speluncam ducunt verbisque quae dolebat 
minora facientes...»; vv. 3196-3198 come costei... tronca: Apuleio, Met. IV, 24 «... quae inter genua sua 
deposito capite sine modo flebat. At illi intro vocatae anui praecipiunt adsidens eam blando quantum posset 
solaretur alloqui...», v. 3196 adunca: incurvata; v. 3200 per prender certe spoglie: Apuleio, Met., VI, 25 
«Ecce confecto nescio quo gravi proelio latrones adveniunt onusti... et plagas recurantibus ipsi ad reliquas 
occultatas in quadam spelunca sarcinas, ut aiebant proficisci gestiunt.»; v. 3204 coste: costole; v. 3206 tene: 
raggiunge; v. 3206 depreso: catturato; v. 3207 getta poi... al basso: Apuleio Met., VI, 27 «... sed incussis in 
eam posteriorum pedum calcibus protinus adplodo terrae.»; v. 3209 chiama soccorso: Apuleio, Met., VI, 27 
«Et occipit statim clamosis ululatibus auxilium validioris manus implorare.»; v. 3210 la vergin... inteso: 
Apuleio Met., VI, 27 «... sola illa virgo captiva quae vocis excitu procurrens videt...». 



TEMPIO d'amore 89 

Ella, da sé scuotendo el gran timore, 

su l'asinelio monta e se diparte, 

lasciando in via la vecchia con dolore. 3213 

Vedete come incontra in quella parte 

i latri che costei avcan rubata 

e come Lucio zoppica con arte; 3216 

come costei in dietro è rimenata 

e da colloro è l'asino battuto 

e quella donna a morte han destinata. 3219 

Ecco che '1 sposo vien lì sconosciuto, 

come con quelli latri fa amicitia, 

rubando poi costei con modo astuto. 3222 

Ecco Lucio la porta con letitia, 

come giunto a l'hostello in guardia el danno 

a l'armentario suo pien d'avaritia; 3225 

come, coprendo con suo grave danno 

quelle giumente, gli stallon gelosi 

con molti calci stretto far lo stanno. 3228 

Ad un garzon è dato ch'in noiosi 

strati i l'affanna e fa de cibi parco 

e mai non vói ch'un giorno sol riposi. 3231 

Com'è di stoppe l'asinelio carco 

dove un carbone acceso, ascoso essendo, 

fu per brusarsi, se non era scarco. 3234 

Come se imbatte dentro un bosco borrendo 

in un fér orso e come lo garzone 

vien morto e come Lucio va correndo. 3237 

Di poi condotto è a casa del patrone, 

essendo in lochi strani poi menato, 

dove fur fatti assalti e costione. 3240 



v. 3214 incontra] intoppa ABC; v. 3215 avean rubata] già avean furata ABC; v. 3217 rimenata] ritornata 
ABC; V. 3224 giunto] giunti ABC; v. 3229 Ad un] Come a un ABC; v. 3230 stratii] stentii ABC; v. 3238 Di 
poi] Doppo ABC; v. 3239 lochi strani] strani lochi ABC. 



v. 3212 su... diparte: Apuleio, Met., VI, 27 «... naviter inscendit et sic ad cursum rursum incitat.»; vv. 
3214-3215 Vedete... rubata: Apuleio, Met., VI, 29 «... rapinis suis onusti coram deprchendunt ipsi latro- 
nes...»; v. 3216 zoppica con arte: Apuleio, Met., VI, 31 «... et occipio nutanti capite claudicare...»; v. 3219 
e quella... destinata: Apuleio, Met., VI, 31 «... certe calculo cunctorum utcumque mors ei fuerat destina- 
ta.»; V. 3220 Ecco... sconosciuto: Apuleio, Met., VII, «... sponsum puellae ispius.». Non si tratta infatti, 
come credevano i banditi, di Emo, il famoso brigante, bensì di Tlepolemo, lo sposo della giovane; v. 3222 
con modo astuto: lo sposo fa ubriacare i briganti, li lega e fugge con la ragazza, caricandola sull'asino 
Lucio; vv. 3224-3226 danno-danno: si noti la rima equivoca; v. 3225 armentario: pastore, cfr. Apuleio, 
Met., VII, 15 «Ergo igitur evocato statim armentario equisone magna cum praefatione deducendus adsi- 
gnor.»; v. 3225 avaritia: in Apuleio è la moglie del pastore che è avara e perfida, cfr. Apuleio, Met., VII, 15 
«... uxor eius, avara equidem nequissimaque illa mulier...»; vv. 3226-3228 come... stanno: i cavalli temono 
che l'asino si accoppi con le giumente, cfr. Apuleio, Met., VII, 16 «Mares enim... de me metuentes sibi et 
adulterio degeneri praecaventes...»; v. 3229 Ad un garzon: Apuleio, Met., VII, 17 «... puerque mihi prae- 
fectus imponitur...»; v. 3232-3233 com'è... essendo: Apuleio, Met., VII, 19 «Stuppae sarcina me satis onu- 
stum probeque funiculis constrictum produci! in viam deque proxima villula spirantem carbunculum fura- 
tus oneris in ipso meditullio reponit.»; v. 3234 scarco: Lucio si lancia in una pozza d'acqua fangosa cosic- 
ché si alleggerisce del carico e si salva da morte certa, cfr. Apuleio, Met., VII, 20 «... flammaque prorsus 
extincta tandem et pondere levatus et exitio liberatus evado.»; vv. 3235-3237 Come... correndo: Apuleio, 
Met., VII, 24 «Et ecce de proximo specu vastum attollcns caput funesta proserpit ursa.» e Apuleio, Met., 
VII, 24 «... meque protinus pernici fugae commino. ..»; v. 3236 orso: in Apuleio è un'orsa; v. 3239 lochi 
strani: cfr. v. 3159; v. 3240 costione: scontri, battaglie. 



90 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Vedetelo a l'incanto sul mercato 

e come è poi mandato ad un cinedo 

che ad un suo servo l'ha racomandato. 3243 

Ami. Quai son colloro che là fuggir vedo, 

essendo da quelli huomini depresi 

in atto turpe, dishonesto e fedo? 3246 

Acc. CoUor, ch'in quella villa tu hai compresi, 

son servi del patron de l'asinelio 

che per cinedi da' vicin son spesi, 3249 

che l'asino, veggendo l'atto fello, 

col ruder lor libidine discopre, 

tal che delibran poi de occider quello. 3252 

Quivi con molte solennissime opre, 

facendo el suo patrone un sacrificio, 

a far convito par ch'ancor se adopre. 3255 

Guardate come '1 cuoco sta in supplicio 

per la cossa del cervo ch'in cuocina 

dal can mangiata è con guloso vicio; 3258 

come la moglie el mesto cuoco inchina 

a occider Lucio in cambio di quel cervo, 

e come fugge e le mense ruina. 3261 

Quivi el patrone el racomanda al servo 

acciò che non perturbi el bel convito, 

et è ligato dal garzon protervo. 3264 

Vedete come ognun prende partito 

de fuggir quella rabiosa cagna, 

com'è da mensa ogni sodai fuggito. 3267 

Volgete gli occhi a quella turba magna 

ch'entra in la stalla, dove Lucio giace, 

con vasi d'acqua e come egli si bagna, 3270 

e come pien d'humanitate e pace 

Unge colloro e di quell'acqua beve, 

acciò che levi a lor l'error fallace. 3273 



V. 325 1 libidine] libidini ABC. 

V. 3241 sul mercato: Apuleio, Met., Vili, 23 «... ad mercatum producimur...»; v. 3242 cinedo: lat. omoses- 
suale, cfr. Apuleio Mei., Vili, 24 «... cinaedum et senem cinaedum...»; il nome del nuovo padrone di Lucio 
è Filebo; v. 3243 racomandato: affidato; vv. 3244-3246 Quai... fedo: Apuleio, Met., Vili, 29 «... coram 
rem invasuri suam improvisi conferto gradu se penetrant palamque illos execrandas foeditates obeuntes 
deprehendunt.»; v. 3245 depresi: sorpresi; v. 3246 fedo: sporco; v. 3249 spesi: reputati; v. 3250 fello: scel- 
lerato; V. 325 1 ruder: lat. ragliare, cfr. Apuleio, Met., Vili, 29 «audito ruditu meo»; v. 3252 delibran: cfr. v. 
562 e v. 842; vv. 3256-3258 Guardate... vicio: Apuleio, Met., Vili, 31 «... immanis cervi pinguissimum 
femus... quod incuriose pone culinae fores non altiuscule suspensum canis adaeque venaticus latenter inva- 
serai, laetusque praeda propere custodientes oculos evaserat.»; v. 3257 cossa: coscia, cfr. Rohlfs, I, 225; 
vv. 3259-3260 come... cervo: Apuleio, Met., Vili, 31 «... advenam istum asinum remoto quodam loco 
deductum iugula femusque eius ad similitudinem perditi detractum...»; v. 3259 inchina: induce; v. 3261 e 
come... ruina: Apuleio, Met., IX, 1 «... imminentem fuga vitare statui...» e Apuleio, Met., IX, 1 «... incunc- 
tanter immitto, nec pauca rerum adparatus cibarli mensas etiam et ignes impetu meo collido atque distur- 
bo.»; V. 3262 racomanda: cfr. v. 3243, Apuleio, Met., IX, 1 «... me cuidam famulo curiose traditum...»; v. 
3263 acciò... bel convito: Apuleio, Met., IX, 1 «... ne rursum convivium placidum simili petulantia dissi- 
parem»; v. 3266 rabiosa cagna: Apuleio, Met., IX, 2 «canem rabidam»; v. 3267 sodai: compagno; v. 3268 
magna: lat. grande; v. 3268 turba magna: Petr., T.M., 1, 78 «turba magna» e Dante, Purg., 18, 98 «si 
movea tutta quella turba magna»; v. 3270 con vasi d'acqua: Apuleio, Met., IX, 4 «... vas immane confestim 
aquae perlucidae de proximo petitae fontae...»; v. 3272 Unge: lecca; v. 3273 l'error fallace: temevano che 
l'asino avesse contratto la rabbia. 



TEMPIO d'amore 91 

Eccovi '1 carco d'una salma greve 

de simulacri, cimbali e de spoglie 

ch'entra in l'hospitio et uno lo riceve. 3276 

Quivi una squadra magna i latri accoglie 

e l'alma statua de la sacra diva 

con l'asinelio carico gli toglie. 3279 

Mirate come Lucio in piazza arriva 

et è mandato ad uno pistrinaro 

qual ha la moglie perfida e lasciva. 3282 

Come costei sta co l'amante caro, 

come el marito arriva et è da lei 

ascoso, avendo un albio per riparo. 3285 

Ecco '1 marito stando con costei 

e del garzone, eh 'è ne l 'albio occolto, 

l'asino morde gli scoperti pièi; 3288 

come l'adulter da Philebo è accolto 

e come seco dorme e come poi 

con gran flagelli è verberato molto. 3291 

Quivi la moglie, con inganni suoi, 

per arte maga par che '1 viro occida, 

come comprender ben possete voi. 3294 

Ecco '1 patron che par da sé el divida 

vendendolo ad un povero ortolano 

che mal lo pasce e peggio anchor l'annida. 3297 

Là se rincontra in un soldato strano 

che l'asino per forza gli vói torre, 

come el ferisce e trha '1 coltel di mano. 3300 

V. 329 1 flagelli] flagello ABC.v. 3294 come comprender ben possete voi] e de colai vendetta par che gioì ABC; 
V. 3297 peggio anchor] fa che mal se ABC. 

vv. 3274-3275 carco... spoglie: l'asino era costretto a portare delle sacre reliquie e, al suon dei cimbali e delle 
nacchere, a mendicare in piazza, cfr. Apuleio, Met., IX, 4 «... die sequenti rursum divinis exuviis onustus cum 
crotalis et cymbalis circumforaneum mendicabulum producor ad viam»; v. 3277 squadra magna: i cavalieri 
armati, cfr. Apuleio, Met., IX, 9 «Et ecce nobis repente de tergo manipulus armati supercurrit equitis...»; v. 3278 
de la sacra diva: cfr. v. 3274; v. 3281 pistrinaro: mugnaio. Il termine sopravvive nel dialetto milanese; Apuleio, 
Met., IX, 10 «quidam pistor»; v. 3282 perfida e lasciva: Apuleio è molto più critico. La definisce, infatti: «... 
saeva, viriosa, ebriosa, pervicax, pertinax, in rapinis turpibus avara, in sumptibus foedis profusa, inimica fidei, 
hostis pudicitiae...», cfr. Apuleio, Met., IX, 14; v. 3283 l'amante caro: Apuleio, Met., IX, 22 «temerarius adul- 
ter»; v. 3284 come el marito arriva: Apuleio, Met., IX, 23 «... multo celerius opinione rediens maritus adven- 
tat.»; V. 3285 albio: vaso, cfr. Apuleio, Met., IX, 23 «... trepidantem adulterum alveo ligneo, quo frumenta con- 
tusa purgari consuerant, temere propter iacenti suppositum abscondit...»; v. 3288 scoperti pièi: Apuleio, Met., 
IX, 27 «... extremos adulteri digitos, qui per angustias cavi tegminis prominebant, obliquata atque infesta ungu- 
la compressos usque ad summam minutiem conterò...»; vv. 3289-3290 come... dorme: Apuleio, Met., IX, 28 
«Talis sermonis blanditie cavillatum deducebat ad torum nolentem puerum, sequentem tamen... solus ipse cum 
puero cubans gratissima corruptarum nuptiarun vindicta fruebatur.»; v. 3289 Philebo: qui Galeotto commette un 
errore: Philebo non è il mugnaio ma quello che l'aveva precedentemente venduto al mugnaio, cfr. Apuleio, Met., 
IX, 10 «... semptemque nummis carius quam prius me comparaverat Philebus quidam pistor de proximo castel- 
lo praestinavit...» e cfr. v. 3243; v. 3291 con gran flagelli: Apuleio, Met., IX, 28 «His et pluribus verbis compel- 
latum et insuper adfatim plagis castigatum forinsecus abicit.»; v. 3293 maga: magica. La moglie del mugnaio si 
rivolge ad una maga per uccidere il marito, cfr Apuleio, Met., IX, 29 «... magnaque cura requisitam veteratri- 
cem quandam feminam, quae devotionibus ac maleficiis quidvis etricere posse credebatur...»; v. 3296 povero 
ortolano: Apuleio, Met., IX, 3 1 «Me denique ipsum pauperculus quidam hortulanus comparat...»; v. 3297 mal lo 
pasce: Apuleito, Met., IX, 32 «Namque et mihi et ipsi domino cena par ac similis oppido temen tenuis aderat...»; 
v. 3297 l'annida: gli dà ricetto, Apuleio, Met., IX, 32 «... et adsiduis pluviis noctumisque rorationibus sub dio et 
intecto conclusus stabulo continuo discruciabar frigore...»; v. 3298 soldato: Apuleio, Met., IX, 39 «Nam quidam 
procerus, et, ut indicabat habitus atque habitudo, miles e legione, factus nobis obvius...»; v. 3299 che... torre: 
Apuleio, Met., IX, 39 «... et iniecta statim manu loro me, quo ducebar, arrcptum incipit trahere.»; v. 3300 thra: 
strappa, cfr. Apuleio, Met., IX, 40 «... hortulanus eripit ei spatham eaque longissime abiecta...». 



92 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Notate come in la citate corre, 

entrando in casa d'un suo fido amico 

che lui celando e l'asino soccorre; 3303 

come '1 soldato pien di sdegno inico 

cerca costui e come lo ritrova, 

dov'è punito dal crudel nemico. 3306 

Poi el soldato fa di Lucio prova 

menandol, come dorme, ad un suo luoco, 

dandol a un servo che i suoi guai rinova. 3309 

Guardate, o donne, in quello spatio poco 

com'è venduto a doi fratei compagni 

de' quai l'uno è pistore e l'altro è cuoco. 3312 

Vedete come par che i cibi magni 

a' suoi patroni e com'è in furto aggiunto 

e come tra lor fanno risi magni. 33 1 5 

Mirate come lor gli dan cibo unto, 

come lo mangia e come beve el vino, 

come al spettacol tutto '1 vulgo è giunto. 33 1 8 

Quivi la gente da ciascun confino 

vien per vederlo e come ad un liberto 

l'asino lascian, come va in camino. 3321 

Come a Corimbo, giunto in luoco aperto, 

l'asino mostra con gran gaudio e festa 

e per novi atti suoi n'ha premio emerto. 3324 

Ecco una donna perfida e scelesta, 

presa d'amor di Lucio, qual cavalla, 

satia con lui sua voglia desonesta; 3327 

come in la piazza avanti '1 popul balla 

et un soldato vien ch'ivi conduce 

la dona che con lui giacque in la stalla. 3330 

Indi Lucio fuggendo se riduce 



V. 3323 gaudio] plauso ABC; v. 3324 emerto] e merto ABC; v. 333 1 Indi] Quivi ABC. 

vv. 3301-3303 Notate... soccorre: Apuleio, Met., IX, 40 «... hortulanus inscenso me concito gradu recta festinat 
ad civitatem... periclitanti sibi ferret auxilium seque cum suo sibi asino tantisper occultaret...»; v. 3304 inico: 
cfr. V. 56; vv. 3307-3309 Poi... rinova: Apuleio, Met., X, 1 «... ad quandam civitatulam pervenimus nec in sta- 
bulo, sed in domo cuiusdam decurionis devertimus. Statimque me commendato decurionis devertimus...»; v. 
3311 doi fratei compagni: Apuleio, Met., X, 13 «... vicinis me quibusdam duobus servis fratribus undecim 
denariis vendidit.»; v. 3312 dei quai... cuoco: Apuleio, Met., X, 13 «Al illorum alter pistor dulciarius... alter 
cocus...»; pistor: lat. pasticciere; v. 3313 magni: mangi, cfr. Apuleio, Met., X, 14 «Et diu quidem pulcherrime 
mihi furatrinae procedebat artifìcium...»; si noti la rima equivoca con il verso 33 15; v. 2>2>\ A aggiunto: sorpre- 
so, cfr. Apuleio, Met., X, 15 «... per quandam modicam cavemam rimantur me passim expositis epulis inhae- 
rentem.»; v. 3315 magni: cfr. v. 3268; v. 3315 risi magni: Apuleio, Met., X, 15 «... risu maximo dirumpun- 
tur...»; vv. 3316-3317 Mirate... vino: Apuleio, Met., X, 16 «... ad triclinium perduxit mensaque posila omne 
genus edulium solidorum et inlibata fercula iussit adponi.»; v. 3318 spettacol: Lucio dava spettacolo perché 
era inconsueto per un asino mangiare certi cibi e bere vino; v. 3320 Uberto: Apuleio, Met., X, 17 «... liberto 
suo... tradidit.»; v. 3322 Corintho: Apuleio, Met. X, 19 «... Corinthum accessimus...»; v. 3324 premio emerto: 
grande onore, cfr. Apuleio, Met., X, 19 «Nam tanta etiam ibidem de me fama pervaserat, ut non mediocri quae- 
stui praeposito illi meo fuerim.»; v. 3325 scelesta: cfr v. 3099; v. 3326 presa d'amor di Lucio: Apuleio, Met., 
X, 19, «... per admirationem adsiduam paulatim in admirabilem mei cupidinem incidit;»; vv. 3329-3330 et un 
soldato... stalla: Apuleio, Met., X, 34 «Ecce quidam miles per mediam plateam dirigit cursum petiturus iam 
populo postulante illam de publico carcere mulierem, quam dixi propter multiforme scelus bestis esse damna- 
tam meisque praeclaris nuptiis destinatam.»; vv. 3331-3332 Indi... Corintho: Apuleio, Met., X, 35 «... paulatim 
furtivum pedem proferens portam, quae proxima est, potitus iam cursu memet celerrimo proripio sexque totis 
passuum milibus pemiciter confectis Cenchreas pervado, quod oppidum audit quidem nobilissimae coloniae 
Corinthiensium...»; v. 3331 riduce: fa ritomo. 



TEMPIO d'amore 93 

a l'oppido Cenchrea de Corintho, 

essendo el giorno privo di sua luce 3333 

et ei, dal camin longo, stanco e vinto. 

L'Amicitia segue interrogando l'Acoglienza. * 

Ami. Donna, rendemo a te gratie immortali 

de tante degne cose che ne mostri 3336 

nel pavimento u' son di Lucio i mali. 
Così noi te preghian che ai desir nostri 

satisfi in demostrame tutto '1 resto, 3339 

mentre del Tempio sian nei sacri chiostri. 
Acc. Prima che noi se departian da questo 

loco, dispongo de mostrarvi el tutto 3342 

e satisfar al vostro intento honesto. 
Guardate come Lucio è là condutto 

del mar Egeo appresso del bel lito 3345 

in forma d'asinel stanco e destrutto. 
Notate come par ch'abbia dormito 

e che, svegliato, fra se stesso pensi 3348 

che dal fallace mondo fu schernito 
e come pieno de penseri accensi 

contempli fissamente l'alma luna, 3351 

drizzando a penitentia el cor e ' sensi, 
e come egli, per far l'alma degiuna 

d'ogni delitto, sette volte merge 3354 

el capo in l'onde per la notte bruna; 
come col zeffo d'acqua anchor se absterge 

el collo e '1 petto e come, ben lavato, 3357 

con la sua lingua sé Ungendo terge. 
Eccovi come in piede sta levato 

e, con buon core, par che quella preghi 3360 

ch'abbia pietate del suo mesto stato. 
E come la dea curva par se pieghi 

ai prieghi muti del buon Lucio afflitto 3363 

e come impetra venia con suoi prieghi 
e come a lui, da gran dolor traffitto, 

Iside diva in sogno gli compare 3366 

che '1 modo da tener par gli abbia ditto. 



* segue] prosegue ABC; v. 3361 mesto] miser ABC; v. 3367 che 7 modo da tener] che 'l modo ha da tener 
ABC. 



V. 3334 camin longo: cfr. v. 2607 e v. 3948; v. 3335 rendemo a te gratie: tipico incipit di una preghiera; Dante. 
Purg., 11,6 «di render grazie» e Dante, Par., 4, 122 «a render voi grazia»; vv. 3336-3338-3340 mostri-nostri- 
chiostri: stessa rima ma al plurale in Dante, Inf., 29, 38-42; v. 3351 l'alma luna: Apuleio, Met., XI, I «... 
video... lunae...»; v. 3338 preghian: preghiamo, cfr. v. 79; v. 3340 sian: siamo, cfr. v. 79; v. 3353 l'alma degiu- 
na: l'anima purificata; v. 3354 delitto: colpa; vv. 3354-3355 sette volte merge... bruna: Apuleio. Met., XI. I 
«... exurgo meque protinus purificandi studio marino lavacro trado septiesque summerso fluctibus capi- 
te...»; V. 3355 per: durante; v. 3356 zeffo: getto; v. 3356 absterge: pulisce: v. 3360 quella: Lucio prega la 
dea della Luna, non sapendo che essa si identifica con Iside; v. 3363 ai prieghi... afflitto: Apuleio, Met., 
XI, 3 «Ad istum modum fusis precibus et adstructis miseris lamentationibus...»; v. 3364 e come: brusco 
cambio di soggetto: qui sottinteso è Lucio; v. 3364 impetra venia: chiede perdono; v. 3366 Iside: dea egi- 
ziana, cfr. Apuleio, Met., XI, 3 «... emergit divina facies...»; v. 3367 che 7 modo da tener: Iside gli dice 
come deve comportarsi per tornare uomo. 



94 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Mirate come, risvegliato, pare 

che sia di gaudio e de timor ripieno 3369 

e come va del Tempio a le sante are. 
Guardate come in mezzo a un prato ameno 

un sacerdote trova che '1 raccoglie 3372 

col cor giocondo e con viso sereno. 
Notate come l'asino gli toglie 

de fresche rose la fatai corona, 3375 

come le mangia e satia le sue voglie. 
Eccovi come sua bestiai persona, 

tornando ne la pristina figura, 3378 

più col conspetto in terra non sta prona 
e come el sacerdote con la pura 

spoglia lo veste e par che se conforti 338 1 

ch'entri in la sacra religion secura. 
Quivi, giungendo ai già lasciati porti, 

vede una nave qual è consacrata 3384 

da sacerdoti macilenti e smorti; 
come la fama, tosto già volata 

a' suoi parenti che '1 buon Lucio è vivo, 3387 

fa loro alegri con tal imbasciata. 
Ecco de' suoi cognati ciascun, privo 

d'affanni, al loco dov'è Lucio vene 3390 

con molti doni e con viso festivo 
e come con corone de verbene 

i sacerdoti ornati al Tempio vanno, 3393 

cantando laudi con sue note amene. 
Come Lucio va al Tempio e come stanno 

i santi frati lieti del suo advento, 3396 

come de l'ordin l'habito gli danno. 
Vedete el summo sacerdote intento 

gli appare in sogno e come gli dà aviso 3399 

che Candido, suo servo, è nel convento, 
come, svegliato, con alegro viso 



v. 3387 che 7 buon Lucio] come Lutto ABC. 

vv. 3368-3369 Mirate... ripieno: Apuleio, Met., XI, 7 «Nec mora, cum somno protinus absolutus pavone et 
gaudio ac dein sudore nimio permixtus exurgo...»; v. 3371 prato ameno: Fregoso, PE, XI 62 «prato 
ameno» e cfr. v. 6690; v. 3372 un sacerdote: Apuleio, Met., XI, 12 «... salutemque ipsam meam gerens 
sacerdos adpropinquat, ad ipsum praescriptum divinae promissionis ornatum dextera proferens sistrum 
deae, mihi coronam...»; v. 3373 cor giocondo: Dante, Par., 22, 13 «sì che '1 tuo cor. quantunque può, gio- 
condo»; V. 3315 fresche rose: Lucio, per tornare uomo, doveva mangiare le rose, cfr. v. 3124 e Apuleio, 
Met., XI, 13 «... coronam quae rosis amoenis intexta fulgurabat, avido ore susceptam cupidus promissi 
devoravi.»; Petr., CXCIX, 10 «fresche rose»; vv. 3377-3378 come sua bestiai... figura: Apuleio, Mei., XI, 
13 «... protinus mihi delabitur deformis et ferina facies.»; vv. 3380-3381 pura spoglia: candida veste, cfr. 
Apuleio, Met., XI, 14 «Sed sacerdos... nutu significato prius praecipit tegendo mihi linteam dari laciniam; 
v. 3381 se conforti: si assicuri; v. 3382 secura: che protegge, cfr. Apuleio, Met., XI. 15 «... teque iam nunc 
obsequio religionis nostrae dedica et ministeri! iugum subi voluntarium.»; v. 3384 nave: Apuleio, Met., XI, 
15 «... navem faberrime factam picturis miris Aegyptiorum...»; v. 3385 smorti: pallidi; v. 3386 come... 
volata: Apuleio. Met., XI, 18» Nec tamen Fama volucris pigra pinnarum tarditate cessaverat sed protinus in 
patria deae providentis adorabile beneficium meamque ipsius fortunam memorabilem narraverat passim.»; vv. 
3389-3391 Ecco... festivo: Apuleio, Met., XI, 18 «... repentino laetati gaudio varie quisque munerabundi ad 
meum festinant...»; v. 3389 cognati: in Apuleio, Met., XI, 18 «... familiares ac vemulae quique mihi proximo 
nexu sanguinis cohaerebant...»; v. 339 ì festivo: allegro; v. 3394 amene: piacevoli; vv. 3398-3400 Vedete... con- 
vento: Apuleio, Met., XI, 20 «Nocte quadam... visus est... summus sacerdos... servum etiam meum indidem 
supervenisse nomine Candidum». 



TEMPIO d'amore 95 

andando al Tempio suoi famegli trova 3402 

col candido cavai qual tenne occiso. 
Quivi gli appare anchor in foggia nova 

el sacerdote con gran comitiva 3405 

che gli dà annuncio ch'indi non se mova 
perché ha novelle da la santa diva 

eh 'è giunto al fine de suoi gran travagli 3408 

e che sua vita fia d'affanni priva. 
Come, svegliato, va negli seragli 

del gran convento u' sono i sacerdoti 341 1 

et un gli parla e gran speranza dagli 
che subito esauditii fian suoi voti 

e che sarà accettato al gregge santo 3414 

de gli conservi ad Iside devoti. 
Notate come cun sereno canto 

condotto è al Tempio e come un de colloro 3417 

de l'ordin gli dà el thema tutto quanto; 
come ad un bagno se ne va con loro 

e ben lavato, circa '1 mezzogiorno, 3420 

del Tempio è poi menato al sacro coro 
dov'egli, avendo molti frati a tomo, 

el summo sacerdote gli domanda 3423 

se nel convento cerca far soggiorno, 
che voglia sobrio star d'ogni vivanda 

per diece giorni acciò che quel celeste 3426 

cibo soave con gli el letti pranda. 
Ecco eh' i sacerdoti d'una veste 

d'un linteo rude vesteno costui, 3429 

con gran triomphi e con solenni feste. 
Come gli par che vada ai lochi bui, 

dove Plutone con sua moglie impera, 3432 

e vede Dio con tutti i santi suoi. 
Eccovi come con sommessa ciera 

de bigio pinto ad animali induto 3435 

condotto è avanti de la diva vera 



V. 34 11 sono] slatino ABC. 

V. 3403 candido cavai: Apuleio, Met., XI, 20 «... equum reddidisset colore candidum»; v. 3404 fof^f^ia: cfr. v. 
2196; V. 3405 sacerdote: Apuleio, Met., XI, 22 «Dixerat sacerdos...»; v. 3409 fia: sarà, cfr. v. 279; v. 34\0 sera- 
gli: celle del convento, cfr. Apuleio, Met., XI, 22 «... discussa quiete protinus ad receptaculum sacerdotis con- 
tendo...»; vv. 3413-3415 che... devoti: Apuleio, Met., XI, 22 «Adest tibi dies votis adsiduis exoptatus, quo dcac 
multinominis divinis imperiis per istas meas manus piissimis sacroruni arcanis insinueris.»; v. 3415 conservi: 
lat. confratelli; v. 3418 de... quanto: Apuleio, Met., XI, 22 «Indidem mihi pracdicat, quac forent ad usum tcle- 
tae necessario praeparanda.»; v. 3418 thema: prescrizioni; v. 3419 come ad un bagno... loro: Apuleio. Met., XI, 
23 «... deduci! ad proximas balneas...»; vv. 3425-3426 che... giorni: prescrizioni per entrare a far parte del 
culto di Iside, cfr. Apuleio, Met., XI, 23 «... illud piane cunctis arbitris praecipit. dcceni conlinuis illis diebus 
cibariam voluptatem cohercerem ncque ullum animai essem et invinius csscm.»; v. 3427 pranda: lat. 'mangi' 
detto, in genere, di cibo spirituale cfr. anche v. 1 805; in tal senso anche in Dante, Par., 25, 24; v. 3429 linteo: di 
lino, cfr. Apuleio, Met., XI, 23 «... linteo rudiquc me contcctum...»; vv. 343 1-3433 Come... suoi: Apuleio, Met., 
XI, 23 «Accessi confmium mortis et calcato Proserpinae limine per omnia vectus dementa remcavi. n(Kte 
media vidi solem candido coruscantcm lamine, deos inferos et deos superos accessi coram et adoravi de 
proxumo.»; v. 3432 con sua moglie: Proserpina; v. 3432 impera: lat. comanda; v. 3435 de bigio... induto: la 
tunica è di color scuro con figure d'animali (draghi e grifoni), cfr. Apuleio, Met., XI, 24 «Et umeris dependebat 
pone tcrgum talorum tenus pretiosa chlamida: Quaqua tamen viseres, colore vario circumnotatis insignibar 
animalibus...»; per bigio cfr. v. 23 19; v. 3435 induto: lat. vestito. 



96 GALEOTTO DAL CARRETTO 

e sopra un tribunale è constituto, 

avendo in mano un'accesa facella, 3438 

che dal gran sacerdote aveva avuto 
e 'n capo una corona vaga e bella 

de bianca palma a guisa de bei raggi, 3441 

tal che contento se ne sta de quella. 
Vedete come fanno i beveraggi 

del suo festivo e celebre natale, 3444 

come la diva par che '1 cuor gli irraggi; 
come, pentito del suo error mortale, 

ringratia l'alta dea con rotti pianti 3447 

che l'ha ridotto in huomo d'animale 
e l'ha sottrato da travagli tanti; 

mirate come abbraccia el santo patre 3450 

con molte gratie e con humil sembianti, 
come, ammonito da la diva matre, 

montando in barca a Roma se ne toma 3453 

al caro albergo del suo antiquo patre. 
Quivi gli appare quella diva adoma 

che lo conforta a viver con letitia, 3456 

e come in quella religion soggiorna. 
Ami. La vita de costui che con mestitia 

menata ha già gran tempo, asino essendo, 3459 

demostra l'human viver con malitia. 
Poi, riformato in huomo, io comprendo 

che sia sì come l'huom quando se pente 3462 

d'ogni commesso suo peccato borrendo. 
Acc. Donna, tua mente quel ch'io sento sente. 

Andian più a dentro dov'è l'acqua santa 3465 

qual pigliarete qua devotamente. 
Poi mostraròvi el coro ove se canta. 



v. 3450 santo patre] summo fratre ABC; v. 345 1 con molte gratie e con humil sembianti] e lo ringratia mentre 
gli sta avanti ABC; v. 3458 con AD, in BC. 

vv. 3436-3437 condotto... constituto: Apuleio, Met., XI, 24 «... ante deae simulacrum constitutum tribunal 
ligneum...»; v. 3437 tribunale: tribuna di legno; v. 3437 constituto: cfr. v. 1 199; v. 3438 avendo in mano... 
facella: Apuleio, Met., XI, 24 «At manu dextera gerebam flammis adultam facem...»; v. 3440 e 'n capo... 
bella: Apuleio, Met., XI, 24 «... et caput decore corona cinxerat palmae candidae foliis in modum radiorum 
prosistentibus»; v. 'ÌAAT) fanno i beveraggi: banchettano; v. TtAAA festivo e celebre natale: Apuleio, Met., 
XI, 24 «Exhinc festissimum celebravi natalem sacrorum et suaves epulae et faceta convivia»; v. 3445 
come... irraggi: Apuleio. Met., XI, 24 «Paucis dehinc ibidem commoratus diebus inexplicabili voluptate 
simulacri divini perfruebar, inremunerabili quippe beneficio pigneratus.»; v. 3447 ringratia... pianti: Apu- 
leio, Met., XI, 24 «... lacrimis obortis...»; v. 3447 rotti: interrotti; v. 3450 mirate... patre: Apuleio, Met., XI, 
25 «Ad istum modum deprecato summo numine complexus Mithram sacerdotem et meum iam paren- 
tem...»; v. 3450 santo patre: il sommo sacerdote Mitra, che aveva presieduto la cerimonia di iniziazione di 
Lucio; v. 3452 diva matre: Iside; vv. 3453-3454 montando... patre: Apuleio, Met., XI, 26 «... et recta 
patrium larem revisurus meum post aliquam multum temporis contendo pauscisque post diebus deae 
poteniis instinctu raptim constrictis sarcinulis, nave conscensa, Romam versus profectionem dirigo...»; 
Dante, Par., 26, 92 «o padre antico»; v. 3457 soggiorna: rimane; vv. 3458-3463 La vita... horrendo: la 
vicenda in generale può essere interpretata come un'allusione al destino dell'anima umana; occorre, infat- 
ti, fuggire dalle seduzioni terrene per raggiungere la purificazione celeste; v. 3461 riformato: ripresa la sua 
fomia; v. 3465 Andian: andiamo, cfr. v. 79; v. 3465 l'acqua santa: finita la digressione sulla vita di Lucio, 
continua il cammino di Amicizia e Integrità all'interno del Tempio con la guida di Accoglienza e Beni- 
gnità; come emerge dal testo più che un tempio pagano viene descritta una chiesa con l'acqua santa ed il 
coro (cfr. v. 3467). 



TEMPIO d'amore 97 

Accoglienza, avendo per mano Amicitia, essendo giunte inseme co l'altre 
due donne a l'acqua santa, dice. * 

Acc. Chinate i capi, poi che voi qui sete, 3468 

e l'acqua santa, come fan gl'intranti, 

da noi devotamente recevete. 
Quest'acqua è tutta de sudor d'amanti 3471 

e de sue varie lachrim'e già sparte 

nel tempo han fatto per Amor gran pianti. 
Fàtive avanti, entrate in questa parte: 3474 

eccovi el coro de color diversi, 

fatto con grande magisterio et arte, 
i cui bei legni, ben ornati e tersi, 3477 

d'aloe, mirra sono e de cipresso, 

che già per man de mastri amanti férsi. 
Questi son seggi dove i frati han messo 3480 

ciascun un nome suo, acciò se intenda 

d 'ognun l'intento manifesto expresso. 
L'un scritta ha Fede acciò che se comprenda 3483 

che per sua fede ha ne l'amor fidanza 

e che bon merto per servir gli renda. 
Questo ha Fermezza, questo ha poi Speranza, 3486 

quest'altro ha Gaudio e questo ha lo Timore, 

questo ha Sospetto e questo ha poi Mutanza, 
questo ha Fastidio e questo ha lo Dolore, 3489 

quest'altro ha Gelosia, quest'altro ha Sdegno, 

quel ha Travaglio e quel focoso Amore. 
Cossi costor fan lor palese segno 3492 

cogli habiti conformi ai scritti suoi 

che, ad uno ad uno, a dechiarar vi vegno. 
CoUui ch'ha Fede, come dissi a voi, 3495 

veste di bianco, che la Fede è pura, 

ben ch'or sia rara purità fra noi. 
Quel ch'ha Fermezza con sua veste scura 3498 

vestesi a bruno e chi ha Dolor e Affanno, 

che '1 negro è color fermo per natura. 
Quel ch'ha Speranza veste el verde panno, 3501 

ch'in gli arbor verdi se ripon la speme 

che fàccian frutto, come spesso fanno. 
Collui ch'ha '1 Gaudio, e le sue voglie extreme 3504 

ha del gioito Amor, el giallo veste, 

ch'i frutti la più parte han giallo el seme. 
Quel ch'ha Timor di perso ha la sua veste, 3507 

che sempre perder teme el bene amato 

e varia sempre in voglie aspre e moleste. 



* a] dov'è ABC, * dice] gli dice ABC; v. 3468 qui] qua ABC; v. 3470 devotamente] con devozione ABC; 
v. 3478 mirra] e mirra ABC. 

V. 3476 magisterio: perfezione; v. 3478 aloe: legno profumato che si utilizza per cofanetti e cassette; v. 
3479 mastri: maestri; v. 3488 Mutanza: Incostanza; v. 3492 Cossi: allo stesso modo; v. 3493 co' gli habiti 
conformi: inizia una parte dedicata al significato simbolico dei colori, tematica molto diffusa nella lettera- 
tura cortigiana; v. 3493 suoi: cfr. v. 34; v. 3500 fermo: immutabile, invariabile; v. 3501 Speranza veste el 
verde panno: Dante, Purg., 3, 135 «mentre che la Speranza ha fior del verde»; v. 3504 extreme: esagerate; 
v. 3507 perso: di color scuro. 



98 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Quel ch'ha Sospetto è d'occhi reccamato, 3510 

d'occhi che stanno oltra misura aperti, 

quai sempre se riguardan d'ogni lato. 
Quel ch'ha la Gelosia porta coperti 3513 

suoi membri de turchino, perché Clitia 

ha suoi bei fiori in tal color inserti, 
eh 'ella gelosa stette per mestitia 35 1 6 

ben nove giorni senza cibo alcuno, 

hor mira '1 Sol col qual ebbe amicitia. 
Collui ch'ha Sdegno, perché quel a ognuno 3519 

fa colera cerulea in secreto, 

veste el ceruleo, ch'è fra '1 verde e '1 bruno. 
Quel ch'ha Fortezza vestesi el taneto, 3522 

che del forte leon ha '1 color vero 

e porta tal color chi non è lieto. 
Quel ch'ha Mudanza, qual vario e leggero, 3525 

porta el colore del legger cangiante, 

ch'è color vario e non come altri intiero. 
Quel ch'ha Travaglio, per sue anguste tante, 3528 

l'habito porta biggio e cineritio, 

che '1 volto è tal del travagliato amante. 
Quel ch'ha focoso Amor rosso ha '1 cilitio, 3531 

che '1 foco è rosso e '1 sangue ove amor regna, 

e lo morel d'amor secreto è inditio. 
El rosso anchor è di vendetta insegna 3534 

che chi de vindicarsi ha fermo intento 

par che '1 cor merso in sangue acceso tegna. 
L'incarnato è d'Amor raffredamento 3537 

che l'hermodatil proprio ha color tale 

che appar del fredo inverno ne l'advento. 
Questo color gli amanti hanno che male 3540 

stan con Amor che, per l'ingiurie avute, 

par che '1 suo foco se raffredi e cale 
e, perché par ch'Amor già gli refute 3543 

l'infime sede agli novitii date, 

per essi abietti a lor son costitute. 
L'aspre cinture, che costor ligate 3546 

portano a tomo a le lor carni ignude, 

sono de corde a molti groppi ornate. 
Le discipline, despietate e crude, 3549 

son nodose cathene de fino oro, 

battute da Vulcano a l'aspra incude. 

v. 3525 vario] vano ABC; v. 3545 essi] loro ABC. 

V. 35 15 inserii: inseriti; per la storia di Clizia si veda v. 2233 e v. 2253; vv. 35 16-35 18 ch'ella... amicitia: Ovi- 
dio, Met., IV, 262-270 «Perque novem luces expers undaeque cibique rore mero lacrimisque suis ieiunia pavit 
nec se movit humo...»; v. 3520 colera: forma scempiata per 'collera'; v. 3520 cerulea: azzurro chiaro; v. 3522 
tanèto: panno di color bruno-giallo; v. 3525 Mudanza: cfr. v. 3488; v. 3526 cangiante: che muta colore, che si 
trasforma allo sguardo; v. 3527 intiero: di una stessa tinta, che non cambia colore; v. 3529 biggio: cfr. v. 2319; 
V. 3529 cineritio: cfr. v. 2542; v. 353 1 cilitio: veste ruvida e rozza che si portava per penitenza; v. 3533 morel: 
di color nero o bruno scuro; v. 3536 merso: immerso (GDLI dove è attestato il verso di Galeouo); v. 3537 
incarnato: rosa; v. 3538 hermodatil: pianta bulbosa proveniente dall'Egitto e dalla Siria che ha il fiore col 
lembo grande, aperto, macchiato di piccoli quadrati porposini a scacchi; nasce all'arrivo dell'inverno; v. 3542 
cale: diminuisca; v. 3544 sede: seggi; v. 3544 novitii: novizi; v. 3545 abietti: lat. scacciati; v. 3545 costitute: 
assegnate; v. 3546 aspre: dolorose; v. 3549 discipline: regole; v. 3549 despietate: inflessibili; v. 355 1 Vulcano: 
antico dio italico del fuoco. 



TEMPIO d'amore 99 

Altri hanno corde de sottil lavoro 3552 

con fili intorti in intricati nodi, 

fatte per darsi notte e dì martoro. 
Ciascun ha una corona fatta a chiodi 3555 

pungenti d'or, con tribuli signata, 

e con tal sfilza ognun dice sue lodi. 
La turba degli monaci sacrata 3558 

cinque fiate el giorno gli hymni canta, 

con querula armonia ad Amor grata, 
solo a memoria e reverentia santa 3561 

del corpo human de' cinque sentimenti 

ch'han con Amore autoritate tanta. 
Gli hymni che cantan con soavi accenti 3564 

sono amorose e dolci canzonette 

che dan ristoro a' suoi pensieri ardenti. 
Sopra lor veste, de cathene strette, 3567 

ciascun di bruna porta una patientia, 

che la legge d'Amor così commette. 
Ciascuno al voler proprio dà licentia 3570 

e di memoria e di penser se pasce 

e sempre ha un verme a tomo a la coscientia 
e quando un penser mòr, l'altro gli nasce, 3573 

e chi più vói fuggir piìi resta avvolto 

tanti nodi hanno l'amorose fasce. 
Ognun di loro è macilento in volto, 3576 

la barba ha longa e va cogli occhi bassi 

e, per amar troppo altri, odiasi molto. 
I cibi lor non son già troppo grassi 3579 

ma sempre de dolor mangiano el pane, 

pan che non parmi che lor troppo ingrassi. 
Ami. Queste, per certo, son pur vite strane 3582 

che costor fanno in questo monasterio 

et, al giudicio mio, son genti insane 
che essi, cercando ognhor con desiderio 3585 

a l'alme sue tant' affannate pace, 

bramano morte per più refrigerio. 
Ma persevera in dirmi, se '1 te piace, 3588 

il resto che tu intendi a dechiararmi, 

che certo d'ascoltar non me despiace. 
Acc. Ilor parlar non son di guerre o d'armi 3591 

ma motti arguti in amorosa voce 

che tutto tempo in damo speso parmi. 
De lor ciascuno in frode che gli noce 3594 

lieto se inganna e prendene tal gioia, 

che brama più servir quanto più cuoce. 
Poi quando '1 tempo, come avien, gli annoia 3597 

v. 3575 nodi] groppi ABC; v. 3585 essi] lor ABC; v. 3587 bramano] cercano ABC; v. 3592 in] et ABC; 

v. 3554 notte e dì: cfr. v. 1287; v. 3556 tribuli: spine; v. 3557 sfilza: corona costituita da grani o pallottoline che 
serve per contare un numero corrispondente di orazioni e giaculatorie; v. 2i559 fiate: volte; v. 3560 querula: 
lamentevole; v. 3560 grata: cfr. v. 860; v. 3562 sentimenti: sensi; v. 3564 soavi accenti: Pctr., CCLXXXIII, 6 
«soavi accenti»; v. 3566 suoi: cfr. v. 34; v. 3568 patientia: abito religioso, cfr. v. 2541; v. 3569 commette: 
impone; v. 3579 grassi: appetitosi, prelibati; da notare la rima derivata con ingrassi del v. 3581; v. 3582 strane: 
particolari; v. 3592 arguti: mordaci; v. 3596 cuoce: si tormenta, si affligge. 



1 00 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Stanno tra lor in le sue ornate celle 

con canti e suoni per schiffar la noia. 
Tutti costor han de sue dive belle, 3600 

ad uno ad un, l'imagine retratta 

per man d'altro pittor che Prasitelle, 
con magisterio et arte sì ben fatta 3603 

che giudicar se può, ch'ognun del centro 

del suo profundo cor ha l'idea tratta. 
Hor non più quanto a questo: entrian più adentro. 3606 

L'Amicitia dice a l'Accoglienza. * 

Ami. Quanto noi siamo a voi donne obligate 

che con bei modi e placidi sermoni 

questi lochi del Tempio ne mostrate! 3609 

Ma tu, Accoglienza, poi che te disponi 

mostrarne l'altre cose ch'ivi sono, 

noi te preghian che tutte ne l'esponi. 3612 

Acc. Se voi me ascoltarete i' me dispono 

mostrarvi el resto con benegno affetto: 

hor state attente a quel che vi ragiono. 3615 

Quel animai che tene in alto eretto 

el legno dove stanno i libri affissi, 

quando se canta in cor. Chimera è detto. 361 8 

Questi sono libri ch'hanno i salmi spissi, 

le tavole son d'or de strali aurati 

ch'ebber già quei che con Amor son vissi. 3621 

Le carte son de coni excoriati 

de molti i quai, per non stimar fatiche, 

per empie donne fur martirizati. 3624 

Le lettre son de smalti e le rubriche 

sono di sangue de col lor ch'in croce 

fur morti per le sue crudel nemiche. 3627 

Quelli organetti fatti son de voce 

d'amanti che, patendo aspri martiri, 

d'Amor fur condannati a morte atroce. 3630 

I mantici son pieni de sospiri: 

Affanno è quel che per destin gli mena 

acciò che '1 suono per le canne spiri 3633 

e '1 Refrigerio è quel che allarga e frena. 



* la didascalia è diversa: L'Amicitia va con la sua compagna Integrità più avanti nel Tempio insieme con Acco- 
glienza e Benignità e dice ad Accoglienza così ABC; v. 3616 Quel] Questo ABC. 

v. 3599 schiffar: sfuggire, cfr. v. 1801; v. 3602 per man... Prasitelle: Amore; l'individuazione di questo artista, 
diverso da Prassitele, si ricava indirettamente da un sonetto del Petrarca, cfr. Petrarca CXXX, 9-11 «E sol ad 
un'imagine m'attegno, che fé non Zeusi o Prasiteie o Fidia, ma miglior maestro e di più alto ingegno» ; v. 3602 
pittor: questo termine è usato dal Carbone per indicare gli artisti in genere, cfr. Zippel, Artisti, pp. 405-407; v. 
3602 Prasitelle: Prassitele, scultore greco; v. 3605 l'idea tratta: l'autore si riferisce alla teoria neoplatonica, in 
particolare all'immagine del mondo delle idee; v. 3609 ne: cfr. v. 702; v. 3612 preghian: preghiamo, cfr. v. 79; 
V. 3612 ne: cfr. v. 702; v. 3618 Chimera: mostro mitologico dalla testa di leone, corpo di capra e coda di drago 
e dal fiato di fuoco; v. 3619 salmi spissi: pieni di salmi; v. 3621 vissi: cfr. v. 274; v. 3622 corii excoriati: lat. 
pelli scorticate; v. 3625 rubriche: le regole secondo le quali si deve celebrare la liturgia e l'officio divino, dette 
così perché comunemente si scrivono a lettere rosse sui Messali e sui Breviari; v. 3629 aspri martiri: Dante, 
Inf., 16, 6 «aspro martire»; v. 363 1 mantici: mantice, strumento che attrae e manda fuori l'aria e serve per dar 
fiato a strumenti musicali e simili. 



TEMPIO d'amore 101 

con la sua dotta man, tutti i registri 

e suona a suo piacer la cantilena. 3636 

Le lampade, che vedi là ai sinistri 

lochi, son casse d'occhi d'alme dive 

che fecer tanti già ad Amor ministri; 3639 

i lumi son sue luci anchora vive 

che dan tai raggi con sua fiamma molle 

che chi le mira par de duol se prive. 3642 

L'olio è liquor stillato da medolle 

de corpi afflitti, lambicati al forno, 

che fuor de l'ossa ogni vigor gli lolle. 3645 

Quest'è '1 turribul legiadretto adomo, 

fatto de giaccio adamantino e duro, 

de donne che empie a' suoi amanti forno. 3648 

L'incenso è cener trito alquanto oscuro 

fatto de cori, in foco d'Amor arsi, 

ch'in trita polve già conversi furo. 3651 

Quell'è l'altare u' sacrifitio farsi 

sòl de ritrosi e fugitivi amanti 

che volsero d'Amor già rebellarsi. 3654 

Quei doi sublimi e deaurati santi 

son Vener bella col suo car Fanciullo: 

la matre è asisa e '1 figlio gli sta avanti 3657 

e, per soave e placido trastullo, 

tesseno reti aurate fatte a groppi 

da chi campano pochi o quasi nullo. 3660 

La matre tesse e '1 figlio par che aggroppi 

gl'indisolubil lacci con tant'arte 

che guai a quel ch'avien ch'in essi intoppi. 3663 

Indi non longe sta Vulcano a parte 

et altre reti fa simili a quelle 

con che già prese la sua moglie e Marte, 3666 

e 'n la fucina fa vive facelle 

e con pur auro i strali ad Amor tempra, 

acciò che l'alme a lui non fian rebelle; 3669 

e con sua propria man gli dà tal tempra 

che chiunque è de un de quelli vulnerato 

con mente alegra se consuma e stempra. 3672 

Quelle due statue che gli stanno a lato 

l'una è Lascivia e l'altra è l'Otio humano, 

che per alumno al Fanciullin fu dato. 3675 

Ciascun di lor ha un cero acceso in mano, 

V. 3646 legiadretto adorno] leggiadretto e adorno ABC; v. 3660 o] e ABC; v. 3662 lacci] nodi ABC; v. 3672 
niente alegra] lieta niente ABC; 

v. 3635 registri: serie di canne dell'organo che riproducono l'estensione e il timbro di uno strumento; v. 3638 
alme dive: Petr., T.M., 2. 19 «l'alma mia diva»; v. 3639 che fecer... ministri: che fecero innamorare molti; v. 
3640 luci: occhi; v. 3641 tai: cfr. v. 1444; v. 3643 liquor: cfr. v. 2612; v. 3644 lambicati: distillati; v. 3646 tur- 
ribul: vaso in cui si brucia l'incenso durante le funzioni religiose; v. 3646 legiadretto: grazioso; v. 3647 giac- 
cio: ghiaccio; v. 3647 adamantino: di diamante; v. 3648 a: verso; v. 3648 suoi: cfr. v. 34; v. 3650 cori: cuori; v. 
3655 deaurati: dorati; v. 3656 car Fanciullo: Amore; v. 3659 reti: sono le reti dell'amore; v. 3660 da chi: dalle 
quali, cfr. v. 1559; v. 3663 intoppi: incappi; v. 3665 reti: costruisce reti e lacci trasparenti per intrappolare 
Venere con Marte, Ovidio, Met., IV, 176-178 «Extemplo graciles ex aere catenas retiaque et loqucos quae 
lumina fallcrc possent climat.»; v. 3666 prese: sorprese; v. 3666 sua moglie: Venere; v. 3668 / strali ad 
Amor tempra: tipica immagine lirica; v. 3671 vulnerato: ferito; v. 3673 gli stanno a lato: a Venere; v. 3675 
Fanciullin: cfr v. 3656. 



102 GALEOTTO DAL CARRETTO 

con altri mamolin con lume tale 

che fa splendor da presso e da lontano. 3678 

Due candide colombe con larghe ale 

stan sotto '1 trono de la diva asisa, 

ch'in dono gli fur date al suo natale. 3681 

Ami. Che cosa è quella che là sta divisa 

di questo loco, u' siamo in compagnia, 

che d'un sacello adomo è fatta a guisa? 3684 

Acc. Quest'altro è '1 loco de la sacrestia 

dove son chiusi mille doni e veste 

de' varii amanti morti a morte ria. 3687 

Vi son de Enea l'exuvie funeste 

che dede a Dido del suo amor per pegno, 

sopra del qual fé' sue querele meste. 3690 

Ivi è quel don de la camisa indegno 

che ad Hercule mandò già Deianira, 

ch'ebbe da Nesso perfido e malegno. 3693 

Vi è la corona che a sé il fuoco tira, 

che già mandò Medea al suo lasòne 

che sua sposa abbrusò con arte mira. 3696 

Ivi è la veste che ad Agamemnòne 

de Clitemestra per far lieto Egisto, 

moglie deforme a l'altre donne buone; 3699 

e vi è '1 purpureo crin fatai, don tristo, 

che Sylla d'amor presa al patre tolse, 

qual dal suo amante Minos fu mal visto; 3702 

e '1 pomo con che Acontio accorto accolse 

la sua Cidippe simplicetta e pura, 

v. 3683 di] da ABC; v. 3699 donne buone] honeste donne ABC; v. 3700 e vi è] Vi è il ABC; v. 3703 e'I] Vi 
è et ABC. 

V. 3677 mamolin: bambini; v. 3678 da presso: vicino, cfr. Rohlfs, II, 874; v. 3679 colombe: uccelli sacri a Venere; 
V. 3683 di: da, Rohlfs, III, 804; v. 3687 morte ria: Petr.. CCCXVII, 7 «morte ria»; v. 3688 exuvie: lat. spoglie; si 
tratta dei ricordi, vesti e oggetti personali di Enea; v. 3690 querele: lamenti; v. 3691 camisa: camicia, v. 3692 
Deianira: Deianira era sposata ad Eracle; quando il centauro Nesso tentò di rapirla, Eracle lo trafisse con una frec- 
cia. Tuttavia prima di morire Nesso ideò un perfido piano di vendetta, esortando Deianira a prelevare un po' di 
sangue dalla ferita ed a custodirlo: infatti, sarebbe bastato cospargere quel sangue su una tunica del marito per 
riacquistarne l'affètto. Scoperto che il marito si era innamorato di Iole, si ricordò delle parole di Nesso e preparò 
la tunica, senza sospettare che il sangue di Nesso era un potentissimo veleno. Infatti, quando l'eroe indossò la tuni- 
ca subito si sentì bruciare e, non potendo più resistere, fece erigere un rogo e vi si fece bruciare, Ovidio Met, IX, 
134-229 (cfr. vv. 2265-2267); v. 3694 Vi è la corona: Medea era sposata a Giasone. Ben presto però il marito si 
stancò di lei perché si era innamorato di Creusa, figlia del re Creonte. Tuttavia la perfida maga, ottenuto che il loro 
matrimonio fosse rinviato, inviò in dono alla sposa un abito nuziale (non si è rinvenuta la leggenda che parli di 
corona) che aveva cosparso di veleno. Non appena Creusa lo indossò fu avvolta da un fuoco impetuoso che la bru- 
ciò insieme con il padre, accorso in suo aiuto (cfr. vv. 2262-2264); v. 3698 Clitemestra: Clitemnestra costretta a 
sposare Agamennone tramò insieme ad Egisto per uccidere il marito. Ucciso Agamennone, Egisto riuscì a regnare 
su Micene ma sette anni dopo Oreste vendicò il padre, uccidendo Egisto e Clitemnestra; Petr, TA., 3, 17 «Né 
vede Egisto e l'empia Clitemestra», Boccaccio, Filocolo. Ili, 25, 2, III, 35,5, IV, 46, 13, Boccaccio, Amorosa 
Visione, VIII. 73-75, XXV 6; XXXIV 73-78 e Boccaccio, Fiammetta, V, 5, 18; v. 3699 deforme: spregevole; v. 
3701 Sylla: Scilla innamorata di Minosse, nemico della sua patria, strappò il capello rosso del padre, simbolo del 
destino del re e della patria, e lo presentò a Minosse per ingraziarselo; ripudiata venne trasformata in uccello dal 
padre, Ovidio, Met., VIII. 1-151 Petrarca, T.A., 2, 163-164 «... e vidi la crudel figlia di Niso fuggir volando...» e 
Boccaccio, Amorosa Visione, XXIV, 86 B e 87 A; v. 3703 accorto: cfn v. 1635; v. 3703 accolse: legò a sé; v. 3704 
Cidippe: Cidippe, vergine sacra a Diana, lesse nel Tempio di Diana la formula di giuramento nuziale che Aconzio, 
innamorato di lei, aveva scritto su un pomo e si trovò legata a lui per sempre, poiché ciò che si prometteva a Diana 
diventava sacro; Ovidio, Heroides, XX, XXI, Ovidio, Ars amatoria, I, 457-458, Boccaccio, Filocolo, III, 5 6, 18 
24 e Boccaccio, Amorosa Visione, XXV 76-88 e Petr., TA., 2, 1 87 «e d'un pomo beffata al fin Cidippe». 



TEMPIO d'amore 103 

qual come l'ebbe più da lui noi sciolse. 3705 

Vi son le palle d'or che, con gran cura, 

Hippomene gettò per Athalanta 

che troppo al corso se fé' già secura. 3708 

Vi son i doni che, con fraude tanta, 

Cephalo a Procri per tentarla dede, 

qual poi nel fin da lui fu morta e pianta. 371 1 

In questo sacro luoco vi si vede 

una grande arca dove son reposi 

tutti i misteri che d'Amor fan fede. 3714 

Molti adminicul vi sono anco ascosi 

con che se deder morte in fogge mille 

gli amanti che fornirò i dì noiosi. 3717 

Ecco '1 capestro che de morte a Phille 

e la crudel mortifera saetta 

con che Paris occise el forte Achille; 3720 

e gli carboni accesi che già in fretta 

Portia prese tosto come intese 

morto '1 suo Brutto e vinta ogni sua setta; 3723 

e '1 velo insanguinato che già prese 

Pirramo al fonte, e la pungente spada 

che Tisbe e lui ad una morte offese. 3726 

Acciò che meglio discorrendo vada 

l'altre gran cose ch'ivi son rinchiuse 

una ve n'è che par che raro accada: 3729 

del gladiator vi è '1 sangue che se infuse 

sopra Faustina del suo amor sì inferma 

che tant'ebbe virtù che '1 mal gli excluse. 3732 

Ami. Gran cose son che a noi tua lingua afferma 

ch'ogni mortai, che con Amor combatte, 



V. 3717 fornirò] finirò ABC. 

V. 3707 Hippomene... Athalanta: cfr. v. 3006; v. 3708 corso: correre; v. 3710 Cephalo... Procri: Cefalo 
aveva sposato Procri e i due erano innamoratissimi. Eos, dea dell'amore, invaghitasi di Cefalo, si offerse a 
lui ma questi volle serbarsi fedele a Procri. Allora Eos insinuò che Procri non avrebbe esitato a concedersi, 
in cambio di un adeguato regalo. Cefalo, trasformatosi in un certo Pteleo, tentò Procri offrendole un diade- 
ma d'oro. Quando si accorse che Eos aveva ragione non esitò ad abbandonare la moglie; cfr. anche v. 
2256; V. 3715 adminicul: oggetti; v. 3715 anco: cfr. 1376; v. 37 \6 fogge: cfr. v. 2196; v. 31 \1 fornirò: ter- 
minarono; V. 3717 noiosi: infelici; v. 3718 Phille: Filli o Fillide, mitica figlia di Filleo re della Tracia che, 
dopo essersi fidanzata, venne abbandonata dal suo promesso sposo e si uccise; per questo venne trasforma- 
ta in mandorlo. Fugace il riferimento a questo mito anche se indubbiamente Galeotto aveva presente i passi 
ovidiani, cfr. Ovidio, Heroides, II e Ars amatoria, II, 353. Accenni all'episodio si trovano anche in Boc- 
caccio, Filocolo, II, 17, 11, IV, 83, 3 e Boccaccio, Amorosa Visione, XXV 62; v. 3719 mortifera: mortale; 
v. 3720 Paris: Paride uccise Achille colpendolo nel tallone; v. 3722 Portia: Porzia moglie di Bruto, uno 
degli uccisori di Cesare, si conficcò un pugnale nelle carni per dimostrare che era degna di venir messa a 
parte della congiura; dopo il fallimento di quest'ultima si uccise inghiottendo carboni ardenti; Pctr.. T.A., 
3, 3 1 «L'altra è Portia che '1 ferro e '1 foco affina»; v. 3723 setta: congiura; v. 3725-3726 Pirramo... Tishe: 
Piramo trovò sotto un gelso il velo dell'amata Tisbe macchiato di sangue e, per il dolore, si uccise; Tisbe, 
vedendo il corpo dell'amato, si uccise a sua volta; Petr., T.A., 3, 20 «Vedi Piramo e Tisbe inseme a l'om- 
bra». Dante, Purg., XXVII, 37-39 «Come al nome di Tisbe aperse il ciglio Piramo in su la morte, e riguar- 
dolla allor che '1 gelso diventò vermiglio;» e Dante, Purg, XXXIII, 69 «... e '1 piacer loro un Piramo a la 
gelsa...». Accenni all'episodio anche in Boccaccio, Filocolo, I. 24 4 e Filocolo, III. 63 13; per il mito si 
veda Ovidio, Met., IV. 55-166. La loro storia viene ripresa anche ai vv. 3855-3857; v. 3730 infuse: sparse; 
V. 3731 Faustina: moglie dell'imperatore Marco Aurelio; Petr., T.A., 1, 102 «Ma pur Faustina il fa qui star 
a segno», cfr. anche v. 3806; v. 3731 inferma: tormentata; v. 3732 excluse: lat. venne meno. 



1 04 GALEOTTO DAL CARRETTO 

ben gli convien che se ripari e scherma, 3735 

perché ha tante arme per offender fatte 

e tanta gente e 'ncanti e reti e nodi 

che tutto' 1 mondo con sua forza abbatte. 3738 

Ma acciò ch'a audirti e ' spirti abbian più sodi 

narrane, prego, tutte l'altre cose 

che son nel Tempio in mille parti e modi, 3741 

che sian de udirte assai desiderose. 

L'Accoglienza e la Benignità menano l'Amicitia et Integrità al luoco del 
Tempio dove sono i trophei d'Amore et Accoglientia dice. * 

Acc. Poi che-vi piace in tutto esser instrutte 

di quel ch'in parte aviso già vi dèi, 3744 

quest'altre cose vo' narrarvi tutte. 
Quei legni aurati e incliti trophei, 

che qua vedete in alto tutti affissi, 3747 

son de' notabil viri e de' gran dei 
i quai de donne per beltà son vissi 

servi del nostro celebrato santo, 3750 

ch'ha tant' autorità, come ve dissi. 
Quel gran tropheo che vedi al destro canto 

è il folgore di Giove sì possente 3753 

che Europa, Danae, Alchmena amò già tanto. 
Quell'altro è di Neptuno el gran tridente 

ch'amò Iphimedia, Cerere e Medusa 3756 

e per Melantho anchor la fiamma sente. 
Quell'altro è l'arco e 'strali e l'herba che usa 

Appello al medicar, ma non gli valse 3759 

ch'ebbe per Daphne in cor la fiamma chiusa. 



V. 3739 ch'a udirti e 'spirli abbian più sodi] che meglio te ascoltando i' godi ABC; * e la Benignità] e Beni- 
gnità ABC; V. 3746 Quei legni aurati] Quest'arme aurate ABC. 

V. 3735 scherma: protegga; vv. 3743-3772 Poi che... se dimanda: questa parte riprende, anche per la scelta di alcu- 
ne parole rima, un'analoga descrizione del Fregoso, cfr. Fregoso, CB, VII, 35-37 «Partiti dal bel fonte onde io 
bevei, sotto a le logge al mur vidi suspesi li gloriosi spogli e gran trofei per quali chiaramente allor compresi esser 
vinte de Amore omini e dei e già nel trionfo suo menati presi. Di Giove il fulmin vidi paventoso, che par menaci 
ancor così fumoso; l'arco di Febo e la faretra gli era, la celata di Marte e il scudo immenso ancora orrore io n'ho, 
quando repenso a quella foggia inusitata altiera; di Nettuno il tridente gli è suspenso; e di Mercurio il caduceo e le 
arpe gli erano affisse e le sue alate scarpe. Seguiva poi il bel tirso di bacco; di Ercule forte senza. paragone la clava 
con la quale occise Cacco vidi e la pelle dil nemeo leone. Io era quasi dil guardar già stracco, anzi pur vinto da la 
ammirazione, quando mi accorsi doi star lì in disparte, Parme superbe a contemplar di Marte; v. 3744 dèi: diedi, 
cfr Rohlfs. II, 585; v. 3746 incliti: cfr. v. 135; v. 3749 vissi: cfr. v. 274; v. 3751 v^: vi, cfr. Rohlfs, I, 461; v. 3752 
Quel: da notare la sintassi fortemente iterativa e anaforica, ricalcata sul Petrarca; v. 3752 canto: cfr. v. 2034; v. 3753 
Giove: rappresentazione degli amori di Giove, ricalcata direttamente da Ovidio, M^r, VI, 103-114; v. 2>154 Europa, 
Danae. Alchmena: Europa, figlia del re fenicio Agenore e sorella di Cadmo, venne rapita da Giove mutatosi in 
toro, che la trasportò a Creta dove divenne madre di Minosse, cfr Ovidio, Met., VI, 103-107; Danae, figlia di Acri- 
sio. rinchiusa dal padre in una torre, venne raggiunta da Giove sotto forma di pioggia d'oro, cfr Ovidio, Met., VI, 
1 13; Alcmena, moglie di Anfitrione, fu sedotta da Giove che assunse le sembianze del marito, cfr. Ovidio, VI, 1 12; 
V. 3755 Neptuno: rappresentazione degli amori di Nettuno che segue, come in Ovidio, quella di Giove, cfr Ovidio, 
Met., VI, 1 15-120; v. 3755 tridente: tipico attributo di Nettuno; v. 3756 Iphimedia: Ifimedia ebbe da Nettuno i figli 
Oto ed Efìàlte, cfr Ovidio, Met., VI, 115-117; v. 3756 Cerere: dea protettrice delle messi, Ovidio Met., VI, 118- 
119; v. 3756 Medusa: una delle tre Gorgoni, l'unica ritenuta mortale, sedotta da Nettuno in un Tempio di Atena, 
ebbe da questa trasformati i capelli in serpenti, cfn Ovidio, Met., VI, 1 19-120; v. 3757 Melantho: Melanto, figlia di 
Deucalione, sedotta da Nettuno trasformatosi in delfino, dette alla luce Delfo, cfr. Ovidio, Met., VI, 120; v. 3759 
Appallo: dio della medicina; v. 3760 Daphne: Dafne, figlia del Penco (fiume della Tessaglia), inseguita da Apollo 
che si era innamorato di lei, fuggì e si fece trasformare in alloro, cfn Ovidio, Met., I, 450-567. 



TEMPIO d'amore 105 

Quell'altro è '1 carro ove Pluton con false 

arti là giù Proserpina condusse, 3762 

né del suo tanto lamentar gli calse. 
Quell'è il caduceo de collui ch'indusse 

Argo a dormir col canto e con sua lira 3765 

e poi la vacca da l'armento abdusse. 
Mercurio è quel che l'anime su tira 

dal basso abisso et altre ad Orco manda 3768 

e la bella Gannente anchor desira. 
Quell'altra è l'uva ne la qual bevanda 

Bacco, converso, Erìgone compresse, 3771 

qual fatta stella Virgo se dimanda. 
Ami. Quel elmo ch'ha le piume in auro spesse 

e quella falce, che gli sta da parte, 3774 

quai sono i dii per cui fur qui messe? 
Acc. Quel elmo, che tu dici, fu di Marte 

che tante volte strinse el collo ebumo 3777 

de Citharea e l'altra ascosa parte. 
Quell'altra è la gran falce de Saturno 

che Phìlira già amò qual, per star seco, 3780 

sue membra in un cavai converse fumo. 
Quell'altra è l 'basta di quel forte greco 

che incauto occiso fu per Polisena, 3783 

tanto lo fece Amor insano e ceco. 
Quell'è la clava del figlici de Alchmena 

che già filò con la sua amata Iole: 3786 

guarda a che passo Amor gli amanti mena! 
Quell'è d'Orpheo la lira il qual se dòle 

d'aver perduta la bella Euridice 3789 

v. 3769 la bella] l'alma sua ABC; v. 3775 qui] ivi ABC; v. 3784 insano e ceco] già colui ceco ABC. 

vv. 3761-3762 Pluton... Proserpina: Proserpina, dea amata da Plutone, fu condotta da questi neiroitretomba, 
cfr. Ovidio, Met., V, 341-571; si veda anche Dante, Purg.,XXVUl, 49-51 «Tu mi fai rimembrar dove e qual era 
Proserpina nel tempo che perdette la madre lei, ed ella primavera.» e Petr., T.A., 1, 153 «E Plutone e Proserpina 
in disparte!». La vicenda viene ripresa, inoltre, da Boccaccio, /tworo^a Visione, XX, 26; v. 3763 calse: importò; 
V. 3764 caduceo: verga con due serpenti simmetricamente intrecciati e due ali aperte alla sommità; è il simbolo 
di Mercurio (Ermes), in qualità di messo di Giove; v. 3765 Argo: mostro con cento occhi, guardiano di Io tra- 
sformata in giovenca (cfr. vv. 2251-2252), è ucciso nel sonno da Mercurio su richiesta di Giove, cfr Ovidio, 
Met., I, 610-747; v. 3765 lira: Mercurio addormenta Argo con la zampogna; v. 3766 abdusse: lat. condusse via; 
vv. 3767-3768 Mercurio... manda: Mercurio, oltre che messaggero degli dei e servitore di Giove, accompagna- 
va i defunti nell'oltretomba; v. 3768 Orco: Avemo; v. 3769 Carmente: Carmcnta era una divina veggente che, 
secondo la tradizione romana, sarebbe venuta con il figlio Evandro nel Lazio dall'Arcadia, cfr Virgilio, En., 
Vili, 471-481; v. 3771 Erìgone: Erìgone, sedotta da Bacco trasformatosi in pigna d'uva, s'impiccò quando i 
contadini dell'Attica uccisero suo padre Icario che aveva diffuso l'uso del vino; fu mutata da Bacco stesso nella 
costellazione della Vergine, cfr Ovidio, Met., VI, 125 e X, 450-45 1 ; v. 377 1 compresse: sedusse; v. 3772 diman- 
da: chiama; v. 3773 spesse: fitte, folte; v. 3776 elmo... Marte: ancora una volta il riferimento all'amore di Marte 
per Venere, cfr. vv. 3664-3666; v. 3777 eburno: ebumeo, bianco come l'avorio; v. 3780 Phìlira: Filira. figlia del- 
l'Ocèano e di Teli, ebbe da Saturno, trasformatosi in cavallo, il centauro Chirone, Ovidio, Mei., VI, 126, Boc- 
caccio, Amorosa Visione, XX, 21 e Boccaccio, Genealogia, VII, 62 e Vili, 8; v. 3782 di quel forte greco: Achil- 
le; v. 3783 per: a causa di; v. 3783 Polisena: Polissena bellissima figlia di Priamo e di Ecuba, amata da Achille e 
causa involontaria della sua morte; Achille fu. infatti, ucciso a tradimento da Paride mentre festeggiava le nozze, 
Ovidio, Met., XIII, 449-490, Virgilio, En., III. 321-343, Boccaccio, Eilocolo, IV 45. 5. Boccaccio, IX, 16-18 e 
XXIV 43-5 1 , Boccaccio, Genealogia, VI, 2 e Boccaccio, Fiammetta, V, 27,8; v. 3784 /4wor... cieco: Petr, CCXC, 
9 «ceco Amor» e Petr, CCCXXXVIII, 2 «Amor ceco»; v. 3785 figliol de Alchmena: Eracle; v. 3786 Iole: cfr v. 
3010; vv. 3788-3789 Orpheo... Euridice: Ori'eo. cantore e musico della Tracia, figlio di Apollo e della Musa Cal- 
liope, perse la moglie Euridice morsa da un serpente e, sceso nel regno dei morti, ottenne di riportarla sulla terra a 
patto di non voltarsi a guardarla durante il tragitto, ma si voltò e la riperse, cfr. Ovidio, Mei., XI, 1 -66. 



106 GALEOTTO DAL CARRETTO 

e che Pluton più dar non gliela vòle. 
Quell'è '1 coltello col qual, come se dice, 

Perseo occise la marina fera 3792 

per liberar Andromada infelice. 
Quell'altro è l'aureo vel che l'empia e fera 

Medea al gran lason acquistar feo 3795 

che dal vigil serpente guardato era. 
Quell'altro è '1 Minotauro che Theseo, 

per opra de Ariadna inamorata, 3798 

nel laberinto entrando al fin prendeo. 
Quell'aquila, che d'oro è coronata 

de Cesar fu ch'amando Cleopatra, 3801 

fé' che da Ptholomeo fu risguardata. 
Quell'altra è de Neron che, con morte atra, 

fece morir Statilia e Messalina, 3804 

dil che in suo biasmo tutto '1 mondo latra. 
Quell'altra è l'alma imagin de Faustina 

che tant'amata fu da quel bon Marco, 3807 

qual fu dotato e pien d'ogni dottrina. 
Quell'altra è de Dionisio in cibi parco 

che Aristonica già amò con la Locrense, 3810 

anchor che fosse de sospetto carco. 
Molte altre insegne son su quelle mense 

d'altri famosi e valorosi spirti 3813 

che vèdonsi per ordine sospense, 



V. 3808 qual\che ABC; v. 'Ì%\Q Aristonica ABCD: si è conservata questa forma, benché diversa rispetto alla fonte 
latina, perché la maggior parte della tradizione attesta tale voce. 

V. 3792-3793 Perseo... Andromada: Andromada, figlia del re etiope Cefeo, per colpa della madre Cassìope 
che si era vantata di essere più bella delle Neréidi, fu esposta per ordine di Ammone in pasto a un mostro 
marino, ma Perseo uccise il mostro e la sposò, Ovidio, Met., IV, 668-764 e Petr., T.A., 2, 142-143 «Perseo 
era l'uno; e volsi saper come Andromeda gii piacque in Etiopia...»; accenni sono presenti anche in Boc- 
caccio, Filocolo, II, 13 6, IV 45 5, V 8 26; v. 3795 Medea: Medea convinse Giasone a partire alla ricerca 
del vello d'oro, Ovidio, Heroides, XII, 107-108; per il mito di Giasone e Medea cfr. anche vv. 2262-2264 
e vv. 3694-3696; v. 3796 dal vigil serpente guardato era: il vello d'oro era controllato da un terribile 
drago che Medea, grazie alle sue erbe miracolose, addormentò, permettendo così a Giasone di impadronir- 
si della preziosa spoglia; vv. 3797-3799 Quell'altro... prendeo: il mito è quello di Arianna figlia di Minos- 
se e Pasife; rapita da Teseo, lo aiutò a ritrovare, grazie a un filo, l'uscita dal labirinto; abbandonata da 
Teseo a Nasso, fu in seguito amata da Bacco che trasformò in costellazione il suo diadema, Ovidio, Met., 
VIII, 174-182, Ovidio, Heroides, X, Petr., T.A., 1, 115-117 «... vendetta forse d'Ippolito e di Theseo e 
d'Adrianna ch'a morte, tu'l sai bene, amando corse.»; le riprese sono anche in Boccaccio, Filocolo, II, 17, 
7 e II, 42, 2, IV, 46, 14 e 54 e Boccaccio, Amorosa Visione, XX 6; vv. 3800-381 1 Quell'aquila... carco: la 
ripresa qui è da Petrarca, T.A., 1, 88-104, da cui Galeotto mutua la sequenza di personaggi. Cesare, Nero- 
ne, Marco Aurelio e Dionisio; vv. 3801-3802 de Cesar... risguardata: Cesare fu vinto in Egitto dalle lusin- 
ghe di Cleopatra che solo per questo fu oggetto d'amore anche del re Tolomeo, suo fratello, cfr. Ovidio, 
Met., XV, 826-828, Petr., T.A., I, 89-90 «... Cesar che 'n Egitto Cleopatra legò tra' fiori e l'erba»; la vicen- 
da viene ripresa anche in Boccaccio che si scaglia spesso con veemenza contro le scelleratezze di Cleopa- 
tra, considerata spesso donna libidinosa e nemica dell'impero romano, cfr. Boccaccio, Filocolo, III, 35, 7, 
IV, 42, 9, V, 53, 17 e Boccaccio, Fiammetta, I 17, 16, Vili 13, 1-8; v. 3802 risguardata: ammirata; v. 3803 
Neron: Nerone che uccise sia Statilia che Messalina, Petrarca, T.A., 1, 97-99 «Neron è il terzo, dispietato 
e'ngiusto; vedilo andar pien d'ira e di disdegno; femina 'I vinse, e par tanto robusto.»; v. 3806-3807 Fau- 
stina... Marco: cfr. v. 373 1; v. 3809 Dionisio: il tiranno di Siracusa, marito di Anstomache di Siracusa e di 
doride di Lx)cri che, desiderando le mogli e temendo gli attentati, aveva trasformato il suo talamo in una 
specie di fortezza munita di ponte levatoio; l'esempio è tratto dal libro IX capitolo 13 {De cupiditate 
vitae) dei Factorum et dictorum memodabilium libri di Valerio Massimo, cfr. V.M., Factorum, IX, 13, ext. 
4, Petrarca, T.A., I, 103-104 «Que' duo pien di paura e di sospetto, l'un è Dionisio...», cfr. anche nota al v. 
4912, V. 4915 e v. 5633; v. 3809 in cibi parco: Dionisio era molto avaro. 



TEMPIO d'amore 107 

quai non mi curo ad uno ad uno dirti 

che fora el mio sermon pur troppo longo, 38 16 

tal che potrei poi forse fastidirti. 
Ma andiamo in questo chiostro ch'io dispongo 

mostrarti molte tombe e monumenti: 3819 

per questo el mio parlar più non prolongo 
quanto a' trophei che quivi son presenti. 

Uscite queste donne del Tempio intrano nel chiostro e gli mostrano i monu- 
menti et Amicitia dice. * 

Ami. Benigna donna, assai ne incresce e dòle 3822 

che tu per noi tanta fatica prendi 

con le tue dolci e placide parole. 
Ma poi che dimostrarne el tutto intendi 3825 

noi vegnian teco, acciò che ne dimostri 

quel che prometti e con effetti attendi. 
Acc. Poi che vi piace udir i parlar nostri, 3828 

venite nosco che mostrar vi voglio 

questi sepulchri dove son nei chiostri. 
Quel primo, ch'ha quel bel purpureo spoglio, 3831 

è di Vergilio che de Enea già scrisse 

per cui va Mantua con cotanto orgoglio. 
L'altro è de Ovidio che d'amor già disse, 3834 

l'altro ha Propertio e l'altro el bon Catullo, 

l'altro è di Gallo ch'in gran fiamme visse. 
L'altro ha '1 lascivio e placido Tibullo, 3837 

l'altro è di Dante e l'altro è di Petrarca, 

che con loro rime dan tanto trastullo. 
Ciascuno ha seco la sua donna in l'arca: 3840 

Vergilio ha Lidia, Ovidio Corina, 

Propertio ha Cinthia, qual d'honor fa carca, 
Catullo ha Lesbia e Gal Licor vicina, 3843 

Tibullo ha Delia e Dante ha Beatrice, 

Petrarca ha la sua Laura alma e divina. 

* introno nel chiostro e gli mostrano] e intrate nel chiostro gli mostran ABC; v. 3825 dimostrarne] de 
mostrami ABC; v. 3828 parlar] sermon ABC; v. 3830 dove son] ch'ivi son ABC. 

V. 3816/ora: sarebbe; cfr. v. 1752; v. 3816pMr: assai; v. 3822 ne: cfr. v. 702; v. 3822 incresce e dole: cfr. anche 
Poliziano, Orfeo, v. 61, p. 143 «tanto del suo pastor gli encresce e dole», Cammelli, Panfilo, p. 422 «me rin- 
cresce e dole» e Visconti, Pasitea, v. 152 «rincresce e dole»; v. 3824 dolci... parole: Petr., CLVIII, 12 «dolci 
parole» e Petr., CLXII, 3 «dolci parole»; v. 3826 ne: cfr. v. 702; v. 3827 e con effetti attendi: mantieni, con dei 
risultalti, quanto hai promesso; v. 3831 spoglio: spoglia; vv. 3831-3839 Quel primo... trastullo: ripresa diretta 
da Petrarca, di cui Galeotto mantiene, oltre alla struttura sintattica, anche la sequenza di autori, cfr. Petrarca, 
T.A., 4, 19-31 «Virgilio vidi, e parmi ch'egli avesse compagni d'alto ingegno e da trastullo, di quei che volen- 
tier già '1 mondo lesse: l'uno era Ovidio e l'altro era Catullo, l'altro Properzio, che d'amor cantaro fervida- 
mente, e l'altro era Tibullo... .Ecco Dante e Beatrice...»; anche Dante ha una elencazione analoga di pcx^ti lati- 
ni (cfr. Inf, IV, 88-90 «... quelli è Omero poeta sovrano; l'altro è Orazio satiro che vene; Ovidio è '1 terzo, e 
l'ultimo Lucano...») anche se l'unico poeta in comune nella descrizione è Ovidio. Altri poeti latini sono in 
Purg., XXII, vv. 97-99 «... dimmi dov'è Terrenzio nostro antico, Cecilio e Plauto e Varrò, se lo sai: dimmi se 
son dannati, e in qual vico.»; v. 3834 che d'amor già dis.se: riferimento all'/in- amatoria; v. 3836 Gallo: Gallo 
Caio Cornelio (69-26 a.C), poeta elegiaco latino, amico di Virgilio; accusato di cospirazione da Augusto si uccise; 
v. 3837 lascivio: sensuale; Tibullo è il poeta dell'amore, dell'amicizia e della vita campestre; v. 3839 trastullo: pia- 
cere; V. 3840 arca: sepolcro; v. 3841 Corina: Corinna; v. 3849 reservati: riservati. Qui gli avelli sono riservati per i 
poeti ancora vivi; vv. 3840-3845 Ciascuno... divina: ad ogni poeta viene affiancata la donna amata, Virgilio-Lidia, 
Ovidio-Corinna, Properzio-Cinzia, Catullo-Lesbia, Gallo-Licoride, Tibullo-Delia, Dante-Beatrice, Petrarca-Laura; 
v. 3843 Licor. Licoride, nome poetico della liberta Volumnia amata dal poeta Cornelio Gallo. 



1 08 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Ami. Poi che tua lingua ne dechiara e dice 3846 

tutti i sepulchri, de cui sono quelli 

ch'hanno de lauro una parva radice? 
Acc. Quelli altri sono i reservati avelli 3849 

di quei poeti che sono anchor vivi, 

quai cantan d'amor versi ornati e belli. 
Quest'altri, ch'in disparte vedi quivi, 3852 

sono sepulcri de quei cari amanti 

che mai di fé fra lor non furon privi. 
Nel primo, che fra gli altri è posto avanti, 3855 

Pirramo e Tisbe son sepulti inseme 

coi corpi perforati da doi canti. 
L'altro ha Leandro et Hero e l'altro preme 3858 

l'ossa de Ulixe e de sua casta donna, 

qual morta anchor de Circe dubbia e teme. 
L'altra è colici la qual, quando la gonna 3861 

insanguinata vide del marito, 

cadde di spasmo qual rotta colonna. 
A canto a lei Pompeio è sepelito 3864 

qual piagne anchor sua miseranda sorte 

per Ptholomeo crudel che l'ha tradito. 
In quell'è Bruto e Portia sua consorte, 3867 

in quel Prothesilao e Laudomia, 

qual poco visse dietro a la sua morte. 

V. 3850 di] per ABC; v. 385 1 quai] che ABC; v. 3864 A canto] e a canto ABC; v. 3869 dietro] appresso ABC. 

V. 3846 ne: cfr. v. 702; vv. 3852-3872 Quest'altri... seguìa: inizia la rassegna di celebri amanti della mito- 
logia e del passato, modellata sul Trionfo d'Amore del Petrarca, cfr. Petrarca, T.A., 3, 13-33; vv. 3855-3857 
Nel primo... canti: per la vicenda di Piramo e Tisbe cfr. vv. 3724-3726; v. 3858 Leandro... Hero: la leggen- 
da si riferisce a Leandro che, invaghitosi di Ero, ogni notte attraversava a nuoto l'Ellesponto guidato da 
una lampada che la donna accendeva sulla torre. Ma una tempesta spense la lampada e Leandro morì anne- 
gato. Ero per il dolore si gettò in mare, cfr. Ovidio, Heroides, XVIH, 139 e XIX, Dante, Purg., XXVIII, 
73-75 «... più odio da Leandro non sofferse per mareggiare intra Sesto e Abido, che quel da me perch'allor 
non s'aperse.» Petr., T.A., 221 «Leandro in mare ed Hero a la fenestra»; si vedano anche Boccaccio, Filo- 
colo, IV, il 9, IV 29 2, IV 65 6, IV 66 7, IV 83 3, Boccaccio Comedia Ninfe, XVIII 21 e Boccaccio, Amo- 
rosa Visione, XXIV 52-69; v. 3857 canti: cfr. v. 2034; v. 3858 preme: copre; v. 3859 casta donna: Penelo- 
pe, figura esaltata da tutta la cultura classica come simbolo della fedeltà perché non volle mai soggiacere ai 
numerosi pretendenti, cfr. Ovidio, Ars amatoria. III, 15-16, Dante, Par. III, 1 17 «... non fu dal vel del cor 
già mai di.sciolta...», Petrarca, T.A., 3, 22-24 «Quel sì pensoso è Ulisse, affabile ombra, che la casta 
mogliera aspetta e prega, ma Circe, amando gliel ritene e 'ngombra»; v. 3860 dubbia: sospetta; v. 3861 
L'altra è colici: si tratta di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, che vedendo la toga insanguinata 
di suo marito, spaventata per la paura, cadde tramortita e fu costretta ad abortire fra terribili doglie; l'e- 
sempio si trova al libro IV capitolo 6 {De amore coniugali) dei Factorum et dictorum memorabilium libri 
di Valerio Massimo, cfr. V.M., Factorum, IV, 6 4 «... luliae C. Caesaris filiae... quae, cum aediliciis comi- 
tiis Pompei Magni coniugis sui vestem cruore respersam e campo domum relatam vidisset, territa metu ne 
qua ei vis esset adlata, exanimis concidit...»; in Petrarca Giulia è affiancata al nuovo amore di Pompeo 
ossia Cornelia, cfr. Petrarca, T.A., 3, 32-33 «quell'altra è Giulia, e duolsi del marito ch'a la seconda fiam- 
ma più s'inchina.»; si veda anche Boccaccio, Filocolo, I, 29, 21 e Boccaccio, Amorosa Visione, X, 82; v. 
3863 spasmo: tramortita; vv. 3864-3866 Pompeio... Ptholomeo: Pompeo ucciso a tradimento da Tolomeo, 
re d'Egitto, dopo la battaglia di Parsalo, cfr. Petrarca, T.A., 3, 13-15 « Vedi quel grande il quale ogni uomo 
onora; egli è Pompeo, et ha Cornelia seco, che del vii Tolomeo si lagna e plora»; v. 3867 Bruto e Portia: 
cfr. vv. 3721-3723; v. 3868 Prothesilao e Laudomia: Laodomia sposò Protesilao che però subito dopo il 
matrimonio partì per la guerra di Troia e fu il primo condottiero a cadere sotto i colpi dei nemici; appresa 
la notizia, Laodomia chiese agli dei di poter riabbracciare il marito. Concessole questo privilegio, i due 
sposi si trovarono accanto per il breve tempo di tre ore; ma quando l'amato la lasciò, e questa volta defini- 
tivamente, l'infelice donna non seppe reagire alla disperazione e si uccise, cfr. Ovidio, Met., XII, 68 e Ovi- 
dio, Heroides, XIII; Petr., T.A., I, 141-142 «... Ermion chiamare Oreste, e Laodomia il suo Protesilao...». 



TEMPIO d'amore 109 

Quell'altro ha Lino et Hipermestra pia, 3870 

quell'altro ha Mitridate e Ipsicrathea 

ch'in habito viril sempre el seguìa. 
Ami. Meritamente Amor e Citharea 3873 

questi han congiunti poi se amaron tanto, 

mentre che l'un co l'altro già vivea. 
Ma che tombe son quelle che da canto 3876 

son su ne l'alto di topatio ornate, 

coperte a bruno d'un lugubre manto? 
Acc. Quelle anco son de vidue inamorate 3879 

che, poi la morte de' mariti loro, 

vissero in pianti e con grande honestate. 
La prima è de Arthemisia ch'in l'oro 3882 

bebbe le cener del marito caro, 

segno d'amor rarissimo e decoro. 
L'altra è de Deidamia ch'in amaro 3885 

pianto vivendo, doppo '1 morto Achille, 

se fece d'honestà gentil riparo. 
L'altra è de Argia che già lachrime mille 3888 

sparse sul corpo del marito morto, 

mostrando l'amorose in lui faville. 
Indi non longe sono in quel grande orto 3891 

certi sepulchri, fra gli ombrosi mirti, 

d'alcune ch'ai suo honor fecer gran torto. 
E per meglio i lor nomi discoprirti, 3894 

Semiramis è l'una che l'incesto 

fé' col figliol per ben satiar suoi spirti; 

V. 3881 pianti] pianto ABC; v. 3882 ch'in] che ne ABC. 

V. 3870 Hipermestra: Petrarca, T.A., 3, 19 «Altra fede, altro amor: vedi Ipemiestra»; il mito di Ipermestra è ripre- 
so anche dal Boccaccio: «Hipermestra, come nelle Pistole mostra Ovidio, fu figliola di Danao e fu sola, che tra 
l'altre sorelle, sprezzato il comandamento del padre, perdonò al suo sposo Linceo». Subito dopo il Boccaccio par- 
lando di Linceo precisa: «Linceo chiamato da Ovidio Lino, fu figliolo di Egisto e solo per compassione di Hiper- 
mestra tra cinquanta fratelli schifò la morte», cfr. Boccaccio, Genealogia, II, e. 33r.; v. 3871 Mitridate e Ipsi- 
crathea: la regina Ipsicratea amò suo marito Mitridate a tal punto che non esitò a fare a meno della sua straordina- 
ria bellezza per assumere l'aspetto di un maschio ed esercitarsi nell'equitazione e nel maneggio delle armi; quan- 
do Mitridate, vinto da Pompeo, fu costretto all'esilio, lo seguì con grande coraggio e resistenza; questo esempio, 
come quello al v. 3882, si trova al libro IV capitolo 6 (De amore coniugali) dei Factorum et dictorum memorabi- 
lium libri di Valerio Massimo, cfr. V.M., Factorum, IV, 6, ext. 2; Petrarca, TA., 3, 28-30 «Quella che '1 suo signor 
con breve coma va seguitando, in Ponto fu reina: come in atto servii se stessa doma!»; v 3877 topatio: pietra pre- 
ziosa; V. 3878 lugubre: funebre; v. 3879 anco: ancora, Rohlfs, III, 931; v. 3880 poi: dopo; vv. 3882-3902 La 
prima... quello: questa parte è ripresa dal Trionfo d'Amore del Petrarca, cfr. Petrarca, T.A., 3, 73-78 «Procri, Arthe- 
misia, con Deidamia... Semiramis, Biblì e Mirra ria...»; vv. 3882-3884 /4rr/j^w/.v/a... decoro: cfr. nota al v. 3871; 
Artemisia, moglie di Mausolo, amò a tal punto suo marito che, una volta morto, ne bevve le ceneri, cfr. V.M., Fac- 
torum, IV, 6, ext. I «... cum ipsa Mausoli vivum hac spirans sepulchrum fieri concupieril eorum testimonio, qui 
illam extincti ossa potioni aspersa bibisse tradunt»; v. 3883 bebbe: lat. bevve; v. 3884 decoro: cfr. v. 1594; vv. 
3885-3887 Deidamia... riparo: Deidamia, figlia del re Licomede, presso il quale aveva trovato rifugio il giovane 
Achille travestito da donna e nascosto dalla madre per tenerlo lontano dalla guerra di Troia. Lamore tra Deidamia 
ed Achille venne bruscamente troncato da Ulisse e Diomede che, con un inganno, riconobbero Achille, il quale 
abbandonò le vesti e le gioie femminili per combattere contro i troiani; la vicenda potrebbe essere ricondotta a 
diverse fonti e precisamente Stazio, Achilleide, 1 , 536 e ss., Ovidio, Ars amatoria, I, 68 i -704; ancora. Dante, Inf., 
XXVI, 62 «... Deidamia ancor si duol d'Achille...», Dante, Purg., XXII, 1 14 «... e con le suore sue Deidamia.»; 
vv. 3888-3890 Argia... faville: Argia, sposa di Polinice, essendosi recata sul campo di battaglia davanti a Tebe per 
cercare il cadavere del marito, fu fatta uccidere da Creonte, tiranno di Tebe. Ma gli dei la trasformarono in una 
sorgente, cfr. Petrarca, TA., 1 , 1 43 «... et Argia Polinice, assai pili fida...»; v. 3892 ombrosi mirti: Pctr., T.A., 1 . 1 50 
«ombrosi mirti»; vv. 3895-3896 Semiramis... spirti: Semiramide regina di Assiria, moglie di Nino, si rese colpe- 
vole di incesto con il figlio. Anche Dante ne fa menzione in Inf, V, 57-58 come esempio di lu.ssuria, «EU' è Semi- 
ramis, di cui si legge che succedette a Nino e fu sua sposa...»; v. 3896 spirti: impulsi, passioni. 



1 1 GALEOTTO DAL CARRETTO 

l'altro è de Biblis che, da deshonesto 3897 

amor sospinta, tant'amò el fratello 

qual contraddisse al suo voler scelesto; 
l'altro è de Mirra ch'ebbe un tal flagello 3900 

d'amor profano che col patre giacque, 

fin che scoperto fu doppo da quello; 
quell'altro è di Canace a cui sì piacque 3903 

el car fratel che se congiunse seco, 

tanto el thesoro d'honestà gli spiacque; 
l'altro ha Pasiphe ch'ebbe amor sì ceco 3906 

che non si vergognò pecar col Tauro, 

stando rinchiusa nel bovino speco. 
La porta, ove tu intrasti e sculta in auro, 3909 

de' laphiti e centauri ha l'aspra guerra, 

col nome ad uno ad un d'ogni centauro. 
Quest'altra ove esci, che spesso si serra, 3912 

fatta è di piombo e sopra vi è depinta 

una che gli occhi tene fissi in terra 
et è vestita de cilitio e cinta 3915 

de code de serpenti edaci et empi 

e de rubor di penitentia è tinta; 
e par ch'in pianti se consumi e attempi 3918 

e tene un breve in mano ov'è su scritto: 

«io vo piangendo i miei passati tempi». 
Ami. Poi ch'ogni loco n'hai mostrato e ditto, 3921 

dì se v'è loco ove le squille stanno 

e se alcun campanil sta in alto ritto. 
Acc. Sì che vi è '1 loco, e le sue scale vanno 3924 

su molto in alto e de le squille è '1 suono 

de amate et amator che gran mal hanno 

V. 3926 de amate et amator] d'amanti et d' amator ABC. 

vv. 3897-3899 Biblis... scelesto: Biblide si uccise, a causa del rifiuto del fratello Cauno di cui era innamorata e 
fu tramutata dagli dei in fonte, cfr. Ovidio, Met., IX, 441-665, Ovidio, Ars amatoria, I, 283-274, e Ovidio, 
Heroides, IV, 1 e 19-20. Il disperato amore di Biblide è spesso rievocato dal Boccaccio, cfr. Filocolo, II, 14, 4; 
III, 35, 7; IV, 29, 2; IV, 42, 2; V, 8, 42; Amorosa Visione, XXV, 13-60, Fiammetta, I, 17, 26; VI, 16, 6 e Genea- 
logia, IV, 9; v. 3899 scelesto: cfr. v. 3099; vv. 3900-3902 Mirra... quello: Mirra amò il padre Ciniro e da lui 
ebbe un figlio, prima di essere trasformata nella pianta che porta il suo stesso nome, cfr. Ovidio, Met., X, 298- 
5 1 8, Ovidio, Ars amatoria, I, 28 1 -288, Dante, Inf., XXX, 37-41 , «... Quell'è l'anima antica di Mirra scellerata, 
che divenne al padre, fuor del dritto amore, amica. Questa a peccar con esso così venne, falsificando sé in 
altrui forma...». Come per Biblide, anche l'amore di Mirra è spesso rievocato dal Boccaccio, cfr. Filocolo, II, 
15, 14; III, 35, 7, Amorosa Visione, XXII, 43-54, Fiammetta, Vili, 3, 1-3 e Genealogia, II, 51-52; vv. 3903- 
3905 Canace... spiacque: Canace, secondo il mito, si innamorò del fratello Macareo e fu per questo rinchiusa 
dal padre Eolo, dio dei venti, in prigione ove s'uccise, cfr. Ovidio, Heroides, XI; ricorrente anche in Boccaccio, 
cfr. Boccaccio, Filocolo, IV, 11, 10, Boccaccio, Amorosa visione, XXV, 10-12, Boccaccio, Fiammetta, I, 17, 26 
e Vili, 3, 2 e Boccaccio, Genealogia, XIII, 21; v. 3906 Pasiphe: Pasife, figlia del Sole e moglie di Minosse, si 
innamorò di un toro da cui ebbe per figlio il Minotauro, cfr. Ovidio, Met., Vili, 1 36 e ss., Ovidio, Ars amatoria, 
I, 285 e ss., Dante, Inf., XII, 13 «... l'infamia di Creti era distesa che fu concetta ne la falsa vacca...», Dante, 
Purg., XXVI, 41-42 «... Ne la vacca entra Pasife, perché '1 torello a sua lussuria corra...», Dante, Purg., XXVI, 
86-87 «... il nome di colei che s'imbestiò ne le 'mbestiate schegge.». Anche Boccaccio rievoca con orrore la 
storia del mostruoso amore di Pasife, cfr. Boccaccio, Filocolo, III, 1 1, 29; III, 35, 4; IV, 29, 2; IV, 42, 6, IV, 46, 
13, Boccaccio, Amorosa visione, XXII, 28-42, Boccaccio, Fiammetta, I, 17, 23 e Boccaccio, Genealogia, IV, 
10; v. 3908 bovino speco: Pasife si era fatta costruire una vacca di legno per attirare alla lussuria il toro; v. 3910 
laphiti: mitico popolo della Tessaglia che combatté contro i centauri; v. 3910 centauri: mostri biformi metà 
cavalli e metà uomini; v. 3910 aspra guerra: cfr. v. 136; Petrarca, CCLXIV, 1 1 1 «aspra guerra»; v. 3913 vi è 
depinla: scolpita, cfr. vv. 3600-3605; il riferimento è a vecchiezza, cfr. vv. 4659-4691; v. 3915 cilitio: cfr. v. 
3531; v. 3916 edaci: lat. voraci; v. 3918 attempi: invecchi; v. 3919 breve: cfr. v. 2562; v. 3920 io vo... tempi: 
Petrarca, CCCLXV, I «P vo piangendo i miei passati tempi»; v. 3922 squille: piccole campane. 



TEMPIO d'amore 1 1 1 

e fanno un tal lamento, col suo tono, 3927 

che le giudicaresti alme pentite 

che van chiedendo del suo error perdono. 
Le corde, ove sospese sono e unite, 3930 

son d'aurei crini de formose dive 

contorti inseme a guisa d'una vite, 
de quelle, dico, che più non son vive. 3933 

Amicitia et Accoglienza, essendo andate fuora del Tempio con Benignità 
et Integrità, Integrità comincia e dice a la Benignità. * 

Int. Poi che con tanta humanità demostro 

n'avete el Tempio e tutta l'altra parte 

con gli sepulchri ch'ivi son nel chiostro, 3936 

tu, donna, che qui stai muta in disparte, 

te prego che a mostrar d'Amor l'hospitio 

per tua benignità vogli dignarte. 3939 

Ben. Io peccarci di scortesia nel vitio 

se non ti desse, coi sermoni mei, 

de l'albergo d'Amor qui qualche inditio. 3942 

Però, mia fida amica, saper dèi 

ch'Amor ha lo suo albergo qui vicino 

nel qual voi introdur già non potrei, 3945 

perché vostra empia sorte e rio destino 

hor non permetton ch'entro siate admesse, 

facendo avanti più longo camino; 3948 

ma le sue stanze ve dirò sì espresse 

che voi di quelle rimarrete instrutte, 

se l 'bore d 'ascoltar vi f ian concesse. 395 1 

Quelle che vedi son sue stanze tutte, 

la porta è aperta e sopra Amor depinto 

con le sue luci di lagrime asciutte; 3954 

poi ne l'intrata è un ceco laberinto 

che chi non intra de ragion coi fili 

quanto più cerca uscir, più resta avinto. 3957 

Dentro è una piazza con arbor gentili 

annessi l'un co l'altro inseme, inserti 

con stretti nodi in ramuli sottili. 3960 

Avanti vi son poi portici aperti 

con gran colonne di color diversi, 

con gemme poste da maestri esperti; 3963 

i muri de le logge azurri e persi 

e gli solari ornati a stelle d'oro 

e ' trabi aurati, risplendenti e tersi. 3966 



* e dice a la\ a dire a ABC; v. 3944 qu'i\ qua ABC; v. 3947 ch'entró\ ch'ivi ABC; v. 3959 inseme inserii] e 
inseme inserti ABC. 



v. 393 1 aurei crini: Petr., CCXLVI, I «aureo crine» e 7.M., 1,11' «aureo crine»; v. 393 1 formose: cfr. v. 1 377; 
v. 3938 hospitio: dimora; v. 3942 inditio: notizia; v. 3946 rio: avverso; v. 3948 longo camino: cfr. v. 2607 e v. 
3334; V. 3949 espresse: chiare; v. 3954 luci: cfr. v. 3640; vv. 3955-3956 cieco laberinto... fili: il riferimento è 
evidentemente alla leggenda di Teseo che, per ritrovare la via di uscita dal labirinto, si servì del filo di Arianna; 
v. 3955 ceco laberinto: Petr., CCXXIV, 4 «cieco laberinto»; v. 3958 gentili: delicati, sottili; v. 3959 inserti: 
congiunti, connessi; v. 3964 persi: cfr. v. 3507; v. 3965 solari: palchi delle stanze inferiori e pavimenti delle 
superiori. 



1 1 2 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Da un canto vi è una sala ove colloro, 

ch'han per Amore differentie e piati, 

vanno al verboso e contentioso foro. 3969 

Ivi da Amore sono deputati 

vano Penser, Giuditio et Appetito 

a terminar i casi inamorati; 3972 

el van Penser, ch'in petto tien sculpito 

el già veduto e tant'amato obietto, 

esamina d'Amor el cor ferito; 3975 

Giuditio, dal Penser corrotto e aletto, 

a carcere perpetuo lo condanna, 

dove se afflige con mortai diletto; 3978 

poi l'Appetito, che gli sensi inganna, 

in cruciati stimuli e tormenti 

l'alma damnata in mille modi affanna. 3981 

Ivi ululati sono, ivi lamenti, 

ivi pietose e miserande voci, 

sospir, singulti e gran stridor de denti. 3984 

I gran martir e tormentose croci 

de Sylla, di Nerone e di Mezentio 

fur nulla al par de tai tormenti atroci. 3987 

Ivi se mangia el pan misto d'assentio, 

vi è un breve riso, un diuturno pianto, 

un parlar rotto, un subito silentio; 3990 

un certo ardore che tormenta tanto 

l'animo avolto in ceca desianza, 

che chiunque el sente sempre ha morte a canto; 3993 

un sospirar frequente a vecchia usanza, 

un fèr ricordo del suo ben perduto, 

un maggior foco ov'è menor speranza; 3996 

un voluntario inganno già veduto, 

un odio di se stesso e del suo bene, 

un farsi in gioventù bianco e canuto; 3999 

un pascersi di vana e 'ncerta spene, 

un viver con sospetto e gelosia, 

un aspettar quel ben che mai non véne. 4002 

Ad uno ad un narrar longo sana 

i sdegni, l'ire, guerre, tregue e paci 

che sono in la captiva compagnia, 4005 

V. 3983 miserande] lamentevol ABC; v. 3992 l'animo avallo] l'anima avolta ABC. 

V. 3967 canto: cfr. v. 2034; v. 3968 differentie: liti; v. 3968 piati: controversie; v. 3969 verboso: dove si discute 
a lungo; v. 3969 contentioso: litigioso; v. 3970 deputati: designati alla definizione della controversia; v. 3972 
terminar, risolvere; v. 3976 aletto: sedotto; v. 3978 mortai diletto: ossimoro; v. 3980 cruciati: dolorosi; v. 3980 
stimuli: cfr. v. 2347; vv. 3982-4002 /v7... véne: è da sottolineare la sintassi che in questa parte è caratterizzata 
dall'iterazione anaforica dei termini ivi e un: v. 3984 stridor de denti: è lo stridor dentium di cui parlano le 
scritture a proposito della Geenna (cfr. Matteo, XIII. 42); v. 3986 Sylla, di Nerone e di Mezentio: si tratta di un 
elenco di personaggi famosi per la loro crudeltà. In particolare. Siila per le repressioni sanguinarie volte a per- 
seguire i propri scopi politici; Nerone per l'incendio di Roma e per le crudeli persecuzioni contro i cristiani; 
Mezenzio, re etrusco, per le punizioni che infliggeva ai condannati a morte legati a dei cadaveri finché loro 
stessi non si decomponessero, cfr. Petrarca. T.M., 2, 43 «Siila, Mario, Neron, Gaio e Mezentio»; v. 3987 tai: 
cfr. v. 1444; v. 3988 assentio: pianta medicinale che dà un succo amarissimo; può significare anche metafori- 
camente 'dolore'; v. 3989 diuturno: continuo; v. 3990 un parlar rotto, un subito silentio: Petrarca., T.A., 3, 185 
«E i parlar rotto e M subito silenzio»; v. 3990 subito: improvviso; v. 3994 a vecchia usanza: in gioventù; v. 
3998 odio di se stesso: cfr. v. 28 13; v. 3999 bianco e canuto: Petrarca, XVI, 1 «canuto e bianco»; v. 4005 cap- 
tiva: cfr. v. 3077. 



TEMPIO d'amore 113 

e quanti altri tormenti aspri e vivaci 

che van patendo in quell'ampia pregione 

piena d'affani e di penser tenaci, 4008 

e quante varie e innumere persone 

son quelle ch'ivi restano captive, 

come '1 fatai suo rio destin dispone. 401 1 

Int. Queste son pene, ohimè, troppo excessive 

ch'ivi la gente inamorata paté 

e tutto par che dal Penser derive 4014 

e giudico fra me tutte insensate 

queste persone che vendendo vanno, 

per tal penserò, la sua libertate. 4017 

Ben. Tal fia de loro, e se hanno mal, suo danno, 

ch'esaminar dovrian prima el suo male 

ch'entrar in tanto esterminato affanno. 4020 

Poi dietro a questo son molte gran sale 

e molti lochi e camere di quelli 

che mangiano el suo pan pieno di sale. 4023 

Fra l'altre sale e reffrettorii belli, 

una gran sala è in capo a la cui porta 

stan doi custodi con lor corpi isnelli. 4026 

L'uno è '1 Piacer che qui ad intrar conforta 

tutti i lascivi e simplicetti amanti 

e di costoro se fa guida e scorta. 4029 

L'altra è l'Adulation che, con sembianti 

placidi in vista, i miseri lusinga 

e gì 'introduce e poi gli lascia in pianti, 4032 

tal che qual turba spatiano solinga 

e l'alme a volo vanno errando altrove 

là dove Amor par che ad amar gli astringa. 4035 

Mille pitture legiadrette e nove 

son de la sala a tomo l'alte mura, 

ch'hanno d'Amor molti misteri e prove. 4038 

In questa vana e nobile pittura 

se pascon gli occhi gl'introdutti spirti 

che vulnerati fur da grave cura. 4041 

D'alcuni de costor, donna, vo' dirti 

che pinti sopra quelle mura sono 

fra dense rose e fra gli umbrosi mirti. 4044 

In capo è pinto Amor sopra un gran trono 

e 'ntomo ha Giove e tutti gli altri divi 

che per amar a lui dedersi in dono 4047 

e con tal arte son notati quivi, 

arte, dico io, celeste e non terrena, 

che stimarebbe ognun che fosser vivi. 4050 



V. 4027 qui ad] quivi a ABC; v. 403 1 placidi] piacenti ABC; v. 4032 gli lascia in pianti] fa andar errami ABC; 
V. 4047 a lui dedersi in dono] se der a lui già in dono ABC; v. 4048 notati] depinti ABC. 

V. 4006 aspri: cfr. v. 136; v. 4006 vivaci: durevoli; v. 4008 tenaci: ostinati; v. 4009 innumere: innumerevoli: v. 
401 1 rio: cfr. v. 3946; v. 4020 esterniinato: smisurato; v. 4024 reffrettorii: ambiente destinato ai pasti; v. 4026 
isnelli: snelli, agili; la prostesi di / ha funzione di intensificazione fonico-espressiva; v. 4027 conforta: esorta; 
V. 4028 simplicetti: cfr. v. 1 169; v. 4033 spatiano: vagano; v. 4035 astringa: costringa; v. 4036 legiadrette: gra- 
ziose; V. 4038 misteri: i misteri d'Amore; v. 4041 cura: lat. tormento; v. 4044 umbrosi mirti: cfr. v. 3892; v. 
4048 notati: rappresentati. 



1 1 4 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Da l'altra parte vi è depinta Heléna 

che con gli ignudi a la palestra gioca 

e come Theseo ignuda via la mena. 4053 

Da l'altro è Venere che '1 suo Adone invoca 

e dà conseglio che le fere lassi 

perché altramente fia sua vita poca. 4056 

Da l'altro poi la bella Dido stassi, 

ch'in braccio crede aver Ascanio lullo 

e par che a basar lui curva se abbassi 4059 

e crede con costui prender trastullo 

e non se accorge ch'in quel corpo è ascosa 

l'alma del ceco aligero Fanciullo. 4062 

Da l'altra è pinta anchor Giunon gelosa 

che Giove ne la nube et Io deprende, 

che vacca la ritrova esser formosa. 4065 

E '1 ciel tutto d'azurro se comprende 

con groppi aurati a mille fogge intorti, 

che gran piacer agli spettanti rende. 4068 

Dentro la sala, dietro a l'uscio, ha' scorti 

alcuni versi che son contr'Amore 

che fan gli amanti a non intrar accorti? 4071 

I versi scritti son de tal tenore 

che per suo ben non entri in quello alcuno, 

perché ben mille volte el dì se mòre, 4074 

ma, perché ognhor va col Piacer ciascuno 

e nul guardando in dietro quelli vede, 

per questo ne l' intrar se inganna ognuno. 4077 

Ma quando d'Amor satio in dietro rede, 

con vista acuta i versi scritti legge 

e del suo fatto error tardo se avede. 4080 

Ma chi fia quel che dia agli amanti legge? 



V. 405 1 l'altra parte] l'altro canto ABC; v. 4055 che le fere] le gran fere ABC; v. 4069 Dentro] Dentro a ABC; v. 
4069 ha'] ho AEC; v. 4076 nul] mal ABC. 

v. 4051 vi è depinta Heléna: sembrerebbe il riferimento ad un quadro, forse quello di Zeusi che ebbe gran 
fama per una raffigurazione di Elena eseguita per il tempio di Era Lacinia, presso Crotone, e celebrata dai 
poeti come figura ideale della bellezza muliebre; v. 4053 Theseo: Teseo e Piritoo, rimasti vedovi, rapirono 
Elena; tirata a sorte toccò a Teseo ma, essendo Elena troppo giovane, fu affidata a sua madre Etra che la 
nascose in un piccolo villaggio attico da dove più tardi Castore e Polluce, fratelli di Elena, la liberarono, 
cfr. Ovidio, Met., XV, 233; v. 4054 Venere... Adone: Adone, nato dall'incesto di Mirra con il padre Ciniro 
(cfr. vv. 3900-3902), bellissimo e amato da Venere, venne ucciso da un cinghiale, cfr. Ovidio, Met., X, 
503-559; v. 4055 e dà conseglio: Ovidio, Met., X, 542-543 «Te quoque, ut hos timcas, siquid prodesse 
monendo possit. Adoni, monet...»; vv. 4057-4062 Da l'altro... Fanciullo: fonte principale dell'episodio è 
naturalmente Virgilio (cfr. Virgilio, En., I, 966-1067) che narra di quando Cupido, per volere di Venere, fu 
sostituito ad Ascanio, affinché Didone si innamorasse di Enea. L'episodio, particolarmente caro al Boccac- 
cio, viene ripreso in diversi passi, cfr. Boccaccio, Filocolo, II, 1 5, II, 18, 22, Boccaccio, Comedia Ninfe, 
XXIIII 29, Boccaccio, Fiammetta, I, 19, 2 e, in particolare, Boccaccio, Amorosa Visione, IX, 1-3 «Movea- 
si dopo queste quella Dido cartaginese, che credendo avere Ascanio in braccio vi tenea Cupido.» e Amoro- 
sa Visione XXVIII 13-18 «Oltre mirando, a lei po' mi parca vederle 'n braccio il lampeggiante Amore, 
come già dissi, e Ascanio esser credea; lo qual basciando spesso, del suo ardore gran quantità prendeva 
occultamente, tuttor tenendol nel segreto core.»; v. 4058 Ascanio lullo: figlio di Enea; v. 4060 trastullo: 
cfr. V. 3839; v. 4062 ceco aligero fanciullo: immagine topica per Cupido; v. 4063 Giunon gelosa: cfr. v. 
2250; V. 4064 Io: cfr. v. 2251; v. 4064 deprende: cfr. v. 2251; v. m65 formosa: cfr. v. 1377; v. 4066 com- 
prende: scorge; v. 4061 fogge: cfr. v. 2196; v. 4068 spettanti: coloro che guardano; v. 4071 accorti: attenti; 
V. 4072 tenore: cfr. v. 2012; v. 4076 nul: cfr. v. 1045; v. 4078 rede: ritorna; v. 4081 dia: possa dare. 



TEMPIO d'amore 115 

Integrità persevera in parlare con la Benignità. * 

Int. Quanta dolcezza è in cor de' spirti lieti 

è nulla al par di quella ch'abbian presa 4083 

de' tuoi parlari placidi e discreti, 
tal che mi sento l'anima sì accesa 

ad ascoltarti con gli orecchi intenti 4086 

che l'aspettar più non m' incresce e pesa. 
Poi che ad udirti abbiamo i cor ferventi 

per la dottrina che da te si coglie, 4089 

dimmi l'albergo e gli altri alloggiamenti. 
Ben. Mentre che stian de mirti in queste foglie, 

de compiacerti in tutto ho '1 cor disposto 4092 

per satisfar a tue domande e voglie. 
Tornando, dunque, al primo mio proposto 

dico ch'in capo è un uscio eburneo aurato 4095 

dove l'Error è per custode posto; 
per quello si entra al thalamo sacrato 

dove sta Amor con tutto '1 suo colleggio, 4098 

ch'ai suo servitio e nume è dedicato. 
Ivi è '1 Favor che tant'è seco in preggio 

e del suo honor sì se perfuma e gode, 4101 

che par che tutto '1 mondo abbia in despreggio. 
Ivi è Fittione, el Tradimento e Frode, 

la trista Gelosia col van Sospetto 4104 

che per dolore se consuma e rode. 
Ivi è Beltà con attrativo aspetto, 

de specchi e d'occhi carica è vestita, 4107 

che di se stessa ha orgoglio e van diletto. 
Appresso a lei è Gioventute ardita, 

che porta al collo un sciolto e rotto freno, 4110 

qual va superba de sua età fiorita. 
Poi v'è l'Affanno, el Sdegno, el Gaudio ameno, 

Timor, Speranza con Travaglio e Fede 4113 

de' quai se pasce el misero Phileno. 
Ivi fra questa et altra gente sede 

el pharetrato Amor con noia e gioco, 4116 

sì come el tempo e la stagion richiede. 
Le mura d'ogni intomo son di fuoco, 

non come l'altro, ma latente, occulto, 4119 

ch'abbrusa e non par fiamma in alcun loco. 



* in] a ABC; * con la] a la ABC; v. 40S4 parlari] sermoni ABC; v. 4088 ad udirli] d'udirti ABC; v. 4097 quel- 
lo] questo ABC; v. 4104 la] e ABC; v. 4106 Ivi] Poi ABC; v. 41 13 con] col ABC. 



V. 4083 par: paragone; v. 40SS ferventi: desiderosi; v. 4089 dottrina: precetti, consigli; v. 4091 Mentre- 
foglie: indica simbolicamente l'amore, quindi mentre parliamo d'amore; v. 4095 eburneo: cfr. v. 3777; v. 
4097 thalamo: cfr. v. 2814; v. 4097 sacrato: lat. consacrato; v. 4099 nume: cfr. v. 612; v. 4100 preggio: 
stima; v. 4101 perfuma: vanta; v. 4103 Fittione: Finzione; v. 4106 attrativo: seducente; v. 4107 de spec- 
chi... vestita: la Bellezza si guarda dappertutto; v. 4110/r^«o: briglia; v. 4111 età fiorita: Petrarca, 
CCLXXVIII, 1 «Ne l'età sua più bella e più fiorita» e Petrarca, CCCXXXVI, 3 «qual io la vidi in su l'età 
fiorita»; v. 4116 pharetrato Amor: immagine topica di Amore; v. 41 16 gioco: divertimento; v. 4119 non 
come l'altro: non come il fuoco vero; qui Galeotto allude al fuoco dell'amore; v. 41 19 latente: nascosto; v. 
4\20 abbrusa: brucia. 



1 1 6 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Sopra '1 camino è Meleagro sculto, 

ch'arde col stizzo, e ' doi suoi cii occisi, 4122 

con la matre che piagne el fatto insulto. 
I trabi son d'intagli in auro scisi 

e '1 ciel ha de focili l'ornamento 4125 

che alquanto l'un da l'altro son divisi; 
de car bitume è fatto el pavimento 

de cener d'ossa de rebelli amanti, 41 28 

miste col sangue d'ogni ingrato spento. 
Vi son liuti e lire in molti canti 

ch'hanno le corde, che di fibre sono, 4131 

de quei che già d'Amor fur repugnanti; 
un organo v'è anchor perfetto e buono, 

fatto de canne de Syringa altera, 4134 

a cui già dede Pan el cor in dono. 
Ivi instrumenti son d'ogni mainerà, 

libri de canti e libri anchor d'amore 4137 

letti da quella inamorata schiera, 
dove con querul canto, a tutte l'hore, 

cantando la passion de' lor concetti, 41 40 

chi el canto fa, chi conu-o e chi tenore. 
Ivi fra reti d'or sono augelletti, 

pasceri, merli, tortore e colombe, 4143 

qual canta, qual col voi prende diletti. 
Ossa vi sono tratte fuor de tombe, 

capei contorti in nodi, incanti sacri 4146 

quai fanno che ad amar ciascun succombe. 
Vi son carte non nate e simulacri, 

fascini, suchi et herbe e rei veneni 41 49 

da far gli amanti in poco tempo macri. 
Ivi son scrinii de gran veste pieni, 

buscioli et albarelli e varie ampolle 4152 

piene d'impiastri e de liquori ameni. 
Da canto un leticel, con piuma molle, 

del cigno in cui già Giove trasformossi 41 55 

quando giacer con l'alma Leda volle; 

V. 4130 molti] mille ABC; v. 4 150 poco] breve ABC; v. 4154 Da canto un] Da canto è un AB. 

V. 4121 Meleagro: eroe greco che, per volere del fato, sarebbe dovuto morire se un tizzone, custodito gelosamen- 
te dalla madre, si fosse consumato; tuttavia la madre, accecata dall'ira per la morte dei suoi fratelli uccisi dal 
figlio durante una contesa, gettò il tizzone nel fuoco causando così la morte di Meleagro, cfr. Ovidio, Met., Vili, 
260-546; Dante, Purg., XXV, 22-23 «Se t'ammentassi come Meleagro si consumò al consumar d'un stizzo...»; 
accenni al mito sono presenti anche in Boccaccio, Filocolo, II, 17, 17 e III. 4, 13, Boccaccio, Amorosa Visione, 
XXV, 71 e Boccaccio, Genealogia, IX, 19; v. 4121 sculto: inciso; v. 4122 stizzo: pezzo di legno o carbone arden- 
te; v. 4122 cii: zii; v. 4123 insulto: grave offesa; v. 4\24scisi: separati, divisi; v. 4\25 focili: fiamme; v. 4127 car. 
perché fatto con la cenere degli amanti; v. 4127 bitume: tipo di pece usata per le navi; v. 4130 canti: cfr. v. 1827; 
vv. 4\34-35 fatto... dono: rievocazione del mito di Siringa e Pan. Siringa, amata da Pan, inseguita da questi fugge 
spaventata e proprio quando sta per essere raggiunta viene mutata in un giuncheto. Pan, con le canne, costruisce 
la prima zampogna (syrirux), cfr. Ovidio, Met., I, 687-7 1 2; accenni anche in Boccaccio, Amorosa Visione, XX, 1 1 , 
16 e Boccaccio, Genealogia, I, 4; v. 4\34 altera: sorda ad ogni preghiera; v. 4136 mainerà: tipo; v. 4\40 passion: 
cfr. V. 865; v. 4\ 40 concetti: pensieri; v. 4141 contro: chi accompagna; v. 4141 tenore: voce alta maschile; v. 4147 
succombe: soccomba; v. 4148 carte non nate: carta fatta con pelle d'animale tratto prima che nasca dal ventre 
della madre; v. 4148 simulacri: statue; v. 4Ì49 fascini: piccoli legni; v. 4150 macri: esausti; v. 4152 buscioli: cfr. 
V. 3106; V. 4152 albarelli: piccoli vasetti di terra o di vetro; v. 4153 impiastri: medicamenti; v. 4153 liquori: cfr. v. 
2612; V. 4154 leticel: lettino; vv. 4155-4156 Giove... Leda: riferimento all'amore di Giove per Leda. Giove si tra- 
sformò in cigno per poterla amare, cfr. Ovidio, Heroides, XVII, 55-56, Ovidio, Met., VI, 108-109; v. 4156 alma: 
feconda; secondo la leggenda ebbe come figli Elena, Castore e Polluce. 



TEMPIO d'amore 117 

di quello gli ornamenti sono rossi, 

de poqjora gentil, con lembi a tomo 4158 

di perle tonde e de smaraldi grossi. 
Sul cel del letto leggiadretto adomo 

depinta è Psiche con mirabil opra 4161 

che con Cupido fa tranquil soggiomo; 
ivi si scorge come gli sta sopra 

col lume in mano contemplando quello 4164 

qual, per mirarlo ben, par chi lo scopra. 
A la testa del celo aurato e bello 

son le tre Gratie e ognuna cerne e parte 4167 

per sé bei fior per farsene un capello. 
Un'anconetta poi vi sta da parte 

dove de Psiche è la figura diva, 4170 

fatta con grande magisterio et arte, 
la qual adora come fosse viva 

e in contemplarla tanto piacer prende, 4173 

quanto nel tempo che con lei dormiva. 
Alla fenestra un specchio ebumeo pende 

qual ha Narciso che si specchia al fonte 4176 

e di se stesso nel mirar se accende. 
Di sopra è '1 vel che porta su la fronte 

quando se imbenda gli occhi, acciò non veggia 4179 

nel suo congresso qual persona affronte. 
Ivi è la coda ben crinita e greggia 

che già fu del cavallo de Rainaldo 4182 

ch'ha in capo una ben testa in or correggia, 
e '1 pettine, ch'è dentro, è comeo e saldo, 

tratto dal corno d'Acheloo potente 4185 

che a contrastar con Hercule fu baldo. 
A lato è la scoppetta ivi pendente 

col manico d'un'ambra negra e fina, 4188 

con una gemma al mezzo risplendente; 



V. 4159 perle tonde] tonde perle ARC; v. 4160 leggiadretto adorno] leggiadretto e adorno ABC; v. 4164 con- 
templando] riguardando ABC. 

v. 4158 gentil: raffinata; v. 4160 dei. parte superiore; vv. 4161-4162 Psiche... Cupido: il riferimento è all'amo- 
re tra Psiche e Cupido; la vicenda verrà ripresa pili diffusamente ai vv. 4373-4556; v. 4161 mirabil: che desta 
stupore, in Dante, Par., XVI, 85 «mirabil cosa», in Fregoso spesso «mirabil cura», cfr. PE, V, 14 e PE, X, 42; 
vv. 4163-4165 ivi... scopra: il riferimento è all'episodio in cui Psiche si lascia indurre dalle sorelle ad osserva- 
re lo sposo di notte, cfr. vv. 4437-4442; v. 4165 chi: che, cfr. Rohlfs, II, 483; v. 4167 cerne: lat. sceglie; v. 4167 
parte: lat. separa; v. 4168 capello: cappello; v. 4169 anconetta: piccola ancona, ossia tavola o quadro d'altare; 
v. 4170 diva: divina; v. 4171 fatta... arte: cfr. v. 3476; v. 4173 e in contemplarla: il soggetto sottinteso è 
Amore; v. 4174 con lei dormiva: Cupido e Psiche si erano sposati; v. 4176 Narciso: giovane di straordinaria 
bellezza, disdegnò l'amore della ninfa Eco che si consumò a poco a poco in questo inutile amore; le altre ninfe 
chiesero vendetta e la Nemesi (o forse Afrodite) le esaudì, facendo in modo che Narciso, specchiandosi ad una 
fonte, si innamorasse di se stesso e non sapendosi più staccare dalla vana contemplazione di sé si consumasse 
e si trasformasse in pianta, cfr. Ovidio, Met., Ili, 339-5 10; Dante, //?/., XXX, 128 «... e per leccar lo specchio di 
Narcisso...» e Dante, Par., Ili, 18 «... a quel ch'accese amor tra l'omo e M fonte...»; accenni anche in Bcxrcac- 
cio, Comedia Ninfe, IV 22-28, e XXVI 20; Boccaccio, Amorosa Visione, XXII 55-63, Boccaccio, Fiammetta, 
V 6 7 e VII 1 3 e Boccaccio, Genealogia, VII 59; v. 4177 accende: innamora; v. 4179 se imbenda gli occhi: 
Amor, secondo la tradizione, è cieco; v. 4183 testa: tessuta; v. 4183 correggia: cinghia di cuoio; v. 4185 Ache- 
loo: riferimento ad Acheloo che, innamorato di Dcianira, combatté con Eracle. Mutatosi in varie forme, alla 
fine assunse quella di toro ma subì la rottura di un corno; allora si arrese rinunciando a Deianlra purché gli 
venisse restituito il corno, cfr. Ovidio, Met., Vili, 879-884 e IX 1-92; v. 4186 baldo: ardito; v. 4187 scoppetta: 
scopetta. 



1 1 8 GALEOTTO DAL CARRETTO 

le sete son de la turba meschina 

de' compagni de Ulisse già conversi 4191 

da Circe in porci, come Amor destina. 
I strali aurati, ben forbiti e tersi, 

con la pharetra et arco e face et ali, 4194 

tutte a un rastel affisse, puon vedersi. 
D'hebano sono le sue mense e tali 

i trespedi sono, anco i tapeti hanno 4197 

un lavor d'or contesto ad animali. 
Di porpora con gemme è '1 suo bel scanno 

e le spallere d'or son fatte acuori 4200 

che come cribri perforati stanno. 
Ivi sono altre cose, altri lavori 

che dir non posso ad uno ad un per nome, 4203 

che tosto qui verian vostri auditori. 
Int. De tanta humanità non saprei come 

render potesse a te merti condegni, 4206 

che '1 dorso mio non basta a sì gran some. 
Ma, poi che con parlari tuoi benegni 

di questi lochi n'hai sì bene instrutte, 4209 

preghian che '1 resto a recitar ti degni 
che noi sian qui per ascoltarti tutte. 

La Benignità prosegue parlando e dice. 

Ben. Per proseguir el già comincio thema 4212 

del mio sermone, che v'è dolce e grato, 

dirò la parte de l'albergo estrema. 
Dico che fuor del thalamo dorato, 42 1 5 

a canto a canto al florido giardino, 

vi late un bagno con la stuffa a lato; 
l'acqua di quello, per fatai destino, 4218 

vien per meati su dal fiume Lethe 

intrando in l'alveo ch'è di marmo fino; 
ivi in le parti che son piij scerete 4221 

la Voluptà de Psiche e d'Amor nata 

gl'intranti accetta con sue voglie liete. 
A tomo el mur è una pittura ornata 4224 

de Salmace che abbraccia Hermofrodito 

e basa la sua bocca delicata. 

V. 4191 compagni] sotii ABC; v. 4195 tutte] tutti ABC; v. 4202 altri] e altri ABC: v. 4204 vostri] nostri ABC; 
V. 4206 merti condegni] gratie condegne ABC; v. 4208 parlari tuoi benegni] parole tue benegne ABC; v. 4210 
degni] degne ABC; v. 42 1 1 qui] qua ABC. 

V. 4190 sete: setole; vv. 4191-4192 de' compagni... destina: il riferimento è a Circe (cfr. v. 3860), maga dell'isola 
Eéa, figlia del Sole, che trasformò in porci i compagni di Ulisse, cfr. Ovidio, Met., XIV, 241-307; v. 4193 strali 
aurati: Petr., CLXXIV, 14 «orato tuo strale»; v. A\92> forbiti e tersi: netti e lucenti; v. 4\94 face: fiaccola; v. 4195 
rastel: strumento di legno dove, su delle aste, si posano le armi; v. 4195 puon: cfr. v. 1 137; v. 4196 mense: tavole; 
v. 4197 trespedi: arnesi che hanno tre piedi; v. 4197 anco: cfr. v. 1376; v. 4198 un lavor.. animali: disegno d'oro 
con figure d'animali; v. 4199 scanno: cfr. v. 1 198; v. 4201 cribri: vagli; v. 4204 verian: verranno; v. 4206 condegni: 
adeguati; v. 4207 some: carichi; v. 42\0 preghian: preghiamo, cfr. v. 79; v. 4212 comincio: cfr. v. 2713; v. 4213 
grato: cfr. v. 860; v. 4215 thalamo: cfr. v. 2814; v. 4216 florido: cfr. v. 1487; v. 4211 late: sta nascosto; v. 4217 stuf- 
fa: stufa; v. 4219 meati: aperture; v. 42\9 Lethe: fiume infernale; v. 4220 alveo: cavità; v. 4222 Voluptà: Voluttà è 
figlia di Amore e Psiche, cfr. Apuleio, Met., VI, 24 «Sic rite Psyche convenit in manum Cupidinis et nascitur illis 
maturo partu filia, quam Voluptatem nominamus.»; v. 4223 accetta: cfr. v. 1 169; v. 4223 voglie: desideri; v. 4225 
Salmace: la ninfa Salmàcide che abitava la fonte omonima in Caria; ella si innamorò follemente di Ermafrodito e, 
aggredendolo, con lui si fuse in un corpo che è insieme di maschio e di femmina, Ovidio, Me/., IV, 285-388. 



TEMPIO d'amore 119 

Poi vi è la stuffa col letto fornito, 4227 

ben perfumato de gentil perfumi 

che tenta a gran libidin l'appetito. 
Ivi non sono né splendor né lumi, 4230 

ma cecità che tanto el cor diletta 

che per dolcezza par che se consumi. 
Quivi sta spesso l'amorosa setta 4233 

e de confetti e vin di varie sorti 

s'empie e su fuoco par che fuoco metta. 
Ciascuno i spirti par che se conforti, 4236 

avendo seco ognhor Venere e Bacco 

col fèr Vulcan che gli fa accesi e forti; 
e quando ognuno è del bere ben stracco 4239 

se corica nel letto et ivi dorme, 

qual fa in le piume el sonnolento bracco. 
Int. Prègoti anchor che tu me dica e informe 4242 

di quel giardin de cui già mi parlasti, 

che certo al resto deve esser conforme. 
Ben. Per satisfarti a quel che dimandasti, 4245 

del bel giardino l'aurea porta paté 

a la cui intrata alcun non fa contrasti, 
sopra la qual, con lettre in or notate, 4248 

son queste dolci e placide parole: 

«lasciate ogni mestitia, o voi ch'entrate». 
Dentro vi sono pallide viole, 4251 

fior de' penseri, gelsomini e gigli 

e Clitia che a tutt'hore mira '1 sole; 
fior persi, gialli, candidi e vermigli 4254 

e di tal sorte floridi, ch'ognuno 

può dir che a primavera s'assomigli. 
Ivi è quel gelso che di bianco in bruno 4257 

cangiò '1 colore per gli morti amanti 

e del giardino è '1 primo e quel sol uno. 
Ivi è quel alto pin ch'ha rami tanti 4260 

nel qual già fu converso el formoso Athi 

per mal servar i buon ricordi e santi. 
Ivi è '1 cipresso con gli branchi lati 4263 

nel qual fu trasformato Ciparisso 

V. 4233 Quivi sta] Ivi vien ABC; v. 4234 sorti] sorte ABC; v. 4236 conforti] conforte ABC; v. 4238 /a acce- 
si e forti] molesta forte ABC; v. 4242 Prègoti] Ti prego AB, Te prego C; v. 4245 satisfarti] satisfar ABC; v. 
4262 e santi] santi ABC. 

V. 4227 fornito: ornato, decorato; v. 4234 confetti: dolciumi; v. 4237 Venere e Bacco: simboli rispettivamente della 
lussuria e della gozzoviglia; Petr., CXXXVII, 4 «Venere e Bacco»; v. 4238 Vulcan: dio del fuoco che, in questo 
caso, accende gli animi; v. 4241 bracco: cane da caccia; v. 4246 paté: imperativo, 'apri', cfr. Rohlfs, II. 605; v. 
4248 notate: rappresentate; v. 4250 Lasciate... entrate: cfr. v. 2676; v. 4251 pallide viole: Petr., CLXII, 6 «pallide 
viole»; V. A252 fior de' penseri: viole del pensiero; v. 4253 Clitia: cfr. v. 2233; v. A25A persi: cfr. v. 3507; v. 4255 
floridi: cfr. v. 1487; vv. 4257-4258 Ivi... amanti: il riferimento è ancora una volta alla storia di Piramo e Tisbe il cui 
sangue tinse di nero le bacche, prima bianche, del gelso, cfr. vv. 3724-3726 e vv. 3856-3857; v. 4257 di bianco in 
bruno: Dante, Par., 15, 51 «Du' non si muta mai bianco né bruno» e Dante, Par., 22, 93 «Tu vederai del bianco 
fatto bruno»; v. 4260 alto pin: Petr., CXXIX, 27 «pino alto»; v. 426 1 formoso: cfr. v. 1 377; v. 426 1 Athi: la leggen- 
da narra che Atti fu amato da Cibele; quando questa si accorse che lui voleva lasciarlo per la ninfa Sangàride lo rese 
folle al punto da farlo fuggire sui monti e provocarne la morte. In seguito, pentitasi, lo trasformò in pino, cfr. Ovi- 
dio, Met., X, 103-105; v. 4262 ser\'ar: lat. conservare; v. 4263 branchi lati: rami larghi; v. 4264 Ciparisso: bellissi- 
mo giovane di Ceo, molto caro ad Apollo. Egli aveva sempre con sé un cervo con il quale spesso giocava finché un 
giorno lo uccise per sbaglio; allora chiese ad Apollo di fario morire e di rendere perenni le sue lacrime. Apollo lo 
trasformò in cipresso, simbolo del dolore, cfr. Ovidio, Met., X, 106-142. 



1 20 GALEOTTO DAL CARRETTO 

i cui amori a Phebo fur sì grati. 
Ivi è quel lauro, in cui gran tempo ha visso 4266 

la bella Daphne, al qual Phebo sovente 

lasciato ha per memoria l'arco affisso. 
Ivi è quel tronco in cui Mirra dolente 4269 

fu trasmutata per pietà d'amore, 

fuggendo el gran furor del suo parente. 
Altri arbor son che rendono un odore 4272 

dolce e soave a chiunque entra ne l'orto, 

che per dolcezza de l'odor se more. 
Ivi sta Progne e piagne el figliol morto 4275 

e Philomena del suo querul canto 

pigliando va in le fronde el suo conforto. 
Del bel giardin da l'uno e l'altro canto 4278 

di rose de damasco è un bel roseto, 

che di beltade e odor fra gli altri ha '1 vanto; 
a guisa d'archi è fatto, et ogni lieto 428 1 

e chiunque per Amor sospira e geme 

prende riposso placido e quieto. 
Una gran parte di quel horto ha '1 seme, 4284 

che l 'herbe optate anchor non ha produtto, 

del qual gli è chi ne spera e chi ne teme; 
un'altra che fiorita è già per tutto, 4287 

un'altra ch'è spinosa, arida, inculta, 

un'altra poi dov'è maturo el frutto; 
un'altra è con grande arte ornata e eulta 4290 

d'aneto, meliloto e camamilla, 

d'anesi, carvi et origano fulta, 
d'absintio, rosmarino e tormentilla, 4293 

de salvia, invertetica, sticcadosso, 



v. 4277 pigliando] prendendo ABC; v. 428 1 ogni] ognun ABC; v. 4288 inculla] e inculta ABC; v. 4294 sticca- 
dosso] e sticcadosso ABC. 

V. 4265 grati: cfr. v. 860; v. 4266 visso: cfr. v. 274; v. 4267 Daphne: cfr. v. 3760; v. 4269 Mirra: cfr. v. 3900; v. 
4271 parente: lat. genitore; v. 4273 dolce e soave: Dante, Par., 16, 32 «dolce e soave»; vv. 4275-4276 Progne... 
Philomena: Progne e Filomela (la forma Philomena è più diffusa nei testi medievali) erano due sorelle, la prima 
delle quali sposata a Terèo, uomo crudele e violento. Questi abusò di Filomela e la rinchiuse in un castello dopo 
averle tagliato la lingua; questa riuscì tuttavia a comunicare la sua triste storia alla sorella e insieme, per vendi- 
carsi, uccisero Iti, figlio di Progne e Terèo, dandolo in pasto al padre. Gli dei però vollero salvare le due sorelle 
dalla vendetta di Terèo trasformando Filomela in usignolo e Progne in una rondine, cfr. Ovidio, Met., VI, 421- 
674; Dante, Purg., 9, 13-14 «Ne l'ora che comincia i tristi lai la rondinella presso a la mattina, forse a memoria 
de' suo' primi guai...»; Petr., CCCX, 3 «Et garrir Progne e pianger Philomena» e Petr., T.A., IV, 131-132 «... e 
Progne riede con la sorella al suo dolce negozio.»; accenni anche in Boccaccio, Filocolo. II, 15 14, III, 28 5, IV, 
13 6 e IV 46 15; v. 4278 canto: cfr. v. 2034; v. 4279 rose de damasco: rosa bianca o rossa molto profumata dai 
cui petali si ricava l'essenza di rosa usata in profumeria; v. 4284 Una... seme: è una parte solo seminata; v. 4285 
optate: cfr. v. 5; v. 4287 un'altra: sottinteso 'parte'; da notare la sintassi fortemente iterativa; v. 4290 eulta: lat. 
coltivata; v. 4291 aneto: pianta erbacea d'orto simile al tlnocchio ma di odore diverso; dà un'essenza stimolan- 
te e fortemente aromatica; v. 4291 meliloto: pianta con foglie formate da tre foglioline seghettate con fiori pro- 
fumati gialli o bianchi e frutti a legume; v. 4291 camamilla: camomilla; v. 4292 anesi: erba originaria dell'O- 
riente con radice sottile e fusto eretto ramificato; è coltivata per i suoi semi aromatici di sapore dolce e piccan- 
te' (GDLI s.v. anice); v. 4292 carvi: pianta dai cui frutti si ricava l'essenza di carvi usata in medicina e nella 
fabbricazione dei liquori; v. 4293 absintio: assenzio; erba con foglie alterne e fiori giallastri in capolini, le une 
e gli altri amarissimi e con diverse proprietà medicinali; v. 4293 tormentilla: pianta con foglie palmate e fiori 
piccoli e gialli; v. 4294 invertetica: erba perenne usata in medicina per l'azione antireumatica e antifebbrile 
(GDLI s.v. ivartetica); v. 4294 sticcadosso: si è identificato con la stèca o stècade ossia pianta simile alla 
lavanda. Il suffisso in -osso è probabilmente dovuto alla ricerca di una rima particolare. 



TEMPIO d'amore 121 

d'appio e capelveneri e mertilla, 
de silare montano e liriosso, 4296 

pimpinella, millefogli e verbena 

e d'altre assai che tutte dir non posso; 
un'altra è poi che de radici è piena 4299 

d'acori, panporcino e valeriana 

che fan bollir el sangue in ogni vena. 
In mezzo è poi la limpida fontana, 4302 

in cui fu trasformata già Aretusa, 

che scaturisce a tomo a l'herba piana; 
del sasso de Eco è tutta quanta chiusa 4305 

e l'acqua al gusto è freda, e pur riscalda, 

e crescer fa la sete a chi più l'usa. 
Poi la rugiada tepida, non calda, 4308 

che le tenere herbette riga e bagna, 

piove dal cel da la venerea falda. 
L'Otio è l'hortolano e la compagna 431 1 

è la Lascivia e le ministre e serve 

son le Delitie che son nate in Spagna, 
e ognuna a far suo ufficio sì ben serve 43 1 4 

che grate sono al pharetrato Dio 

che a' suoi bisogni par che le conserve. 
Int. Quanto più dici tanto pili el desio 4317 

mi cresce d'ascoltar tuoi dolci detti, 

quai fan che per udir me stessa oblio. 
Però se Amor constringe i mortai petti 4320 

a far estreme cose i' dico e affermo 

che non senza cagion sono constretti, 
che a tante cose un debil corpo e 'nfermo, 4323 

ch'entra per sorte in questo viridario, 

resister ben non può né men far schermo. 
Anzi, qualunque a lui è più aversario, 4326 

tanto più resta superato e vinto 

e, col contrasto, cerca el suo contrario. 
Ben. Questo giardino è circondato e cinto 4329 

di cor d'amanti cotti in la fornace 

d'un foco ch'alcun mai non vide estinto. 
Da un lato è un orto ov'el gran Sonno giace 4332 



v. 4332 Da un lato] In capo ABC. 

v. 4295 appio: pianta che comprende parecchie varietà d'orto tra cui il sedano e il prezzemolo; v. 4295 
capelveneri, felce perenne e odorosa dalle foglie piccole e triangolari, di color verde chiaro; v. 4295 mer- 
tilla: arbusto sempreverde con foglie dentate, fiori bianchi, rosa o rossi e frutti a bacca; v. 4296 silare: spe- 
cie di salice (dal lai. siler); v. 4296 liriosso: giglio (GDLI s.v. lirio); per la rima cfr. v. 4294; v. 4297 pim- 
pinella: pianta con fiori bianchi e gialli in ombrelle composte; v. 4297 millefogli: varietà officinale di 
achillea un tempo adoperata come vulnerario o tonico; v. 4299 un'altra: anche qui sottinteso 'parte"; v. 
4300 acori: pianta dalle foglie graminiformi con spiga terminale; v. 4300 panporcino: pianta erbacea sel- 
vatica il cui fiore è il ciclamino; v. 4303 Areiusa: ninfa del seguito di Artemide che, per sfuggire ad Alfeo, 
si fece trasformare dalla dea in fonte, cfr. Ovidio, Mei., V, 577-641; accenni al mito anche in Boccaccio, 
Filocolo, II, 17 16, Boccaccio, Amorosa Visione, XXV, 1-3, Boccaccio, Comedia Ninfe, XVIII 17 e Boc- 
caccio, Genealogia, VII 18; v. A2>QA piana: uniforme; v. 4305 Eco: per il mito di Eco e Narciso, cfr. v. 
4176; V. 4309 riga: irriga; vv. 4309-4313 bagna-Spagna: stessa rima di Dante, Inf, 26, 103-105; v. 4312 
ministre: amministratrici; v. 4313 Delitie: cfr. v. 2831; v. A2>\ A ufficio: cfr. v. 209; v. 4315 grate: cfr. v. 860; 
V. 4318 dolci detti: Petr., LXX, 17 «dolce mio detto»; v. 4324 viridario: giardino; v. 4332 orto: tutta la 
parte riprende da vicino Ovidio, cfr. Met., XI, 602-615. 



122 GALEOTTO DAL CARRETTO 

* 

con Phantaso, Phobètore e Morfeo, 

suoi cari figli che stan seco in pace. 
Una gran parte del fiume Letheo 4335 

esce del cavo sasso e va nel bagno, 

de cui mia lingua mention vi feo; 
l'altro poi corre non con furor magno, 4338 

ma con mormorio leve, tal che invita 

ognun che vói quivi esser suo compagno. 
A tomo è ogni herba ch'a dormir incita: 4341 

papaver, faba inversa e la cicuta, 

l'indivia e la mandragora crinita, 
el maniforio ch'ha l'herba fronduta, 4344 

la portulaca co l'insquiamo bianco 

el loglio che l'huom tant'al sonno aiuta; 
la frigida lattuca e '1 suo suco anco, 4347 

la cassia lignea et altre innumere herbe 

ch'ognuno a racontar sarebbe stanco. 
Poi vi son piante a tomo alte e superbe: 4350 

el popul, salice e noce matella 

e l'aloe, ch'ognun par se riserbe. 
Tutte le piante in questa parte in quella 4353 

per ordine son poste intomo al tetto 

e l'Otio, ch'è hortolano, in una cella 
coi sotii suoi talhor prende diletto. 4356 

L'Integrità dimanda a la Benignità se in capo del giardino vi sono alcuni 
hospitii dove Amor l'estate al gran caldo prenda qualche refrigerio e riposo, 
quando è stanco de ferir homini mortali. 

Int. Donna, saper vorrei se nel bel horto 

vi sono alcuni hospitii per l'estate 



V. 4337 de cui] del qual ABC; v. 4347 suco] seme ABC; v. 4349 racontar] recitar ABC; v. 4356 coi] con ABC; 
vv. 4357-4572 i versi mancano in ABC. 

V. 4333 Phantaso, Phobètore e Morfeo: il primo è la personificazione dei sogni nei quali compaiono paesaggi e 
oggetti inanimati; il secondo è la personificazione dei sogni che incutono spavento, assumendo forme di bestie 
feroci; il terzo è il dio dei sogni incredibili che appaiono in forma umana; tutti e tre vengono citati da Ovidio, cfr. 
Met., XI, 633-649 «... excitat artifìcem simulatoremque figurae Morphea... Sed hic solos homines imitatur, at 
alter fit fera, fit volucris, fit longo corpore serpens: hunc Icelon superi, mortale Phobetora vulgus nominai; est 
etiam diversae tertius artis Phantasos: ille in humum saxumque undamque trabemque, quaeque vacant anima, fal- 
laciter omnia transit;...»; v. 4336 esce... sasso: Dante, Inf., 34, 85 «poi uscì fuori per lo foro d'un sasso»; v. 4337 
mention vi feo: cfr. vv. 4217-4220; v. 4338 magno: cfr. v. 3268; v. 4342 papaver: qui si riferisce al papaver som- 
niferum da cui si ricava l'oppio; v. AliAlfaba inversa: erba annua con foglie alterne pennate verdi-grigie, con fiori 
bianchi e violacei e con frutti a legume contenenti diversi semi piatti e grossi; v. 4342 cicuta: pianta con foglie 
composte e fiori bianchi in ombrelle, la cui velenosità era nota fin dai tempi antichi; v. 4343 indivia: pianta colti- 
vata come ortaggio, più comunemente conosciuta come insalata; v. 4343 mandragora crinita: pianta velenosa 
con grandi foglie ondulate, fiori bianco-violacei e frutti a bacca; veniva considerata dotata di virtù magiche e 
afrodisiache; v. 4344 maniforio: non si è rintracciata alcuna erba o pianta con tale nome; v. 4345 portulaca: erba 
annua con foglie ovate addensate all'estremità dei rami e fiori bianco-giallognoli; v. 4346 loglio: pianta dalle 
foglie glabre e fiori in spighe terminali costituite da diverse spighette; v. 4347 lattuca: pianta erbacea coltivata in 
diverse varietà, più comunemente conosciuta come lattuga; v. 4347 suco: decotto; v. 4347 anco: cfr. v. 1376; v. 
4348 cassia lignea: cassilignea, nome dato ad una specie di alloro di color cangiante nero e rosso; v. 435 1 popul: 
pioppo; V. 435 1 noce matella: pianta con foglie semplici, fiori bianchi eretti e frutti spinosi contenenti diversi 
semi ad azione narcotico-sedativa (GDLI s.v. metello); v. 4352 aloe: pianta perenne con foglie grasse e con fiori 
piccoli a grappoli fitti di colore giallo; v. 4352 riserbe: conservi bene, mantenga; v. 4354 tetto: dimora; v. 4356 
sotii: cfr. v. 1 3 1 ; vv. 4357-4572 Donna... ingrate: sono ventisette ottave dallo schema AB AB ABCC. 



TEMPIO d'amore 123 

dove Amor prenda placido conforto, 4359 

quando è ben stanco e pien d'ansietate 

d'aver coi strali, senza morte, morto 

un gran numer de genti inamorate. 4362 

Ben. Saggio è '1 quesito e buona è la proposta: 

hor sta ad udir che ti darò riposta. 

Una gran loggia è in capo del giardino, 4365 

tutta gemmata con le rose d'oro, 

ch'ha le colonne d'alabastro fino 

coi bassi aurati e capitelli d'oro, 4368 

e '1 pavimento piano adamantino 

fatto e stemito con sottil lavoro, 

e de smaraldi sono l'alte mura 4371 

dov'è protratta una gentil scultura. 
Ivi de Psiche la dogliosa vita 

scorgesi sculta con divino intaglio, 4374 

e com'è da Ciprigna perseguita 

per esser poco eulta al loco Idaglio, 

qual da me tosto vi sarà chiarita; 4377 

et ogni caso et atto e suo travaglio 

e del misterio i campi son vintuno, 

quai narraròvi tutti ad uno ad uno. 4380 

Psiche per sua beltà presso a' parenti 

è venerata da ciascun per diva, 

dil che Vener col figlio fa lamenti 4383 

che sia per lei del culto usato priva, 

e lo scongiura, con suoi preghi ardenti, 

che quest'accenda d'alta fiamma viva 4386 

d'un huom estremo e che per tutto '1 mondo 

duol non sia alcuno più del suo profondo. 
Vener, sdegnata, in mar va per camino 4389 

da nymphe e da Tritoni accompagnata; 

l'auriga è Palemon sopra un delphino 

che avanti al carro con destrezza nata; 4392 

alcun gli porge un specchio adamantino, 

altro col vel dal sol la tien servata. 



V. 4361 senza morte: non è una morte reale; v. 4361 morto: cfr. v. 891; vv. 4367-4368 ch'ha... d'oro: cfr. vv. 1 172- 
1 176; V. 4367 fino: puro; v. 4368 bassi: cfr. v. 1 173; v. 4369 adamantino: splendente; v. 4370 stemito: lat. lastri- 
cato; V. AHI protratta: ritratta; v. 4373 Ivi... vita: inizia la favola di Psiche che Galeotto mutua, quasi sicuramen- 
te, dal libro IV delle Metamorfosi di Apuleio, visti i riscontri così precisi; la favola viene ripresa, più sintetica- 
mente, anche in Fulgentio, Mytologiarum, III, VI e in Boccaccio, Genealogia, V, XXII; v. 4375 Ciprigna: Venere, 
detta così perchè il suo regno è Cipro; v. 4375 perseguita: forma contratta per 'perseguitata'; v. 4376 eulta: adora- 
ta; v. 4376 Idaglio: Idalio, isola di Cipro; v. 4379 misterio: rappresentazione; v. 4379 campi: spazi in un quadro, 
in un rilievo; v. 438 1 per sua beltà: Dal Carretto, Nozie di Psiche, Arg., v. 9 «Psiche per la mirabii sua beliate»; v. 
4382 è... diva: lo stesso verso è presente identico nelle Nozze di Psiche, Arg., v. IO; v. 43^3 figlio: Amore; v. 4385 
e lo... ardenti: Apuleio, Met., IV, 3 1 «Per ego... matemae caritatis foedera deprecor...»; v. 43S6 fiamma viva: cfr. v. 
2933; V. 4387 huom estremo: non è specificato qui se l'espressione vada interpretata nel significato di «fuori dal 
comune» (come Dal Carretto, Nozze di Psiche, Arg., v. 13) oppure nel significato di «miserrima condizione» 
(come Apuleio, Met., IV, 31 «virgo ista fraglantissimo teneatur hominis cxtremi, qucm et dignitatis et patrimonii 
simul et incolumitatis ipsius Fortuna damnavit, tamque infimi ut per totum orbem non inveniat miseriae suae 
comparem.» o come Dal Carretto, Nozze di Psiche, III atto, v. 103); vv. 4390-4396 da nymphe... tronca: anche 
Galeotto si sofferma sui particolari del viaggio di Venere, cfr. Apuleio, Met., IV. 31 «... auriga parvulus delphini 
Palaemon; iam passim maria persultantes Tritonum catervae hic concha sonaci leniter bucinai, ille serico tegmine 
flagranliae solis obsistit inimici, alius sub oculis dominae speculum progerit, curru biiuges alii subnanlant.»; nelle 
Nozze di Psiche, invece, non si sotTerma sul viaggio perché difficilmente rappresentabile, cfr. noia al v. 103 p. 
622; V. 4392 nata: lat. nuota; v. 4394 vel: il velo protegge Venere dai raggi del sole; v. 4394 ser\-ata: riparata. 



1 24 GALEOTTO DAL CARRETTO 

altro poi suona con marina conca, 4395 

così di Vener el gran duol se tronca. 
Psiche, qual vidua mesta e sconsolata, 

piange e sospira la sua solitudine 4398 

e più che sia ben vista e non cercata 

et odia la sua grande pulchritudine; 

el patre, che timor ha di sua nata, 4401 

va da l'oracul con amaritudine 

chiedendogli per lei un degno sponso. 

Apollo al chieder suo dà tal risponso: 4404 

«Nel summo scoglio de l'eccelso monte 

lascia tua figlia qual funerea sposa, 

né le tue voglie ad aspettar sian pronte 4407 

un genero mortai per lei formosa, 

ma un serpe fèr che, con non vista fronte, 

volando affligge i cor con fiamma ascosa 4410 

e che tremar fa Giove et ogni nume, 

el ciel, la terra, el mar e '1 Stiggio fiume». 
Psiche da' citadini e da' parenti, 441 3 

con molt'omato vacuo d'orgoglio, 

e d'altri ch'hanno le facelle ardenti 

è compagnata al destinato scoglio; 4416 

i quai, con lutti e queruli lamenti, 

bàttonsi i petti e mostrano el cordoglio 

et ella, ch'ai cor sente acuti stocchi, 4419 

piangendo fra costor se asciuca gli occhi. 
Psiche da Zephir, per voler d'Amore, 

da l'alto scoglio è giù portata al basso; 4422 

ivi in la valle, vinta dal sopore 

d'un dolce sonno, aqueta el corpo lasso; 

dormendo dal cor toglie ogni dolore 4425 



v. 4395 conca: lat. conchiglia (nella mitologia classica era suonata dai Tritoni); v. 4397 Psiche... sconsolata: 
Psiche veniva ammirata per la sua bellezza ma non aveva alcun innamorato, cfr. Apuleio, Met., IV, 32 «... sed 
Psyche virgo vidua domi residens deflet desertam suam solitudinem aegra corporis animi saucia... odit in se 
suam formonsitatem.»; v. 4397 vidua... sconsolata: Petr., CCLXVIII, 82 «vedova sconsolata»; vv. 4398-4400- 
4402 solitudine-pulchiritudine-amaritudine: sono tre versi sdruccioli; vv. 4401-4403 el patre... sponso: Apu- 
leio, Met., IV, 32 «Sic infortunatissimae filiae miserrimus pater... percontatur oraculum et... .petit nuptias et 
maritum.»; v. 4401 timor: preoccupazione; v. 4402 oracul: l'oracolo del dio di Mileto; vv. 4405-4412 Nel 
summo... fiume: tutta l'ottava riprende letteralmente il vaticinio dell'oracolo, cfr. Apuleio, Met., IV, 33 «Montis 
in excelsi scopulo, rex, siste puellamlomatam mundo funerei thalami.lNec speres generum mortali stirpe crea- 
tumjsed saevum atque ferum vipereumque malum,lquod pinnis volitans super aethera cuncta fatigatlflamma- 
que et ferro singula debilitai, iquod tremit ipse lovis quo numina terrificantur.inuminaque horrescunt et Stygiae 
tenebrae.»; v. AA06 funerea sposa: abbigliata per nozze di morte; v. AAQ% formosa: cfr. v. 1377; v. 4409 serpe: 
un mostro con volto di serpe; v. 441 1 nume: cfr. v. 612; v. 4412 Stiggio fiume: fiume infernale; v. 4414 con ... 
orgoglio: con molti preparativi fatti senza alterezza, quindi mestamente, cfr. Apuleio, Met., IV, 34 «Perfectis igi- 
tur feralis thalami cum summo maerore sollemnibus toto prosequente populo vivum producitur funus, et lacri- 
mosa Psyche comitatur non nuptias sed exequias suas.»; v. 4416 destinato scoglio: Apuleio, Met., IV, 35 «Sic 
profata virgo conticuit ingressuque iam valido pompae populi prosequentis sese miscuit. Itur ad constitutum 
scopulum montis ardui, cuius in summo cacumine statutam puellam cuncti deserunt, taedasque nutptiales, qui- 
bus praeluxerant, ibidem lacrimis suis extinctas relinquentes deiectis capitibus domuitionem parant.»; v. 4417 
lutti: pianti; v. 4419 stocchi: colpi. Lo stocco è un tipo di spada robusta adatta per i colpi di punta; vv. 442 1 -4424 
Psiche... lasso: Apuleio, Met., IV, 35 «Psychen autem paventem ac trepidam et in ipso scopuli vertice deflentem 
mitis aura molliter spirantis Zephyri vibratis bine inde laciniis et reflato sinu sensim levatam suo tranquillo spi- 
ritu vehens paulatim per devexa rupis excelsae vallis subditae florentis cespitis gremio leniter delapsam recli- 
nai.»; v. 4424 corpo lasso: Dante, Inf, 1, 28 «corpo lasso»; v. 4425 dormendo... dolore: Apuleio, Met., V, 1 
«lamque sufficienti recreata somno placido resurgit animo.». 



TEMPIO d'amore 125 

ch'ebbe coi suoi andando a l'alto sasso 

e, risvegliata, va ne l'aurea loggia 

dove Cupido con diletto alloggia. 4428 

Le due sorelle, che su l'alto monte 

per l'alma Psiche gran lamenti fanno, 

da Zephir son portate al basso fonte 443 1 

là dov'è quella, qual sta con affanno; 

e poi, raccolte con benigna fronte, 

vanno ai bei lochi dove i thesor stanno 4434 

e con gran doni pàrtonsi dipoi 

da lei coi dati mal consegli sòi. 
Psiche, sedotta da le due sorelle, 4437 

va col rasoio e la lucerna in mano 

là dove dorme Amor in l'auree celle 

e vedelo divino e non humano, 4440 

col vago viso e co le chiome belle, 

co le saette et arco non lontano; 

e stupefatta a tale è ricondotta 4443 

ch'in l'humer destro col caldo olio el scotta. 
Amor co la spalla arsa, risvegliato, 

parte da Psiche con corruccio e guerra 4446 

et ella, che lo vede andar sdegnato, 

la gamba nel volar con man gli afferra; 

Amor per forza, anchor che vulnerato, 4449 

da lei scappando lasciala per terra 

e sopra un arbor di cipresso vola 

e Psiche abandonata se sconsola. 4452 

Psiche, seguendo Amor ch'è disparito, 

gettasi al fiume et è portata a riva; 

Pan, che se accorge al viso impallidito 4455 

che quest'è accesa d'una fiamma viva, 

gli dice ch'Amor deve esser servito 



V. 4427 aurea loggia: Apuleio si sofferma notevolmente sulla descrizione del palazzo di Amore, cfr. Apuleio, 
Met., V, 1-2; vv. 4429-4432 Le due... affanno: Apuleio, Met., V, 7 «At illae sorores... adveniunt ibique difflebant 
oculos et piangebant ubera... Tunc vocatum Zephyrum praecepti maritalis admonet. Nec mora, cum ille parcns 
imperio statim clemcntissimis flatibus innoxia vectura deportai illas.» v. 4429 alto monte: Dante, Purg., 5, 86 
«alto monte» e Dante, Purg., 32. 148 «alto monte»; v. 4433 raccolte: sollevate; v. 4434 thesor: le immense ric- 
chezze del palazzo di Amore; v. 4435 e con... dipoi: Apuleio, Met. V, 8 «... auro facto gcmmosisque monilibus 
onustas eas statim vocato Zephyro tradii reportandas.»; v. 4436 sòi: loro; vv. 4437-4438 Psiche... mano: Apu- 
leio, Met., V, 22 «... et prolala lucerna el adrepla novacula...». Dal Carrello, Nozze di Psiche, Arg., vv. 54-55 
«Costei, sedulla da maligni cuori, cum la lucerna e col rasoio in mano»; v. 4439-4441 là... belle: Apuleio, Met,, 
V, 22 «Sed cum primum luminis oblatione lori secreta clarucrunt, videi omnium fcrarum mitissimam dulcissi- 
mamque besliam, ipsum illum Cupidinem formonsum deum formonsc cubantcm. cuius aspcctu luccmac quo- 
que lumen hilaralum incrcbruil et acuminis sacrilegi novaculam paeniiebat.»; v. 4441 vago: leggiadro; v. 4442 
co le saette... lontano: Apuleio, Met., V, 22 «Ante lectuli pedcs iacebal arcus et pharclra et sagiltac, magni dei 
propina tela.»; v. 4444 eh' in l'humer... el scotta: Apuleio, Met., V, 23 «... evomuii de summa luminis sui stillam 
fervenlis olei super umerum dei dexlerum.»; vv. 4445-4446 Amor., guerra: Apuleio. Met., V. 23 «Sic inustus 
exiluil deus visaque deteclae fidei colluvie prorsus ex osculis ci manibus infclicissimac coniugis lacilus avola- 
vii.» V. 4446 corruccio: sdegno; v. 4446 guerra: rabbia; v. 4448 la gamba... afferra: Apuleio, Met., V, 24 «At 
Psychc statini resurgentis eius crure dexlero manibus ambabus adrepio...»; v. 4451 e sopra... vola: Apuleio, 
Met., V, 24 «... involavii proximam cuprcssum...»; il particolare di Amore che vola sul cipresso è omesso in 
Dal Carrello, Nozze di Psiche, nota al v. 43 p. 661; v. 4453-4454 Psiche... riva: Apuleio, Met.. V. 25 «Psyche, 
vero humi prostrala et, quantum visi poterai, volalus mariti prospiciens extremis affligcbal lamcnlaiionibus 
animum... per proximi fluminis margincm praccipitcm scsc dcdit.»; vv. 4455-4456 Pan... diva: Apuleio. Met., 
V, 25 «Tunc forte Pan deus ruslicus iuxira supcrcilium amnis sedcbal... nimio pallore corporis el assiduo suspi- 
riiu immo et ipsis marcentibus oculis tuis amore nimio laboras.». Per il mito di Pan, cfr. v. 4135. 



1 26 GALEOTTO DAL CARRETTO 

con blandi obsequii, qual persona diva. 4458 

Nulla risponde, ma col capo chino, 

fa reverenza e va per suo camino. 
Psiche, giungendo dov'è la sorella, 4461 

narragli el caso e misera sua sorte 

e con fittione persuade a quella 

come Cupido lei vói per consorte; 4464 

tolto combiato costei lascia et ella 

va al scoglio ove precipite va a morte, 

tal fa l'altra sorella che giù al basso 4467 

rompesi el collo con mortai fracasso. 
El bianco augel crocal tosto va dove 

Vener se lava in l'occeano mare 4470 

e del figliol infermo gli dà nove, 

dil che ne sente doglie aspre et amare. 

Indi partendo par ch'in letto el trove 4473 

e lo riprende con sever parlare 

ch'egli, che abbrusa i divin petti e humani, 

arso fia stato da profane mani. 4476 

Psiche, giunta di Cerere al sacello, 

trova gran spiche d'orzo e di frumento 

che senza ordine alcun son sparte in quello, 4479 

le qual raccoglie in un nel pavimento 

e, con sembiante reverente e bello, 

narra a la diva tutto '1 suo tormento 4482 

pregando ch'ai suo mal gli porga aita. 

Ma la pregherà sua non è esaudita. 
Mercurio, di Vener per mandato, 4485 

fa per le strade publico proclama 



V. 4458 blandi obsequii: Apuleio, Mei., V, 25 «Luctum desine et pone maerorem precibusque potius Cupidi- 
nem deorum maximum percole et utpote adolescentem delicatum luxuriosumque blandis obsequiis promere- 
re.»; v. 4459-4460 Nulla... camino: Apuleio, Met., V, 26 «... nulloque sermone reddito sed adorato tantum 
numine salutari Psyche pergit ire.»; v. 4459 capo chino: Dante, /«/., 15, 44 «capo chino»; v. 4463 con fittione 
persuade: Psiche inganna le sorelle convincendole che Amore vuole unirsi in matrimonio con loro, Apuleio, 
Met., V, 26 «Tu quidem... oh istud tam dirum facinus confestim toro meo divorte tibique res tuas habeto, ego 
vero sororem tuam... iam mihi confarreatis nuptis coniugabo.»; vv. 4465-4466 tolto... morte: Apuleio, Met., V, 
27 «... statim navem ascendit et ad illum scopulum protinus pergit et quamvis alio flante vento cacca spe tamen 
inhians «Accipe me,» dicens «Cupido, dignam te coniugem et tu, Zephyre, suscipe dominam» saltu se maximo 
praecipitem dedit»; v. 4465 tolto combiato: preso commiato. La forma combiato è attestata come arcaica, cfr. 
Rohlfs, I, 236; vv. 4467-4468 tal... fracasso: Apuleio, Met., V, 27 «Nec vindictae sequentis poena tardavit... 
nec setius et ipsa fallacie germanitatis inducta et in sororis sceleratas nuptias aemula festinavit ad scopulum 
inque simile mortis exitium cecidit.»; v. 4468 rompesi... fracasso: Dal Carretto, Nozze di Psiche, III atto, v. 
207 «cadendo cum fracasso»; vv. 4469-4471 El bianco... nove: Apuleio, Met., V, 28 «Tunc avis peralba illa 
gavia quae super fluctus marinos pinnis natat demergit sese propere ad Oceani profundum gremium. Ibi com- 
modum Venerem lavantem natantemque propter assistens indicat adustum filium eius gravi vulneris dolore 
maerentem dubium salutis lacere»; v. 4469 crocal: gabbiano; v. 4472 doglie aspre et amare: Venere teme che 
Amore si sia veramente innamorato di Psiche, sua rivale in bellezza; vv. AAl'i-AAlA Indi... parlare: Apuleio, 
Met., V. 29 « Haec quiritans properiter emergit e mari suumque protinus aureum thalamum petit et reperto, 
sicut audierat, aegroto puero iam inde a foribus quam maxime boans...»; v. 4475-4476 ch'egli... mani: Dal Car- 
retto, Nozze di Psiche, III atto, vv. 312-314 «Se la tua spalla hai arsa, ben me piace I che tu, che sei signor de 
tuto el fuoco, offeso resti dal tuo ardor vivace»; v. 4478 trova... frumento: Apuleio, Met., VI, 1 «Videt spicas 
frumentarias in acervo et alias flexiles in corona et spicas hordei videt.»; v. 4480 le qual... pavimento: Apuleio, 
Met., VI. 1 «Haec singula Psyche curiose dividit et discretim semota rite componit...»; v. 4482-4483 narra... 
aita: Apuleio, Met, VI, 2 «Tunc Psyche pedes eius advoluta et uberi tletu rigans deae vestigia humumque ver- 
rens crinibus suis multiiugis precibus editis veniam postulabat...»; v. 4483 aita: cfr v. 1780; vv. 4485-4488 
Mercurio... ama: Apuleio, Met., VI, 8 «Nec Mercurius omisit obsequium. Nam per omnium ora populorum 
passim discurrens sic mandatae praedicationis munus exequebatur...»; v. 4485 per mandato: per incarico. 



TEMPIO d'amore 127 

che chiunque ha Psiche ascosa in alcun lato 

la deggia consegnar, se sua vita ama. 4488 

La Consuetudin, per placar l'irato 

petto di Vener, sua patrona e dama, 

la mena al suo conspetto per capelli; 4491 

Vener comanda poi che se flagelli. 
La Solicitudine e la Tristezza 

menano Psiche avanti a Citharea, 4494 

battuta e castigata con asprezza 

per sua beltade, qual persona rea. 

Vener comanda a lei che con prestezza 4497 

diversi grani, che davanti avea, 

discema l'un da l'altro, e le formiche 

fanno l'effetto come care amiche. 4500 

Vener comanda a Psiche che gli porti 

un fiocco d'aurei vel d'aspri montoni 

che van del fiume appresso ai liti torti, 4503 

vagando erranti senz'aver patroni. 

Psiche, obsequente, per consegli accorti 

d'un'alta canna toglie da' tronconi 4506 

l'aurea lana e a Vener l'appresenta, 

la qual per questo non riman contenta. 
Psiche col vaso va per loco strano 4509 

per recar l'acqua dal scur Stiggio fiume; 

l'aquila piglia el vaso a lei di mano 

e va giù al basso con veloci piume; 4512 

pòrtagli l'acqua al loco alto e soprano. 



vv. 4489-4492 La... flagelli: Apuleio, Met., VI, 8-9 «lamque fores ei dominae proximanti occurrit una de famu- 
litione Veneris nomine Consueludo statimque quantum maxime potuit exclamat... et audaciter in capillos eius 
inmissa manu trahebeat eam nequaquam renitentem.»; v. 4489 Consuetudin: lat. abitudine; vv. 4493-4496 Im... 
rea: Apuleio: Met., VI, 9 «Ubi sunt - inquit - Sollicitudo atque Tristities ancillae meae? Quibus intro vocatis 
torquendam tradidit eam. At illae sequentes erile praeceptum Psychen misellam flagellis afflictam et ceteris 
tormentis excruciatam iterum dominae conspectui reddunt.»; v. 4493 Solicitudine: lat. affanno; vv. 4498-4499 
diversi... formiche: Apuleio, Met., VI, 10 «disceme seminum istorum passivam congeriem singulisque granis 
rite dispositis»; vv. 4497-4499 Vener.. l'altro: Apuleio, Met., VI, 10 «Disceme seminum istorum passivam 
congeriem singulisque granis rite dispositis atque seiugatis ante istam vesperam opus expeditum approbato 
mihi.»; V. 4497 prestezza: prontezza; v. 4499 discerna: separi, divida; vv. 4499-45()0 e le... amiche: Apuleio, 
Met., VI, 10 «Tunc fomiicula illa parvula... convocai corrogatque cunctam formicarum accolarum classem... 
Ruunt aliae superque aliae sepedum populorum undae summoque studio singulae granatim totum digerunt 
acervum separatimque distributis dissitisque generibus e conspectu pemiciter abeunt.»; v. 4500 effetto: ctr. v. 
432; vv. 4501-4504 Vener.. patroni: Apuleio, Met., VI, 1 1 «Videsne illud nemus, quod fluvlo praeterluenti ripi- 
sque longis attenditur, cuius imi frutices vicinum fontem despiciunt? Oves ibi nitcntis auri vero dccore tloren- 
tes incustodito pastu vagantur. Inde de coma pretiosi velleris floccum mihi confestim quo modo quaesitumi 
afferas censeo»; v. A502 fiocco: fiocco di lana che luccica come l'oro; v. 4502 vel: vello, in Dal Carretto, Nozze 
di Psiche, Arg., v. 82 «aurei veli»; v. 4502 aspri: selvatici; v. 4503 torti: tortuosi; v. 4505 per consegli accorti: 
la canna le suggerisce di prendere la lana dai rami degli arbusti dove alcuni bioccoli erano impigliati a causa 
dei combattimenti tra le varie pecore; v. 4506 canna: è la voce che esce da una canna che gli indica cosa fare; 
nelle Nozze di Psiche è la «fida canna» cfr. Arg., v. 85. In Apuleio, Met. VI, 13 «Sic harundo simplex et huma- 
na Psychen aegerrimama salutem suam docebat. Nec auscultatu haud paenitendo indiligentcr instructa illa ces- 
savi!, sed observatis omnibus furatrina facili flavcntis auri mollitie congestum gremium Veneri rcportat»; v. 
4506 tronconi: dai rami del bosco, cfr. Apuleio, Met., VI, 12 «... percussis frondibus attigui nemoris lanosum 
aurum repperies, quod passim stirpibus conexis obhaerescit.»; v. 4507 appresenta: presenta; v. 45 ÌO per., 
fiume: Apuleio, Met.. VI, 13 «Videsne insistentem celsissimae illi rupi montis ardui vcrticem de quo fontis atri 
fuscae defluunt undae proxumaeque conceptaculo vallis inclusae Stygglas inrigant paludes et rauca Cocyti 
fiuenta nutriunt? Indidem mihi de summi fontis penila scaturriginc rorem rigenlem hauritum ista confestim 
defer umula.»; v. 4510 Stiggio: cfr. v. 4412; v. 451 1 aquila: uccello sacro a Giove; v. 4513 loco atto: Petr., 
CCXCVII, 10 «allo loco». 



1 28 GALEOTTO DAL CARRETTO 

dove aspettando par di dòl consume. 

Toma da Vener e consegna el vaso 45 1 5 

la qual, non satia, tenta un altro caso. 
Psiche col busciol, per mandato osterò 

de Citharea, se ne va a l' inferno; 45 1 8 

trova una torre a longo del sentero 

qual gli dà el modo a tutto '1 suo governo; 

l'asino lassa e passa el fiume nero, 4521 

dando un dinar al portinar avemo; 

trova ne l'acqua un putrido defonto 

qual cerca intrar et ella non fa conto. 4524 

Passato el fiume le testrici lassa, 

ne l'ampia porta de l'inferno intrando 

a Cerbaro dà el pane e poi via passa 4527 

là dove sta Proserpina arrivando 

et humilmente avanti a lei se abbassa, 

la sedia ov'è invitata recusando; 4530 

col busciol sporto el suo mandato adempie, 

la diva el piglia e d'un sonno alto l'empie. 
Psiche, salita a la superna luce, 4533 

el busciol scopre e tramortita cade; 

Amor dal balcone esce e si conduce 

da lei con nobil foggia de pietade; 4536 

el sonno sparto dentro quel riduce 

e sveglia lei da la profunditate 

del sonno con la punta d'un strai d'oro 4539 

e dagli el busciol, poi va a l'alto coro. 
Cupido, asceso in ciel, prega el gran Giove 

che dar gli voglia in matrimonio Psiche, 4542 

il qual benigno a gran pietà se move 

dementicando l'alte offese antiche; 

consente al suo voler e, per far prove 4545 

ch'ha le sue voglie di clementia amiche. 



V. 4515 Torna... vaso: Apuleio, Met., VI, 16 «Sic acceptam cum gaudio plenam umulam Psyche Veneri citata 
rettulit.»; vv. 45 17-45 18 Psiche... inferno: Apuleio, Mei., VI, 16 «Sume istam pyxidem et dedit; protinus usque 
ad inferos et ipsius Orci ferales penates te derige»; v. 4517 busciol: cfr. v. 3106; Venere voleva che Psiche le 
portasse, in un vasetto, un po' di bellezza di Prosperina; v. 4517 osterò: cfr. v. 124; vv. 4519-4520 trova... 
governo: la torre mette in guardia Psiche da tutte le insidie, cfr. Apuleio, Met., VI, 20 «Sic turris illa prospicua 
vaticinationis munus explicuit; Dal Carretto, Nozze di Psiche, Arg., vv. 93-94 «Psiche per strada trova un'alta 
torre che gli dà el modo come andar giù deve»; v. 4522 avemo: dell' Avemo; vv. 4521-4528 l'asino... arrivan- 
do: Psiche non deve raccogliere dei rami caduti dalla soma dell'asino, deve dare una moneta a Caronte per il 
passaggio, non deve raccogliere sulla barca un morto che galleggia, non deve aiutare le tessitrici e, infine, deve 
dare una focaccia a Cerbero che fa da guardia alla dimora di Proserpina, cfr. Apuleio, Met., VI, 20 «... transito- 
que per silentium asinario debili et amnica stipe vectori data neglecto supematantis mortui desiderio et spretis 
textricum subdolis precibus et offulae cibo sopita canis horrenda rabie domum Proserpinae penetrai.»; v. 4525 
testrici: lat. tessitrici; vv. 4529-4530 et... recusando: Apuleio, Met., VI, 20 «Nec offerentis hospitae sedile deli- 
catum vel cibum beatum amplexa sed ante pedes eius residens humilis cibario pane contenta Veneriam pertulit 
legationem»; v. 4531 sporto: cfr. v. 225; v. 4532 alto: cfr. v. 147; vv. 4533-4534 Psiche... cade: Apuleio, Met., 

VI, 21 «... et cum dicto reserat pyxidem. Nec quicquam ibi rerum nec fomionsitas ulla, sed infemus somnus ac 
vere Stygius, qui statim coperculo relevatus invadit cani crassaque soporis nebula cunctis eius membris per- 
funditur et in ipso vestigio ipsaque semita conlapsam possidet.»; v. 4533 salita a la superna luce: Dal Carretto, 
Nozze di Psiche, IV atto, v. 288 «Giunta a la luce»; v. 4536 foggia: cfr. v. 438; vv. 4537-4540 el sonno... coro: 
Apuleio; Met., VI, 21 «... detersoque sommo curiose et rursum in pristinam pyxidis sedem recondito Psychen 
innoxio punctulo sagittae suae suscitai... His dictis amator levis in pinnas se dedit, Psyche vero confestim 
Veneri munus reportat Proserpinae.»; v. 4541 Cupido... Giove: Apuleio, Met., VI, 22 «Interea Cupido... magno 
lovi supplicai suamque causam probat.». 



TEMPIO d'amore 129 

dice a Mercurio che gli dii convochi 

del concistoro ai sacri usati lochi. 4548 

Giove, al conspetto degli dii celesti, 

fa ch'ai figliolo Venere perdona 

e venir Psiche e '1 cel fruir con questi: 4551 

ivi di nozze el cantico se intona. 

Psiche, coi dii vestiti d'auree vesti, 

sede a la mensa ove si canta e sona 4554 

e Ganimede el vin ministra a Giove, 

e Vener nel saltar fa liete prove. 
Un thalamo sta in capo de la loggia 4557 

pinto a rilevo de saette aurate, 

nel ciel sta Giove sceso in aurea pioggia 

ch'entra in la torre ove l'amica late; 4560 

el letto è ornato a la persica foggia 

con sete d'oro e gemme reccamate: 

Amor qui gode l'aura ad un balcone 4563 

il qual risponde verso l'Aquilone. 
Un picolo scrittoio sta in disparte, 

pien de confetti e vini delicati, 4566 

dove Amor legge le vergate carte 

coi suoi diletti e favoriti frati, 

e dove se reficia quando parte 4569 

dal gran fastidio de' lamenti e piati 

ch'hanno gli amanti con sue donne amate 

che gli sono infedel, empie et ingrate. 4572 

L' Integrità persevera interrogando la Benignità. * 

Int. Gran cose sono queste che tu narri 

e quanto a racontarle più procedi 

tanto ad udir più nostre orecchie inarri. 4575 

Però, mentre che '1 tempo opportun vedi 
che teco possian star, noi te preghiamo 
ch'ai tuo proposto già comintio redi. 4578 



* la Benignità] la Benignità e dice ABC. 

V. 4547-4548 dice... lochi: Apuleio, Met., VI, 23 «Sic fatus iubet Mercurium deos omnes ad contionem proti- 
nus convocare...»; v. 4548 concistoro: lat. luogo di riunione; il temiine ricorre spesso neirorganizzazione 
ecclesiastica italiana, cfr. Dal Carretto, Nozze di Psiche, nota al v. 36 p. 707; v. 4548 sacri... lochi: Petr., 
XXVIII. 23 «sacro loco»; v. 4551 e venir., questi: Giove rende Psiche immortale così può sposarsi con Amore, 
cfr. Apuleio, Met.. VI 23 «... et ilico per Mercurium arripl Psychen et in caelum perduci iubet.»; vv. 4553-4556 
Psiche... prove: Apuleio, Met.. VI, 24 «Tunc poculum nectaris, quod vinum deorum est. lovi quidem suus 
pocillator ille rusticus pucr... Apollo cantavit ad citharam Vcnus suavi musicac superingrcssa formonsa salta- 
vit...»; Galeotto sintetizza la descrizione di Apuleio che al contrario menziona, oltre a Ganimede e Venere, 
anche Bacco, Vulcano, le Ore, le Grazie e le Muse; v. 4555 Ganimede: bellissimo tìglio di Eros, rapito in ciclo 
da Giove, che lo elesse coppiere degli dei e lo tramutò poi nella costellazione dell'Acquario, cfr. Ovidio. Met., 
X, 155-161; Dante, Purg., IX, 22-24 «ed esser mi parca là dove fuoro abbandonati i suoi da Ganimede, quando 
fu ratto al sommo concistoro; accenni al mito anche in Boccaccio, Filocolo. II. 7 Ile II, 42 16; v. 4555 mini- 
stra: somministra; v. 4557 Un thalamo: cfr. v. 2814; Galeotto riprende la descrizione della loggia di Amore; v. 
4560 l'amica: il riferimento è a Danae, cfr. v. 3754; v. 4560 late: cfr. v. 4217; v. 4561 persica foggia: alla 
maniera persiana; v. 4564 risponde verso l'Aquilone: dà a Settentrione; v. 4566 confetti: cfr. 4234; v. 4567 ver- 
gate: scritte; v. 4569 reficia: ristora; v. 4569 parte: si allontana; v. 4570 piati: pianti; v. 4573 Gran cose: inizia 
un lungo capitolo ternario che si conclude al v. 4950; v. 4575 inarri: invogli, induci (GDLI dove è attestato il 
verso di Galeotto); v. 4578 comintio: cfr. v. 27 13; v. 4578 redi: lat. ritorni. 



1 30 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Ben. Noi poco tempo star con voi possiamo 

e sol mi resta dir l'ultima parte 

del parlar nostro che comincio abbiamo. 458 1 

Dico che dietro el Tempio sta in disparte 

un basso, antiquo e povero edificio 

per vetustà già minato in parte. 4584 

Ivi son tri tegurii: el primo hospitio 

è de l'Infamia, in l'altro è Povertate, 

nel terzo sta Vecchiezza con Supplitio. 4587 

Da l'altra banda una gran loggia paté 

ch'ha '1 tetto, che a rimpetto è assai conforme, 

de mura rotte per antiquitate. 4590 

In una cella la Giustitia dorme, 

Discretion tien l'altra oscura tanto 

che converrà ch'Amor gliela reforme; 4593 

in l'altra è l'Equità, l'altra, ch'è a canto, 

tene Tempranza e 'n l'altra sta Virtute 

che si rappezza spesso al sole el manto. 4596 

Queste da' frati sono mal vedute 

e tanto sono abiette e 'n tal dispreggio, 

ch'Amor per loro par che le refute. 4599 

E così el mondo va de mal in peggio. 

Integrità e Benignità. 

Int. Donna, de gratia dimmi, se '1 te piace, 

de le tre donne, ma de Infamia innanzi 4602 

e di sua vita e dove alberga e giace. 
Ben. Queste son quelle de che dissi dianzi 

Infamia, Senectute e Povertate 4605 

che con Amor già fecer pochi avanzi 
e fuor del Tempio sono collocate 

che del diuturno lor serviti© bono 4608 

son mal premiate e d'Amor poco amate, 
che suoi seguaci, che lor cuori in dono 

dedero a donne ne l'età fiorita, 46 11 

poveri e vecchi et infamati hor sono. 
De Infamia e del suo albergo e di sua vita 

prima vo' dirti e poi de l'altre due, 4614 

avanti che da te faccia partita. 
Infamia avanti el viso le man sue 

tene e ' suoi occhi per vergogna chiude 4617 

e per cordoglio lachrime giù plue; 
ambe le braccia e le gambe anco ha nude, 

rossa è nel volto e di tenace pezze 4620 

tutta ha macchiata la sua veste rude; 
squallide et unte ha le sue inconte trezze 

v. 4600 aggiunto in D per poter introdurre il nuovo episodio; vv. 4601-4782 sono presenti solo in ABC. 

v. 4581 comincio: cfr. v. 2713; v. 4585 tegurii: forma settentrionale per 'tuguri'; v. 45SS pale: cfr. v. 1168; v. 
4589 a rimpetto: dirimpetto, davanti; v. 4593 reforme: ristrutturi; v. 4596 rappezza: aggiusta; v. 4597 Queste: 
tutte le Virtù sono escluse o messe da parte; v. 4599 per loro: a causa dei frati; v. 4600 de mal in peggio: Petr., 
CXXIV, 10 «Ma pur di male in peggio»; v. 4606 avanzi: guadagni; v. 4608 diuturno: cfr. v. 3989; v. 461 1 età fio- 
rita: cfr. V. 41 1 1; v. 4615 avanti che: prima che; v. 46\S plue: lat. piove; v. 4619 anco: cfr. v. 1376; v. 4620 tena- 
ce: resistenti; v. 4622 inconte: spettinate; v. 4622 trezze: trecce. La forma trezza è attestata in Rohlfs, I, 275. 



TEMPIO d'amore 131 

e da gran gente a dito è demostrata 4623 

qual con torti occhi par che la disprezze. 
Vergogna gli sta a lato, in vista irata, 

Dolor da l'altro canto, e Penitentia 4626 

che de varii penseri è reccamata. 
Ragion severa gli sta a la presentia, 

con un stimulo acuto in la man destra 4629 

che gli percuote el cor e la conscentia. 
La casa non ha porta né fenestra 

che sia serrata, tal ch'è aperta a ognuno, 4632 

o sia civile o sia de turba alpestra. 
Int. Quest'è colici in cui deve ciascuno 

prender esempio e misurarsi bene 4635 

quando Amor serve di ragion degiuno. 
Ma questo sempre ai cechi amanti aviene 

quai, mentre van di gioventù superbi, 4638 

avendo i colli avinti a le cathene, 
poca fan stima de' supplitii acerbi 

ma, come insani, consumando vanno 4641 

la vita e ' spirti e polpe et ossa e ' nerbi. 
E, con lor scorno e vergognoso danno, 

perdeno el tempo el vano Amor servendo, 4644 

non se accorgendo de l'infame inganno. 
Et al fin poi, in poca gratia essendo, 

restano esclusi e del colleggio privi 4647 

e con Infamia se ne van morendo. 
Ben. Col tuo parlare tanto ben descrivi 

l'improba vita de costoro insani 4650 

e donde ogni lor mal nasca e derivi, 
che non convien che '1 loro error ti spiani. 

Integrità e Benignità. 

Int. Donna, che sei la mia sibilla samia, 4653 

col tuo parlare dimmi de Vecchiezza, 

poi che a pieno detto m'hai de l'Infamia, 
e come esclusa fu per sua sciocchezza 4656 

dal Tempio dove coi seguaci suoi 

stette gran tempo essendo in giovenezza. 
Ben. Di poi che saper cerchi e 'ntender vói 4659 

di questa donna la sua vita e hospitio, 

io te '1 dirò, che comandar me puoi. 
Vecchiezza ha per costume et esercitio 4662 

de sospirar de' suoi passati tempi 

e de biasmar ogni suo fatto vitio 
e, conoscendo con veraci esempi 4665 

quant'è d'Amor la servitù fallace, 

piagne el suo error e ' suoi desegni sempi. 



V. 4627 varii: diversi; v. 4629 stimulo: pungolo; v. 4633 civile: nobile; v. 4633 alpestra: rozza, meno nobile; 
v. 4639 avinti: legati; v. 4639 cathene: le catene sono i legami d'Amore; v. 4642 e polpe et ossa: Dante, Inf., 
27, 73 «d'ossa e di polpa» e Dante, Purg., 32, 123 «l'ossa senza polpa»; v. 4645 non se accorgendo: non 
accorgendosi. Qui il se è stato anteposto per evitare un'ipemietria e per poter effettuare sinalefe; v. 4650 
improba: cfr. v. 578; v. 4652 spiani: riveli; v. 4653 samia: di Samo; v. 4662 esercitio: compito; v. 4663 de... 
tempi: cfr. v. 3920; v. 4667 sempi: cfr. v. 654. 



1 3 2 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Una gran turba garrula e loquace 4668 

d'alcun garzoni, giovenetti sciocchi, 

di lei se ride, et ella soffre e tace. 
Rugoso ha '1 volto e lippienti gli occhi, 4671 

curve ha le spalle et arida la pelle, 

debile 'n schena et anco nei genocchi. 
Deformità, Canitie le sorelle 4674 

di costei sono, e compagnia gli fanno 

che star non pon co l'altre anime belle; 
Infirmitate, Inertia e sotie stanno 4677 

sempre con lei la qual, gelata, al foco 

scaldasi, asisa sopra un basso scanno. 
Fumoso, oscuro è del tugurio il loco, 4680 

dov'ella alberga, con l'antiche mura 

che mostrano ruina in tempo poco. 
Ivi si lagna di sua sorte dura 4683 

con le compagne sue, che tene a tomo, 

e più del tempo che suoi anni fura 
e de la gioventù che più ritomo 4686 

non fa coi vecchi miseri dolenti 

che stanno per morir de giomo in giomo; 
e con costoro fa longhi lamenti 4689 

del tempo suo già con Amor perduto, 

poco stimando i gravi suoi tormenti. 
Int. Se '1 ceco Amor fa di costor refuto, 4692 

quest'è '1 suo antiquo stil e la sua legge, 

che del servir de' vecchi ha poco aiuto. 
E se Vecchiezza el suo voler corregge, 4695 

esaminando come mal sta inseme 

de Gioventute col sfrenato gregge, 
sì come el dover vói, vergogna teme 4698 

et ama honor come sua età richiede, 

aver dovrìa d'Amor le voglie sceme. 
Ma, perché poco intende e manco vede 4701 

che sua forza ben non corresponde 

al giovenil voler, che '1 dritto escede, 
con sua bestiai passion sì se confonde 4704 

ch'avendo sempre el cor a quel che fu, 

quand'eran verdi le sue hor secche fronde, 
poco pensando va che non è più 4707 

in quell'età fiorita che prima era, 

d'Amor dal libro è scanzellato giù. 
Così sta el caso e quest'è cosa vera. 47 1 

Integrità e Benignità. 

Int. Poi che n'hai detto de le due scacciate 

del bel Tempio d'Amor, deh, dimmi anchora 



V. 4668 garrula: stridula; v. 4671 lippienti: cisposi; v. 4673 anco: cfr. v. 1376; v. 4674 Canitie: altra forma per 
vecchiaia; v. 4616 pan: cfr. v. 1526; v. 4677 sotie: cfr. v. 131; v. 4679 scanno: cfr. v. 1 198; v. 4683 sorte dura: 
cfr. V. 543; v. 46^5 fura: lat. ruba; v. 4692 refuto: lat. rifiuto; v. 4700 sceme: prive; vv. 4701-4710 Ma... vera: 
alternanza versi piani e tronchi; v. 4703 escede: oltrepassa il convenevole; v. 4704 passion: cfr. v. 417; v. 4708 
età fiorita: cfr v. 411 1; v. 4709 scanzellato: cancellato; la forma scanzellato è una forma ipercorretta; Dal Car- 
retto, Nozze di Psiche, V atto, v. 22 «se scanzelli». 



TEMPIO d'amore 133 

de l'altra la qual nome ha Povertate 4713 

e '1 loco e hospitio ov'ella demora, 

l'habito, el viso e le compagne care 

che questa donna van seguendo ognhora. 47 1 6 

Ben. Per satisfarti con parole chiare 

di quel che cerchi di saper de questa, 

io sono disposta anchor te contentare. 4719 

La Povertate è macilenta e mesta, 

coi crini hirsuti et occhi a terra bassi, 

che per rubor non osa alzar la testa 4722 

et affannata par ch'andar se lassi, 

qual derelitta, per cordoglio a terra 

quando se ve' nel numero de' cassi. 4725 

Gli alti sospir, ch'uscendo gli fan guerra, 

gli fan tener la bocca alquanto aperta 

per l'aspra passion ch'in petto serra; 4728 

de panni abietti questa va coperta, 

panni che sono lacerati e fedi, 

ch'hanno più macchie assai che la lucerla; 4731 

ignude ha le sue braccia e scalci i pedi, 

de calli e scabbia e di squallor è piena, 

tal che a nettarla non gli son remedi. 4734 

Fatica, Toleranza, Inedia, Egena, 

Oppressione, co l'Inoppia trista, 

gli stanno a tomo con Fastidio e Pena. 4737 

Da' purpurati, molto alteri in vista, 

con schemi e grandi obbrobri i è derisa, 

dil che pensosa per dolor se attrista. 4740 

Del tempo la più parte ella sta asisa 

sopra d'un vecchio e mal polito banco 

e del suo tempo florido se avisa. 4743 

La rocca tene dal sinistro fianco, 

tal che par Clotho fra le due sorelle 

ch'ogni mortai col fil fan venir manco. 4746 

Pelosa è tutta et arida ha la pelle, 

con l'ongie acute e ruginose mani 

per cui sospira perché già fur belle. 4749 

La sua capanna par stalla da cani, 

anzi de bisce un naturai ricetto, 

stanza mal sana per infermi e sani. 4752 

Ne l'angulo di quel è un picol letto 

non già de piume, ma de secche foglie 

dove ha ben poco al riposar diletto. 4755 

Sopra d'un legno sono alcune spoglie 

de unti e vii panni e canapa ben grossa, 

che a rippezzarle gran piacer se toglie. 4758 



V. 4720 macilenta: cfr. v. 2512; v. 4721 hirsuti: ispidi; v. 4722 rubor: vergogna; v. 4725 cassi: perduti, rovi- 
nati; V. 4726 alti: cfr. v. 147; v. 4726 f^uerra: tormento, travaglio; v. 4728 aspra: cfr. v. 136; v. 4728 passion: 
cfr. v. 865; v. 4729 abietti: cfr. v. 2915; v. 4130 fedi: cfr. v. 2818; v. 4731 lucerta: lucertola; v. 4732 scalci: 
scalzi; v. 4733 scabbia: malattia cutanea pruriginosa e contagiosa; v. 4735 Ei^ena: lat. povertà; v. 4738 pur- 
purati: ricchi; v. 4739 obbrobrii: disonore; v. 4742 banco: panca; v. 474?, florido: prospero; v. 4743 se avisa: 
si ricorda; v. 4745 Clotho fra le due sorelle: Cloto e le sorelle, le tre Parche: Cloto lìlava lo stame della vita, 
Lachesi lo distribuiva e Atropo lo recideva. E' una citazione mitologica tra le più diffuse; v. 4748 ongie: 
forma senza anafonesi per 'unghie'; v. 4748 ruginose: sporche; v. 4758 rippezzarle: rappezzarle, cfr. v. 4596. 



1 34 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Un picol vaso tene in una fossa 

con certo vino, vin non già nna aceto 

che con spiacer gli tien la sete scossa. 4761 

Al foco pende un vii caldar repleto 

d'herbe silvestre ch'hanno un brodo macro, 

cibo per lei per naturai decreto. 4764 

Muffido è il pane, negro, duro et acro 

da far morir di fame un'altra volta 

Erisicton col suo appetito sacro, 4767 

tal che sta sempre con angustia molta 

e tanto più veggendosi delusa 

da molta gente che tacendo ascolta. 4770 

Int. Se questa donna tien sua voglia chiusa, 

per esser desprezzata da costoro 

e del Tempio d'Amor in tutto esclusa, 4773 

mostra esser saggia e forte al suo martoro, 

temprando el suo dolor come può meglio 

quando è negletta da collor ch'han l'oro, 4776 

ch'avendo avanti agli occhi un chiaro speglio, 

com'è da ognuno Povertà schernita, 

da Toleranza prende el suo conseglio. 4779 

Ben. Quest'è tutto '1 progresso di sua vita, 

vita ove i vivi poveri stan peggio 

che quei che fér dal mondo empia partita. 4782 

Int. Chi son quelle due donne che là veggio? 

Costor vengono a noi per dritta via 

e ne voglion parlar, che me ne aveggio. 4785 

Ben. De quelle donne l'una è Gelosia, 

l'altra è Spetialtà sua cara amica 

che sempre seco va di compagnia. 4788 

Queste son quelle a cui convien che dica 

una de voi quel ch'intendete dire, 

però, qual fia de voi, suo caso esplica. 4791 

State con Dio che ne convien partire. 

Partita la Benignità e l'Accoglienza, Integrità et Amicitia restano con Gelo- 
sia e con Spetialità e Gelosia prima dice. * 

Gel. ' Chi sete voi? 

Int. Amiche siam del stato. 

Gel. Che andati voi cercando? 

Int. El Signor vostro. 4794 



V. 4783 riprendono le edizioni ABC; v. 4784 a] ver ABC; v. 4785 e ne] e me ABC; * Partita] Partite ABC. 

V. 4759 fossa: buco; v. 4760 certo: chiaro; v. 4761 spiacer: amarezza; v. 4761 scossa: lontana; v. 4762 vii. 
di poco pregio, di poca stima; v. 4762 caldar: calderone; v. 4767 Erisicton: Erisittone, figlio del re Triopa, 
avendo violato un bosco sacro a Cerere, fu punito dalla dea con una fame che non avrebbe mai potuto 
saziare, cfr. Ovidio, Met., Vili, 726-878, Dante, Purg, XXIII, 25-27 «Non credo che così a buccia strema 
Erisittone fosse fatto secco, per digiunar, quando più n'ebbe tema.»; accenni al mito anche in Boccaccio, 
Filocolo, II, 27 3, III 36 2, V, 43 2, Boccaccio, Comedia Ninfe, XXVI, 3 1 e Fiammetta, II, 13 5 e VI 16, 10; 
V. 4768 angustia: miseria, affanno; vv. 4775-4777 meglio-speglio: la stessa rima è presente anche in Dante, 
Inf, XIV, 101-105, Dante, Par., XV, 62-66. e Dante, Par., XXVI. 104-10; v. 4776 negletta: cfr. v. 607; v. 
4777 chiaro speglio: Petr., T.T., 56 «chiaro specchio»; v. 4779 conseglio: suggerimento; v. 41^0 progresso: 
andamento; v. 4785 ne: cfr. v. 702; v. 4785 aveggio: accorgo; v. 4787 Spetialtà: proprietà, cfr. anche nota 5 
lettera dedicatoria; v. 4792 ne: cfr. v. 702; v. 4793 stato: corte. 



TEMPIO d'amore 135 

Gel. Non se gli può parlar perch'è impacciato. 

Int. A cui diremo, dunque, el caso nostro? 

Gel. A noi, però che sian sue substitute 4797 

a l'ascoltar qualunque entra nel chiostro. 
Int. Per parte di Speranza sian venute 

qual, stando appresso a l'esule Phileno, 4800 

cerca al suo esilio dar qualche salute; 
e perché el vede di mestitia pieno, 

per aver bando iniquamente e a torto 4803 

dal Tempio de Cupido e suo terreno, 
per parte sua vi fo questo riporto 

che dir debbiate al Signor vostro Amore 4806 

che qualche aiuto a lui per quel sia sporto. 
Di quel che chiede a lui quest'è il tenore 

che di mandargli el Tempo non si astegna 4809 

a trharlo di noioso esilio fuore. 
Spet. Amor non vói che così tosto vegna, 

per certo buon rispetto, e la cagione 48 1 2 

dir non se può perché lo Tempo tegna. 
Int. Non credo sia voler né opinione 

d'Amor che '1 suo Phileno resti escluso, 4815 

né ch'abbia di sua fé tal guidardone; 
per questo el picol garzonetto escuso, 

ma credo che voi altre quelle siate 4818 

che retenete el Tempo in pregion chiuso. 
Gel. Donne, del penser vostro ve ingannate 

che sempre fummo al buon Phileno amiche 4821 

quantunque, al parlar vostro, non crediate. 
Int. Non convien già che tal parole diche 

che noi sapcmo ben, se tu volesti, 4824 

che tomarebbe a le sue stanze antiche. 
Gel. Io non son causa che Phileno resti, 

anzi, se questo fosse in mia possanza, 4827 

in brevi qua d'Amor el vederesti. 
Ma perché el caso è grande e d'importanza, 

per altre cose ch'oggi in l'aer sono, 4830 

per questo Amor va tardo e con tempranza, 
non già ch'egli non abbia animo bono 

verso di lui, quantunque esser si crede 4833 

da lui e d'altri posto in abandono. 
Int. Queste son dilationi e chi noi vede 

ben ceco se può dir et ha tal merto 4836 

chi serve altrui con studio e pura fede. 
Conosco el vostro simular coperto 

e che mie voci sono sparte al vento 4839 

e che Phileno è da ciascun deserto. 



v. 4798 a l'ascoltar] ad ascoltar ABC; v. 4803 e a] a ABC; v. 4830 aer] aria ABC. 

V. 4795 impacciato: impegnato; v. 4801 salute: cì'x. v. 1 197; v. 4805 riporlo: resoconto; v. 4807 sporto: cfr. v. 
225; V. 4808 tenore: cfr. v. 2012; v. 4812 rispetto: motivo; v. 4816 guidardone: ricompensa; si tratta di un 
arcaismo feudale presente anche in Petr., CXXX, 4 e Petr., CCCXXIV, 2 «guidardon»; v. 4823 diche: dica, in 
Rohlfs, II, 555; v. 4827 possanza: cfr. v. 456; v. 4830 /^<?r altre... sono: Galeotto, forse, si riferisce alle guerre 
del Monferrato; v. 4831 tardo: lento; v. 4K31 tempranza: moderazione; v. 4835 dilationi: rimandi; v. 4838 
coperto: cfr. v. 879; v. 4840 deserto: abbandonato. 



1 36 GALEOTTO DAL CARRETTO 

e qui ne veggio chiar l'esperimento 

ch'altro non porto in dietro che le blande 4842 

vostre parole per mio spatiamento. 
Spet. Donna, la tua arroganza è tanto grande 

tal che forsi pentir te ne potrai, 4845 

se non te ne vai tosto in altre bande. 
Noi t'abbian ditto '1 ver e, se tu l'hai 

per cosa falsa, sta a veder l'effetto, 4848 

ch'altro tu in dietro non riportarai. 
Int. Hor sta con Dio. Terrò sepulto in petto 

el mio penser, che quell'è stolto e sempio 4851 

che dice ad altri tutto '1 suo concetto. 
Spet. Uscite presto fuor di questo Tempio, 

perché altramente noi faremo cosa 4854 

che darà a voi e agli arroganti esempio 
de mai non dir parola ingiuriosa. 

L'Amicitia e l'Integrità se partono e per camino, tra lor lamentandosi, 
dicono. * 

Int. Partiànsi homai di qua, compagna fida, 4857 

e ritomian dal misero Phileno 

che con Speranza se lamenta e grida. 
Hor vedi ben quanto sparto è '1 veneno 4860 

de l'empia Spetialtate e Gelosia, 

ch'han tant'authoritate in tal terreno; 
qui non convien ch'alcun pili giusto sia, 4863 

né serva piij con vero amore e fede, 

ch'ogni buona opra a questi dì se oblia. 
E questo ben conosco che procede 4866 

da l'ansia Ambition eh 'è tanto grande 

ch'ogni virtute e probitate eccede. 
Ami. Andian, compagna, tosto in quelle bande 4869 

dove ritrovo, per verace prova, 

del pan più saporite assai le giande, 
perché el ben far pili qui non vai né giova 4872 

e che ciascuno al ben suo proprio attende 

e che pili un vero amico non se trova. 
La mia moneta, ohimè, piiì non si spende 4875 

e, con fittioni pertidi e sceleste, 

per tutto son schernita e ognun me offende. 
U' son quei sotii Pilade et Horeste 4878 

V. 4850 Hor sta] Hor sia ABC; * dicono] dicono i seguenti versi ABC; v. 4860 sparto è 7 veneno] è sparto el 
veneno ABC. 

V. 4841 esperimento: esperienza; v. 4843 per mio spatiamento: per mandarmi via, per liquidarmi; v. 4848 effet- 
to: cfr V. 432; v. 4851 sempio: cfr v. 654; v. 4852 concetto: proposito, intenzione; v. 4858 ritornian: ritorniamo, 
cfr. V. 79; v. 4860 sparto: sparso; v. 4867 ansia: cfr. v. 2886; v. 4868 eccede: cfr. v. 8 1 3; v. 4869 Andian: andia- 
mo, cfr. V. 79; v. 4871 giande: ghiande, Rohlfs, I, 184; v. 4872 el ben... né giova: Dante. Par., 9, 24 «seguette 
come a cui di ben far giova»; v. 4873 attende: sta attento, bada; v. 4874 vero amico: Petr., T.A., 1, 47 «vero 
amico»; v. 4S76 fittioni: inganni; v. 4878 sotii: cfr. v. 131; v. 4878 Pilade et Horeste: comincia una parte tratta 
dal libro IV capitolo 7 {De amicitia) dei Factorum et dictorum menwrabilium libri di Valerio Massimo. 
Galeotto riprende gli esempi nella stessa sequenza dell'autore latino; Pilade e il cugino Oreste furono allevati 
insieme nella stessa corte. I due strinsero una grande amicizia partecipando a varie imprese insieme. Qui in 
particolare si riferisce al viaggio in Tauride dove Pilade si offrì in sacrificio nell'intento di salvare Oreste; per 
la costruzione sintattica, cfr. nota al v. 618. 



TEMPIO d'amore 137 

che l'un per l'altro già morir dispose, 

come Paccuvio in sue tragedie ateste? 
Ov'è quel Blosio che me antepose 488 1 

a la sua propria patria e per l'amico 

con tant'audatia a Lelio rispose? 
De Pomponio e di Lettorio non dico 4884 

che volsero morir fra lance e spade 

per salvar Gracco, a Roma alhor nemico. 
Ov'è Lucio Regin ch'in libertade 4887 

puose Cepione, in carcere conietto, 

fuggendo seco in stranee contrade? 
Ch'in lui el nome mio tanto ebbe effetto 4890 

che de la patria al commodo et honore 

non ebbe, per l'amico, alcun rispetto. 
Ov'è Volumnio che cotanto amore 4893 

mostrò a Lucullo, anchor che fosse spento, 

che del suo error se confessò l'autore? 
Qual poi, per l'importuno suo lamento, 4896 

condotto essendo avanti al corpo morto, 

morir coi caro amico fu contento. 
Ov'è Petronio il qual, pien di sconforto 4899 

poi ch'ebbe Celio per suoi preghi occiso, 

se stesso occise per più suo conforto? 



V. 488 1 me] me già ABC; v. 4884 e di Lettorio non dico] e Lectorio non te dico ABC; v. 4897 corpo] tronco 
ABC. 



V. 4879 dispose: si preparò; v. 4880 Paccuvio: Marco Pacuvio, nipote di Ennio. Fu scrittore di drammi e di 
satire. La tragedia a cui Galeotto allude può essere il Dulorestes o il Chryses; v. 4880 ateste: attesta; v. 488 1 
Blosio: Blossio, fedele amico di Tiberio Gracco; poiché questi era stato giudicato nemico della repubblica e 
condannato a morte, Blossio si recò presso Lelio a chiedere perdono per l'amico; sottoposto a pressanti 
interrogatori, ditese sempre strenuamente l'amico, fornendo un grande esempio di lealtà e amicizia (cfr. 
Cicerone, Laelius, II, 37); v. 4883 con tant'audatia: V.M., Factorum, IV, 7, 1 «Vcrum quod sequitur multo 
audacius multoque periculosius...»; v. 4884 Pomponio e di Lettorio: Pomponio e Lettorio, amici di Caio 
Gracco, gli fecero scudo con il proprio corpo contro i colpi degli avversari; v. 4885 volsero: vollero; v. 4885 
fra lance e spade: V.M., Factorum, IV, 7 «... desertum omni auxilio duo tantum amici Pomponius et Laeto- 
rius ab infestis et undique ruentibus telis oppositu corporum suorum texerunt.»; v. 4887 Lucio Regin: Lucio 
Regino, tribuno della plebe, memore di un'antica e stretta amicizia, liberò dal carcere Cepione che vi era 
stato gettato come responsabile della distruzione dell'esercito romano ad opera dei Cimbri e dei Teutoni e 
volle essergli compagno anche nell'esilio; v. 4888 in carcere conietto: gettato in carcere, cfr. V.M., Facto- 
rum, IV, 7, 3 «... in carcerem coniectum...»; v. 4889 stranee contrade: in esilio, cfr. V.M., Factorum. IV, 7, 3 
«... nec hactenus amicum egisse contentus etiam fugae comes accessit.»; v. 4890 effetto: valore; v. 4891 de 
la patria al commodo et honore: Lucio Regino non preferì all'amico la comodità della patria e l'onore; 
infatti egli seguì Cepione in esilio e rinunciò alla sua magistratura; v. 4893 Volumnio: Volumnio, grande 
amico di Marco Lucullo; potendo fuggire rimase abbracciato all'amico morto e pianse e gemette. A causa 
dei continui lamenti, fu condotto alla presenza di Antonio, uccisore di Lucullo, a cui confessò di essere l'ar- 
tefice della sfortunata impresa e chiese di poter morire accanto all'amico; v. 4894 anchor che: sebtx;ne; v. 
4894 spento: morto; v. 4895 error: consiglio, cfr. V.M., Factorum, IV, 7, 4 «... vitam suam consilii crimine 
astrinxit... .»; v. 4896 importuno suo lamento: cfr. nota al v. 4893 e cfr. V.M., Factorum, IV, 7. 4 «... nani 
propter praecipuam et perscverantcm lamentationem ad Antonium pertractus est.»; v. 4899 Petronio: Petro- 
nio, grande amico di Celio, ottenne l'ordine equestre e gli alti gradi dell'esercito grazie all'amico. Quando 
Piacenza, presso cui Celio era stato preposto dal console Ottavio a presidio, venne presa dall'esercito di 
Cinna, egli, ormai vecchio e malfermo in salute, pregò Petronio di sottrarlo ad una prigionia disonorevole 
uccidendolo; Petronio, cedendo alle suppliche di Celio, lo uccise ma contemporaneamente si suicidò per 
non sopravvivere a colui che in vita tanto lo aveva aiutato, cfr. V.M., Factorum, IV, 7, 5 «Quem is ab incep- 
to Consilio frustra conatus abstrahere in isdem perseverantem precibus intercmit caedique eius suam iunxit, 
ne eo iacente, per quem omnia dignitatis incrementa asecutus fuerat, superessct». 



1 38 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Ov'è Terrentio che, con lieto viso, 4902 

se finse agli Antoniani d'esser Bruto 

per far da morte el sotio suo diviso? 
Non voglio anchor che sia da me taciuto 4905 

l'amor che portò Lelio a Scipione, 

mentre ch'ai mondo insieme hanno vivuto; 
né voglio preterir col mio sermone 4908 

quanto fu amato Agrippa già d'Augusto, 

qual de l'imperio fu come ei patrone. 
Ov'è quel vincul d'amicitia giusto 491 1 

de Pithia e di Damon quando un de loro 

stette in pregione per sospetto ingiusto? 
Qual, pria ch'andasse a l'improbo martoro, 4914 

tornar dai suoi da Dionisio ottenne 

ad ordinar suo picolo thesoro; 
l'amico car per suo sponsor detenne, 4917 

qual di sua sponte star detento volse, 

fin che '1 compagno al dì statuto venne. 
Misera me, qual fér destin mi tolse 4920 

quel tempo a la mia gloria amico tanto, 

e qual ria stella da costor mi sciolse! 
Simile a dii fu alhor mio nume santo, 4923 

tal che del perso honor la rimembranza 

mi causa affanno al cor, agli occhi pianto. 
Int. El vincul d'amicitia ha piìi possanza 4926 

e più gran fé che congiuntion di sangue 

che, al dir de molti, ogn'altro amor avanza, 
e se l'affinità piti tosto langue 4929 

è perché nasce per fortuita sorte, 

sorte che vene in poco tempo esangue. 

V. 4925 affanno] affanni ABC; v. 4912 Pithia ABCD: si è conservata questa forma, benché diversa rispetto alla 
fonte latina, perché la maggior parte delia tradizione attesta tale voce. 

v. 4902 Terrentio: Terenzio, grande amico di Bruto, lo seguì nella fuga per evitare la punizione di Antonio; 
quando tuttavia i sicari li scoprirono Terenzio finse, anche con l'aiuto delle tenebre, di essere Bruto per 
salvare l'amico ma i sicari riconobbero l'inganno e uccisero Bruto, cfr. V.M., Factorum, IV, 7, 6 «... coque 
iam facta inruptione Terentius fideli mendacio obscuritate ipsa suffragante Brutum se esse simulavi! et cor- 
pus suum trucidandum equitibus obiecit.»; v. 4904 sotio: cfr. v. 131; v. 4904 per far., diviso: per allontana- 
re dalla morte il suo amico; v. 4905 Non voglio... taciuto: Galeotto, seguendo la sequenza di Valerio Mas- 
simo, riporta di seguito esempi di amicizia non eroica, ma lieta e serena; v. 4906 Lelio a Scipione: Decimo 
Lelio fu inseparabile amico di Scipione; v. 4908 preterir: lat. dimenticare; v. 4909 Agrippa: Marco Agrip- 
pa fu grande amico di Augusto; v. 4910 ei: egli; v. 4912 Pithia... Damon: Finzia e Damon erano due amici 
iniziati alla filosofia pitagorica. Volendo Dionigi, tiranno di Siracusa, uccidere uno dei due ed avendo il 
prescelto ottenuto di potersi recare al suo paese per sistemare le sue cose, l'altro non esitò a farsi garante 
del ritomo dell'amico finché questi tornò il giorno stabilito. Ammirato dal coraggio di ambedue, Dionigi 
condonò la pena in considerazione del gesto leale; v. 49\4 martoro: martirio; v. 4914 improbo: cfr. v. 578; 
v. 49 \6 ad ordinar: V.M., Factorum, IV, 7 ext. I «... quo prius quam perirei domum profectus res suas ordi- 
nare!...»; V. 4917 sponsor: lat. garante, cfr. V.M., Factorum, IV, 7 ext. 1 «... alter vadem se prò reditu eius 
tyranno dare non dubitare!.»; v. 4918 di sua sponte: lat. spontaneamente; v. 4919 al dì statuto: V.M., Fac- 
torum, IV, 7 ext I » Eodem autem momento et bora a Dyonisio constituta et eam qui acceperat supervenit.»; 
v. 4920/^r destin: Petr., T.F., 3, 48 «fero destino»; vv. 4926-4931 El vincul... esangue: questa parte è all'i- 
nizio del De Amicitia di Valerio Massimo, cfr. V.M., Factorum, IV, 7 «Contemplemur nunc amicitiae vin- 
culum potens et praevalidum ncque ulla ex parte sanguinis viribus inferius, hoc etiam certius et explora- 
tius, quod illud nascendi sors, fortuitum opus, hoc unius cuiusque solido iudicio inchoata voluntas con- 
trahit.»; v. 4923 nume: cfr. v. 612; vv. 4927-4929 sangue-langue: stessa rima in Dante, Inf., VII, 80-84 e 
Par., XVI, 1-3; v. 4928 avanza: cfr. v. 1905; v. 4929 affinità: parentela; v. 4929 langue: perde forza; v. 
4931 esangue: propriamente 'senza sangue'. Qui significa 'viene meno'. 



TEMPIO d'amore 139 

Ma l'amicitia, col giuditio forte 4932 

de voluntate cominciando, dura 

infin che quella sepera la morte. 
Essendo, dunque, nostra vita oscura 4935 

senza presidio d'amicitia cinta, 

dovrebbesi cercar con maggior cura 
e, poi che l'huomo ha la cathena avinta 4938 

di questo nodo di benivolentia, 

non de' patir che mai da lui sia scinta. 
Ma a quel ch'or veggio per esperìentia 4941 

co l'aurea età son morti i veri amici 

e i perfidi, ch'or son, ti dan licentia. 
Ami. Ohimè, che ben conosco che '1 ver dici! 4944 

Ma el tempo è di tal sorte che m'è forza 

aver patientia e star con gl'infelici. 
Int. El tuo dolor co la patientia amorza, 4947 

che così convien far, che stolto è quello 

che prender vói el ciel con man per forza. 
Ecco Phileno, andian, parlian con elio. 4950 

L'Amicitia, tornata con Integrità da Speranza e da Phileno, dice a Phi- 
leno. * 

Ami. Phileno, sian tornate 

con nove et imbasciate 

de sorte e qualitate 4953 

assai contrarie a quel che tu pensasti. 
Phi. Che nove mi portasti 

dal Tempo onde tornasti? 4956 

Se triste le recasti, 

ditele, e più non mi tenete in tempo. 
Ami. El desiato Tempo, 4959 

ch'aspetti già gran tempo, 

auto non ha tempo 

venir da te, che gli è chi '1 tien sospeso, 4962 

Phi. Ohimè, che grave peso 

mi sento al cor acceso 

del nontio da te inteso. 4965 

Ma chi fur quei che l'han tenuto in via? 
Ami. La trista Gelosia, 

ch'è tua nemica e mia, 4968 

e Spetialtate ria 

fur quelle, e ne cacciaron con furore. 
Phi. Narrastevi ad Amore 4971 

del caso mio el tenore 

prima che uscisti fuore 

* tornata con Integrità da Speranza] con Integrità tornata da Speranza ABC; v. 4956 Tempo onde] Tempio 
ove ABC. 

V. A9'iA sepera: forma settentrionale per 'separa'; v. 492>6 presidio: lat. protezione; v. 4940 patir, cfr. v. 438; v. 4940 
scinta: slegata, sciolta; v. 4943 ti dan licentia: ti allontanano; v. 4947 amorm: cfr. v. 2392; v. 4951-4991 Phileno... 
sorte: zingaresca costituita da dieci strofe dallo schema metrico 7a7a7al IB e 7b7b7bl IC, chiusa da un distico a 
rima baciata, cfr. anche vv. 682-708; v. 4952 imbasciate: messaggi, notizie; v. 4962 sospeso: fermo; v. 4965 nontio: 
notizia; v. 4970 ne: cfr. v. 702; v. 4971 Narrastevi: la postura enclitica del pronome è tipica dell'italiano antico, 
Rohlfs, II, 469; v. 4972 tenore: cfr. v. 2012; v. 4973 uscisti: usciste, forma utilizzata da alcuni scrittori toscani, cfr. 
Rohlfs, II, 565. 



1 40 GALEOTTO DAL CARRETTO 

del Tempio, ov'io con speme vi mandai? 4974 

Ami. Noi non potemmo mai, 

dil che ne increbbe assai, 

perché, come inteso hai 4977 

da molta gente. Amor non è in sua possa. 
Phi. Ohimè, che gran percossa 

mi sento in cor e 'n l'ossa 4980 

veggendo che non possa 

aver da lui el Tempo tant'ottato. 
Ami. Per noi non è mancato 4983 

che non gli abbian parlato, 

ma quei che puon nel stato 

son causa che tu tanto resti in bando. 4986 

Phi. Così, sempre aspettando, 

desiando e sospirando, 

andarò sperso errando 4989 

infin che scocchi l'arco in me la morte, 

doppo che vói così mia cruda sorte. 

Phileno se volta a la Speranza e dice. * 

Phi. Ahi, lasso me. Speranza, 4992 

come deggio fidanza in te più porre 

se ognun fugge et aborre mia salute? 

Che vai la servitute e la mia fede 4995 

se, per merto e mercede. Gelosia 

Amor seduce e svia tal ch'io sono 

già posto in abandono, ohimè, da tutti, 4998 

dil che non avrò mai più gli occhi asciutti? 
Spe. Negar non posso già 

che chiunque mal ti fa non abbia torto, 5001 

ma pensa ch'ancor morto tu non sei 

e al fin tu vincer dèi tuoi nemici 

ch'or viveno felici di sua sorte. 5004 

Sta pur constante e forte e non temere 

ch'io voglio provedere a tua salute. 

Venite qua Ragione e tu Virtute, 5007 

andate, tosto, andate 

d'Amor e lo pregate che mi mande 

el Tempo in queste bande; el Tempo, dico, 5010 

che de l'esilio inico de' trhar fuore 

Phileno, ch'in dolore se consuma, 

con dir ch'ai cor resuma el suo servire 5013 

con pena e con martire e i longhi affanni 

che, per lui sol, patito ha già tant'anni. 

* volta] volge ABC; * e dice] e gli dice ABC; v. 5008 in ABC è presente la seguente didascalia: Speranza parla 
a Ragione et a Virtù: v. 5013 el suo] suo ABC; v. 50\ 4 pena] stento ABC. 

V. 4976 ne: ctr. v. 702; v. 4978 possa: autorità, ossia Amore non ha potenza, non ha autorità; v. 4982 ottato: cfr. v. 
5; v. 4983 per noi: per quanto riguarda noi; v. 4985 buon: cfr. v. 1 1 37; v. 4989 sperso: disperso; v. 499 1 cruda 
sorte: Petr., CCXVII, 1 1 «cruda sorte»; v. 4991 doppo che: dato che; vv. 4992-5023 Ahi... stare: quattro strofe 
costituite da otto versi, di cui il primo un settenario e gli altri tutti endecasillabi con rimalmezzo, chiuse da due 
versi a rima baciata; v. 4992 lasso: misero; v. 4993 fidanza: fiducia; v. 4994 aborre: rifugge con orrore; v. 4996 
mercede: compenso; v. 4999 occhi asciutti: Petr., XXX, 29 «asciutti gli occhi» e Petr., T.M., 1.119 «occhi asciut- 
ti»; V. 5000 Negar... già: settenario tronco; v. 5004 sua: cfr v. 1466; v. 501 1 inico: cfr v. 56; v. 5013 resuma: lat. 
riprenda; v. 5Q\4 longhi affanni: Petr., CCXII, 12 «lungo affanno» e Petr., CCLIV, 10 «lunghi affanni». 



TEMPIO d'amore 141 

Rag. Speranza, se n'andremo 5016 

e con studio faremo el nostro uffitio 
per trhar fuor de supplitio el buon Phileno 
qual, di cordoglio pieno, vive in bando 5019 

e pensa, e non sa quando, el Tempo ottato, 
che detenuto è stato, a lui ritomi, 

sperìan fra pochi giorni, a lui portare 5022 

tal nova che '1 faren contento stare. 

Ragione, partendo, parla per camino con la Virtù. * 

Rag. Compagna, tu sai ben ch'abbian sentito 

sì come el Tempo è stato detenuto 5025 

e come Amor parlar se lascia invito, 

lasciando un auditor per substituto, 

si che bisogna qua pigliar partito 5028 

cercando al caso nostro qualche aiuto, 

acciò ch'avendo i suoi desir votivi 

el buon Phileno al suo disegno arrivi. 5031 

Però, per far cotal provisione, 

bisognane trovar un adiutore 

il qual, pigliando nostra protettione, 5034 

ne meni al loco dove alberga Amore 

et ho pensato che Discretione, 

eh 'è nostra amica, ne darà favore. 5037 

Andian dunque da lei che'l cor me dice 

che con Amor ne fia buona adiutrice. 
Virtù La proposta che fai molto me aggrada, 5040 

però mentre abbian tempo andian da lei. 

Suo albergo è fuor del Tempio su la strada 

a pie del qual già residenza fei; 5043 

molte altre stanze in quella gran contrada 

son, dove stanno alcune a' pie costei; 

fra l'altre donne albergavi Giustitia, 5046 

qual credo ch'ella anchor ne fia propitia. 
Rag. Cerchiamo, dunque, da costor ricorso 

ch'ai thalamo d'Amor ne introduranno 5049 

e, con salubre et ottimo soccorso, 

da li emul nostri ne defenderanno; 

costor da molta gente han gran concorso 5052 

e tutti i malcontenti da lor vanno. 

Ecco l'albergo suo: Virtù, va a l'uscio 

e batte che fia aperto al primo buscio. 5055 



V. 5016 in ABC prima deirintcrvento di Ragione è presente la seguente didascalia: Raillon risponde a la Spe- 
ranza e dice; v. 5023 nova] nove ABC; * Ragione partendo parla] Ragione parla ABC; v. 503 1 al suo disegno] 
a' soi disegni arrivi ABC; v. 5040 in ABC è presente la seguente didascalia: La Virtù risponde a la Ragione e 
dice; v. 5044 molte] mille ABC. 

V. 50 1 7 uffitio: off. v. 209; v. 5020 ottato: cfr. v. 5; vv. 5024-5335 Compagna. . . incontra: serie di trentanovc otta- 
ve dallo schema ABABABCC; v. 5026 invito: lat. malvolentieri; v. 5027 auditor, ascoltatore; v. 5032 provisio- 
ne: provvedimento; v. 5033 adiutore: lai. aiutante; v. 5035 meni: conduca; v. 5037 ne darà favore: ci aiuterà; v. 
5038 Andian: andiamo, cfr. v. 79; v. 5039 fui: cfr. v. 279; v. 5039 adiutrice: cfr. v. 5033; v. 5041 andian: andia- 
mo, cfr. v. 79; vv. 5043-5045 a pie: cfr. v. 373; v. 5047 fia: cfr. v. 279; v. 5048 ricorso: rifugio; v; 5049 thalamo: 
cfr. v. 28 1 4; v. 5049 ne: cfr. v. 702; v. 5050 .salubre: efficace; v. 505 1 emul: cfr v. 1 093; v. 505 1 ne: cfr. v. 702; v. 
5052 concorso: accorrere; v. 5055 batte: batti, forma imperativa, cfr. v. 5056; v. 5055 buscio: colpo. 



1 42 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Virtù, accostandosi a l'uscio de la camera de la Discretione, buscia e 
Discretione dice. 

Dis. Chi sei che busci? 

Virtù Apre ch'io son Virtute. 

Dis. Qual è quest'altra? 

Virtù Quest'è la Ragione. 

Dis. Per qual cagione sete qua venute? 5058 

Virtù Perché parlar vogliamo a Discretione. 

Phileno a lei ne manda, acciò ne aiute 

ch'aver possian d'Amor introduttione. 5061 

Dis. Quella son io. 

Virtù Tu quella? 

Dis. Io quella. 

Virtù O Dio! 

Così deforme sei che noi credo io. 
Dis. Io son pur quella, e '1 mal che sì m'attrista 5064 

fa che servir noi posso e me ne incresce. 
Virtù Che vói dir ch'hai sì turbida la vista 

e che tant'acqua fuor degli occhi ti esce? 5067 

Dis. Ahi, sconsolata me, misera e trista 

che '1 tuo parlar mi fa che '1 mal mi cresce. 
Virtù Deh, dimmi, prego, del tuo mal la causa 5070 

e perché teni la fenestra clausa. 
Dis. Gran tempo stetti al loco ove '1 Favore 

et Ambitione fan suo albergo in corte, 5073 

dov'è di denso fumo un tal vapore 

che quasi aceca ognun che gli è consorte; 

negli occhi quel mi entrò con tal furore 5076 

che quasi ho persi i lumi per mia sorte 

e, per non perder la mia luce in tutto, 

in questa oscura cella ebbi redutto. 5079 

Qui viver voglio insin che morte scocchi 

in questo corpo l'ultimo suo strale. 

Mia medica è Miseria e da' mei occhi 5082 

cerca levarmi con gran studio el male 

et acqua non adopra de fenocchi 

ma me linisse quei con luto e sale, 5085 

dicendo che di terra io son nata 

e me ricordi quella che son stata. 
Favor e Ambitione anchor lor hanno 5088 

di questa nebbia gli occhi suoi velati, 

pur sì contenti di sua boria stanno 

che questi fumi densi gli son grati; 5091 

ma, se più induggio in quel suo albergo fanno, 

i lumi oscuri rimarran cecati 



V. 5060 a lei] a te ABC; v. 5067 // esce] n'esce ABC; v. 5075 quasi aceca] acceca quasi ABC; v. 5080 Qui] 
Qua ABC; v. 5087 che] ch'io ABC. 

V. 5056 Apre: apri, cfr. v. 5055; v. 5060 ne: cfr. v. 702; v. 5065 incresce: spiace; v. 5066 turbida: offuscata; 
V. 5071 clausa: lat. chiusa; v. 5075 consorte: compagno; v. 5077 lumi: occhi; v. 5079 redutto: riparo, ricet- 
to; v. 5083 studio: cfr v. 1095; v. 5084/e/7occ/3/: erba che si riteneva avesse funzioni officinali; cfr. anche v. 
5383 per un'interpretazione simbolica; v. 5085 linisse: attenua il dolore; v. 5085 luto: fango; v. 5089 suoi: 
cfr. v. 34; v. 5090 boria: presunzione; v. 5091 grati: cfr. v. 860; v. 5093 lunn: cfr. v. 5077. 



TEMPIO d'amore 143 

e la medica mia, sì abietta e trista, 5094 

ad ambi doi ritornare la vista. 
Virtù Da un canto assai mi duol, incresce e spiace 

di tua noiosa e grande infirmitate, 5097 

da l'altro, o Discretione, assai mi piace 

che Miseria ti renda sanitate. 

Però cerca guarir per nostra pace, 5 1 00 

perché Phileno per tua causa paté 

mille infortunii et esul fia gran tempo, 

se tu non fai ch'Amor gli mandi el Tempo. 5103 

Dis. Tu sai che sola non son già bastante 

degli emul suoi contra '1 maligno gregge 

però che Ambition, ceca arrogante, 5 1 06 

e Spetialtà, che mal suo error corregge, 

e ria Violenza e Invidia esorbitante 

e la Perfidia iniqua e senza legge 5 1 09 

son quei che fan che '1 Tempo è detenuto 

e che a Phileno dar non posso aiuto. 
Ma andate qua a l'albergo de Giustitia 5112 

che dar vi potrà forse qualche aita 

che so ch'ai suo poter vi fia propitia, 

pur che non sia dagli emuli impedita 5115 

perché dal Tempio, per la gran malitia 

che regna in quelli Frati, s'è partita; 
Virtii Seguir vogliamo el tuo sermone saggio. 5118 

Rimane in pace. 
Dis. Andate in buon viaggio. 

Virtù Ragion, tu che a Giustitia sei sì amica, 

vatene avanti e buscia a la sua porta. 5121 

Rag. Così vo' far e poi convien gli dica 

quanto a Phileno el star in bando importa, 

e, però ch'ella è mia compagna antica, 5124 

la prenderemo per fidata scorta, 

acciò che ne introduca a l'almo loco 

dove coi servi suoi Amor sta in gioco. 5 1 27 

Ragion, con Virtù giungendo a la porta de Giustitia, buscia e la Conscien- 
tia, vestita de stracciati panni, gli apre ma prima Ragion dice. 

Rag. O là! 

Con. Chi è là? Chi buscia? 

Rag. r son Ragione. 

Con. Chi cerchi? 

Rag. La Giustitia mia compagna 

e da lei vengo acciò ch'in protettione 5130 

prenda Phileno che se affligge e lagna, 

che se non prende la sua defensione 

è per patir estremitate magna; 5 1 33 

V. 5096 incresce] e incresce ABC; v. 5 106 ceca arrogante] ceca e arrogante ABC. 

v. 5096 canto: cfr. v. 2034; v. 5097 noiosa: fastidiosa; v. 5 101 paté: cfr v. 463; v. 5 102 fia: sarà, cfr. v. 279; v. 
5108 esorbitante: eccessiva; v. 5113 aita: cfr. v. 1780; v. 5121 buscia: cfr v. 3042; v. 5123 importa: costa; v. 
5 \25 fidata scorta: Dante, Infi, XII, 100 «scorta fida» e Petr., CCLXXVII, 8 «fidata scorta»; anche in Frcgoso, 
RD, I, 52 «tua scorta fida»; v. 5 1 26 ne: cfr. v. 702; v. 5 1 32 defensione: difesa; v. 5 1 33 patir: cfr. v. 438; v. 5 1 33 
estremitate: lat. disgrazia; v. 5 1 33 magna: cfr. v. 3268. 



1 44 GALEOTTO DAL CARRETTO 

per lui d'Amor mi manda la Speranza 

perche nel mio suffraggio ha tal fidanza. 
Con. Giustitia è in letto e sonnacchiosa paté 5 1 36 

el sonnolento mal de subetia 

e, per guarir de questa infirmitate, 

se serve del remedio et opra mia; 5 1 39 

e tutta notte a tomo gli sian state 

Sinderesi e molte altre in compagnia 

e gli abbian dato a' membri aspro martire 5 142 

per risvegliarla e farla risentire. 
Ma nul remedio insino a qui gli giova, 

anchor che usati molti glien'abbiamo, 5 1 45 

che l'alto mal, che nel cervel gli cova, 

con gran difficultà levar possiamo. 

Pur me delibro fargli un'altra prova, 5 1 48 

però che molto sua salute bramo 

e se forse costei non fia sanata 

con tal remedio, veggiola spacciata. 5151 

Rag. Quai furon quelli, ohimè, che l'han condutta 

a questa sonnolenta infirmitate? 
Con. Favor e Ambition, che voglion tutta 5 1 54 

la parte de' compagni, e Spetialtate 

l'han tant'a pianti et a sospiri indutta 

che per affanni questo morbo paté, 5 1 57 

e tant'è sonnolenta e tant'oppressa 

che l'hanno al grado che tu intendi messa. 
Pensar tu dèi, se fosse in valitudine, 5 1 60 

di questo peso ti trharebbe el carico 

e '1 buon Phileno, pien d'amaritudine, 

in bando non farebbe tal ramarico. 5 163 

Ma se guarisce di questa egritudine, 

avendo '1 capo suo de sonno scarico, 

io ti prometto che, col suo Consilio, 5 166 

farà ch'Amore lo trharà d'esilio. 
Rag. Assai mi duol del morbo de costei, 

perché noi avevamo opinione 5169 

ch'ella dovesse trhar d'affanni rei 

Phileno che sta in bando con passione; 

ma, poi che tanto mal comprendo in lei, 5 1 72 

noi cercaremo un'altra provisione. 

Vale Conscientia et a Giustitia attende 

che '1 nostro ben da sua salute pende. 5 1 75 

Virtià Compagna, el penser nostro è stato vano 

V. 5135 tal] gran ABC; v. 5142 aspro martire] aspri martori ABC\ v. 5143 e farla risentire] aciò ch'ella non 
mori ABC; v. 5161 trharebbe] torrebbe ABC; v. 5 167 /ara] /ar 5? ABC. 

V. 5 1 35 suffraggio: cfr. v. 1 6 11 ; v. 5 1 37 subetia: torpore, cfr. nota 1 8 p. 4 della lettera dedicatoria; v. 5 1 38 infir- 
mitate: malattia; v. 5 141 Sinderesi: forma dal greco per 'rimordimento*; v. 5 142 aspro martire: tormento dolo- 
roso; V. 5143 risentire: riprendere; v. 5 \44 nul: cfr. v. 1045; v. 5146 cova: sta nascosto; v. 5148 delibro: cfr v. 
562; V. 5150 Tia: cfr v. 679; vv. 5154-5155 che voglion... compagni: che vogliono tutti i privilegi alla corte di 
Amore; v. 5Ì56 pianti et a sospiri: Dante. //?/., 3, 22 «Quivi sospiri, pianti»; v. 5156 indutta: lat. condotta; vv. 
5160-5167 Pensar., esilio: ottava di versi sdruccioli; v. 5160 valitudine: lat. salute; v. 5163 ramarico: cfr v. 
1584; V. 5\64 egritudine: lat. malaUia; v. 5171 passione: cfr. v. 865; v. 5173 provisione: rimedio; v. 5\14Vale: 
lat. sta bene; v. 5174 attende: dedicati; v. 5\7 5 pende: dipende; v. 5 \7 6 penser... vano: Dante, Inf, 7, 52 «vano 
pensiero». 



TEMPIO d'amore 145 

perché le nostre due buone adiutrici 

inferme son di mal aspro et insano 5178 

e ne furon cagion nostri nemici; 
ma, poi che noi sian qua, vo' che proviano 
se intrar possian nei chiostri almi e felici. 5181 

Ma chi son quelle che a la porta stanno? 
Rag. Violenza e Invidia son ch'in guardia l'hanno. 

Ragione e Virtù, giunte a la porta del Tempio, trovano Violenza et Invidia e 
Violenza comincia a parlare. * 

Vio. Chi sete voi? Ch' andate voi cercando? 5184 

Rag. Ragion son io, quest'altra è la Virtute 

che per Phileno, qual sta fuora in bando, 

per condolersi sian d'Amor venute. 5 1 87 

Vio. El non se può. 

Rag. De gratia vel dimando. 

Vio. Vostre parole son tutte perdute. 

Rag. Noi sian disposte intrar dove sta Amore. 5190 

Vio. Non gl'intrarete ma starete fuore. 

Rag. Che cosa ritrovative in Phileno 

che noi, sue nuntie, non possiamo intrare? 5193 

Vio. Phileno è di versutia tutto pieno 

e sette contr'Amor già volse fare 

per questo lo scacciò dal suo terreno, 5 1 96 

acciò non possa el stato inquietare. 
Rag. Phileno non fu mai se non fedele 

al suo Signor che gli è, per voi, crudele. 5 1 99 

Inv. La sua magagna assai resta palese 

e tutti i frati del convento el sanno 

e però Amor, che chiaramente intese 5202 

el suo maligno e fraudolente inganno, 

caccioUo, come merta, del paese; 

dunde se paté mal e', gli è suo danno 5205 

e già non so perché procacci anchora 

tornar al loco ove fu posto fuora. 
Virtù Pover Phileno, ov 'è la tua virtute 5208 

che già ti fece tanto honor nel Tempio? 

Ov'è la tua sì fida servitute 

con che tu davi agli altri servi esempio? 521 1 

Ohimè, che più non sono conosciute! 

E causa n'è el destin tuo crudo et empio 

e tu, Violentia, e tu maligna Invidia, 5214 

che d'ogni tempo li facisti insidia. 
Inv. Tornate in dietro da cui v'ha mandato 



V. 5 1 79 ^ ne furon cagion nostri nemici] e gli eniul nostri fur causa e radici ABC; * e Violenza comincia a par- 
lare manca in ABC; v. 5200 La sua magagna assai resta palese] La tua menzogna assai ti fa palese ABC; v. 
5206 procacci] presuma ABC. 

V. 5\^Q sian: siamo, cfr. v. 79; v. 5 \?,0 proviano: proviamo, cfr v. 79; v. 5181 possian: possiamo, cfr. v. 79; v. 
5187 condolersi: rammaricarci. Il suffisso si per 'ci' è attcstato in Rohlfs. II. 460; v. 5188 vel: ve lo; forma di 
antico lombardo, cfr. Rohlfs, II, 466; v. 5 190 sian: siamo, cfr. v. 79; v. 5 194 versutia: lat. malizia; v. 5 195 sette: 
cfr. V. 880; v. 5199 per voi: a causa vostra; v. 5200 magagna: 'difetto' ma anche 'inganno'; v. 5202 però: cfr. v. 
79; V. 5205 e': egli; v. 5206 procacci: cerchi. 



1 46 GALEOTTO DAL CARRETTO 

e ditegli che ponga in pace el cuore 52 1 7 

e, se contra d'Amor ha già peccato, 

che faccia penitenza del suo errore, 

però che piiì non vói che gli stia a lato, 5220 

ma ch'in esilio resti sempre fuore, 

e che virtute in lui già non ritrova, 

come voi fate con iactanza prova. 5223 

La Virtù, ritornando in dietro, per camino dice a la Ragione. * 

Virtù Ragion, tu vedi ben come va el mondo 

e come più non sian nel Tempio admesse 

e come sian cacciate giù al profondo 5226 

con vituperio e con nostro intresse; 

e quanto penso più, più me confondo 

per l'alte insidie contra noi sì spesse. 5229 

Partiànsi et aspettian che '1 Re del cielo 

levi dagli occhi el tenebroso velo. 
Rag. Ohimè, Virtù, gli è forza ch'io sospiri, 5232 

per gli aspri affanni ch'ho nel cor serrati, 

pensando a quelli giusti, incliti viri 

che son da questo secolo passati, 5235 

che tanti fatti generosi e miri 

han fatto per Giustitia in molti lati 

e, sopra gli altri, quella Roma antica 5238 

per cui convien ch'in sua gran laude dica. 
Ov'è quel buon Camillo intero e giusto 

chi rimandò i fanciulli agli Falischi, 5241 

battendo el mastro suo ligato ingiusto, 

per non degenerar dagli suoi prischi? 

Il perché presi dal soave gusto 5244 

de tal giustitia con tenaci vischi, 



V. 5220 che più non vói che gli stia a lato] ch'egli non vói gli stia più a lato ABC; * in ABC la didascalia è 
diversa: La Virtù se volge a la Ragione e, ritornando per camino, gli dice; v. 5239 per] de ABC; v. 5240 inte- 
ro] integro ABC. 

v. 5222 e che virtute: souinteso 'ditegli'; v. 5223 iactanza: arroganza; v. 5227 vituperio: infamia; v. 5227 
intresse: danno, svantaggio (GDLI s.v. interesse dove è attestata la frase di Galeotto); v. 5229 spesse: fre- 
quenti; v. 5234 inclito: cfr. v. 135; v. 5236 miri: ammirabili; v. 5240 Ov'è: comincia una parte tratta dal libro 
VI capitolo 5 {De lustitia) dei Factorum et dictorum memorabilium libri di Valerio Massimo; Galeotto 
riprende la stessa sequenza dell'autore latino (cfr. nota al v. 4878) ad eccezione di alcuni esempi che non 
vengono menzionati (si tratta dei quattro tribuni Lucio Ortensio, Tiberio Gracco, Caio Claudio e Lucio 
Cotta); v. 5240 Camillo: mentre Camillo M. Furio, tribuno militare, assediava Falerii, un maestro di scuola 
fece uscire dalla città numerosi ragazzi, appartenenti alle famiglie più ragguardevoli e li consegnò ai 
Romani, nella speranza che in questo modo i Falisci avrebbero smesso di resistere. Il senato romano, però, 
rimandò in patria i ragazzi, accompagnati dal loro maestro ridotto in catene e picchiato, da loro, a colpi di fru- 
sta. I Falischi, visto questo comportamento che rivelava l'alto senso romano della giustizia, aprirono le porte 
ai Romani, cfr. V.M., Factorum, VI, 5, I «Camillo consule Falerios circumsedente magister ludi plurimos et 
nobilissimos inde pueros velut ambulandi gratia eductos in castra Romanorum perduxit. Quibus interceptis 
non erat dubium quin Falisci deposita belli gerendi pertinacia tradituri se nostro imperatori essent. Ea re sena- 
tus censuit ut pueri vinctum magistrum virgis caedentes in patriam remitterentur. Qua iustitia animi eorum 
sunt capti, quorum moenia expugnari non poterant: namque Falisci beneficio magis quam armis vieti portas 
Romanis aperuerunt.»; v. 5240 intero: leale; v. 5241 chi: che, forma settentrionale, cfr. Rohlfs, II, 483; v. 
5242 mastro: maestro di scuola; v. 5242 ligato: legato in catene; v. 5243 degenerar: deviare dalle qualità 
morali; v. 5243 prischi: predecessori; v. 5244 presi: il soggetto souinteso è 'i Falischi'; v. 5245 vischi: il 
vischio, simbolo della tenacità; v. 5245 tenaci vischi: Petr., XL, 3 «tenace visco». 



TEMPIO d'amore 147 

d'amor pigliati con gli gran Romani, 

gli deder la citate ne le mani. 5247 

U' son quelli altri gran Romani degni, 

ch'avendo Clodio i Camerin venduti 

sotto de l'hasta con mercati indegni, 5250 

volser che tutti fosser redemuti 

e restituti i campi e ' predii e ' pegni 

et a pie cause i nummi distributi 5253 

con assignarli un loco in Aventino, 

colendo el nume mio santo e divino? 
Ov'è Fabritio, di giustitia pieno, 5256 

ch'avendo Themilcare ambracese 

promesso de far dar el rio veneno 

a Pirro, ch'era suo guerrer palese, 5259 

gli dede aviso de tal fatto obseno 

con dir che Roma non pigliava imprese 

se non con arme, non con tosco et arte, 5262 

per esser fatta dal figliol de Marte? 
Ov'è quel gran tribuno Gneo Domitio 

il qual, cercando opprimer Marco Scauro, 5265 

veggendo el servo de costui che '1 vitio 

del suo patron scoprir volea per auro, 

non volse udir per non aver inditio 5268 

de' vitii suoi, tanto stimò el thesauro 

de la giustitia che '1 grande odio vinse, 

V. 5257 Themilcare ABCD: nonostante la fonte latina e la tradizione consultata presentino la forma Thimocare, 
si è preferito mantenere tale voce e segnalarla; v. 5249 Clodio ABCD: si è conservata questa forma, benché 
diversa rispetto alla fonte latina, perché la maggior parte della tradizione attesta tale voce; v. 5267 scoprir volea] 
volea scoprir ABC. 

V. 5249 Clodio: Publio Claudio aveva venduto all'asta gli abitanti di Cameria che erano stati presi prigio- 
nieri dall'esercito romano al suo comando; il senato romano, nonostante sapesse che quella conquista 
avrebbe apportato denaro all'erario, sospettando che il generale si fosse comportato in maniera poco puli- 
ta, raccolse i prigionieri, assegnò loro da abitare un quartiere sull'Aventino e inoltre restituì loro i terreni. 
Fissò anche una somma per costruire loro dei templi e celebrarvi dei sacrifici, cfr. V.M, Factorum, VI, 5, 1 
«Idem, cum P. Claudius Camerinos ductu atque auspiciis suis captos sub basta vendidisset... tamen, quod 
parum liquida fide id gestum ab imperatore videbatur. maxima cura conquisitos redemit iisque habitandi 
gratia locum in Aventino adsignavit et praedia restituii»; v. 5250 indegni: disonesti; v. 5251 redemuti: 
riscattati; v. 5252 campi: terreni; v. 5252 predii: proprietà; v. 5252 pegni: le cose date in pegno; v. 5253 
et... distribuii: i soldi servirono per edificare dei templi dove celebrarvi dei sacrifici; v. 5255 colendo: lat. 
onorando; v. 5255 nume: cfr. v. 612; v. 5256 Fabritio: Timocare di Ambracia promise al console Fabrizio 
che avrebbe fatto avvelenare, dal proprio figlio che era coppiere di corte. Pirro. Fabrizio, riferita la cosa in 
senato pur senza fare il nome di Timocare avvertì il re di stare in guardia contro insidie di questo genere, 
cfr. V.M., Faciorum, VI, 4, 1 «Timochares Ambraciensis Fabricio consuli pollicitus est se Pyrrum veneno 
per fiiium suum, qui potionibus eius praeerat, necaturum. Ea res cum ad senatum csset delata, missis lega- 
tis Pyrrum monuit ut adversus huius generis insidias cautius se gereret. memor urbem a filio Martis condi- 
tam armis bella, non venenis genere debere.»; v. 5262 tosco: veleno; v. 5262 arte: artifici; vv. 5262-5263 
arte-Marte: stessa rima di Dante, Inf., XXXI, 47-49; v. 526?) figliol de Marte: Romolo, cfr. v. 5256; v. 5264 
Gneo Domitio: il tribuno della plebe Cneo Domizio chiamò in giudizio, davanti al popolo. Marco Scauro. 
uno dei personaggi più illustri di Roma, al fine di acquistare popolarità a sue spese; un servo di questi gli si 
presentò di notte promettendo di fornirgli molti capi d'accusa contro il padrone. Senza farsi impressionare 
e senza ascoltarlo, Domizio rimandò a Scauro il servo perché fosse punito, cfr. V.M.. Faciorum, VI, 5, 5 
«Cn. Domitius tribunus pi. M. Scaurum principem civitatis in iudicium populi devocavit. ut. si fortuna 
aspirasset. ruina, sinc minus, certe ipsa obtrectationc amplissimi viri incrementum claritatis adprehenderet. 
Cuius opprimcndi cum sumnio studio flagrarci, servus Scauri noctu ad eum pcrvenil. instruciurum se eius 
accusaiioncm multis et gravibus domini criminibus promiiiens... lustilia vicit odium: continuo enim et suis 
auribus obseratis et indicis ore clauso duci eum ad Scaurum iussit.»; v. 5265 opprimer: screditare; v. 5270 
de... vinse: cfr. v. 5264. 



148 GALEOTTO DAL CARRETTO 

e rimandarlo a Scauro lo sospinse? 5271 

Ov'è quel Lucio Crasso il qual, avendo 

Gneo Carbone per nemico amaro, 

qual per lo servo de costui essendo 5274 

a lui portato el scrinio suo più caro 

ch'aveva i suoi secreti noi aprendo 

per far un segno de virtij preclaro, 5277 

mandò al nemico el servo incathenato 

col scrinio ch'era come pria signato? 
Tacer non voglio Pitaco sapiente, 5280 

qual capitanio fu de Mittilena, 

che combattè per lui sì virilmente 

non estimando gran sudor né pena; 5283 

qual lasciò poi l'imperio a quella gente 

per non far d'odio in lui la cita piena 

e la preda da lui fu recusata 5286 

che, per comun consenso, gli fu oblata. 
Ov'è quel Aristide atheniese 

che Temistocle, ch'abbrusar volea 5289 

la classe de' Sparthani, assai represe, 

stimando una tal opra indegna e rea? 

E fé' che la citade non attese 5292 

al suo parer, che iniquo lo vedea, 

e fé' desister lui da tal impresa, 

né volse che la classe fosse accesa. 5295 

Che dirò de Seleuco tant'ostero, 

V. 5277 preclaro] più darò ABC; v. 5284 lasciò poi] poi lassò ABC; v. 5296 Seleuco ABCD: si è conservata questa 
forma, benché diversa rispetto alla fonte latina, perché la maggior parte della tradizione attesta tale voce. 

V. 5272 Lucio Crasso: Lucio Crasso aveva additato Cneo Carbone come suo peggior nemico ma, tuttavia, quan- 
do un servo di costui gli portò una cassetta contenente parecchie prove schiaccianti a suo carico, gli rimandò la 
cassetta chiusa e, insieme, il suo servo in catene, cfr. V.M., Factorum, VI. 5. 6 «Cn. Carbonis nomen infesto 
animo utpote inimicissimi sibi detulerat, sed tamen scrinium eius a servo adlatum ad se, conpiura continens, qui- 
bus facile opprimi posset, ut erat signatum cum servo catenato ad eum remisit.»; v. 5273 amaro: crudele; v. 5275 
scrinio: cassetta, cfr. v. 5272; v. 5277 preclaro: illustre; v. 5279 signato: sigillato, cfr. v. 5272; v. 5280 Pitaco: Pit- 
taco di Mitilene, eletto con i suffragi stessi dei cittadini a capo della guerra contro gli Ateniesi, fatta la pace, 
depose la sua carica immediatamente malgrado le sollecitazioni dei Mitilenesi che lo invitavano a rimanere, 
V.M., Factorum, VI, 5, ext. 1 «Pittacus Mitylenaeus. cuius aut meritis tantum cives debuerunt aut moribus credi- 
derunt, ut ei suis suffragiis tyrannidem deferrent, tam diu illud imperium sustinuit, quam diu bellum de Sigeo 
cum Atheniensibus gerendum fuit. Postquam autem pax Victoria parta est, continuo reclamantibus Mitylenaeis 
deposuit, ne dominus civium ultra quam rei publicae nccessitas exegerat permanerei.»; v. 5282 per lui: grazie a 
lui; v. 5284 imperio: lat. comando; vv. 5286-5287 e la... oblata: V.M., Factorum, VI, 5, ext. 1 «Atque etiam cum 
recuperati agri dimidia pars consensu omnium offerretur, avertit animum ab eo munere deforme iudicans virtutis 
gloriam magnitudine praedae minuere.»; v. 5287 oblata: lat. offerta; v. 5288 Aristide: Aristide, venuto a cono- 
scenza dell'ingiusto piano di Temistocle, che voleva bruciare la flotta spartana per ottenere il dominio del mare, 
si presentò ai cittadini e riferì loro il crudele progetto: tutta l'assemblea allora impose a Temistocle di desistere 
dalla sua impresa. V.M., Factorum, VI, 5, ext. 2 «Is postquam rem cognovit, classem illum Lacedaemoniorum, 
quae tota apud Gytheum subducta erat, velie incendere, ut ea consumpta dominatio maris ipsis cederet, processi! 
ad cives et retulit Themistocien ut utile consilium, ita minime iustum animo volvere. E vestigio universa contio 
quod aecum non videretur ne expedire quidem proclamavit ac protinus Themistocien incepto iussit desistere.»; v. 
5290 classe: lat. flotta; v. 5290 represe: rimproverò; v. 5292 non attese: non approvasse; v. 5295 accesa: brucia- 
ta; V. 5296 Seleuco: Zaleuco aveva dato utilissime ma asprissime leggi agli abitanti di Locri. Quando suo figlio, 
condannato per adulterio, avrebbe dovuto essere privato di entrambi gli occhi secondo le leggi da lui stesso fissa- 
te, scongiurato dal popolo di perdonare, si comportò a metà fra padre e legislatore: cavò un occhio a sé ed uno al 
figlio, cfr. V.M., Factorum, VI, 5, ext. 3 «Zaleucus urbe Locrensium a se saluberrimis atque utilissimis legibus 
munita, cum filius eius adulteri crimine damnatus secundum ius ab ipso constitutum utroque oculo carere debe- 
ret, ac tota civitas in honorem patris necessitatem poenae adulescentulo remitteret, aliquamdiu repugnavit. Ad 
ultimum populi precibus evictus suo prius, deinde filli oculo eruto usum videndi utrisque reliquit». 



TEMPIO D ' AMORE 1 49 

qual aspre leggi agli Locrensi dede, 

ch'essendo accolto el figlio in adultero 5298 

non volse al suo fallir aver mercede 

e, per servar giustitia, egli primcro, 

se a le veraci historie se dà fede, 5301 

cavar se fece un occhio, un altro al figlio, 

temprando la pietà col fcr consiglio? 
Ohimè, che questi spirti son mancati 5304 

per corso de natura e per sua sorte, 

ben che i lor fatti, degni et apprezzati, 

sono in poter di fama e non di morte. 5307 

Hor certi iniqui e tristi son restati 

ch'adulterando van l'humana corte, 

per modo tal che le virtij deffetti 53 10 

sono chiamate, e 'giusti son negletti. 
Però se la Giustitia inferma giace 

e, con profondo sonno, sterte e dorme 53 1 3 

è ch'ha veduta quest'età fallace 

a quella de Saturno assai difforme 

e che Violenza e Spetialtà rapace 53 1 6 

fan nove leggi con corrotte norme, 

tal ch'oggi el mondo in tanti vitii è implicito 

che '1 libito fra noi se fa per licito. 5319 

Se, dunque. Violenza ha in me tal forza 

e se l'Invidia ha te, o VirtiJ, in dispreggio 

e se nostre opre Oblivione amorza 5322 

lasciano el mondo andar de mal in peggio 

e ben farà Phileno se si sforza 

de darsi pace nel suo miser seggio, 5325 

fin che gl'influssi coi celesti segni 

abbian finiti i corsi suoi malegni. 
Virtù Compagna, come dici, aspettaremo 5328 

che '1 ciel, ch'or tant'è scuro, per noi luca 

e che, fornendo el rio suo corso estremo, 

el Tempo desiato ne conduca; 5331 

e 'n questo mezo paticntia avremo, 

quantunque el sdegno gran dolor ne induca. 

Ecco Phileno che ne vene incontra, 5334 

vièntene meco e quello per via incontra. 



Phileno, venendo in contra a la Virtù et a la Ragione, gli dice. 



Phi. Donne, che dite? Che novelle avete 

che qua venite non già troppo liete? 5337 

V. 5302 un altro] e un altro ABC; v. 5327 corsi] casi ABC; v. 5329 scuro] oscuro ABC; v. 5330 fornendo] 
finendo ABC; * a la Ragione] a Ragione ABC. 

V. 5305 sua: loro; v. 5305 per corso de natura: Dante, Inf., 1 1 , 99 «come natura lo suo corso prende»; v. 5309 adul- 
terando: corrompendo; v. 531 1 negletti: cfr. v. 607; v. 5313 sterte: russa; v. 5315 Saturno: età dell'oro; v. 5318 
implicito: cfr. v. 206; v. 5319 che 7 libito... licito: è autorizzato ogni arbitrio, cfr. Dante, Inf., 5, 56 «che libito 
fé' licito in sua legge»; v. 5322 amorza: cfr. v. 2392; v. 5323 lasciano: lasciamo, cfr. v. 79; v. 5323 de mal in 
peggio: Dante, Par, 21 , 126 «di mal in peggio» e Pctr., CXXIV, 10 «di mal in peggio»; v. 5327 suoi: cfr. v. 34; 
V. 5329 luca: risplenda; v. 5330 fornendo: finendo; v. 5330 rio: cfr. v. 3946; v. 5330 estremo: ultimo; vv. 5331- 
5333-5334 ne: cfr. v. 702; vv. 5336-5375 Donne... emenda: ode saffica dallo schema metrico (5a)B (5a)B 
(5b)C 5c; per l'altra saffica cfr. vv. 6689-6724. 



150 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Se dir volete nove che sian buone, 

una ragione. 
Virtù Con buone nove da te non venemo, 5340 

come per prove te dechiararemo. 

Noi non potemmo già d'Amor andare, 

né a lui parlare. 5343 

Phi. Chi v'ha vietato non andar d'Amore 

et obviato e fatto restar fuore? 

Dite e! tenore e come sta la cosa, 5346 

ben che noiosa. 
Virtù Losca trovammo la Discretione, 

poi se n'andammo io con la Ragione 5349 

a la magione dov'era Giustitia, 

nostra propitia. 
Phi, Che faceva ella quando ve ne intrasti 5352 

dentro la cella dove la trovasti? 

Non gli parlasti tutto '1 fatto a pieno, 

di me Phileno? 5355 

Virtù Costei un male per sua sorte havia 

grave e mortale de la subecia 

e morte ria credo che a quest'hore 5358 

l'affligae accore. 
Phi. Come da poi non ve n'andasti al nido, 

dove coi suoi alberga el bel Cupido, 5361 

e con gran grido voi non gli esponesti 

mei casi mesti? 
Virtù Fumo a la porta e racontriammo Invidia, 5364 

ch'odio ti porta e sempre ti fa insidia, 

e con Perfidia ne fé' resistenza, 

tal fé' Violenza. 5367 

Phi. U' son gli amanti già mei cari amici 

ch'erano tanti nei mei dì felici? 

Horcon supplici tutti m'han lasciato 5370 

in miser stato? 
Virtù Ceco sei bene se non te ne avedi, 

ma ti conviene ch'ai tuo mal provedi 5373 

con tai remedi che ciascun comprhenda 

ov'è l'emenda. 

Phileno parla a la Speranza. 

Phi. Orsù, Speranza, orsù, 5376 

che fia di noi, che fia? 
Sperar non convien più 
ne la servitù mia. 5379 



v. 5358 quest'hore] guest' hora ABC; v. 5359 accore] accora ABC; v. 5374 comprhenda] comprendi ABC; v. 
5375 ov'è l'emenda] che' l mondo intendi ABC. 



v. 5339 una ragione: datemene una prova; v. 5345 obviato: impedito ostacolato; v. 5346 tenore: cfr. v. 2012; v. 
5347 noiosa: cfr. v. 5097; v. 5350 magione: dimora; v. 5357 subecia: cfr. v. 5137; v. 5358 morte ria: Petr., 
CCCXVII, 7 «morte ria»; v. 5359 accore: tormenti; v. 5364^mo: fummo; v. 5364 racontriammo: è caso ana- 
logo a ' ricordare/ racordare' (v. 910), cfr. anche v. 7464; v. 5366 ne: cfr. v. 702; v. 5374 tai: cfr. v. 1444; v. 5375 
emenda: cfr. v. 1119; vv. 5376-5423 Orsù... desperare: canzonetta costituita da sei strofette di otto settenari 
tronchi e piani dallo schema metrico 7a'7b7a'7b7a'7b7c7c. Lx) schema metrico ricalca quello dell'ottava. 



TEMPIO d'amore 151 

Sprezzata è mia virtù 

e la mia fé se oblia, 

mio mal veggio cogli occhi, 5382 

non più, non più fenocchi! 
Spe. Deh, non mi lasciar, no! 

Phileno, fa bon core 5385 

che tosto ti trharò 

di questo affanno fuore, 

che '1 Tempo star non può 5388 

detento più tropphore, 

che '1 ciel fatto ha suo corso 

e dar ti vói soccorso. 5391 

Phi. Con tue lusinghe, ohimè, 

pur troppo m'hai pasciuto! 

Ben chiaro intendo che 5394 

ho '1 tempo mio perduto, 

né sperar posso in te 

che più mi porga aiuto. 5397 

Tu fai ciò che tu puoi 

ma van son gli atti tuoi. 
Spe. Se bene insino a qui 5400 

non hai tutto '1 tuo intento, 

vedrai ch'in pochi dì 

tu restarai contento, 5403 

che '1 mondo star così 

non può, per quel ch'io sento. 

Confortati se m'ami 5406 

e lassa i penser grami. 
Phi. Mia mente in dubbio sta 

e già non so pensare 5409 

che '1 mal, che '1 mio cor ha, 

come possi levare, 

ch'ognun m'è centra e fa 5412 

al peggio che può fare. 

Tu '1 vedi e lo comprendi 

ma par che non l'intendi. 5415 

Spe. Disposta anchora son 

andar Amor tentando 

se fa conclusìon 5418 

tenerti sempre in bando, 

o pur se fa ragion 

mandarti el Tempo e quando. 5421 

Sta un poco ad aspettare 

e non te desperare! 

Speranza parla a la Pietà et a la Humiltà che gli sono a lato. 

Spe. Pietate et humiltate, 5424 

perché de voi me fido, 

V. 5406 se m'ami] tu doriche ABC; v. 5407 e lassa i penser grami] e fa che 7 dol li tronche ABC. 

V. 53S3 fenocchi: 'menzogne', espressione esclamativa che significa 'dare ad intendere una cosa per l'altra'; 
vv. 5388-5389 può detento: forte enjambement; v. 5407 grami: tristi; vv. 5424-5455 Pietate... departenza: can- 
zonetta costituita da quattro strofette di otto settenari piani dallo schema metrico 7a7b7a7b7a7b7c7c. Lo sche- 
ma metrico ricalca quello dell'ottava, cfr. anche vv. 5376-5423. 



152 GALEOTTO DAL CARRETTO 

al Tempio ve n'andate 

del nostro dio Cupido 5427 

e seco vi lagnate, 

con lamentevol grido, 

con dirgli eh 'è homai tempo 5430 

che qua mi mandi el Tempo. 
Pietà Noi per Phileno andremo 

al Tempio volunteri 5433 

e ben si sforzaremo 

de trharlo de' penseri 

e quel che dir dovremo 5436 

narrar non e mesteri, 

che ben instrutte siamo 

di quel eh 'a dir abbiamo. 5439 

Spe. Qui vi convien usare 

prudenza, modo e 'ngegno, 

se voi volete intrare 5442 

dentro del Tempio degno; 

ma pria convien trovare 

Favor, che può nel regno, 5445 

che dar udienza sòie, 

perché può quel che vòle. 
Pietà Così faccian proposto 5448 

de far come tu dici 

e, se sarà disposto 

far come fan gli amici, 5451 

Phileno trharai tosto 

fuor de tanti supplici. 

Però, con tua licenza, 5454 

faremo departenza. 

Mentre che la Pietà et Humiltà vanno per camino a la volta del Tempio, 
Favor, eh 'è ne la camera sua, compare con sette donne e parla con loro, a 
cui tutte, ad una ad una, rispondeno. 

Fav. El nome mio è Favore 

ch'io son, a pie d'Amore, el suo più caro; 5457 

per lui mio nome è chiaro in l'universo, 

ciascuno mi va a verso, ognun me applaude 

e, con immensa laude, me sublima. 5460 

Io sono tanto in cima che mi pare 

che mai non possa andare in precipitio, 

tanto mi trovo el mio Signor propitio. 5463 



L'Adulatione, essendogli avanti ingenocchiata, dice. 



Adu. Favor, tu dici el vero 

che tu sei lo primero a pie d'Amore; 

se ti vien fatto honore, tu lo merli 5466 

V. 5459 ognun] e ognun ABC; * ingenocchiata dice] coi genocchi a terra gli risponde ABC. 

vv. 5430-5431 tempo-Tempo: rima identica; v. 5434 si: ci, cfr. Rohlfs, II, 460; v. 5437 non è mesteri: non è 
necessario; vv. 5456-5527 El... securo: nove strofe costituite da otto versi, di cui il primo un settenario e 
tutti gli altri endecasillabi con rimalmezzo, chiuse da due versi a rima baciata; v. 5457 a pie: cfr v. 373; v. 
5458 chiaro: famoso; v. 5459 mi va a verso: mi segue; v. 5465 a pie: cfr v. 373. 



TEMPIO d'amore 153 

e fra gli saggi, experti e gentil spirti, 

a non menzogna dirti, porti el vanto. 

Per tue virtuti tanto sei stimato 5469 

che non gli è qua giù stato né citade 

che non desidri aver la tua amistade. 
Gel. Favor, tu sei ben degno 5472 

d'aver in questo regno el principato; 

Amor vói che da lato ognhor ti stia 

e faccia compagnia per ogni parte, 5475 

acciò possa guardarte d'ogni insidia. 

Tu sai che molti invidia al tuo grado hanno 

e mille trame fanno per poterti 5478 

privar di quel tuo ben ch'hai per toi merti. 
Inq. Favor, se tu sei primo 

a pie d'Amor, io stimo con ragione, 5481 

che bona ellettione ha di te fatta 

chi ben pesa e carratta el tuo servitio. 

Non è qua giìi supplitio che non provi 5484 

e Amor vói che mi trovi sempre teco, 

acciò che goder seco possa il bene 

qual gusti meco con travagli e pene. 5487 

Amb. Favor, se con gran salto 

salito sei tant'alto con Amore, 

quest'è per tuo sudore e tua virtute; 5490 

però, con arti astute e sedule opre, 

fa che sempre te adopre a restar grande, 

et a cose nefande non rispetti 5493 

per conseguir gli effetti tuoi bramosi, 

che l'honor tutt'è degli ambitiosi. 
Spet. Favor, son d'opinione 5496 

conforme ad Ambitione, qual confermo. 

Però cerca star fermo in gli alti scanni, 

non perdonar a inganni e duol malegno 5499 

per far un tuo desegno, che chi crede 

regnar, per servar fede, hoggi dì al mondo 

convien che d'alto al fondo alfin trabocchi, 5502 

Però se vói regnar chiùdeti gli occhi. 
Obi. Favor, Amor mi manda 

da te, qual mi comanda ti stia a lato 5505 

e tenga abeverato ognhor di Lethe 

acciò spegni la sete, tal che scordi 

i singular ricordi degli amici, 5508 

godendo i ben felici che ti dona, 

e non guardi a persona in romper fede 

che tutto se vói far per star in sede. 551 1 

Cec. Favor, Amor m'ha detto 

che non facci concetto della vista, 

v. 548 1 ragione AD, cagione BC. 

v. 5467 gentil spirti: Pctr., VII, 13 «gentile spirto», Pctr., CIX, 12 «spirto gentil» e Pctr.. LUI. I, «spirto gen- 
til»; V. 5471 amistade: amicizia; v. 5475 per ogni parte: dappertutto; v. 5481 a pie: cfr. v. 373; v. 5483 pesa e 
carratta: soppesa e vaglia; v. 5491 sedule: cfr. v. 857; v. 5493 et... non rispetti: non aver riguardo a fare atti mal- 
vagi; v. 5498 scanni: cfr. v. 1 198; v. 5502 trabocchi: forma dialettale per 'precipiti'; v. 5513 non facci concet- 
to: non ti preoccupi; vv. 5513-5514 vista... grossa: il Favore ha gli occhi annebbiati, cfr. vv. 5088-5095; Fre- 
goso, DF, XIII, 85 «sì la vista grossa». 



154 GALEOTTO DAL CARRETTO 

se ben l'hai grossa e trista, che suoi fumi 5514 

dan sì dolci perfumi e fan sì losca 
che par che non conosca alcun amico, 
ch'aver non puoi nemico che te offenda, 5517 

né ancor chi porga emenda al tuo peccato, 
che tutto quel che fai sempre è laudato. 
Fav. Compagne, i' ve rengratio 5520 

de l'ottimo solatio che me date 
e che m'accompagnate in ogni canto; 
delibro d'esser tanto obediente 5523 

al vostro sì prudente e buon consiglio, 
così vi accetto e piglio in mia custodia 
e pur, se alcuno me odia, e' non mi curo, 5526 

ch'essendo vosco sempre son securo. 

La Pietà e l'Humiltà, essendo giunte a la porta del Tempio, trovano l'Op- 
portunità a cui la Pietà parla. 

Pietà Salve, Opportunità. 

Opp. O mia Pietà, che vói? 5529 

Pietà Deh, fammi un piacer, fa, 

che so che far lo puoi. 
Opp. Che far posso io, o donne mie, per voi? 5532 

Pietà Deh, lasciane qua intrare. 
Opp. A chi parlar volete? 

Pietà Noi al Favor parlare 5535 

voglian, che n'abbian sete. 
Opp. Venite, o donne, fin che tempo avete. 

Pietà Conducene al Favore. 5538 

Opp. I passi mei seguite. 

Pietà Sarebbe '1 mal d'amore 

che tanto avanti gite? 5541 

Opp. Tosto el saprete, orsù, meco venite. 

Pietà Deh, dinne se è con lui? 

Opp. Non, ch'è ne la sua cella. 5544 

Pietà Che gente è con costui 

che qua dentro favella? 
Opp. Qua dentro è seco la sua setta bella. 5547 

Pietà Conducene più dentro. 
Opp. Entrate ne la porta. 

Pietà Debbiamo intrar più a dentro, 5550 

o nostra fida scorta? 
Opp. Sì, ma spacciate perché l'hora è corta. 

Pietà Qual è collui che sede? 5553 

Opp. Quell'è lo Favor degno. 



V. 5515 tfan sì losca] a gente losca ABC; v. 5536 che n'abbian sete] se tu non vete ABC; v. 5537 o donne] 
dentro ABC. 

V. 55 1 8 emenda: cfr. v. 1119; v. 552 1 solatio: conforto, cfr. anche Dal Carretto, Timon greco. III atto, v. 96 «opti- 
mo solacio»; v. 5522 canto: cfr. v. 2034; v. 5524 buon consiglio: Petr., CCCLIV, 10 «buon consiglio»; v. 5523 
delibro: cfr. v. 562; v. 5526 e': io, cfr. Rohlfs, II, 444; vv. 5528-5557 Salve... benegno: sette strofette di cinque 
versi dallo schema metrico 7a7b7a7bl IB (la prima strofa con alternanza di tronchi e piani), cfr. anche vv. 5848- 
5877; V. 5536 abbian: abbiamo, cfr. v. 79; v. 5536 sete: desiderio; v. 5541 gite: andate, cfr. Rohlfs, II, 545; v. 555 1 
fida scorta: cfr. v. 5 125; v. 5552 spacciate: sbrigatevi. 



TEMPIO d'amore 155 

Pietà Gettiànnosi al suo pede 

con reverente segno. 5556 

Opp. Quest'è la via de farvelo benegno. 



Giunte Pietà et Humiltà avanti a' piedi del Favore, Pietà gli dice. 



* 



Pietà Salve, Favor, d'Amor tanto stimato. 

Fav. Chi sete voi che per la losca vista 5559 

ben non vi scorgo, anchor mi siate a lato? 
Pietà Io son quella Pietà scontenta e trista, 

quest'altra è l'Humiltà che m'è da banda 5562 

qual, per sua sorte, meco se contrista. 
Speranza per Phileno ne comanda 

che ti pregamo che tu preghi Amore 5565 

a non tener più el Tempo che domanda 
e, perché sa ch'appresso el tuo Signore 

puoi ciò che vói e quel che dici è fatto, 5568 

ti prego che d'esilio el togli fuore, 
perché sai ben che mai un sol tristo atto 

tu non vedesti in lui, nel suo servitio, 5571 

ancor che per ben far resti desfatto. 
E, se gli ha fatto mancamento o vitio 

che di ragion gli possa esser asscritto, 5574 

che tosto del suo error se dia giuditio 
ch'almanco, essendo in bando derelitto, 

portarà in pace la sua acerba sorte, 5577 

come de' far qualunque ha gran delitto. 
Ma s'egli sempre fu constante e forte 

ne la legge d'Amor, com'è pur vero, 5580 

gli duol che sia bandito da sua corte. 
Però, poi che '1 conosci giusto e intero, 

non consentir che gli sia fatta offesa 5583 

ma sia remesso al loco suo primero. 
Fav. Del mal del tuo Phileno dòlmi e pesa, 

ma pur servir noi posso così presto 5586 

perché occupato sono ad altra impresa. 
Pietà Io '1 credo, pur mi par che fora honesto 

ch'anchor ch'in gran negotii tu sia avolto 5589 

mostri pietade verso lui sì mesto, 
che '1 giusto ben ch'avea gli è stato tolto, 

in parte per tua causa, e fusti quello 5592 

che dela servitute l'hai disciolto. 
Ma atto è degno, generoso e bello 

cacciar un suo nemico fuor del regno 5595 

e, espulso, revocarlo al proprio hostello, 

V. 5555 Gettiànnosi] Gettiànsi ABC (in questo caso non si deve fare sinalefe); * Giunte] Essendo giunte ABC; 
* del Favore] del Favore, qual è mezzo cieco per la vista grossa ABC; v. 5562 l' Humiltà AD, Humiltà BC; v. 
5566 che] ch'ei ABC; v. 5569 // prego] ti prega ABC; v. 5578 qualunque ha gran delitto] ognun che fa delitto 
ABC; V. 5584 ma sia remesso] e lo remette ABC; v. 5589 negotii] facende ABC; v. 5596 revocarlo] ritornarlo 
ABC. 

V. 5558 Salve: comincia un lungo capitolo ternario che si conclude al v. 5847; v. 5559 losca vista: cfr vv. 5514- 
55 15; V. 5564 ne: cfr. v. 702; v. 5570 tristo: cfr. v. 883; v. 5572 desfatto: 'dimenticato' ma anche 'tormentato'; v. 
5577 acerba: cfr. v. 333; v. 5578 qualunque: chiunque; v. 5578 delitto: peccato; v. 5588 /ora: cfr. v. 3816; v. 
5589 negotii: lat. attività. 



156 GALEOTTO DAL CARRETTO 

SÌ come fece quel Pompeio degno 

qual verso de Tigrane, che gran guerra 5598 

fece a' Romani, fu così benegno 
che noi patì veder supplice in terra, 

ma, recreandol con benigni detti, 5601 

remise quello in la sua propria terra. 
Fav. Questi sermoni tuoi sono scorretti 

che de l'esilio suo non fui cagione 5604 

ma fu bandito per li suoi defetti 
e, se Phileno ha questa opinione, 

anchor ch'erronea sia, io non mi curo 5607 

perche mi può far poca offensione. 
Io son mercé d'Amor così securo 

nel suo bel regno et ho sì fermo el pede, 5610 

che non temo di tempo averso e scuro 
e tanto stabilita è la mia fede 

che di persona alcuna non fo stima, 5613 

né dubbio ho che mi levi alcun di sede. 
Hum. Favor, se ben ognuno hor ti sublima 

e se col tuo Signor, come tu dici, 5616 

tu sei co gli altri ne la sede prima, 
deh, non te insuperbir, fa' degli amici, 

che poco vede quel che non misura 5619 

la sorte sua nei giorni suoi felici. 
Quanto più grande sei, tanto più cura 

dovresti aver nel misurarti in tutto 5622 

e de la tua mina aver paura. 
El ben che dà Fortuna è un fragil frutto, 

un vano dono, un fior de primavera 5625 

che da ogni picol vento vien destrutto. 
Deh, non seguir la ceca e vulgar schiera 

di quei che mai timor non han d'assalto, 5628 

che stolto è quel ch'in cosa mortai spera, 
perché Fortuna molti manda in alto 

acciò che doppo, con furor più grave, 5631 

de precipitio gli mini al smalto. 



v. 5602 propria] antiqua ABC; v. 5605 per li suoi] sol per soi ABC; v. 5607 io non mi] non me ne ABC; v. 
561 1 scuro] oscuro ABC; v. 5613 alcuna] al mondo ABC; v. 5614 né dubbio ho] né ho dubbio ABC; v. 
5617 sede] sedia ABC; v. 5628 timor non han] non han timor ABC. 



v. 5597 Pompeio: Cneo Pompeo non permise che Tigrane, re d'Armenia, che pur aveva combattuto gran- 
di guerre contro il popolo romano, giacesse a lungo supplice al suo conspetto; gli fece riporre sulla testa 
il diadema che aveva gettato via e lo restituì al rango di prima; questo esempio è tratto dal libro V, capi- 
tolo 1 di Valerio Massimo (De humanitate et clementia), cfr. V.M., Factorum, V, 1, 9 «Regem Armeniae 
Tigranem, qui et per se magna cum populo Romano bella gesserat et infestissimum urbi nostrae Mitrida- 
tem Ponto pulsum viribus suis protexerat, in conspectu suo diutius iacerc supplicem passus non est, sed 
bcnignis verbis recreatum diadema, quod abiecerat, capiti reponere iussit certisque rebus imperatis in 
pristinum fortunae habitum restituit. aeque pulchrum esse iudicans et vincere reges et facere.»; v. 5601 
recreandol: confortandolo, cfr. v. 5597; v. 5607 curo: lat. preoccupo; v. 56 18 /a' degli amici: circondati 
di amici; v. 5627 vulgar schiera: Dante, Inf., 2, 105 «volgare schiera»; v. 5632 ruini: cfr v. 1222. Il con- 
cetto della fragilità della Fortuna richiama i vv. 1222-1230 e i vv. 1615-1632; v. 5632 smalto: cfr v. 
1948. 



TEMPIO d'amore 157 

Dionisio, ch'in Scicilia gran regno bave, 

al fin poi venne in tanta povertate 5634 

che d'esser preccttor gli fu soave; 
e quel tiranno samio Policrate, 

che tanto ebbe felice ogni suo evento 5637 

che parve aver fortuna in potestate, 
qual, per non viver sempre mai contento, 

gettò ne l'alto mar l'anel suo caro, 5640 

poi lo trovò nel pesce aperto e spento. 
Guarda el suo fine quanto poi fu amaro! 

Perché da Oronte, di Dario prefetto, 5643 

fu posto in croce come esempio chiaro. 
Siphace anchor provò simile effetto, 

che da' Romani e da' Carthaginesi 5646 

non arbitro ma fu vincitor detto, 
il qual, da Lelio in pochi giorni e mesi 

incathenato, fu ridotto in possa 5649 

del gran Scipione e de' Romani offesi. 
Quest'alta gloria è la tua mortai fossa, 

che ne le trame tue fai come '1 verme 5652 

che tanto fila che se stesso infossa. 
Le rote de Fortuna non stan ferme 

e quando a noi vói dimostrar sua forza 5655 

qualunque armato è più, tant'è pili inerme. 
Mentre ch'hai spirto in la corporea scorza 

V. 5634 poi venne] pervenne ABC; v. 5641 aperto e spento] in un momento ABC; v. 5656 armato è piìt] è piìi 
armato ABC. 



V. 5633 Dionisio: comincia una parte tratta dal libro VI capitolo 9 (De mutatione fortunae) dei Factorum et 
dictorum memorabilium libri di Valerio Massimo da cui Galeotto trae tre esempi stranieri; il tiranno Dioni- 
gi, dopo tanto splendore e potenza, piombato giù dal fastigio della tirannide, si ridusse a fare il maestro di 
scuola, ammonendo i più grandi a non fidarsi troppo della fortuna, cfr V.M., Factorum. VI, 9, ext. 6 
«Dionysius autem, cum hereditatis nomine a patre Syracusanorum ac paene totius Siciliae tyrannidem 
accepisset... propter inopiam littcras puerulos Corinthi docuit eodemque tempore tanta mutatione maiores 
natu ne quis nimis fortunae crederet magister ludi factus ex tyranno monuit.»; cfr. anche v. 3809 e v. 4915; 
V. 5636 Policrate: Policrate, tiranno di Samo, veniva considerato l'uomo più felice del mondo perché 
aveva a suo favore ogni evento; una volta, per provare un po' di tristezza, gettò in alto mare un anello, che 
gli era molto caro, ma ancora una volta, ebbe la fortuna dalla sua perché riebbe l'anello, ritrovandolo nel 
pesce che l'aveva inghiottito. La sua sorte però mutò quando fu crocifisso da Oronte. satrapo del re Dario, 
sulla cima più alta del promontorio di Micale, cfr. V.M., Factorum, VI, 9 ext. 5 «Ad invidiam usquc Poly- 
cratis Samiorum tyranni abundantissimis bonis conspicuus vitae fulgor excessit... Semel dumtaxat vultum 
mutavit, perquam brevi tristitiac salebra succussum, tunc cum admodum gratum sibi amulum de industria 
in profundum, ne omnis incommodi expers esset, abiccit. Quem tamcn continuo recuperavi: capto pisce, 
qui eum devoraverat. Sed hunc, cuius felicitas semper plinis velis prosperum cursum tcnuit, Orontcs Darii 
rigis praefectus in excelsissimo Mycalensis montis vertice cruxi adfixit... »; v. 5631 felice: favorevole, for- 
tunato; V. 5639 sempre mai: cfr. v. 1735; v. 5641 spento: cfr. v. 4894; v. 5645 Siphace: Siface, re illustre, 
era conteso da una parte dai Romani dall'altra dai Cartaginesi che avevano fatto a gara per arrivare prima 
nella sua reggia e ottenerne l'amicizia; poco tempo dopo, tuttavia, fu trascinato in catene dal legato Lelio 
al generale Scipione e cadde supplice alle sue ginocchia, cfr. V.M., Factorum, VI, 9 ext. 7 «Sequitur hunc 
Syphax rex, consimilem fortunae iniquitatem expertus, quem amicum hinc Roma per Scipionem, illinc 
Karthago per Hasdrubalem ultro pctitum ad penates deos eius venerat. Ceterum co claritatis evectus ut 
validissimorum populorum tantum non arbitcr victoriae existcrct, parvi temporis interiecta mora catcnatus 
a Laelio legato ad Scipionem impcratorem pertractus est, cuiusque dexteram regio insidens solio adroganti 
manu attigerat, eius genibus supplex procubuit.»; v. 5645 effetto: cfr. v. 432; v. 5651 alta gloria: Dante, 
Purg., 10, 73 «alta gloria»; v. 5652 verme: baco da seta; v. 5653 infossa: affossa; v. 5654 Le rote... ferme: 
Dante, Inf, 15, 95 «però giri Fortuna la sua rota»; v. 5657 corporea scorza: corpo, come in Petrarca, cfr. 
CCLXXVIII, 3 «terrena scorza». 



158 GALEOTTO DAL CARRETTO 

e ch'hai in pugno el mondo, cerca il lume 5658 

che per soffiar de' venti non se amorza 
e, se hor ti trovi l'uno e l'altro lume 

torbido e fosco per lo fumo ch'hai 5661 

già per antiquo naturai costume, 
cerca guarir e guarda avanti homai 

e con chiaro liquor de conoscenza 5664 

lavati spesso e gli occhi chiari avrai. 
Io so ch'Ambition, ch'è in tua presenza, 

et anco Cecità, che ti sta avanti, 5667 

e l'altre sotie son d'altra sentenza. 
Ma, se con lor tu pensarai ben quanti 

son stati grandi, come tu pur sei, 5670 

ch'or bassi vanno fra scontenti erranti, 
so che dirai che gli ricordi mei 

son sani e buoni e con effetto esposti, 5673 

sì come con ragion pensar tu dèi. 
Amb. Questi partiti, eh 'a Favor proposti 

hai con pietade et humili parole, 5676 

sono alieni dagli mei proposti, 
ch'Amor sì ceco e così gonfio el vòle, 

né dubbia ch'ai governo del suo carro 5679 

faccia qual fece già Phaetonte al Sole. 
E, se negli occhi sceso gli è '1 catarro, 

non è sì ceco che '1 suo ben non scorga 5682 

e la sua gloria che con fé gli narro. 
Hum. Non son sì ceca anch'io che non me accorga 

che questi già non sono util consigli 5685 

e contra '1 tuo parer convien ch'io sorga; 
e, se '1 Favor a questo far consigli 

che ne la gloria sua non stimi alcuno, 5688 

di sua salute el buon camin non pigli, 
ch'Amor non vói che '1 gratuito muno, 

che con egual portione a' suoi dispensa, 5691 

sia tanto d'un, che l'altro stia degiuno. 
Però questo mi par sciocchezza immensa 

ma tanto inflata e piena sei di boria 5694 

che la tua mente al ben di lui non pensa. 
Fav. Lasciane star qui con la nostra gloria. 

Va, e dì a Philen che resti e, s'egli aspetta, 5697 

potrà del suo desegno aver vittoria. 



V. 5673 effetto] affetto ABC; v. 5676 pietade] pietose ABC; v. 5696 qui] qua ABC; v. 5697 Va e dì] Va dì ABC; 
V. 5697 e s'egli aspetta] ove t'aspetta ABC; v. 5698 potrà] se vói ABC. 

V. 5658-5660 lume-lume: cfr. v. 5077; da notare la rima equivoca; v. 5659 soffiar de' venti: Dante, Purg., 5, 15 
«per soffiar dei venti»; v. 5659 amorza: cfr. v. 2392; v. 5662 naturai costume: Dante, Par., 21. 34 «naturai 
costume»; v. 5664 liquor: cfr. v. 2612; v. 5667 anco: cfr. v. 1376; v. 5668 sotie: cfr. v. 131; v. 5672 ricordi: i 
ricordi di quei personaggi di cui ha appena parlato; v. 5673 con effetto: a ragione; vv. 5675-5677 proposti-pro- 
posti: altra rima equivoca; v. 5677 proposti: propositi; v. 5679 dubbia: cfr v. 803; v. 5680 Phaetonte al Sole: 
Fetonte, ottenuto di poter guidare il carro del sole, creò una tale rovina che Zeus si affrettò a scagliare il fulmi- 
ne contro l'inesperto auriga e lo precipitò nell'Eridano, cfr. Ovidio, Met., II, 1-339; cfr. anche v. 648; v. 5681 
catarro: il termine è medico ma il significato qui è allegorico; v. 5689 buon camin: cfr. v. 1599, v. 1804 e v. 
6915; v. 5690 muno: lat. dono; v. 5694 inflata: gonfia; v. 5694 boria: cfr. v. 5090; v. 5696 Lasciane: lasciaci, 
cfr. nota al v. 2405. 



TEMPIO D ' AMORE 1 59 

Hum. Vale, Favor, e Amor in cor ti metta 

ch'un giorno attendi al buon conseglio nostro, 5700 

lasciando a parte la tua vana setta. 
Fav. Andate, o donne, andate al piacer vostro. 

Partendosi queste due donne, la Pietà prima dice per camino a l'Humiltà. * 

Pietà O vincul degno de pietà fraterna, 5703 

hor ben tu sei, co l'aurea età, defunto 

e su volato a la cita superna. 
Hor qual è quel d'affinità congiunto 5706 

ch'ami el fratel con carità soave 

et abbia de pietate el cor compunto? 
Ohimè, che a racontar mia lingua pavé 5709 

quanti odii intemi tra cognati sono 

e quanto tradimento e 'nsidia grave! 
Tant'è ciascuno al ben suo proprio prono 5712 

che l'un fratello a l'altro, el consobrino 

a l'altro consobrin non dà perdono 
e, come al tempo antiquo era divino 57 1 5 

questo fraterno artissimo ligame, 

hor tutt'è diabolico odio intestino. 
Ma perchè Clotho ha tronco a Scipio el stame 571 8 

che a Lelio Lucio suo fratel prepose, 

oprando col senato con sue trame? 
Che d'Asia el magistrato, qual propose 5721 

aver l'amico, dato al fratel fosse 

et ei legato andar per lui dispose. 
Ohimè ch'ai cor mi sento aspre percosse 5724 

quando ben penso a quel buon Fabbio Marco 

che tante veste fé' di sangue rosse 
e, debellati gli Veienti, carco 5727 

tanto d'affanni fu del frate occiso 

che del triumpho suo fu sobrio e parco. 



* a l'Humiltà] e poi l'Hunìilità gli risponde ABC; v. 5711 quanto tradimento e 'nsidia] quanta insidia e tradi- 
mento ABC; v. 5718 Ma] Ahi ABC; v. 5728 tanto] tanti ABC; v. 5729 sobrio] schivo ABC. 



V. 5701 vana: vuota; v. 5703 degno: meritevole; v. 5708 cor compunto: Dante, Inf., 1, 15 e Dante, Inf., 7, 
36 «cor compunto»; v. 5708 compunto: lat. segnato; v. 5709 pavé: lai. teme; v. 57 10 cognati: consanguinei; 
V. 51 \2 prono: rivolto; v. 5713 consobrino: cugino; v. 5716 artissimo: profondo, cfr. V.M., Factorum, V, 5, 
i «artissima familiaritate» e V.M., Factorum, V, 6 «Artissimis sanguinis vinculis... »; v. 5718 Clotho: 
nome di una delle tre Parche e precisamente di quella che svolge dal fuso il filo della vita; v. 57 18 Scipio: 
comincia una parte tratta dal libro V capitolo 5 {De pietate erga parentes.fratres, patriam) dei Factorum et 
dictorum memorabilium libri di Valerio Massimo; da notare che Galeotto mantiene la stessa sequenza pre- 
sente nel testo di Valerio Massimo; Scipione l'Africano, sebbene stretto a Lelio da profonda amicizia, sup- 
plicò il senato che l'assegnazione della provincia non fosse tolta a suo fratello Lucio Scipione e promise di 
recarsi in Asia come suo legato, cfr. V.M., Factorum, V, 5, 1 «Atque haec teste Scipione Africano loquor, 
qui, tametsi artissima familiaritate Laelio iunctus crat. tamen senatum supplex oravit ne provinciae sors 
fratri suo crepta ad eum transferretur legatumque se L. Scipioni in Asiani iturum promisit... »; v. 5721 
magistrato: governo; v. 5725 Fabbio Marco: Fabio Marco console, vinti Etruschi e Veienti in una grande 
battaglia, non osò celebrare il trionfo perché in quello scontro era caduto suo fratello Quinto Fabio, cfr. 
V.M., Factorum, V, 5, 2 «M. vero Fabius consul inclita pugna Etruscis et Veienlibus supcratis dclatum sibi 
summo senatus populique studio triumphum ducere non sustinuit, quia co proelio Q. Fabius fratcr cius 
consularis fortissime dimicans occiderat.»; v. 5729 parco: schivo. 



160 GALEOTTO DAL CARRETTO 

E quel Tiberio che, con mesto viso, 5730 

tanto si dolse del suo Drusso infermo 

che '1 spirto ebbe da sé quasi diviso; 
andò da lui e Drusso, in amor fermo, 5733 

lasciollo imperator poi che se accorse 

che contra morte non potea far schermo. 
Ov'è collui che contra "1 frate) corse, 5736 

credendo esser Sertorio, e quello occise 

mentre che volse al suo contrasto opporse. 
Qual poi spogliando e conoscendo, mise 5739 

mano a la spada ch'avea occiso el frate 

e dal suo corpo l'anima divise. 
U' sono, ohimè, quest'anime beate? 5742 

Tutte sono ite e son rimase quivi 

genti conformi a questa ferrea etate. 
Hum. Se i pii compagni tuoi piìi non son vivi, 5745 

così tutti i clementi mei seguaci 

son, per mio danno, de sue vite privi, 
che tanti sono i cori empi e fallaci, 5748 

per colpa d'Ambition ch'oggi può tanto, 

che tu, o Pietade, meco morta giaci; 
e volger non mi so più d'alcun canto 575 1 

che non ritrovi, per mia iniqua sorte, 

esser offeso el mio gran nume santo, 
che, ripensando a quei di questa corte 5754 

che simil piìi non sono agli passati, 

forz'è ch'io pianga per cordoglio forte. 
U' son quei bon Romani che ai legati 5757 

Carthaginesi resero i pregioni 

senza denari, tanto gli fur grati? 

v. 5748 tanti] tanto ABC; v. 5750 o Pietade meco morta] e Virtute quasi morta ABC. 

V. 5730 Tiberio: Tiberio, venuto a sapere che suo fratello Druso si trovava in Germania in pericolo di vita 
per una seria malattia, non esitò ad affrontare un lungo e difficoltoso viaggio. Giunto da Druso, questi, 
ormai moribondo, lo dichiarò console e comandante supremo, cfr. V.M., Factorum, V, 5, 3 «... tantum enim 
amorem princeps parensque poster insitum animo fratris Drusi habuit, ut cum Ticini, quo victor hostium ad 
conplectendos parentes venerai, gravi illum et periculosa valitudine in Germania fluctuare cognosset, pro- 
tinus inde metu attonitus erumpcret... Drusus quoque... momento legiones cum insignibus suis fratri 
obviam procedere iussit, ut imperator salutaretur.»; v. 5734 imperator. comandante supremo; v. 5736 col- 
lui: si riferisce ad un soldato semplice che. militando sotto le bandiere di Cneo Pompeo, uccise in un corpo 
a corpo un soldato di Sertorio che lo aveva assalito; spogliandolo delle armi si accorse di aver ucciso un 
fratello di sangue e. in preda al dolore, si trafisse il petto con la stessa spada con cui l'aveva ucciso, cfr. 
V.M.. Factorum, V, 5, 4 «Sed omnis memoriae clarissimis imperatoribus profecto non erit ingratum. si 
militis summa erga fratem suum pietas huic parti voluminis adhaeserit: is namque in castris Cn. Pompei 
stipendia peragens, cum Sertorianum militem acrius sibi in acie instantem conminus interemisset iacen- 
temque spoliaret, ut fratrcm germanum esse cognovit, multum ac diu convicio deos ob donum impiae vic- 
toriae insecutus. prope castra transtulit et pretiosa veste opertum rogo inposuit. Ac deinde subiecta face 
protinus eodem gladio, quo illum interemerat, pectus suum transverberavit seque super corpus fratris pro- 
stratum communibus flammis cremandum tradidit.»; v. 5737 Sertorio: in Valerio Massimo è un soldato di 
Sertorio; probabilmente è sottinteso 'di'; v. 5144 ferrea: dura; il riferimento è all'età del ferro; v. 5751 
canto: cfr. v. 2034; v. 5753 nume: cfr. v. 612; v. 5756 forz'è: cfr v. 605; 5757 bon Romani: comincia una 
parte tratta dal libro V, I (De humanilate et clementia) dei Factorum et dictorum memorabilium libri di 
Valerio Massimo; per la costruzione sintattica cfr. nota al v. 618. Qui si riferisce all'azione del senato che 
restituì senza compensi agli ambasciatori cartaginesi, giunti a Roma, i prigionieri, cfr. V.M., Factorum, V, 
I, la «Ante omnia autem humanissima et clementissima senatus acta referam. Qui, cum Karthaginiensium 
legati ad captivos redimendos in urbem venissent, protinus his nulla pecunia accepta reddidit iuvenes 
numerum duum milium et septingentorum et XL trium... »; v. 5758 pregioni: prigionieri. 



TEMPIO d'amore 161 

U' son quelli altri che fur così proni 5760 

a sepelir Siphace col re Persa 

ch'erano morti ne le sue pregioni? 
E quelli che a Muscane, ch'avea persa 5763 

a pie Brundusio tutta la sua classe 

per flutti undosi e tempestate aversa, 
volser che tutta la se raconciasse, 5766 

donando argento a tutta la sua gente, 

acciò che salvo in Affrica tornasse? 
Ov'è quel gran Cornelio sì clemente 5769 

che con gran pompa dede sepultura 

al corpo de Anno, suo guerrer potente? 
Ov'è Quinto Crispin che, con gran cura, 5772 

Badio campano recreato aveva 

de la sua longa infirmitate e dura 
e, co l'ingrato che pugnar voleva, 5775 

quantunque assai di lui più forza avesse, 

represe lui che ben vincer poteva? 



V. 5763 Muscane ABCD: si è conservata questa forma, benché diversa rispetto alla fonte latina, perché la mag- 
gior parte della tradizione attesta tale voce. Analoga considerazione per la forma Quinto al v. 5772; v. 577 1 poten- 
te] possente ABC. 



v. 5760 proni: favorevoli, ben disposti; v. 5761 Siphace col re Persa: il senato fece esequie pubbliche a 
Siface, un tempo ricchissimo e potentissimo re di Numidia e morto in cattività, e al re Perseo che morì ad 
Alba, cfr. V.M., Factorum, V, 1, ib «Illud quoque non parvum humanitatis senatus indicium est: Syphacem 
enim, quondam opuientissimum Numidiae regem, captivum in custodia Tiburi mortuum publico funere 
censuit efferendum, ut vitae dono honorem sepulturae adiceret.» e V.M., Factorum, V, 1, le «Consimilique 
clementia in Perse usus est: nam cum Albae, in quam custodiae causa relegatus erat, decessisset, quaesto- 
rem misit, qui eum publico funere efferret, ne regias reliquias iacere inhonoratas pateretur»; v. 5763 
Muscane: Musocare, conclusasi la guerra macedonica, fu rimandato al padre insieme ai cavalieri venuti 
con lui in soccorso dei Romani; dispersasi la flotta, in seguito ad una tempesta, egli fu abbandonato mal 
ridotto a Brindisi. Il senato, appena saputo il fatto, ordinò che fosse offerta immediatamente ospitalità al 
giovane, che gli venisse riparata la nave affinché potesse tornare in Africa e dispose che fossero consegna- 
ti ai cavalieri una libbra di argento e cinquecento sesterzi a testa, cfr. V.M., Factorum, V, 1, Id «Confecto 
Macedonico bello Musochares Masinissae filius cum equitibus, quos in praesidium Romanorum adduxe- 
rat, ab imperatore Paulo ad patrem remissus tempestate classe dispersa Brundisium aeger delatus est. Quod 
ubi senatus cognovit, continuo ilio quaestorem ire iussit, cuius cura et hospitium adulesccnti expediretur et 
omnia, quae ad valitudinem opus essent, praeberentur inpensaeque liberaliter cum ipsi tum toti comitatui 
praestarentur, naves etiam ut prospicerentur, quibus se bene ac tuto cum suis in Africam traiceret. Equiti- 
bus singulas libras argenti et quingenos sestertios dari imperavi!.»; v. 5764 a pie: cfr v. 373; v. 5766 
raconciasse: riparasse; v. 5769 Cornelio: il console Cornelio, occupata durante la prima guerra punica 
Olbia per la cui difesa era caduto combattendo valorosamente il generale cartaginese Annone, fece cele- 
brare solenni onoranze funebri per il grande nemico, cfr. V.M., Factorum, V, 1, 2 «... L. Comelius consul 
primo Punico bello, cum Olbiam oppidum ccpissct. prò quo fortissime dimicans Hanno dux Karthaginien- 
sium occiderat, corpus eius e tabcmaculo suo ampio funere extulit nec dubitavit hostis exequias ipse cele- 
brare... »; V. 5772 Quinto Crispin: Quinzio Crispino aveva generosamente ospitato a casa sua il campano 
Badio e lo aveva curato col massimo zelo nella sua malattia; Badio però, dopo la defezione dei Campani, 
Io sfidò sul campo di battaglia ma Quinzio preferì, per quanto gli fosse supcriore in valore e forze, ammo- 
nire l'ingrato piuttosto che vincerlo, cfr. V.M., Factorum, V, 1, 3 «Quid de Quintio Crispino loquar... 
Badium Campanum et hospitio benignissime domi suac excepcrat et advcrsa valitudinc corrcptum adten- 
tissima cura recreaverat. A quo post illam ncfariam Campanorum defectionem in acie ad pugnam provoca- 
tus, cum et viribus corporis et animi virtute aliquanto csset superior, monere ingratum quam vincere 
maluit.»; v. 5773 recreato: curato; v. 5777 represe: cfr. v. 5290. 



162 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Ov'è Marcel qual forza fu piangesse 5778 

veggendo in preda Siracusa andare, 

anchor che vincitor rider dovesse? 
Ov'è l'humanitade singulare 5781 

del buon Metello che con l'alma terra 

degli Contobricensi ebbe a mostrare? 
Ch'avendo l'alte mura equate a terra, 5784 

veggendo gli figliol de Rothogene, 

ch'era da lui fuggito in quella guerra, 
de machine ai gran colpi opposti in pene, 5787 

acciò non fosser morti avanti al padre, 

lasciò l'assedio e vinse e ne fé' bene. 
Ov'è Scipion che fé' cose leggiadre 5790 

contra Scicilia, al suo valor indegna, 

vincendo quella con sue terre e squadre? 
Il qual con sua munificentia degna 5793 

fé' restituir de' tempii gli ornamenti 

che fur tolti sotto la sua insegna. 
E Lucio Paulo, ornato de indumenti 5796 

del popul roman, che '1 re prostrato 

levò da terra con parlar piacenti 
et a speranza l'ebbe confortato 5799 

menandolo a cenare nel suo hospitio, 

ch'aver pietade a' vinti è segno grato. 



V. 5782 con] ne ABC; v. 5783 Contobricensi ABCD: si è conservata questa forma, benché diversa rispetto alla 
fonte latina, perché la maggior parte della tradizione attesta tale voce. Analoga considerazione per la forma Rotho- 
gene al V. 5785; v. 5798 parlar] sermon ABC. 



V. 5778 Marcel: Marco Marcello, presa Siracusa, si fermò sulla rocca per guardare dall'alto quella città poco 
prima potente e allora vinta e distrutta. Pensando alla sua dolorosa ime non riuscì a trattenere le lacrime nono- 
stante fosse il vincitore, cfr. V.M., Factorum, V, 1, 4 «Age, M. Marcelli clementia quam clarum quamque 
memorabile exemplum haberi deh)et! Qui captis ab se Syracusis in arce earum constitit, ut urbis modo opulentis- 
simae, tunc adtlictae fortunam ex alto cernerei. Ceterum casum eius lugubrem intuens fletum cohibere non 
potuit.»; V. 511% forza fu: cfr. v. 605; v. 5782 Metello: Quinto Metello, durante l'assedio della città di Centobri- 
gia, accostate le macchine alle mura, era sul punto di abbatterle ma preferì alla vittoria, ormai prossima, la gene- 
rosità; avendo gli assediati, infatti, esposto ai proiettili i figli di Retogene, passato ai Romani, abbandonò l'asse- 
dio per paura che i giovinetti fossero uccisi sotto gli occhi del padre, cfr. V.M., Factorum, V, 1, 5 «Q. vero 
Metellus Celtibericum in Hispania gerens bellum, cum urbem Centobrigam obsideret et iam admota machina 
partem muri, quae sola convelli poterat, disiecturus videretur, humanitatem propinquae victoriae praetulit: nam 
cum Rhoetogenis filios qui ad eum transierat, Centobrigenses machinae ictibus obiecissent, ne pueri in conspec- 
tu patris crudeli genere mortis consumerentur, quamquam ipse Rhoetogenes negabat esse inpedimento quomi- 
nus etiam per exitium sanguinis sui expugnationem perageret, ab obsidione discessit»; v. 5784 equate a terra: 
distrutte; v. 5790 Scipion: Scipione l'Africano, espugnata Cartagine, inviò messaggi alle città siciliane affinché 
mandassero loro legati a recuperare gli oggetti d'arte dei lori templi, sottratti dai Cartaginesi, e provvedessero a 
riporli ai loro posti, cfr. V.M., Factorum. V. 1, 6 «Africani quoque posterioris humanitas speciose lateque patuit: 
expugnata enim Karthagine circa civitates Siciliae litteras misit, ut ornamenta templorum suorum a Poenis rapta 
per legatos recuperarent inque pristinis sedibus reponenda curarent.»; v. 5793 munificentia: lat. generosità; v. 
5796 Lucio Paulo: Lucio Paolo, sentito dire che conducevano alla sua presenza il re Perseo fatto prigioniero, gli 
andò incontro indossando le insegne del comando, sollevò con la destra il vinto che si prostrava ai suoi ginocchi 
e lo esortò ad avere fiducia; lo fece anche entrare nella sua tenda, sedere accanto a sé e non ebbe a sdegno di 
averlo come suo commensale, cfr V.M., Factorum, V, 1, 8 «L. etiam Pauli in tali genere laudis memoria 
adprehendenda est. Qui, cum Persen parvi temporis momento captivum ex rege ad se adduci audisset, occurrit ei 
Romani imperii decoratus omamentis conatumque ad genua procumbere dextera manu adlevavit et Gracco ser- 
mone ad spem exhortatus est. Introductum etiam in tabemaculum lateri suo proximum in Consilio sedere iussit 
nec honore mensae indignum iudicavit.»; v. 5801 grato: cfr. v. 860. 



TEMPIO d'amore 163 

E Marco Antonio che '1 clemente uffitio 5802 

de sepultura fece a Marco Bruto 

e dede al suo liberto aspro suplitio 
che '1 suo paludamento aveva auto, 5805 

qual dato avea per honorar el morto 

da lui ne la gran stragge conosciuto. 
Del clemente Alessandro ho gran conforto 5808 

il qual, con la sua gente armata e bella 

cercando varie genti per deporto, 
subito oppresso da nival procella, 58 1 1 

brusò la selva in gli paesi Eoi; 

stando a pie '1 foco in la sublime sella, 
veggendo un vecchio de' soldati soi 5814 

ch'era per freddo estremo obstupefato, 

con le sue mani in sede el pose poi; 
essendo al giorno estremo poi redatto, 5817 

porse la destra a chi toccar la volse 

per dimostrar nel fine un humano atto. 
Ov'è quel Phisistrato che non tolse 5820 

a sdegno el baso dato dal garzone 

a sua figliola, anzi laudoUo e asciolse? 
Ov'è quel gran macedone Antigone 5823 

V. 5802 Marco Antonio: Marco Antonio consegnò il corpo di Marco Bruto ad un suo liberto perché lo seppel- 
lisse e, allo scopo di permetterne una più onorata cremazione, ordinò che gli si ponesse sopra il suo mantello 
da generale; saputo che il liberto aveva sottratto il mantello lo punì severamente, cfr V.M., Factorum, V, 1, 11 
«M. etiam Antoni animus talis humanitatis intellectu non caruit: M enim Bruti corpus liberto suo sepeliendum 
tradidit, quoque honoratius cremaretur, inici ei suum paludamentum iussit, iacentem hostem deposito aesti- 
mans odio: cumque interceptum a liberto paludamentum conperisset, ira percitus protinu in eum animadvertit 
hac ante praefatione usus 'Quid? Tu ignorasti cuius tibi viri sepulturam conmisissem?'»; v. 5802 uffitio: cfr. v. 
209; v. 5805 paludamento: mantello militare; v. 5805 aveva auto: aveva preso; v. 5808 Alessandro: Alessan- 
dro, durante un suo viaggio, sorpreso da una tormenta di neve, vide, stando al coperto su un seggio sopraeleva- 
to e davanti ad un fuoco un vecchio soldato inebetito dal freddo; considerata non la sua condizione ma la sua 
età, subito scese giù e lo pose al proprio posto; egli stesso, poi, sebbene si sentisse venir meno per la violenza 
delia malattia, porse la destra a tutti quelli che volessero toccarla, cfr. V.M., Factorum, V, 1, ext. 1 «Comme- 
moratione Romani exempli in Macedoniam deductus morum Alexandri praeconium facere cogor, cuius ut infi- 
nitam gloriam bellica virtus, ita praecipuum amorem clementia meruit. Is, dum omnes gentes infatigabili cursu 
lustrat, quodam loci nivali tempestate oppressus senio iam confectum Macedonem militem nimio frigore 
obstupefactum ipse sublimi et propinqua igni sede residens animadvertit factaque non fortunae, sed aetatis 
utriusque aestimatione descendit et illis manibus, quibus opes Darli adflixerat, corpus frigore duplicatum in 
suam sedem inposuit... .Idem non hominum ulli, sed naturae fortunaeque cedens, quamquam violentia morbi 
dilabebatur, in cubitum tamen erectus dextcram omnibus, qui eam contingere vellent, porrexit.»; v. 5808 ho 
gran conforto: ho consolazione, soddisfazione; v. 5809 bella: valorosa; v. 5810 cercando... deporto: passando 
di popolo in popolo; v. 5812 Eoi: lat. orientali; v. 5813 a pie: cfr. v. 373; v. 5813 sella: lat. seggio; v. 5815 
obstupefato: lat. inebetito; v. 5817 essendo... redatto: sebbene si sentisse venir meno per la malattia; v. 5820 
Phisistrato: il tiranno Pisistrato non punì il bacio che un innamorato diede a sua figlia, anzi lo lodò per il suo 
amore, cfr. V.M., Factorum, V, I, ext. 2 «Non tam robusti generis humanitas, sed et ipsa tamen memoria prose- 
quenda Pisistrati Atheniensium tyranni narrabitur. Qui, cum adulescens quidam amore filiae eius virginis 
accensus in publico obviam sibi factam osculatus esset, hortante uxore ut ab eo capitale supplicium sumeret 
respondit, 'Si eos, qui nos amant, interficiemus, quid eis facicmus, quibus odio sumus?'»; v. 5823 Antigone: 
Antigono, re Macedone. Durante l'assedio di Argo il figlio del re Antigono, Alcioneo, portò al padre, quale tro- 
feo di vittoria, il capo reciso di Pirro. Antigono rimproverò il giovane e sollevato il capo reciso di Pirro lo coprì 
col cappello e, restituitolo al corpo, provvide a farlo cremare con tutti gli onori; mandò, poi, in Epiro le sue 
ossa chiuse in un'urna d'oro, cfr. V.M., Factorum, V, I , ext. 4 «... nam cum diris auspiciis Argivorum invasis- 
set urbem, abscisumque eius caput Alcyoneus Antigoni regis filius ad patrem... laetus velut aliquod felicissi- 
mum victoriae opus attulisset, Antigonus corrcpto iuvene, quod tanti viri subitae ruinae inmemor humanorum 
casuum effuso gaudio insultarci, humo caput sublatum causca, qua velatum caput suum more Macedonum 
habebat, texit corporique Pyrri redditum honoratissime cremandum curavit. Quin etiam filium eius Helenum 
captivum ad se pertractum et cultum et animum regium gerere iussit ossaque ei Pyrri aurea inclusa urna Epi- 
rum in patriam ad Alexandrum fratrcm portanda dedit». 



164 GALEOTTO DAL CARRETTO 

ch'essendo d'Argo in la rocca rinchiuso 

per la crudel de l'hoste obsidione, 
deietto essendo da' gran tetti suso 5826 

da certa abietta donna un gran mortaro 

che occise Pirro ch'era al basso giuso, 
portando Alcinoe a lui per dono caro 5829 

del guerrer morto l'honorata testa, 

represel molto e ne fé' pianto amaro. 
E quel coprendo con sua mano presta, 5832 

e '1 degno tronco con honor brusando, 

mostrò la sua mestitia manifesta 
et in Epirro poi mandò volando 5835 

de Pirro el capo chiuso in l'urna d'oro, 

qual fu d'humanità segno admirando. 
Ov'è quel Hannibàl che, con decoro 5838 

et humano atto, sepelir già feo 

de Emilio el corpo, eh 'ancor morto adoro? 
Molti altri son ch'in questo secul reo 5841 

sono già morti che narrar non lice 

perchè, parlando, in cor più duol mi creo. 
Ma veggio in l'herba steso l'infelice 5844 

Phileno che ne aspetta con desio, 

ben che non gli portian nova felice 
qual per narrar con doglia a lui son io. 5847 

Giunte queste due donne da Phileno e da Speranza, Phileno dice prima. 

Phi. Che nove, o mie compagne, mi portate? 

Ditele tosto che saper le bramo 

mentre ch'inseme siamo. 5850 

Pietà Ohimè, che noi portiamo 

a te, Phileno car, triste imbasciate. 
Phi. De queste nove, che son sì noiose, 5853 

diteme prego tutto lo tenore 

che non stimo el dolore. 
Pietà Parlassemo al Favore 5856 

e, con turbata ciera, ne rispose. 
Phi. Che cosa, ohimè, risposevi costui, 

mentre che fusti avanti al suo conspetto, 5859 

che fé' cotanto effetto? 



v. 5829 Alcinoe ABCD: si è conservata questa forma, benché diversa rispetto alla fonte latina, perché la maggior 
parte della tradizione attesta tale voce; v. 5840 adoro] honoro ABC; v. 5846 ben che non gli portian] ma non 
poriiam giù a lui ABC; v. 5850 ch'inseme siamo] che noi qua siamo ABC; v. 5852 triste] male ABC; v. 5854 
diteme prego] deh dite tosto; v. 5855 che non stimo el ]a me pien di ABC. 

v. 5825 obsidione: lat. assedio; vv. 5826-5828 suso-giuso: rima particolare per evitare la rima tronca; v. 
5826 deietto: lat. gettato; v. 5827 abietta: crudele; v. 5827 mortaro: mortaio; v. 5831 represel: cfr. v. 5290; 
v. 5832 quel: il capo reciso; v. 5838 Hannibàl: Annibale, fatto cercare il cadavere di Paolo Emilio, ucciso a 
Canne, non permise che giacesse insepolto e lo fece seppellire con sommi onori, cfr. V.M., Factorum, V, 1, 
ext. 6 «Hannibàl enim Aemilii Pauli apud Cannas trucidati quaesitum corpus, quantum in ipso fuit, inhu- 
matum iacere passus non est.»; v. 5838 decoro: cfr. v. 1594; v. 5840 eh' ancor: sebbene; v. 5840 adoro: 
onoro; v. 5845 ne: cfr. v. 702; v. 5846 portian: portiamo, cfr. v. 79; vv. 5848-5877 Che nove... tutto: sei 
strofette di cinque versi piani dallo schema metrico 1 1 Al lB7b7bl I A, cfr. vv. 5528-5557; v. 5854 tenore: 
cfr. v. 2012; v. 5856 Parlassemo: forma dell'antico lombardo per 'parlammo', cfr. Rohlfs, II, 575; v. 5857 
ne: cfr. v. 702; v. 5860 effetto: cfr. v. 432. 



TEMPIO d'amore 165 

Pietà Che sol per tuo defetto 

in bando sei, non per cagion d'altrui. 5862 

Phi. Dimmi, te disse poi altre parole 

oltra che queste che òdoti contare, 

qual mesto mi fan stare? 5865 

Pietà Ne disse che mandare 

el Tempo anchor non può, ch'Amor non vòle. 
Phi. Che gente avea costui alhora a tomo 5868 

quando facesti la nostra imbasciata, 

che tanto honesta è stata? 
Pietà Aveva una brigata 5871 

de triste donne a tomo a lui quel giorno. 
Phi. Dunque, voi non avesti altro constmtto 

da lui per far da me tomar el Tempo, 5874 

per cui me affligo e attempo? 
Pietà Parlai con lui gran tempo 

e che aspettasti se risolse in tutto. 5877 

Phi. Deh, dimmi, o donna, prego, quando intrasti 

là, dov'era costui per suo diletto, 

che genti erano quelle che trovasti 5880 

in compagnia de lui nel suo ricetto? 

E, quando al suo conspetto tu arrivasti, 

se alcun di tua venuta ebbe despetto 5883 

e come stavan loro et egli e i gesti 

e ' nomi loro e gli habiti e le vesti. 
Pietà Per satisfar a tante tue demande 5886 

et al desir del tuo curioso cuore, 

dirótti i nomi de quelle nefande 

donne eh 'a tomo stavano al Favore 5889 

e come eran partite da due bande, 

avendo in mezzo lui per suo maggiore, 

e gli atti e '1 viso e l'habito e la gonna 5892 

e '1 stato e '1 grado de ciascuna donna. 
I nomi de lor sono Ambitìone, 

Inquietudine e Spetì'altate, 5895 

la trista Gelosia e l'Oblivione 

e la fumosa oscura Cecitate 

e la fallace e doppia Adulatione, 5898 

per cui tante alme sono hoggi ingannate, 

qual sette son compagne de l'insano 

ch'aver se crede tutto '1 mondo in mano. 5901 

Quest'è vestito d'una veste rossa, 

con una pelle d'asino a le spalle 

e '1 volto ha pien de fumo e vista grossa 5904 



v. 5861 sol] sci ABC; v. 5862 in bando sei non per cagion d'altrui] in questo esilio dicto fu da lui ABC; v. 
5864 che] di ABC; v. 5864 contare] narrare ABC; i vv. 5878-6085 sono stati aggiunti in D. 



v. 5861 che sol per tuo defetto: Fregoso, DF, IV, 37 «e questo avengli sol per suo defetto»; v. 5866 ne: cfr. v. 
702; v. 5873 construtlo: lat. effetto.; vv. 5874-5875-5876 Tempo-attenipo-tenipo: da notare la rima derivata; vv. 
5878-6085 Deh... articolo: inizia una lunga parte in ottave, precisamente ventisette, dallo schema metrico 
ABABABCC; v. 588 1 ricetto: rifugio; vv. 5884-5885 gesti-vesti: stessa rima dei vv. 5988-5989; v. 5888 nefan- 
de: empie; v. 5ìi90 partite: lat. divise; v. 5891 maggiore: superiore, capo; v. 5893 stato: condizione; v. 5900 
insano: lat. stolto; il riferimento è al Favore; v. 5904 grossa: cfr. v. 55 15. 



1 66 GALEOTTO DAL CARRETTO 

d'occhi che son qual calcidone palle; 

in fronte ha un verme che si fa la fossa, 

tessendo el stame di sue sete gialle, 5907 

e su la testa, d'intelletto vota, 

porta un pavone alter che fa la rota. 
De fragil vetro è il scanno ove sta asiso, 5910 

eh 'è sopra un sasso, lubrico e rotondo, 

ch'in precipitio ognun, che senz'aviso 

mal se misura, manda giù al profondo, 5913 

quantunque a lui, ch'è in sede, un paradiso 

gli par, ponendo la sua fé nel mondo, 

e non se accorge che Fortuna è tale 5916 

che piij mina l'huom quanto più sale. 
Ambition gli sta dal destro lato 

col volto pien d'orgoglio e con torvi occhi, 5919 

col cubito dal fianco dilongato, 

facendo vista che nesun la tocchi, 

acciò che nul se accosti al designato 5922 

loco dov'ella ha suoi giuditii sciocchi 

e tanto con iattanza se sublima 

che de' prudenti crede esser la prima. 5925 

De porpora ha la veste insino a terra, 

larga e fodrata di brocato d'oro, 

qual stringe un cinto, se '1 mio dir non erra, 5928 

di gemme di valor d'un gran thesoro, 

et uno sesto rotto in la man serra 

col qual compassa mal el suo lavoro, 5931 

che stolto è quel che mal misura quanto 

si estende el grado suo che stima tanto. 
L'Inquietudin la seconda segue 5934 

el destro loco dov'è Ambitione 

e mostra in vista non aver mai tregue 

né paci con riposo, anzi passione; 5937 

et in penseri par che se dilegue, 

se non ha in tutto la sua intentione, 

e, con la bocca aperta et anellante, 5940 

mostra i travagli e le sue angustie tante. 
Pallida e macra et inquieta è in vista, 

con le canute chiome hirsute e crespe, 5943 

e la sua gonna cineritia e trista 

hor par che spieghi et hor par che l' increspe; 

e, come insana, se consuma e attrista 5946 

per l'importune ch'ha sul capo vespe; 

dal destro canto ha un ceco laberinto 

dov'el suo corpo sta sovente tinto. 5949 

V. 5905 calcidone: della Calcedonia; v. 5907 stame: cfr. v. 5718; v. 5910 scanno: cfr. v. 1 198; v. 5911 lubrico: 
sdruccievolc, insicuro; v. 59\6 Fortutia: questa parte richiama da vicino i vv. 2695-2706; v. 5920 cubito: braccio; v. 
5922 nul: cfr. v. 1045; v. 5924 iattanza: cfr. v. 5223; v. 5925 prudenti: saggi; v. 5928 cinto: cintura; v. 5930 sesto: 
compasso; si è mantenuto l'articolo uno per ragioni metriche; v. 5931 compassa: misura; v. 5937 passione: cfr. v. 
865; V. 5938 dilegue: perda; v. 5940 anellante: bramosa; v. 5942 Pallida: la descrizione richiama da vicino quella 
di Ovidio relativa all'Invidia, cfr. Ovidio, Met., II, 775-782 «Pallor in ore sedet, macies in corpore loto, nusquam 
recta acies, livent rubigine dentes, pectora felle virent, lingua est sutTusa veneno. Risus abest, nisi quem visi move- 
re dolores, nec fruitur somno, vigilantibus excita curis, sed vidct ingratos intabescitque videndo successus homi- 
num, carpitque et carpitur una, suppliciumque suum est.»; v. 5943 chiome... crespe: Petr., CCXXVII, 1 «chiome... 
crespe»; v. 5944 cineritia: cfr. v. 2542; v. 5945 spieghi: apra; v. 5945 increspe: pieghi; v. 5948 canto: cfr. v. 2034; v. 
5948 cieco laberinto: Petr., CCXXIV, 4 «cieco laberinto»; v. 5949 tinto: lat. immerso. 



TEMPIO d'amore 167 

Dal manco lato ha un certo verme acuto 

qual pertinace ognhor gli rode el core, 

che s'el avien ch'alcun sia ben veduto, 5952 

sì come accade pur, dal suo Signore, 

pensando molto al tempo ch'ha perduto 

in esser negligente d'alcune hore, 5955 

teme che l'aer el Favor gli rubi 

tant'ansia è avolta nei sospetti e dubi. 
Spetialtate è terza poi le due 5958 

che stanno col Favor dal lato destro: 

tumida è in volto e pancia ha qual di bue, 

la veste ha negra e cinta d'un capestro 5961 

che stringe alquanto i lumbi e rene sue 

dove, ligato, pende un suo canestro, 

larga ha la gola e l'unge adunche acute 5964 

e con gli artigli par che ben se aiute. 
Da canto è un arbor con le giande d'oro 

le quai cogliendo nel paner repone, 5967 

appresso ha certa gente et ha martoro 

ch'alcun non colga quelle giande bone 

e con la man, ch'ha un breve, accenna a loro 5970 

ch'ognuno se dilonghi dal troncone. 

Le lettere del breve sono queste 

con motto tal: «procul hinc, procul este». 5973 

Al basso un veltro a' piedi un osso tene, 

mostrando i denti ad un cagnazzo grosso, 

et, avido al mangiar, se strugge in pene 5976 

che l'altro cane non gli toglia l'osso, 

e salta e rugge, qual leon che '1 bene 

vói tutto per lui, sol fin ch'ha ben scosso 5979 

l'alto appetito col desir bramoso 

e che ben l'osso a tomo a tomo ha roso. 
Phi. Restano i spirti mei ben satisfatti 5982 

del bel progresso ch'hai commemorato, 

de' nomi de le donne e de' lor atti 

e del Favor che prima hai designato. 5985 

Ma piacciavi servarmi anchora i patti 

a dir de l'altre astanti al manco lato 

e de' lor gradi e modi e de' lor gesti 5988 

e degli habiti loro e de le vesti. 
Pietà Poi che te aggrada ch'io fomisca el resto, 

proseguirò '1 comincio mio sermone. 5991 

La prima e Gelosia dal volto mesto, 

pallida e piena de sospitione 

et ogni suo compagno gli è molesto, 5994 

che voglia star di lei al parangone, 

e sola esser vorrebbe al gran calore 

del luoco eccelso dove sta '1 Favore. 5997 

La veste è di turchino reccamata 



V. 5950 acuto: maligno; v. 5958 poi: dopo; v. 5964 acute: appuntite; v. 5966 giande: ghiande, Rohlfs, I, 184; vv. 
5970-5972 breve: cfr. v. 2562; v. 5971 dilonghi: discosti; v. 5971 troncone: tronco dell'albero; v. 5973 procul hinc, 
procul este: state lontano da qui; v. 5974 veltro: cane da caccia, citato più volte da Dante, cfr. ////., 1 , 101-111. Purg., 
33, 40-45 e Par., 27, 1 42- 1 48; v. 5979 scosso: rimosso; v. 5983 progresso: narrazione; v. 5986 serxamii anchora i 
patti: mantenere la promessa; vv. 5988-5989 gesti.vesti: stessa rima dei vv. 5884-5885; v. 5991 comincio: cfr. v. 
2713; vv. 5992-6005 La... punge: la stessa descrizione si trova ai vv. 2226-2249; v. 5993 sospitione: sospetto. 



168 GALEOTTO DAL CARRETTO 



d'occhi Stillanti un fervido liquore, 

una girlanda ha in testa circondata 6000 

de fior d'Amore di morel colore; 

ne la sinistra man tene serrata 

l'herba de Clitia ch'ha turchino el fiore; 6003 

indi el Sospetto è col Timor non lunge 

e '1 ceco Error col stimulo gli punge. 
L'Oblivione è appresso Gelosia 6006 

del van Favore dal sinistro canto 

e, come quella che d'ognun se oblia, 

veste de linci maculosi un manto; 6009 

d'avorio ha un vaso dove par che sia 

l'acqua di Lethe obliviosa tanto, 

cinte ha le tempie d'un sotil capello 6012 

di pallide viole ornato e bello. 
Mezzo serrato tien l'uno e l'altro occhio, 

grassa è di volto e tutta sonnolenta, 6015 

e nei papaver sta fino al genocchio 

che di tal luoco trovasi contenta, 

sì come fa nel fango el vii ranocchio 6018 

dove diletto par che gusti e senta; 

a' piedi ha Lethe, con sue turbide onde, 

dove Memoria con sudor s'asconde. 6021 

La eccitate segue et è vestita 

di pelle de leone oscurra alquanto 

e, qual colici che vive senza vita, 6024 

tene la Morte per alumna a canto 

del cui torbido latte vien nutrita, 

latte ch'ha tal virtù te e valor tanto, 6027 

che morte in lei vien viva et ella in morte, 

morta ognhor, segue del Favor la corte. 
Ceca è costei e di color d'oliva, 6030 

incoronata de senza occhi talpe 

è de ragione e d'intelletto priva; 

con la man destra par che '1 capo scalpe, 6033 

co l'altra in palma ha un foco e non lo schiva, 

quantunque abbrusi, e che le prune palpe, 

che, se scorgesse i suoi futuri danni, 60^6 

col van Favor non perderebbe gli anni. 
Adulatione a' piedi è del Favore 

con un turribul pien d'incenso in mano 6039 

col qual perfuma el volto a tutte l'hore 

di questo glorioso mostro insano; 

ingenocchiata a' piedi, mostra fuore 6042 

portargli un fido amor, ben che sia vano, 

e del narrante da la bocca pende 

e ciò che dice ad approbar se estende. 6045 

Questa ha '1 col torto e 'n vista è mansueta, 

ridendo contra lui con finto riso. 



v. 5999 fervido: bollente; v. 5999 liquore: cfr. v. 2612; v. 6001 nwrel: cfr. v. 3533; v. 6003 Clitia: cfr. v. 2233; 
V. 6005 stimulo: cfr. v. 4629; v. 6007 canto: cfr. v. 2034; v. 60\3 pallide viole: Petr., CLXII, 6 «pallide viole»; 
v. 60 ì 6 papaver: cfr. v. 4342; v. 6018 vii: pauroso; v. 6020 turbide onde: Dante, Inf., 9, 64 «torbide onde»; v. 
603 1 incoronata... talpe: incoronata di talpe senza occhi; v. 6033 scalpe: scotenni; v. 6035 e che le prune 
palpe: e sembra {i?ar è sottinteso) che tocchi i carboni ardenti; v. 6039 turribul: cfr. v. 3646; v. 6041 glorioso: 
vanitoso; v. 6041 insano: stolto; v. 6045 se estende: si prepara; v. 6046 torto: curvo. 



TEMPIO d'amore 169 

e, con favella placida e faceta, 6048 

lodalo e tolle insino al paradiso; 

e con la faccia hor adirata, hor lieta 

ben si conforma del Favor col viso 605 1 

e gli va a verso come un vii gnatone, 

e '1 sciocco se ingiottisce un tal boccone. 
La vesta ha d'un color che fu morello 6054 

qual, per vecchiezza, ha perso el suo colore, 

che se Fortuna fosse aversa a quello, 

ch'or tant'è grato al suo sopran Signore, 6057 

fora la prima, col suo morso fello, 

a lacerarlo e denigrar suo honore, 

che '1 van Favor è come a l'huomo l'ombra 6060 

che, come manca el sol, da lui via sgombra. 
Phi. Assai difusamente tu m'hai detto 

del stato del Favor e de sue donne 6063 

e de' lor gradi e d'ogni loro effetto 

e de' color diversi de le gonne; 

e come quel colleggio sol s'è elletto 6066 

per le sue sette valide colonne 

che tengano el suo stato fermo in pede 

e deggian stabilir l'alta sua sede. 6069 

Ma se sa ben che '1 stato suo è caduco 

e che Fortuna ognhor la rota gira 

e che se beve in quella un certo suco 6072 

qual, quanto amaro è pili, più se desira; 

e che '1 Favor de corte è come un luco 

che sta fronduto fin che Zephir spira, 6075 

poi, quando Boria vien che gli fa guerra, 

tutte le fronde cadono per terra. 
Cercar se deve el bel thesor del celo, 6078 

che '1 latro non può tor né tarme el rode 

e ch'è coperto d'un candido velo 

ch'ha le sue tele ben conteste e sode, 6081 

qual bono dura al caldo et anco al gelo 

e, doppo morte, meglio in ciel se gode. 

Ma faccian punto e uscian del diverticolo 6084 

e ritomiano al nostro primo articolo. 



* 



Phileno parla con Speranza, essendo presente a loro l'Importunità. 
Phi. Qual è quel ceco, ohimè, che non s'aveda 



* in ABC la didascalia è diversa: Phileno volgendosi a la Speranza dice con la quale se trova l'Importunità; v. 
6086 Qual è quel ceco, ohimè, che non s'aveda] A che condotto m'hai Speranza el vedi ABC. 

v. 604S favella: parlare; v. 6049 tolle: cfr. v. 1223; v. 6052 va a verso: va dietro; v. 6052 gnatone: ghiottone; Gnato 
è un personaggio del Timon greco di Galeotto cfr. IV atto, v. 89 e v. 103; v. 6053 ingiottisce: inghiottc; v. 6054 
morello: cfr. v. 3533; v. 6057 grato: cfr. v. 860; v. 605S fora: cfr. v. 1752; v. (^5^ fello: crudele; v. 6061 via sgom- 
bra: sgombra via; v. 6064 effetto: funzione; v. 6066 elletto: lat. scelto; v. 6069 stabilir: tener stabile; v. 6069 alta... 
sede: Pctr., CCCXLVII, 3 «alta... sede»; v. 6074 luco: piccolo bosco; v. 6076 Boria: Borea, nome di vento di Tra- 
montana; v. 6079 tor. cfr. v. 3127; v. 6081 conteste: tessute; v. 6081 sode: solide; v. 6082 dura: resiste; v. 6082 
anco: cfr. v. 1 376; v. 60S4 faccian punto: fermiamcxi; per la forma cfr. v. 79; v. 6084 uscian del diverticolo: inter- 
rompiamo la digressione; per la forma cfr. v. 79; v. 6085 ritomiano: ritorniamo, cfr v. 79; v. 6085 articolo: questio- 
ne, argomento; vv. 6086-6133 Qual... desio: sei strofette di otto versi dallo schema metrico ABhCCADD che 
potrebbe essere una sorte di canzone indivisa, anche se l'andamento narrativo rimanda maggiormente all'ottava. 



I 70 GALEOTTO DAL CARRETTO 

e scorga ben come trattato sono 6087 

e come in abandono 

son posto da ciascun, non per mia causa, 

e come del sperar la via m'è clausa! 6090 

Da che cagion questo mio mal proceda 

noi so pensar, se tu non me l'esponi 

con tuoi accorti, soliti sermoni. 6093 

Spe. Non so quel ch'è me' dir, Phileno mio, 

pensando come hor governato è '1 mondo 

me perdo e me confundo, 6096 

né trovo modo alcun come te aiuti, 

ch'io veggio i mei soccorsi esser perduti 

e te da ciascun posto in ceco oblio. 6099 

Però forz'è patir questo tuo male 

fin che se muti el tuo destin fatale. 
Phi. Compagne mie, che già per altri tempi 6102 

nel Tempio tant' autori tate avesti, 

se sto coi spirti mesti, 

non vi maravigliate poi ch'io veggio 6105 

che me lasciate andar de mal in peggio 

e che i rivali mei sono tanto empi, 

che Fede non mi vai né Servitute, 6108 

né Pietà, né Amicitia, né Virtute. 
Imp. Phileno, i' son la minima de tutte 

queste compagne de che te fidavi 6111 

che trhar d'affanni gravi 

dovesser el tuo cor con qualche aiuto, 

e pur quei nulla han con Amor possuto 6114 

che senza '1 Tempo qua se son redutte 

si che, se vói, delibro andar d'Amore 

e trharti fuor de l'aspro tuo dolore. 6117 

Phi. Poco pòi far, ma pur è un tempo adesso 

che più stimata sei che ste compagne 

che meco già fur magne. 6 1 20 

Vatene, dunque, e con voce importuna 

parla ad Amor senza paura alcuna 

che l 'adito da lui ti fia concesso, 6 1 23 

pur che non temi le minacele altere 

de mie nemiche sì superbe e fere. 
Imp. Phileno, non dir più che per tal modo 6126 

spero de far che restarai contento. 

Vedrai l'esperimento: 

tanto sarò importuna col mio grido 6129 

che piegarò col mio gridar Cupido. 

Ma in questo tempo ti conforto e lodo 

a non pigliar più affanno. Hor sta con Dio 6132 

che de servirti bene ho gran desio. 



V. 6087 e scorgd\ hor scorgo ABC; v. 6091 proceda] procedi ABC; v. 6098 ch'io veggio] che trovo ABC; v. 6100 
tuo] rio ABC; v. 6 11 4 nulla han con Amor possuto] con Amor nulla han possuto ABC; \.6\ÌS è] l'è ABC. 

v. 6093 accorti: cfr. v. 1635; v. 6093 soliti: Speranza era solita incoraggiare Phileno; v. 6094 m^': meglio; v. 6100 
forz'è: cfr. v. 605; v. 6\00 patir, cfr. v. 438; v. 6102 per. cfr. v. 3355; v. 6105 non vi ifiaravigliate: cfr. v. 2372; v. 
6106 de mal inpeggio: si veda v. 5323; v. 61 10 son la minima de tutte: sono la meno importante; v. 6ÌÌ6 délibro: 
cfr. V. 562; v. 6120 magne: cfr. v. 3268; v. 6128 vedrai l' esperimento: ne vedrai la prova. 



TEMPIO d'amore 171 

L'Importunità, per camino, dice sola. 

Imp. Al Tempio vò d'Amore 

e voglio con furore dar tal busci 6 1 35 

che aperti mi fian gli usci in ogni loco; 

al mio soccorso invoco Presontione 

acciò non me abandone se '1 suo nume, 6138 

per publico costume, hoggi se adora. 

Se vederò che l'hora sia opportuna 

sarò tanto importuna col mio grido 6141 

che spero che Cupido esaudirammi 

e '1 Tempo poi darammi per cui vado. 

Credo prenderà in grado el mio parlare, 6144 

ma mi fa dubitare una sol cosa 

che la turba noiosa, che sta a lato 

al bel fanciullo allato, se me incontra, 61 47 

certo farammi contra a la richiesta, 

qual voglio far honesta al suo conspetto. 

Quest'è quel solo obietto che m'impaccia, 6150 

ma pur non vo' la traccia mia lasciare 

ch'io spero contrastare a la Perfidia, 

a Gelosia, a Invidia e Spetialtate 61 53 

e a tutte le brigate che vorranno 

turbarmi e che faranno a sua possanza 

che la mia desianza al fin non recchi. 6156 

Se non ho gli occhi biechi, i' veggio in porta 

colici qual mi fia scorta nel convento 

e nel gran parlamento dovei' sono 6159 

per dire, col cor buono, el penser mio 

a quel con cui parlar ho gran desio. 

L'Importunità, giunta a la porta del Tempio, trova la Presontione e dice. 

Imp Salve, mia fida amica Presontione, 6 1 62 

Phileno per sua nuntia qua mi manda, 

acciò che parlar possa col garzone 

che a tutti in questo Tempio vi comanda; 6165 

però vogliami dar introdutione, 

acciò ch'io faccia a lui quella dimanda 

ch'egli m'ha imposta, che so ben, se vói, 6168 

al thalamo d'Amor menar me puoi. 
Pre. A tempo sei venuta amica fida 

et introdur te vo' dovunque vói. 6171 

Vien meco, dunque, dove Amor se annida 

in festa e gioco con gli servi sòi; 

V. 6\4S farammi] mi fera ABC; v. 6157 /' veggio] veggio ABC; v. 6169 menar] indur ABC; v. 6173 infesta e 
gioco] infeste e giochi ABC. 

vv. 6134-6161 Al... desio: cfr. nota ai vv. 305-336; v. 6135 busci: cfr. v. 5055; v. 6138 nume: cfr. v. 612; v. 
6\AA prenderà in grado: prenderà in considerazione; v. 6146 noiosa: cfr. v. 420; v. 6150 obietto: fatto; v. 6151 
traccia: proposito; v. 6156 recchi: conduca; v. 6157 biechi: che vedono male; v. 6157 occhi biechi: Dante. Inf, 
23, 85 «occhio bieco» e Dante, Inf, 6, 91 «Li diritti occhi torse allora in biechi»; v. 6157 in porta: davanti alla 
porta; v. 6 158 //a: sarà, cfr. v 279; v. 6159 parlamento: adunanza, assemblea; vv. 6159-6160 /' sono per dire: 
sto per dire; si noti il forte enjambemeni: vv. 6162-6185 Salve... tenore: tre ottave dallo schema metrico AB A- 
BABCC; v. 6169 thalamo: cfr. v. 2814; v. 6172 se annida: ha ricetto, cfr. v. 3297. 



172 GALEOTTO DAL CARRETTO 

quando da lui sarrai, lagrima e grida 6174 

e digli con bon core i penser tòi 
ch'Amor sempre ascoltar sòl volunteri 
del tuo Phileno tutti i messaggeri. 6177 

Ne la camera sua gli trovarai 
Favor, Ambitione e Spetialtate 

quai tutti, quando a lui parlar vorrai, 6180 

saran contrari a tue giuste imbasciate, 
ma non te sbigotir ch'ai fine avrai 

vittoria in parte con queste brigate. 6183 

Entra qua dentro dove alberga Amore 
e del tuo advento narragli el tenore. 

L'Importunità, intrata dov'è Amore con molta gente, gli espone el caso de 
Phileno. 

Imp. Alto signor de l'amoroso regno, 6186 

che con tua matre nel ciel terzo imperi, 

nel ciel che ai caldi amanti è sì benegno, 
Phileno, che de' servi tuoi primeri 6189 

fu già al colleggio et hor se ne va errando 

non per tua colpa ma per suoi gucrreri, 
da te con fede mandami pregando 6192 

che gli vogli mandare homai el Tempo 

e revocarlo da l'ingiusto bando; 
e dice che gli par che fora tempo 6195 

ch'i giorni suoi, sì tenebrosi e scuri, 

gli fosser convertiti in chiaro tempo; 
e, se de la sua fede alquanto curi, 6198 

non guardi a compiacer sì a suoi rivali 

che '1 suo ritomo tosto non procuri, 
perché sai ben quanti travagli e mali 6201 

ha già patiti in la sua servitute 

per giunger a tua gloria piij larghe ali. 
Dice anchor ch'ha mandato a te Virtute, 6204 

Fede, Pietà, Ragion e Integritate, 

qual fur da sue nemiche mal vedute, 
e, se son state quivi mal trattate, 6207 

questo fu sol per la turba nemica 

che le tue porte in contra gli han serrate. 
Se alcuna de costor gli è qui che dica 6210 

ch'abbia commesso nel servir errore, 

perché qui a mia presentia non l'esplica? 
Ch'io sono qua per sostener suo honore 6213 

e farti chiaro ch'è accusato a torto 

e che per ben servirti è in bando fuore. 
Ti prego, dunque, per la fé ti porto, 6216 



v. 6208 questo fu sol per la turba nemica] già non accusa te ma sua nemica ABC; v. 6210 qui] qua ABC; v. 
62 1 2 qui a] qua in ABC; v. 62 1 2 a] in ABC. 

v. 6174 lagrima: piangi; v. 6185 tenore: cfr. v. 2012; v. 6186 Alto signor: l'invocazione richiama da vicino 
quella lucreziana a Venere (cfr. Lucrezio, De rerum natura, I, 1-9); inizia qui un lungo capitolo ternario che si 
conclude al v. 6343; v. 6187 ciel terzo: cfr. v. 2082; v. 6188 caldi amanti: innamorati; v. 6191 guerreri: cfr. v, 
578; v. 6 195 /ora: cfr. v. 3816; v. 6198 curi: cfr. v. 761; v. 6203 giunger: aggiungere. 



TEMPIO D AMORE 



173 



che quando inteso avrai suo caso giusto 
lo facci a te venir in tempo corto. 
Amore Donna, confesso el trattamento ingiusto 
usato verso el misero Phileno, 
dil che n'ho sempre auto amar el gusto 

e, se bandir el fei dal mio terreno, 
per buon rispetto el feci e fui constretto 
da un suo rivai de gelosia repieno. 

Hor che conosco estinto tal rispetto 
e ch'ho l'iniquità di quel compresa, 
vo' che Phileno tomi al mio conspetto 

e che persevri meco a la sua impresa, 
servendomi con fé, come ha servito, 
e satisfatto sia d'ogni sua spesa. 
Fav. Signor, tu non elleggi buon partito 
a far tornar costui a tua presentia 
se prima el caso suo non è chiarito, 

perché, se '1 fai venir senza sententia, 
che '1 caso suo non sia ben ventillato, 
ciascuno biasmarà la tua dementia. 

Una volta tu l'hai licentiato 
et egli VÓI che '1 caso suo sia visto 
se giusto fu el suo esilio da te dato: 

però commettel, prego, e s'egli tristo 
sarà trovato, trattalo da inico 
e fa nel regno tuo non faccia acquisto; 

se sarà giusto, trattalo d'amico 
e fa che lo revochi poi d'esilio 
e tomaio, con gloria, al grado antico. 
Inv. Quest'è perfetto et ottimo Consilio 

il qual te dà el Favor, tuo servo caro, 
che tal ne potrìa dar el patre al filio. 

El caso de costui non è si chiaro, 
come a te forse questa donna dice, 
però sia visto per un huom preclaro 

qual studi el fine, el mezzo e la radice 
e, inteso el caso, la sententia dia 
e la parte vincente sia victrice. 
Amore Quest'è ben detto e la volontà mia 

è che Phileno anchor da me non tomi 
insin che '1 caso suo veduto sia, 

però che vederassi in puochi giomi; 
e s'egli è giusto, come mi persuado, 
non farà in bando longhi i suoi soggiomi. 
Imp. Signor, del tuo penser non ti disuado, 



6219 
6222 
6225 
6228 
6231 
6234 
6237 
6240 
6243 
6246 
6249 
6252 
6255 
6258 
6261 



v. 6220 usalo verso el] eh' è stato fatto al ABC; v. 6221 n'ho sempre hauto] sempre ne ho haulo ABC; v. 6226 
e ch'ho l'iniquità di quel compresa] e che l'iniquità di quel comprese ABC; v. 6228 a la sua impresa] in le sue 
imprese ABC; v. 6230 sua spesa] sue spese ABC; v. 6236 dementia AD, dementia BC; v. 6241 sarà trovato] 
fia retrovato ABC. 



V. 62 1 8 tempo corto: Petr., CCXLI V, 1 4 «tempo... corto» e Petr., XXIII, «tempo... corto; v. 6223 rispetto: moti- 
vo; v. 622)0 spesa: danno; v. 6231 non elleggi buon partito: non scegli la via giusta; v. 6235 ventillato: esami- 
nato; v. 6240 commettel: mettilo alla prova; v. 6240 tristo: cfr. v. 883; v. 6241 inico: ingrato, cfr. v. 56; vv. 
6241-6243 inico-amico: stessa rima dei vv. 56-58; v. 6242 faccia acquisto: faccia ingresso; v. 6245 grado anti- 
co: condizione originaria; v. 6252 radice: ragione. 



174 



GALEOTTO DAL CARRETTO 



anchor che de' tuoi servi el voler fai, 
che tutto quel disponi prendo in grado 

e, poi che tu così comandato hai, 
non vo' già discordarmi dal tuo nuto. 
Ma, dimmi, che fia el giudice che dai? 
Amore Giustitia vo' che sia lo constituto 

giudice sol che dia questo giuditio. 
Imp. Et io l'accetto e già non la refuto. 

Gel. Signor, noi ti vogliamo dar inditio 
de nostre menti con parlar risolto: 
a questa donna sei troppo propitio, 

perché lustitia è amica a costui molto 
e se ascoltando l'una e l'altra parte 
l'affetto de ciascun da te sia tolto, 

e se vói verso noi giusto mostrane, 
fa che fian quattro giudici gli eletti 
avanti ch'ella vada in altra parte. 
Amore Et io confermo i tuoi proposti detti 
e quest'è la mia estrema opinione, 
qual voglio ch'abbia peremptorii effetti: 

ellego la Giustitia e Discretione 
e, per compagne de le ellette due, 
gli do la Spetialtate e Ambitione. 

Noi confermiamo le parole tue. 
Et io dal suo proposto non mi absento, 
anzi m'accosto a le sententie sue. 

Ma, per far tal contratto a compimento, 
noi tardaremo insin che la Giustitia 
e Discretion sian sane. 

r son contento. 

Vien qua, Patientia, fa che sii propitia 
al bon Phileno, standogli da canto, 
e levagli dal cor ogni mestitia, 

però eh' i' so che struggerassi in pianto 
come ti veggia senza '1 Tempo buono, 
qual brama e aspetta con affetto tanto. 

Ma digli che disposto in lui ben sono 
e che non gli fia fatta ingiuria alcuna 
dove el valor si estenda del mio trono. 

Tu, dona, che qui stai tanto importuna, 
vanne con lei e manda un che procuri 
el caso, quando fia l'hora opportuna. 
Pat. Per non lasciar Phileno in penser duri, 

con tua licentia, noi si partiremo 
da la tua stanza pria che '1 sol se oscuri 



Fav. 
Imp. 



Amore 



6264 
6267 
6270 
6273 
6276 
6279 
6282 
6285 
6288 

6291 
6294 
6297 
6300 

6303 



v. 6274 e se ascoltando l'una e l'altra parte] e se neutra! te piace d'ambi farte ABC; v. 6276 e se vói verso 
noi] e se tu vói ver noi ABC; v. 6294 però ch'i'] perché i' ABC. 



v. 6262 anchor che: cfr. v. 4894; v. 6263 prendo in grado: accetto; v. 6266 che: chi; v. 6266 fia: sarà, cfr. v. 279; v. 
6267 constituto: lat. stabilito; v. 6265 nuto: lat. ordine; v. 627 1 risolto: determinato, chiaro; v. 6275 de ciascun: 
dell'uno e l'altro;v. 6278 avanti... parte: prima che la Giustizia vada da un'altra parte; v. 6282 ellego: lat. scelgo; 
v. 6286 absento: lat. discosto; v. 6288 contratto: cfr. nota al v. 21; v. 6290 sane: Giustizia e Discretione, infatti, 
erano malate, cfr. vv. 5056-5175; v. 6298-6302 yìa: sarà, cfr. v. 279; v. 6300 Tu.. importuna: cfr. v. 3937; vv. 6301- 
6302 procuri el caso: difenda il caso, cfr. nota al v. 2 1 ; v. 6303 penser duri: cfr. v. 19; v. 6304 si: cfr. v. 5434. 



TEMPIO d'amore 175 

e da costui con fé se n'andaremo. 6306 

L' Importunità, per camino, parla con la Patientia. * 

Imp. Patientia, che ti par del bon Cupidine 

che s'è lasciato da costor seducere, 

tanta hanno de regnar con lui libidine? 6309 

El Tempo meco mi credea conducere, 

se state non mi fussero a l'opposito 

con le ragioni ch'ebbero a producere; 63 1 2 

pur ho trovato el bon garzon disposito, 

anchora che questi emuli aversarii 

gli abbiano fatto poi mutar proposito. 63 1 5 

Ver'è ch'ho dubbio ch'anchor non se varii 

per stimul d'alcun servi insatiabili, 

quai sono al bon Phileno sì contrarli. 63 1 8 

Pat. Non dubitar ch'Amor e lor fian stabili 

e i patti, avanti a lui contratti in curia, 

saranno rati e fermi et immutabili. 6321 

So che Phileno, con gran sdegno e furia, 

quando vedrammi moverassi in còlerà, 

credendo gli sia fatta enorme ingiuria; 6324 

ma bono fia per lui se non se incolera, 

però che '1 fatto suo veggio a bon termine 

se meco in pace la sua sorte tolera. 6327 

Imp. In questo tempo ognhor più cresce el germine 

de la mal herba de l'iniqua Invidia, 

tal che Virtute par ch'in tutto estermine, 6330 

e tanto può Ambition con sua Perfidia 

ch'un spirito gentil più non può vivere 

per l'importuna de costoro insidia; 6333 

e questo a un sol defetto voglio asscrivere, 

ma pàssolo in silentio e premo in l'animo, 

però che lo tacer non se può scrivere. 6336 

Pat. Se '1 buon Phileno avrà quel cor magnanimo, 

che sempre ha demostrato, non me dubito 

ch'Amor non sia ver lui qual sotio unanime. 6339 

Imp. Eccol in l'herba con la guancia al cubito. 

Andiamolo a trovar con passi celeri; 

costui n'ha viste perché in pede subito 6342 

ei s'è levato e par ver noi se acceleri. 



* in ABC la didascalia è diversa: Andando per camino l' Importunità e la Patientia, Importunità prima 
dice; v. 63 1 7 stimul] ciance ABC; v. 6325 ma bonofia per lui se non se incolera] ma peggio fia per lui s'e- 
gli se incolera ABC; v. 6326 a] in ABC; v. 6327 in pace la sua sorte] la sua sorte in pace ABC; v. 6328 
tempo] Tempio ABC; v. 6330 par ch'in tutto] in tutto par che ABC; v. 6338 non me] io non me ABC; v. 
6339 ver ] con ABC. 



vv. 6307-6343 Patientia... acceleri: capitolo ternario con rime sdrucciole; v. 63 11 a l'opposito: lat. contrarie; v. 
6314 anchora che: cfr. v. 4894; v. 6314 emuli: cfr. v. 1093; v. 6316 Ver'è: cfr. v. 259; v. 6316 ch'ho dubbio... 
non: temo che; v. 6316 varii: cambi idea; v. 6317 stimul: pressioni; v. 6317 insatiabili: insaziabili di invidia; v. 
6321 rati: ratificati, approvati; v. 6328 germine: germoglio; v. 6330 estermine: distrugga; v. 6332 spirito gen- 
til: si veda v. 5467; v. 6339 ver: cfr. v. 1278; v. 6339 sotio: cfr. v. 131; v. 6339 unanimo: cfr. v. 199; v. 6340 
cubito: cfr. v. 5920; v. 6342 n'ha: ci ha; v. 6343 ei: egli; v. 6343 ver: cfr. v. 1278. 



176 GALEOTTO DAL CARRETTO 

L'Importunità, accompagnata da la Patientia, parla a Phileno. * 

Imp. Phileno, i' son tornata 

d'Amor dove mandata da te fui; 6345 

parlai molto con lui e gli ho narrato 

quel che m'hai commandato e ben disposto 

al suo primo proposto lo trovai. 6348 

So che noi crederai quel che vo' dirti: 

con doglia, a non mentirti, me rispose 

che le ciance noiose d'un nemico, 6351 

già tuo guerier antico, fur cagione 

del bando e tua passione accerba e rea, 

e disse che volea che ritornasti 6354 

e nel tuo uffitio intrasti come prima. 

Favor, che sì se stima perch'è in alto, 

con impetuoso assalto disse come 6357 

ognuno el suo gran nome biasmarìa 

se al seggio, ov'era pria, te remettese 

e che veder facesse e consultare 6360 

el caso tuo, qual pare a lui non giusto; 

e, se era stato ingiusto al tuo Signore, 

che rimanesti fuore e, se giusto eri, 6363 

che ai gradi tuoi primeri fusti elletto. 

Molti altri questo detto confirmaro, 

tal che lo subomaro, e contentosse 6366 

che la Giustitia fosse quella sola 

che con la sua parola dechiarasse, 

solvesse e ti dannasse a suo piacere. 6369 

Alcun s'ebbe a dolere e l'ebbe a male 

e disse che partiale se mostrava, 

perché Giustitia andava a la tua volta. 6372 

Questa ellettion fu tolta e revocata, 

e con Giustitia ha data per compagna 

l'Ambitione magna et anco quella 6375 

che Discretion se appella e Spetialtate; 

e, per l'infirmitate de Giustitia, 

qual dava tua propitia, e de quell'altra, 6378 

Discretion sì scaltra, a questa lite, 

fin che fosser guarite, tempo chiesi 

e la causa sospesi; e Amor ti manda 638 1 

Patientia e ti comanda che la tenghi 

per sotia e che sostenghi el duolo in pace, 

che del tuo mal gli spiace, ma che presto 6384 

questo dolor molesto avrà buon fine, 

pur che tu non decline da sua fede. 

Ma vòle e ti richiede un huomo il quale 6387 

abbia intelletto tale che '1 tuo caso, 

* in ABC la didascalia è diversa: L' Importunità essendo accostata a Phileno che gli vene incontra, avendo 
seco la Patientia, dice; v. 6359 seggio] banco ABC. 

vv. 6344-6392 Phileno... informe: cfr. nota ai vv. 305-336; v. 6353 passione: cfr. v. 865; v. 6355 uffitio: cfr. v. 
209; V. 6364 elletto: posto; v. 6366 subornaro: lat. coiTompere; Favore e gli altri vizi spingono Amore a far valu- 
tare il caso da Giustizia; v. 6366 contentosse: acconsentì; v. 6368 dechiarasse: giudicasse, cfr. nota al v. 21; v. 
6369 solvesse e ti dannasse: assolvesse o ti condannasse, cfr. nota al v. 21; v. 6372 andava a la tua volta: volgeva 
a tuo favore; v. 6375 magna: cfr. v. 3268; v. 6375 anco: cfr. v. 1376; v. 6379 a questa lite: per questa lite; v. 6383 
sotia: cfr. v. 1 3 1 ; v. 6386 decline: allontani. 



TEMPIO d'amore 177 

ch'in Rota è già rimaso, ben defenda. 

Dil che se avien ch'intenda che sia sana 6390 

Giustitia ch'in la tana sterte e dorme, 

spaccia el tuo messo e fa che pria l'informe. 

Phileno, qual desperato, dice questo capitulo. * 

Phi. Se relegato è ognun senza processo, 6393 

come hor son io, Giustitia te ne incaco 

e de tue leggi vo' forbirmi el cesso. 
Se '1 gran furor e l'ira mia non placo, 6396 

è che l'ingiuria ch'io patisco a torto 

mi fa per sdegno l'intelletto opaco. 
Ciascun mi vói pur dar legge e conforto 6399 

con dir abbia patientia, aspetta Tempo, 

che tu uscirai d'affanni in spatio corto: 
io l'ho aspettato, ohimè, pur troppo Tempo, 6402 

né sono asciolto, che Giustitia dorme 

e in van sperando in l'aspettar m'attempo, 
tal che perdendo di Speranza l'orme, 6405 

poi che Ragion per me non se risveglia, 

a' cor patienti più non son conforme. 
Se alcun, dunque, a patientia me conseglia, 6408 

se fugo el suo conseglio e più non spero, 

non prenda del mio error già maraveglia, 
ch'io veggio el ciel per me sì irato e fero 641 1 

che non so come mai sperar mi deggia 

d'aver più bene col mio oprar sincero. 
Non son sì ceco, no, che non me aveggia 6414 

che de false promesse i' son pasciuto 

e chi me mostra amar, più me deleggia, 
e chiunque in gran speranza m'ha tenuto 6417 

con tal chiarezza el simular suo scopre 

che lo desgratio se mi porge aiuto. 
Già non convien che m'affatichi e adopre 6420 

da' mei amici più cercar suffraggio, 

che gli conosco tutti falsi a l'opre. 
Facciami ognuno quanto vói oltraggio 6423 

che lo dispreggio se mi fa mai bene, 

che peggio aver non posso di quel ch'aggio. 
Io son sì satio de le ciance amene 6426 

de' mei fallaci e simulati amici 

che non mi cur se alcun non mi soviene, 
che, se gli prego che mi sian felici, 6429 



* qual] mezzo AEC; v. 6414c/j<?] ch'io ABC; \. 64\ 5 false promesse] promesse false AhC; v. 6420 che] eh' io 
ABC. 

V. 6389 Rota: cfr. v. 44; v. 6391 sterte: cfr. v. 53 13; v. 6392 spaccia: spedisci, manda; v. 6933 Se: capitolo ternario 
che si conclude al v. 6447; v. 6393 relegato: esiliato; v. 6394 te ne incaco: te ne incolpo; v. 6395 forbirmi: pulir- 
mi; espressione tipica di un registro basso e popolare che rende bene l'esasperazione di Phileno; v. 64(X) abbia: 
abbi; le forme del congiuntivo sono usuali al posto dell'imperativo, cfr. Rohlfs, II, 609; vv. 6402-6404 Tempo- 
attempo: da notare la rima derivata; v. 6403 asciolto: assolto; v. 6410 non... maraveglia: non si stupisca del mio 
cuore; v. 641 1 fero: accanito; v. 64ì 4 Non son... aveggia: ripresa quasi identica del v. 5684. Altre espressioni 
simili ai vv. 5372, 5684 e 6086; v. 64\ 4 aveggia: cfr. v. 4785; v. 6416 deleggia: cfr. 548; v. 64\9 desgratio: misco- 
nosco; V. 6421 suffraggio: cfr. v. 161 1; v. 6428 soviene: aiuta, soccorre; v. 6419 felici: favorevoli, propizi. 



178 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Ognun promette aitarmi e poi, con frode, 

son nel secreto mei mortai nemici; 
si che se '1 sdegno acerbo el cor mi rode 6432 

è che, pasciuto essendo di Speranza, 

io son menato da Pilato a Herode. 
Talvolta nel ben far ebbi fidanza, 6435 

ma, perché '1 mondo va tutto al riverso, 

mano a seguire la corrotta usanza; 
forsi, s'io seguirò degli empi el verso, 6438 

vedrommi de le false accuse asciolto 

et essermi tornato el ben ch'ho perso. 
Però, Giustitia, se ti volgo el volto, 6441 

è che tu dormi et oltraggiar mi lassi 

e del mio danno non te curi molto. 
O voi che sete meco esclusi e cassi, 6444 

se ritornar cercate ai persi lochi, 

per esser buoni in van spendeti i passi, 
che i giusti per ben far han premii pochi. 6447 

In questo tempo la Desperatione appare avanti a Phileno, la qual gli parla, e 
Patientia risponde. * 

Desp. Dèi tu star sempre in questo acerbo affanno, 

sì come fanno l'anime a l'inferno? 

Prende partito al tuo tormento intemo, 6450 

cercando morte per menor tuo danno. 
Pat. Patientia, figliol mio, quest'è un inganno, 

però che '1 tuo infortunio non fia etemo. 6453 

Raffrena el tuo voler, abbia governo 

negli penseri che martir ti danno. 
Desp. Huomo codardo, eh 'a' suoi detti assenti! 6456 

Ellegge morte, perché ben se more 

quando morendo un spirto esce de stenti. 
Pat. Questo conseglio è tutto pien d'errore, 6459 

però che negli affanni e rei tormenti 

conoscer si può sempre un viril core. 
Phi. Qual dunque è '1 mio megliore? 6462 • 

Pat. El meglio è che supporti el mal tuo rio, 

che '1 cor patiente è 'n protettion de Dio. 

La Desperatione persevera in consigliar Phileno che se occida e Patientia el 
disconforta. * 

Desp. Hor veggio ben che tu sei pusilanimo, 6465 



* appare] compare ABC; * risponde] gli risponde ABC; v. 6460 negli] con gli ABC; * consigliar] allegar 
ragione a ABC; e Patientia] e la Patientia ABC; * el disconforta] lo disconforta a questo fare ABC. 

V. 6430 aitarmi: cfr. v. 1784; v. 6431 mortai nemici: Petr., CXXIX, 16 «nemico mortai»; v. 6432 acerbo: cfr. v. 
333; V. 6434 da Pilato a Herode: espressione per dire 'di male in peggio'; v. 6437 mano: lat. continuo; v. 6439 
asciolto: cfr. v. 6403, v. 6444 esclusi e cassi: banditi e abbandonati; vv. 6448-6464 Dèi... Dio: sonetto caudato 
dallo schema metrico ABBA ABBA CDC DCD dEE. Questo sonetto rappresenta l'unica testimonianza mano- 
scritta; per la descrizione e per la registrazione delle varianti si rimanda al capitolo Nota al testo, in particolare ai 
paragrafi Testimonianze e Rapporti tra i testimoni; v. 6453 ^a: sarà, cfr. v. 279; v. 6454 abbia governo: abbi con- 
trollo.; V. 6456 assenti: dai ascolto, v. 6457 ellegge: cfr. v. 6282; v. 6463 rio: iniquo; vv. 6465-6549 Hor... adope- 
ra: capitolo ternario costituito dall'alternanza di terzine sdrucciole e piane; v. 6465 pusilanimo: vigliacco. 



TEMPIO d'amore 179 

ch'essendo in tutto di speranza privo, 

de darti morte non ti basta l'animo. 
A che più cerchi de restar qua vivo 6468 

con tanta infamia e tanto vituperio, 

poi che, vivendo in bando, ognun t'ha a schivo? 
La morte è sol refuggio e refrigerio 6471 

agli animi gentil che, per sua sorte, 

da tutti abietti son con improperio. 
Guarda a Catone sì constante e forte 6474 

il qual, veggendo ad Utica l'assedio, 

se de col ferro voluntaria morte. 
Otho non manco, avendo vita in tedio, 6477 

essendo da Vitellio rotto e vinto, 

ellesse morte per final remedio. 
Meglio è, dunque, morir d'honor precinto 6480 

che viver con vergogna in questo secolo, 

eh 'un vivo senza gloria è più ch'estinto. 
Pat. Phileno, attende a me ch'el ben ti recolo, 6483 

el ben che ti de' dar col tempo honore, 

come ti mostrare con chiaro specolo. 
Occidersi se stesso è dishonore 6486 

e quel che d'ogni caso suo contrario 

vói subito morir, già ben non more. 
Già se sa sì che questo mondo è vario 6489 

e vi convien patir diversi stati 

hor bene, hor mal secondo è necessario, 
che, se benigni fosser sempre i stati 6492 

a noi che sian di terra e fragil homini, 

saressemo qua giù troppo beati. 
Quivi convien che la ragion ne domini 6495 

el gran furor che l'animo ne impaccia, 

acciò che nul col ver legger se nomini. 
E se talhor Fortuna ne minaccia 6498 

o ne trabocca con con sua rota instabile, 

se de' seguir del mio camin la traccia 
e viver con misura ferma e stabile, 6501 

portando la sua aversa sorte in pace, 

che accommodarsi a' tempi è stil laudabile. 
Qualunque ha tutto quello che gli piace 6504 

et ha fortuna lieta e favorevole 

non è lodato se contento tace; 



V. 6490 vi] gli ABC; v. 6492 stati] fati ABC; v. 6503 tempi] tempo ABC. 

V. 6474 Catone: Catone Uticense si gettò impavido sulla spada per non essere fatto prigioniero; la vicenda è tratta 
dal libro III (De fortitudine) dei Factorum et diclorum memorabilium libri di Valerio Massimo, cfr. V.M., Facto- 
rum. Ili, 2, 14 «Tui quoque clarissimi excessus, Cato, Utica monumentum est, in qua ex fortissimis vulncribus tuis 
plus gloriae quam sanguinis manavit: si quidem constantissime in giadium incumbendo magnum hominibus docu- 
mentum dedisti, quanto potior esse debeat probis dignitas sinc vita quam vita sine dignitate»; v. 6476 voluntaria 
morte: Petr., CXXXV, 7 «volontaria morte»; v. 6477 Otho: Ottone, visto il suo esercito sbaragliato da Vitellio, si 
uccise; la vicenda, che non è presente in Valerio Massimo, si trova nelle Historiae di Tacito, cfn II, 43, 2, II, 46, 1 e 
II, 49, 2; v. 6477 non manco: non di meno; v. 6478 rotto: sconfitto; v. 64S0 precinto: cinto, circondato (GDLf s.v. 
precinto dove è attestato il verso di Galeotto); v. 6483 recolo: restituisco; v. 6485 specolo: specchio; v. 6485 chiaro 
specolo: cfr. v. 4777; v. 6490 patir, cfr. v. 438; v. 6492 stati: cfr. v. 5893; v. 6494 saressemo: saremmo, cfr v. 5856; 
vv. 6495-6496 ne: cfr v. 702; v. 6496 impaccia: turba; v. 6497 nul: cfr. v. 1045; v. 6497 col ver a confronto della 
verità; vv. 6498-6499 ne: cfr v. 702; v. 6499 trabocca: cfr. v. 5502; v. 6499 rota instabile: Petr., TA., 2, 178 «insta- 
bili... rote»; v. 6503 accommodarsi: adattarsi. 



1 80 GALEOTTO DAL CARRETTO 

ma, quando alcun d'un caso rincrescevole 6507 

se cerca di dar pace con misura, 

questa tempranza dir se può laudevole. 
Se già Catone ellesse morte dura 6510 

fu che se vide a l'ultimo esterminio, 

ma noi fé' per viltà, né per paura. 
Ma tu, che d'Amor sei fuor del dominio, 6513 

non sei per questo in tanta estremitate 

che pigli morte per tuo patrocinio. 
Se Otho volse morir, fu per viltate, 65 1 6 

ch'anchor che rotto fosse da Vi tei io, 

aveva in Francia gran legioni armate, 
tal ch'esser vincitor potea del prelio, 6519 

se avesse fatto contra lui riparo 

e creso di sua gente al buon conselio. 
Sta, dunque, saldo e non ti para amaro 6522 

ad aspettar con pace e fortitudine 

che '1 caso tuo sia conosciuto e chiaro, 
però che la virtute in l'egritudine 6525 

tant'è di tempo in tempo più perfetta 

quanto più paté ne l'amaritudine. 
Phi. Donna, ti accetto per compagna elletta, 6528 

perché tu sei a l'honor mio propitia; 

quest'altra voglio che da me sia abietta. 
Patientia, vo' star teco con letitia 653 1 

insino a tanto che sarà guarita 

del suo sonnifer sonno la Giustitia 
e, perché l'Innocentia è già avertita 6534 

de la sì enorme a noi già fatta ingiuria, 

vo' che fia quella che mi porga aita. 
Vien qua, Innocentia, vatene a la curia 6537 

dov'è Giustitia e l'altre deputate, 

ch'in parte han di ragion forse penuria, 
e con tue leggi, di gran fede armate, 6540 

defende el caso mio senza formidine, 

ch'avrai in tuo favor la veritate. 
Inn. Phileno, i' vado al Tempio de Cupidine 6543 

e non ho dubbio alcun che non defenda 

te da qualunque ha di regnar libidine 
e, se non faccio che ciascuno intenda 6546 

che poi abbia per te fatta buona opera, 

vorrò de negligentia me reprenda. 
Phi. Vatene, dunque, e 'n procurar te adopera. 6549 



V. 6533 sonno] morbo ABC; v. 6547 che poi abbia per te fatta buona] ch'io abbia per te facto assai bon 
ABC. 

V. 65 10 Catone: la stessa vicenda dei vv. 6474-6476 ma interpretata, dal punto di vista della Pazienza, in chia- 
ve diversa; v. 65 \Q morte dura: Petr., CCC, 12 «dura morte» e Petr.. CCCLX, 57 «morte... dura»; v. 65 1 1 uhi- 
mo esterminio: estrema rovina; v. 65 1 4 estremitate: calamità; v. 65 1 5 patrocinio: protezione; v. 65 1 6 Otho: cfr. 
vv. 6477-6479, nota al v. 6477 e nota al v. 6510; v. 6517 ch'anchor: cfr. v. 4894; v. 6517 rotto: cfr. 6478; v. 
65 \9 prelio: lat. combattimento; v. 6521 creso: creduto, cfr. Rohlfs, 1, 625; v. 6525 egritudine: cfr. v. 5164; v. 
6536 aita: cfr. v. 1780; v. 6538 deputate: cfr. v. 50; v. 6541 formidine: lat. timore; v. 6548 reprenda: rimprove- 
ri; v. 65 A9 procurar: cfr. v. 6301-6302. 



TEMPIO d'amore 181 

Innocentia, per camino, dice sola. * 

Inn. Sacra libidin de regnar che fai? 

Con quante angustie i mortai petti affanni? 

Tu con paura de' futuri danni 6552 

sempre pensosa con sospetto stai. 
Per tua conserva e per tuoi compagni hai 

sforzi, spergiuri, tradimenti e 'nganni 6555 

e, per star ferma ne' sublimi scanni, 

a la conscientia non perdoni mai. 
Per te nasce discordia e crudel guerra, 6558 

per te se rompe el buon fraterno amore, 

per te el ben proprio ogni amicitia atterra. 
Per te Giustitia in alto sonno more, 6561 

per te la Fé non abita più in terra, 

tal che '1 tuo studio è d'ogni mal autore. 

Giunta l'Innocentia a l'albergo de Giustitia la trova su la porta e gli dice. * 

Inn. Dimmi, Giustitia, sei tu ben guarita? 6564 

Giù. Guarita, o donna, sono al parer mio. 

Inn. Mio sotio a te mi manda per aita. 

Giù. Aita son per dar a Phileno io. 6567 

Inn. Io vo' star qui fin a lite finita. 

Giù. Finita questa fia, che n'ho desio. 

Inn. Desio ho di vederla vinta presto. 6570 

Giù. Presto el vedrai, ch'ho già studiato '1 testo. 

Inn. La Discretione è anchor guarita? 

Giù. Ita. 

Inn. Piacemi odir questa novella. 

Giù. Velia. 6573 

Inn. La panna ch'ebbe agli occhi è partita? 

Giù. Ita. 

Inn. Bella ha la vista a noi rebella? 

Giù. Bella. 

Inn. Schivo el tardar ch'ella me invita? 

Giù. Vita. 6576 

Inn. Miseria fu medica di quella? 

Giù. Ella. 

Inn. Credi che fia d'aitar contenta? 

Giù. Tenta. 

Inn. Venta fia in noi la frode inventa? 

Giù. Venta. 6579 • 

* sola] sola questo sonetto ABC; v. 6558 nasce] nascon ABC; v. 6558 crudel] civil ABC; v. 6568 qui] qua 
ABC; * la trova] trovandola ABC; e gli] gli ABC; v. 6579 Venta fia] fia vinta ABC. 

vv. 6550-6563 Sacra... autore: sonetto dallo schema metrico ABBAABB A CDC DCD; v. 6554 conserva: lat. 
compagna; v. 6556 scanni: cfr. v. 1 198; vv. 6558-6562 Per le: da notare la sintassi fortemente anaforica che 
richiama quella dantesca, cfr. Dante. Inf., III. 1-3; v. 6558 crudel guerra: Petr.. CXXVIII, 1 1 «crudel guerra»; 
V. 6560 atterra: distrugge; v. 6561 alto: cfr. v. 147; vv. 6564-6571 Dimmi... testo: ottava anaforica che si rea- 
lizza attraverso la ripetizione della parola finale all'inizio del verso successivo; v. 6566 sotio: cfr. v. 131; v. 
6566-6567 aita: cfr. v. 1780; vv. 6572-6579 La... Venta: ottava in cui ogni endecasillabo è costituito da una 
domanda (novenario) e dalla relativa risposta che itera il bisillabo della parola precedente; v. 6574 panna: 
offuscamento; v. 6575 bella: chiara, non più offuscata; v. 6575 rebella: nemica, contraria; v. 6576 Schivo el 
tardar ch'ella me invita: evito di attardarmi dato che la Discretione mi chiama; v. 6576 Vita: evita; v. 6579 
Venta: vinta; v. 5678 aitar: cfr. v. 1784; v. 6579 inventa: inventata. 



1 82 GALEOTTO DAL CARRETTO 

L'Innocentia, discostandosi da Giustitia, va in centra a la Discretione 
che, con cenni, l'invitava andar da lei mentre che parlava con Giustitia, e 
dicegli. * 

Inn. Phileno a te mi manda 

e 'n gratia te dimanda che tu '1 scioglia 

d'affanni e che gli voglia esser propitia, 6582 

inseme con Giustitia, in la sua causa, 

però che assai se pausa in ambe voi. 

Quelle altre due de noi son gran nemiche, 6585 

però, se sete amiche a quel che v'ama, 

fate Giustitia a lui che ve la chiama. 
Dis. Inferma già son stata, 6588 

hor d'esser ben sanata gaudio ho grande; 

a queste tue dimande vederai 

se noi propitie avrai, come tu speri, 6591 

però non fa mesteri che tu tema 

che Spetialtate adema la Ragione, 

né manco Ambitione, che qui in Rota 6594 

la verità fia conosciuta e nota. 
Inn. Con voi sempre m'harete 

fin che terminarete questo caso, 6597 

ch'è a pie di voi rimaso, e, se motivo 

avete che sia privo de chiarezza 

nel quale abbiate umbrezza, se mei date, 6600 

farò la veritate a voi palese, 

ben che mi doglia e pese che piij tosto 

Amor non fu di questo bon proposto. 6603 

Dis. Alcun dubbio non trovo 

né vecchio, né anchor novo nel processo, 

qual studio e veggio spesso, che già offenda 6606 

Phileno e che '1 reprenda, e insieme crai 

noi quattro vederai per disputare 

el caso e ventillare bene il tutto; 6609 

faremo qualche frutto a lui propitio 

per far che tomi al suo già tolto uffitio. 
Inn. In te sta mia speranza, 6612 

anchor ho gran fidanza in la Giustitia 

che mi sarà propitia al suo potere 

e che farà '1 dovere, come sòie. 6615 

Non dichian più parole, in casa intriamo 

e fuora piiì non stiamo qui al sereno 

che tutt'è d'humor pieno, acciò che i lumi 6618 



* andar] venir ABC; v. 6587 che ve la chiama] poi che la chiama ABC; v. 6590 a queste tue dimande] a quel 
che tu dimande ABC; v. 6594 qui] qua ABC; v. 6607 e] o ABC; v. 6607 e insieme] insieme ABC; v. 6613 
anchor] et ancho ABC; v. 66 1 7 qui] qua ABC. 

vv. 6580-6627 Phileno... Phileno: sei strofe costituite da otto versi, di cui il primo un settenario e gli altri tutti 
endecasillabi con rimalmezzo, chiuse da un distico a rima baciata; v. 6582 propitia: propiziatrice; v. 6584 
pausa: confida; v. 6585 gran nemiche: Petr., CCXCVII, 1 «gran nemiche»; v. 6592 non fa mesteri: cfr. v. 5437; 
V. 6593 adema: lat. porti via, tolga; v. 6594 Rota: cfr. v. 44; v. 6595 fia: sarà, cfr. v. 279; v. 6597 terminarete: 
cfr. v. 3972; v. 6598 a pie: cfr. v. 373; v. 6600 umbrezza: poca chiarezza; v. 6606 veggio: considero; v. 6607 
crai: lat. domani; v. 6609 ventillare: cfr. v. 6235; v. 66\0 frutto: effetto; v. 6611 uffitio: cfr. v. 209; v. 6613 
anchor: cfr. v. 649; v. 6616 dichian: diciamo, cfr. v. 79; v. 6617 sereno: all'aperto, al chiaro; v. 6618 humor: 
nebbia, appannamento, cfr. v. 6574; v. 6618 lumi: cfr. v. 5077. 



TEMPIO d'amore 183 

non se infermasser come han per costumi. 
Dis. Tu me consegli el meglio 

e questo tuo conseglio vo' servare. 6621 

Cerchiamo in casa entrare e Gelosia, 

che tua nemica ria mai sempre è stata, 

crai fia per avocata del rivale, 6624 

ch'è causa del tuo male, e però a forza 

con tua virtute amorza el suo veneno 

e ben defenda el caso de Phileno. 6627 

Phileno, essendo con la Patientia, dice questo capitulo. * 

Phi. Patientia afflitto cor, prende conforto, 

non star più in questi tuoi penser sommerso 

pensa ch'io vivo et anchor non son morto. 6630 

Se '1 ben ch'avevo per mia sorte ho perso, 

noi persi già per mio mortai peccato, 

ma sol che così volse el cielo averso; 6633 

e, se a gran torto questa ingiuria pato, 

non son de cor sì perso che non speri 

che tosto el tolto ben me fia tornato, 6636 

che, se là su sono exauditi i veri 

preghi d'un giusto e tribulato core, 

sarò remesso ai gradi mei primeri. 6639 

Benché se dica che Giustitia more, 

morir non può, ma star un tempo oppressa 

insin che '1 ver si scopra in suo favore. 6642 

Se, dunque, per me quella non è admessa 

acciò che '1 dritto del mio honor defenda, 

convien patir fin che me fia concessa. 6645 

Chi vidde maraveglia mai stupenda 

se non a quest'età, qual per esempi 

l'uno de l'altro par ch'oggi comprenda? 6648 

E questo avien dagli volubil tempi 

e da le stelle inique e crudel fati 

che fanno effetti esecutivi et empi. 665 1 

O mille volte e mille anchor beati 

coUor che morti son già fa tant'anni, 

né a questa ferrea età si son trovati; 6654 

e quei che vivon nei presenti affanni 

son saggi e forti se patientia e modo 

hanno a tai tempi in tolerar suoi danni. 6657 

Però, se io soffro, taccio, veggio et odo, 

prendo el men mal, però che più guadagno 

quanto men parlo e men m'affligo e rodo 6660 

e tanto men del caso mio mi lagno 

V. 6625 ch'è causa] che causa è ABC; * essendo con la Patientia dice] essendo rimaso con Patientia dice solo 
ABC; V. 6630 et anchor] che ancho ABC; v. 6643 quella non] quella hor non ABC; v. 6658 sojfro] pato ABC. 

V. 6619 infermasser. ammalino; v. 6623 mai sempre: cfr. v. 1735; v. 6624 crai. cfr. v. 6607; v. 6626 amorza: 
cfr. V. 2392; v. 6628 Patientia: porta pazienza; inizia un capitolo ternario che si conclude al v. 6688; v. 6644 
dritto: giusto; v. 6645 patir: cfr. v. 438; v. 6646 stupenda: che suscita stupore; v. 6647 s,c...per esempi: in que- 
sta età in cui l'uno sembra capire l'altro solo sulla base degli esempi; v. 6650 stelle inique: Petr., T.A., 3, 146 
«stella iniqua»; v. 6650 stelle... fati: Petr., CLXXXVII, 12 «stella... fato» e Petr., CCXCVIII, 1 2 «stella... fato»; 
V. 665 1 esecutivi: immediati; v. 6654 ferrea età: cfr. v. 5744; v. 6656 modo: misura; v. 6657 lai: cfr. v. 1444; v. 
6657 suoi: cfr. v. 34. 



184 GALEOTTO DAL CARRETTO 

quanto che miser, non essendo solo, 

a molti incliti viri m'accompagno. 6663 

Fra tanti mali al manco me consolo 

che non gli è alcuno ch'imputar me possa 

che mai facesse mancamento e dolo 6666 

e, se Fortuna con furor s'è mossa 

a perseguirmi con oltraggio ingiusto 

e dammi per ben far tanta percossa, 6669 

non son p)erò sì per miseria frusto 

ch'anchor non possa un giorno esser contento, 

che mai non vidi derelitto el giusto. 6672 

Se per mal dir d'altrui pato tormento, 

vedrollo in gioia e gloria commutarsi, 

che la virtù nel mal fa pili augumento. 6675 

Se i cel mi sono de sua gratia scarsi, 

lasciar dispongo far suo corso a loro 

fin che gli veggia in mio favor cangiarsi, 6678 

eh 'a un miser è prudenza e honor decoro 

passar sua sorte con patientia, quando 

no trova al suo infortunio alcun ristoro. 6681 

Però, se vò qual peregrino errando, 

prendo '1 mio mal in pace con speranza, 

che la Giustitia non fia sempre in bando. 6684 

Signor, poi ch'in te solo ho gran fidanza, 

prende '1 mio caso, prego, in protettione 

con far che per me el dritto abbia possanza, 6687 

perché hoggi vai pili forza che ragione. 

Phileno, avendo Patientia seco, va per un prato lasciando in disparte Speran- 
za e le compagne e Patientia dice. * 

Pat. Vive giocondo o placido Phileno, 

giramo a tondo questo prato ameno 6690 

che tutt'è pieno d'arbori formosi, 

floridi e umbrosi. 
Phi. Creppin colloro ch'oltraggiato m'hanno 6693 

che, per ristoro de l'avuto danno, 

lascio l'affanno e vivere vo' lieto, 

forte e quieto. 6696 

Pat. Quest'è '1 tuo meglio e buona parte elleggi 

e, se '1 conseglio e mie parole appreggi, 

fa che dispreggi questo esilio ingiusto, 6699 

poi che sei giusto. 
Phi. Se conoscesse aver offeso Amore 



V. 6669 dammi] darmi ABC; v. 6672 el] un ABC; v. 6674 gioia] gaudio ABC; v. 6682 se vò] s'io vo ABC; * 
Phileno] Finito el capitulo Phileno ABC; * seco] sempre a lato ABC; * e le] con le ABC. 

V. 6663 incliti: cfr. v. 135; v. 6670 frusto: consunto, logoro; v. 6673 Se... tormento: cfr. v. 141; v. 6615 fa più 
augumento: aumenta; v. 6676 scarsi: poco generosi; v. 6679 decoro: cfr. v. 1594; v. 66W passar: sopportare; v. 
6682 vò... errando: cfr. v. 63; vv. 6682-6684 errando-bando: stessa rima dei vv. 63-65 e 7095-7097; v. 6687 
dritto: cfr. v. 6644; vv. 6689-6724 Vive... loco: ode saffica dallo schema metrico (5a)B(5a)B(5b)C5c; per l'altra 
saffica cfr vv. 5336-5375; v. 6690 giramo a tondo: Dante, Inf, VI, 112 «aggirammo a tondo»; v. 6690 prato 
ameno: cfr. v. 3371; v. 669 \ formosi: cfr. v. 1377; v. 6692 floridi: cfr. v. 1487; v. 669A per ristoro: per riavermi; 
V. 6696 quieto: tranquillo, libero d'affanni; v. 6697 parte: decisione; v. 6697 elleggi: cfr. v. 6282; v. 6700 giu- 
sto: innocente. 



TEMPIO d'amore 185 

e 'n me vedesse macula et errore, 6702 

n'avrei dolore ma, fidel essendo, 

doglia non prendo. 
Pat. Se la Giustitia rimarrà guarita, 6705 

sarà propitia a l'esule tua vita 

e difinita tosto avrà la lite 

co l'altre unite. 6708 

Phi. Chi è quel che passa là per la campagna 

con vista bassa e nullo l'accompagna? 

Che carta magna è quella ch'in man porta, 6711 

tutta retorta? 
Pat. Quest'è un notaio, o forse un nigromante, 

o arbolaio che vói coglier piante, 6714 

o chiromante che, philosophando, 

va quinci errando. 
Phi. Patientia, andiamo a lui con passi pronti 6717 

e l'invitiamo con serene fronti 

che ne raconti, prima che se parta, 

quel ch'ha in la carta. 6720 

Pat. Andiamo, prego, con gli passi presti 

che non ti nego quello che dicesti; 

digli che resti e che ne aspetti un poco 6723 

in questo loco. 

Phileno con la Patientia, accostato al Chiromante, gli dice. 

Phi. O tu che vai per questi campi errando 

col libro in mano e pien d'alti penseri, 6726 

dimmi chi sei e quel che vai cercando. 
Chir, Io sono un Chiromante che l'altrheri 

partì da studio e cerco dar ventura 6729 

a quei che a me se accostan volunteri. 
Se ti veggio la mano, tua natura 

per me ti fia palese e se aver dèi 6732 

ì'ottato intento in la vita futura. 
Phi. Altro hoggi che te sol io non vorrei 

aver trovato e prego che ti degni 6735 

dir se fian tristi o lieti i giorni mei. 
Chir. Poi che venir da me tu non ti sdegni, 

eccomi, e voglio pria la man mirarte 6738 

per dechiarar le linee e tutti i segni. 
El poi ice, per dir la prima parte, 

V. 6723 e] o ABC; v. 6728 che] guai ABC; v. 673 1 natura] ventura ABC; v. 6732 per me tifia palese] ti voglio 
far palese ABC. 

V. 6702 macula: cfr. v. 17; v. 6707 difìnita: risolta; v. 6708 co l'altre unite: insieme alle altre chiamate a diri- 
mere il caso di Phileno; v. 6710 nullo: cfr. v. 1218; v. 671 1 magna: cfr. v. 3268; v. 6712 retorta: avvolta; v. 
6713 notaio: scrivano; v. 6713 nigromante: persona che esercita la divinazione evocando gli spiriti dei morti; 
V. (il \ A arbolaio: erborista, ossia colui che va raccogliendo per la campagna delle erbe per scopo medicinale o 
per fini di studio; v. 6715 chiromante: colui che indovina il carattere, i sentimenti e il destino di una persona 
partendo dall'analisi della mano; v. 6718 serene fronti: cfr. v. 421; Petr.. XXLXXXIV. Il «fronte serena», 
Petr., CCCLXXVII. 14 «fronte serena» e Petr.. 7".F., 2, 27 «fronte serena»; v. 6719 ne: cfr. v. 702; v. 6721 pre- 
sti: cfr. V. 308; v. 6723 ne: cfr. v. 702; v. 6725 O tu che vai: attacco analogo in Dante, Purg.. 11. 16 «O tu che 
vai... »; inizia qui un capitolo ternario che si conclude al v. 7169; v. 6726 alti: cfr. v. 147; v. 6729 dar ventura: 
predire l'avvenire; v. 6731 natura: indole; v. 6733 ì'ottato intento: cfr. v. 3016; v. 6139 per dechiarar.. segni: 
inizia la lettura della mano. 



1 86 GALEOTTO DAL CARRETTO 

monte è di Vener, l'indice è di Giove, 6741 

Saturno ha '1 medio e lo triangul Marte; 
questi altri monti poi al medio, dove 

la linea Mensal sotto vi pare 6744 

e dove '1 dorso de la man se move, 
el primo che dir voglio è l'annulare, 

dov'è 'el monte del Sol, Mercurio poi 6747 

possedè el monte de l'Auriculare; 
el monte de la Luna, se tu vói 

conoscer dove giace, è ne la Mensa 6750 

che col triangul fa i termini suoi. 
La palma, che mi mostri aperta estensa, 

ha molte linee e l'ultima de quelle 6753 

che fra la mano e '1 braccio se dispensa. 
Restretta da ciascun mi par se appelle; 

quest'altra, che dal police descende 6756 

a la Restretta con profonda pelle, 
è linea del Cuor; questa, che ascende 

dal monte Auricular ben colorita 6759 

a l'indice, Mensal esser se intende; 
questa, che dal principio de la Vita 

descende alla Mensal, Naturai Media 6762 

se chiama e 'n la man media è stabilita; 
questa, che nel triangul poi se immedia, 

è il Dorso e scende verso la Restretta 6765 

e la Naturai Media anchor assedia; 
la Tabula over Basso è da noi detta 

et è quella del stomaco e ficàto, 6768 

come de' chiromanti vói la setta. 
In queste linee el spatio serrato 

Triangulo se chiama et anchor questa, 677 1 

che da la Mensal linea in questo lato 
da l'indice descende, è de la Testa; 

quella, che tra la Media e Mensal mane, 6774 

la Mensa de la mano è manifesta; 
quel spatio, che doppo par che si spiane 



v. 6755 tutte le stampe riportano la forma Restretta che, però, non si è rinvenuta nei testi consultati. 

V. 6741 monte: sono detti monti i rilievi della mano e sono sette: il monte di Venere è alla base del pollice, 
quello di Giove dell'indice, quello di Saturno del medio, quello di Marte è all'apice del triangolo costituito 
dalla linea della vita e dalla linea epatica (talora assente), quello del Sole (Apollo) è alla base dell'anulare, 
quello di Mercurio del mignolo; v. 6742 triangul: è il Gran Triangolo, formato dalla linea della Vita, della 
Testa e dalla linea epatica o da quella del Sole; v. 6742 Marte: il monte di Marte è immediatamente sotto il 
monte di Mercurio, cfr. v. 6747; v. 6744 linea Mensal: o linea del Cuore è la prima che attraversa il palmo della 
mano sotto i monti; v. 61 AA pare: appare; v. 6750 Mensa: rilievo centrale della mano, è dalla parte opposta del 
monte di Venere e sotto quello di Marte; v. 6751 termini: confini; il monte della Luna è quel triangolo sotto il 
monte di Marte; v. 6752 estensa: distesa; v. 6754 se dispensa: si apre; v. 6755 Restretta: il nome corrisponde 
alla Rascetta che è la parte del polso che resta immediatamente unita alla mano e che porta segnata una o più 
linee, dette braccialetti; v. 6758 linea del Cuor: Galeotto identifica la linea del Cuor con quella della Vita, cfr. 
V. 6837; v. 6759 colorita: ben segnata; v. 6760 Mensal: è la Mensale o linea del Cuore, che va dal monte di 
Mercurio all'indice; v. 6761 de la Vita: della linea della Vita; v. 6762 Naturai Media: è la linea della Testa che 
è detta anche Naturale o Cerebrale. Nasce tra il pollice e l'indice e va a curvarsi verso il monte di Marte o della 
Luna; v. 6763 e 'n la man media è stabilita: e si trova in mezzo alla mano; v. 6766 assedia: circonda; v. 6767 
Tabula over Basso: è la linea epatica; v. 67 6S ficàto: fegato; v. 6771 Triangulo: è il Gran Triangolo, cfr. v. 
6742; v. 6774 Media: la Naturai Media, cfr. v. 6762; v. 6774 mane: rimane; v. 6775 Mensa: cfr. v. 6750; v. 6775 
è manifesta: è chiaramente; v. 6776 doppo: dietro. 



TEMPIO d'amore 187 

tra la Restretta e '1 basso del Triangulo 6777 

e la Mensal e dorso de la mane, 
è il monte, e la scision è qui ne l'angulo. 

Phileno risponde al Chiromante. * 

Phi. Spirto gentil, quanto obligato sono 6780 

a te che i segni de la man me ostendi 

con gran dottrina e con affetto bono! 
Però doppo che de chiarir intendi 6783 

per linee in la mia destra constitute 

i mei futuri casi, o lieti, o horrendi, 
fa che da me, per te, sian conosciute 6786 

le cause de mia gran calamitade, 

o ver le mie venture non aute. 
Chir. Poi ch'in te veggio tanta humanitade, 6789 

improbo e 'ngrato verso te sarei 

se non facesse la tua voluntade. 
Apre la mano e attende ai parlar mei: 6792 

questa linea sottil, ch'in la radice 

del dito esser del Sol saper tu dèi, 
sì come Heleno chiromante, dice 6795 

che sei de gentil opre imitatore, 

sapendo tutto quel che saper lice, 
e de arti sottilissimo inventore, 6798 

e i benefitii a' tuoi propinqui fatti 

tu perderai per troppo avergli amore; 
sei iracondo e osservator de' patti, 6801 

liber de lingua, schietto e amabil molto, 

quantunque ogni tuo amico mal ti tratti; 
a amici et a nemici fai buon volto, 6804 

tu sei fido e real, largo e benegno 

e ne le gentilezze sempre involto. 
Ma ben te aviso che qua mostri un segno 6807 

che amato sei da donne oltra misura 

e per lor pati questo esilio indegno. 
Ma far non dèi di questo caso cura 68 1 

che gli contrarii tuoi, che espulso t'hanno, 

da te fian vinti con sua gran iattura. 



V. 6779 è qui] c'è qua ABC;* al Chiromante] al Chiromante e dice ABC; v. 6787 le cause de mia gran] le offe- 
se e la crudel ABC; v. 6192 parlar] sermon ABC; v. 6S05 fido e real] fido curial ABC. 

vv. 6111-6119 Triangulo-angulo: rime sdrucciole; v. 6779 monte: è il monte della Luna; v. 6779 scision: è la 
divisione tra il dorso e il palmo della mano; v. 6780 Spirto gentil: cfr. v. 5467; v. 6781 ostendi: lat. mostri; v. 
61 S>3 doppo che: dato che; v. 61S4per: attraverso, Rohlfs, HI, 810; v. 61S4 constitute: cfr. v. 1199; v. 61S6 per: 
off. v. 6784; v. 6790 improbo: cfr. v. 578; v. 6792 attende: cfr. v. 4873; v. 6793 linea sottil: linea di Apollo o del 
Sole ed è relativa al successo nel campo dell'arte e della fortuna in generale; v. 6794 dito: anulare; v. 6796 imi- 
tatore: dato che dietro il personaggio di Phileno si cela in realtà l'autore stesso, questo passo si riferisce, pro- 
babilmente, alle costanti riprese e citazioni letterarie presenti nelle opere di Galeotto; v. 6798 inventore: idea- 
tore; qui si riferisce, probabilmente, alla sperimentazione metrica che caratterizza un po' tutte le opere di 
Galeotto; v. 6798 sottilissimo: ingegnoso; v. 6799 propinqui: lat. prossimi; v. 6802 liber de lingua: sincero; v. 
6805 real: sincero; v. 6805 largo: generoso, magnanimo; v. 6807 mostri un segno: è un segno della mano; v. 
6809 pati: cfr. v. 463; v. 6809 esilio indegno Petr., CXXX, 13 «exilio indegno»; v. 681 1 contrarii: nemici; v. 
68 1 2 sua: loro; v. 68 1 2 iattura: rovina, danno. 



GALEOTTO DAL CARRETTO 

che vincerai così tutto '1 suo inganno, 6813 

come le nube el sol superar sòie. 

Ma palesar convienti ogni tuo affanno, 
acciò tu intenda meglio mie parole: 6816 

questo tuo spatio pieno e colorito 

de la Restretta denotar ti vòle 
che sei de fidi amici mal fornito, 6819 

anchor che amabil sei, fido et humìle 

e di senno e virtù ben insignito. 
Però tu farai bene a mutar stile, 6822 

a non fidarti piCi troppo d'amici, 

poi che ti vedi l'amicitia hostile. 
Phi. Di questa che qua vedi a le pendici, 6825 

che colorita e ben continua ascende 

al police dal braccio, hor che ne dici? 
Chir. Se l'intelletto mio ben lo comprende, 6828 

questo vói dir che tosto avrai tuo intento, 

che da tal linea tua salute pende. 
Quest'altre, ch'han dal braccio nascimento 683 1 

et a l'indice vanno, han demostranza 

del tuo peregrinar ch'hai fatto in stento 
e, perché vanno con egual distanza 6834 

al digito annular e auriculare, 

de buona sorte dan testimonianza. 
La linea del Cor, che longa appare 6837 

e che s'estende insino a la Restretta, 

larga e profonda, vói significare 
che vita longa avrai, buona e perfetta, 6840 

tranquilitate et animo sincero 

e tanto più ch'è colorita e netta. 
La linea Mensal, per dirti el vero, 6843 

profonda e ben continua e larga l'hai 

che con longhezza ha dritto el suo sentero. 
Questo denota te disposto assai 6846 

e che sei giusto e ben perseverante 

in buon costumi e 'n opere che fai. 
Le linee ritte, che qua vedi avante 6849 

tendenti a la radice, ti fan mostra 

de la sublimità tua triomphante; 
di! pè di questo ramo, che si mostra 6852 

andar dal capo a la gran linea, i' dico, 

se vera e giusta è la sententia nostra, 
che fusti accolto con inganno inico 6855 



V. 6816 tu intenda] ch'intendi ABC; v. 6846 Questo] Questa ABC; v. 6848 e 'n opere] e in l'opere ABC; v. 
6849 avante] astante ABC; v. 6853 /' dico] dico ABC; v. 6854 sententia] scientia ABC. 

V. 6817 spatio: è lo spazio della mano; v. 6817 colorito: cfr. v. 6759; v. 6820 anchor che: cfr. v. 4894; v. 6825 
questa: intende una linea della mano, probabilmente quella della Vita; v. 6825 pendici: pendici del Monte, pro- 
babilmente quello di Venere; v. 6826 colorita: cfr. v. 6759; v. 6835 digito: lat. dito; v. 6837 linea del Cor: cfr. v. 
6758; V. 6842 colorita: cfr. v. 6759; v. 6842 netta: ben definita; v. 6843 linea Mensal: cfr. v. 6760. Tale linea è 
relativa ai sentimenti in genere; v. 6845 che con... sentero: che oltre che lunga è anche dritta; v. 6846 Questo: 
ciò; V. 6846 disposto assai: ben disposto; v. 6850 a la radice: alla base del monte del Sole; v. 6851 sublimità: 
grandezza; v. 6852 dilpè: ai piedi; v. 6853 gran linea: probabile riferimento alla linea Mensale, anche se non è 
da escludere che si riferisca alla linea del Cuore, in quanto entrambe vengono descritte come lunghe e ben 
segnate, cfr. vv. 6837-6839 e 6843-6845; v. 6855 inico: cfr. v. 56; la rima inico.amico è la stessa dei vv. 56-58. 



TEMPIO d'amore 189 

d'Adulatione perfida e bugiarda, 

mostrandosi ciascuno esserti amico. 
Quest'altra poi che, come veggio, guarda 6858 

al medio, qua de l'indice dal canto, 

denota che tua pace non fia tarda, 
ma ti convien qua adular alquanto 6861 

et anco d'un amico sol servirti 

il qual te copra del Favor col manto. 
Molte altre cose anchora potrei dirti 6864 

qual tutte lascio per non darti tedio, 

né far sospesi tanto gli tuoi spirti. 
Benché Fortuna ancor ti faccia assedio, 6867 

deh, non ti desperar ma sta quieto 

che tosto al tuo infortunio avrai remedio. 
Phi. Quanto mi trovi consolato e lieto 6870 

noi posso a te esplicar con mei sermoni, 

ma al viso ben comprendi el mio secreto. 
Io non ho meco sì condegni doni 6873 

che l'obligo potesse estinguer teco, 

per le buone novelle che me esponi, 
ma, se ti degni d'habitar qua meco, 6876 

prometto de donarti mezzo '1 mio 

e partir teco el mio selvaggio speco. 
Chir. Non voglio, i' te ringratio. Addio. 
Phi. Addio. 6879 

Partito el Chiromante, Phileno parla con la Patientia e dice. 

Phi. Patientia, che ti par del Chiromante 

che con dottrina sua m'ha dechiarate 

le linee de la mano tutte quante 6882 

e le cose presenti e le passate 

et anchor le future, a parte a parte, 

quanto distintamente m'ha esplicate? 6885 

Da un canto gli do fé, da l'altra parte 

l'animo mio già ben non se assicura, 

anchor che mostri intender ben quest'arte. 6888 

Pat. Phileno, non dèi far sì poca cura 

di quel ch'ha detto, perché par che conti 

el ver d'ogni occorrentia tua futura, 6891 

e tutto quel ch'ha detto, de quei monti 

de Giove, di Saturno o ver del Sole 

con tua futura vita par se affronti. 6894 

Però non dèi dubbiar de sue parole. 



V. 6856 d'Adulatione perfida e bugiarda] d'adulatore perfido e mendace ABC; v. 6857 esserli] esser tuo ABC; 
V. 6858 come veggio guarda] come vedi giace ABC; v. 6860 che tua pace nonfia tarda] el perso tuo soccorso 
e pace ABC; v. 6864 anchora] anchor io ABC. 

V. 6858 Quest'altra: è la linea del Destino, della Fortuna e di Satumo che si dirige verso il medio, passando a 
fianco dell'indice; v. 6859 canto: cfr. v. 2034; v. 6862 anco: cfr. v. 1376; v. 6865 tedio: iat. noia; v. 6866 sospe- 
si: incerti, dubbiosi; v. 6873 condegni: Iat. degni, adeguati; v. 6874 l'obligo: il riconoscimento per la lettura 
della mano; ,v. 6877 mezzo 7 mio: metà del mio, di ciò di cui dispongo; v. 6878 partir: Iat. dividere; v. 6878 
speco: dimora; v. 6884 a parte a parte: una parte per volta; v. 6886 canto: cfr. 2034; v. 6887 se assicura: si ras- 
sicura; V. 6888 anchor che: cfr. v. 4894; v. 6890 conti: racconti; v. 6891 occorrentia: avvenimento; v. 6894 
affronti: accordi, combaci. 



1 90 GALEOTTO DAL CARRETTO 

che ritornar vedrotti in pochi giorni 

al tolto uffitio, come el dover vòle. 6897 

Io, dunque, ti conforto che ritomi 

dov'è Speranza con le sue compagne, 

qual non è longe da questi contomi. 6900 

Phi. Speranza deve errar per ste campagne. 

Andiamola a trovar, poi che ti piace 

ch'anchor con lei sperando m'accompagne. 6903 

Ecco ch'a l'umbra in la fresca herba giace 

con le compagne sue ch'errando vanno: 

ella pensosa là riposa e tace. 6906 

Pat. Andian da lei, leviamola d'affanno 

che ti so dir che, per la rimembranza 

del tuo infortunio, i suoi penser mal stanno. 6909 

Phi. Andiamo avanti, homai. Che fai Speranza? 

Dormi tu, o pensi, o fai altri disegni 

per me, come pur fai a vecchia usanza? 6912 

Spe. Io sto in penseri perché so ti sdegni 

d'aver el mio comertio, e gran mal fai 

perché mi par che '1 buon camin non tegni, 6915 

che te assicur ch'in breve tempo avrai 

quel che dimandi et ogni cosa ottata, 

col tuo signor Cupido, ottenerai. 6918 

El cor presago mi è ch'una bora grata 

sopravenir qua, dove sei, ti vedo 

che non sarà dal tuo penser sperata. 692 1 

Phi. Non dir più, no, che quel che credi credo 

e mi dispongo teco star congiunto 

insin ch'io viva, e qua ne l'herba sedo 6924 

e teco aspetto un fortunato punto. 

Phileno, inseme con Speranza e con Patientia e l'altre compagne, dice el 
seguente capitulo, riccorrendosi a Dio giusto giudice. 

Phi. Svegliate, o Giove, dal profondo sormo 

e prende l'arme per gli giusti afflitti 6927 

che a tante insidie reparar non ponno. 
Scopre collor che, con mendaci ditti, 

dan falsi biasmi a quei che sono vivuti 6930 

sempre con fede e senz'alcun delitti. 
Non vedi tu che lor non son creduti 

de sue buone opre per alcun latranti 6933 

che lor stratiando van con morsi acuti? 
Deh, non te accorgi come i giusti e 'santi 

v. 6916 breve] poco ABC; i vv. 6926-6986 sono stati aggiunti in D. 

V. 6897 uffitio: cfr. v. 209; v. 6900 contorni: dintorni; v. 6901 ste: cfr. v. 939; v. 6902 piace: desideri; v. 6904 
fresca herba: Petr., CLXV, 1 «erba fresca», Petr., CCLXXXI, 12 «erba fresca» e Petr., T.A.. 4. 125 «erba fre- 
sca»; V. 6907 Andian: andiamo, cfr. v. 79; v. 6908 rimembranza: forma poetica per 'ricordo'; v. 6912 usanza: 
consuetudine; v. 69 \ 4 comertio: compagnia; v. 6915 buon camin: cfr. v. 1599, v. 1804 e v. 5689; v. 6917 otta- 
ta: cfr. V. 5; v. 6919 grata: cfr. v. 860; v. 6920 sopravenir: giungere; v. 6925 fortunato: favorevole; v. 6925 
punto: momento; v. 6926 Giove: è, in realtà, Dio, come espresso anche nella didascalia precedente. La menzio- 
ne di Giove per intendere Dio è molto frequente nella letteratura antica, cfr. Dante, Inf.. XXXI, 92, Dante, 
Purg., VI, 118. Dante. Par., XVIII, 1 18-126, Boccaccio, Filocolo, 1, 1, 28 e Boccaccio, Genealogia, 2, 2; v. 
6928 reparar: porre rimedio; v. 6928 ponno: cfr. v. 1526; v. 6929 mendaci: falsi. 



TEMPIO d'amore 191 

son posti al punto per le false accuse 6936 

che date ognhor gli son da mille canti? 
Quivi non vai ch'alcun di lor si escuse, 

che contra lor del corbo può sì el graccio 6939 

che non son crese le sue giuste iscuse; 
se non gli aiuti col tuo forte braccio, 

gli veggio a passo tal che gli fia forza 6942 

lasciar l'impresa per uscir d'impaccio. 
La verità, che de malitia è in forza, 

tant'è vessata da malegni venti 6945 

che quasi in tutto el lume suo se amorza; 
chi può trovar più emende tra le genti, 

quell'è colini che tutto '1 premio importa 6948 

de quei che per ben far hanno tormenti. 
Hor fra viventi Caritate è morta 

et Amor tanto fra gli amici regna 695 1 

quanto '1 ceco Favor gli fa la scorta 
e la Virtù, ch'Invidia ha per matregna, 

non può far opre sì degne di lode 6954 

che '1 Vitio oppressa sempre non la tegna. 
Chi fa più simular e fa più frode, 

chi fa più traversar con nova insidia 6957 

hoggi triompha e tutto '1 mondo gode 
e, contra '1 buono, tanto può l'invidia 

eh 'è perseguito con calumnia a torto 6960 

da quei che pieni sono de Perfidia. 
Alcun giusto talhor prende conforto 

con dir fra sé: «Chi me vorrà far male 6963 

che non offendo alcun, né odio gli porto?». 
Ma sua virtù te ha tanta forza e tale, 

che causa un odio con invidia misto 6966 

che '1 fa star basso e gli tien curte l'ale. 
Quest'è quella merce, quest'è l'acquisto 

eh 'hor si consegue per servir con fede 6969 

e star a discretion d'un livor tristo. 
Però, giusto Signor, se ognuno crede 

che tu sei quel che d'ogni angustia levi 6972 

qualunque tribulato esser si vede, 
leva dal cor i rei sospetti e grevi 

de chi, per susurrar de male lingue, 6975 

par che de' giusti con ragion se aggravi. 
Castiga el falso accusator bilingue, 

coi sotii suoi, che acceso un tal foco hanno 6978 

che, se hor noi spegni, mai più non s'estingue, 
che '1 rio mendatio, col fallace inganno, 

può tanto col furor d'iniquitate 698 1 

V. 6926 posti al punto: sono messi al bando; v. 6938 escuse: scusi; v. 6939 corbo: cfr. v. 2420; v. 6939 grac- 
cio: gracchio; v. 6940 crese: credute; v. 6941 se non gli aiuti: se non aiuti i giusti afllitti, cfr. v. 6927 e v. 
6935; V. 6942 fìa forza: cfr. v. 605; v. 6943 lasciar l'impresa: morire; v. 6945 vessata: cfr. v. 136; v. 6946 
lume... amorza: cfr. vv. 5658-5659; per amorza cfr. v. 2392; v. 6947 emende: cfr. v. 1 1 19; v. 6948 importa: 
guadagna; v. 6951 fa più traversar: ostacola; v. 6958 mondo gode: cfr. v. 966; v. 6960 perseguito: persegui- 
tato, si tratta di un participio passato accorciato, cfr. nota al v. 274; v. 6967 curte: abbassate; v. 6970 e star a 
discretion: e star alla mercé; v. 6970 tristo: cfr. v. 883; v. 6971 giusto Signor: l' identificazione Giove-Dio 
risulta qui più evidente, cfr. v. 6926; v. 6974 grevi: molesti; v. 6975 de chi: da Amore; v. 6976 aggrevi: si 
senta infastidito; v. 6977 bilingue: cfr. v. 456; v. 6978 sotii: cfr. v. 131; v. 6980 rio: malvagio; v. 6980 men- 
datio: menzogna, bugia. 



1 92 GALEOTTO DAL CARRETTO 

che '1 regno de Virtù va a saccomanno. 
Giudice giusto, in cui le tribulate 

anime bone han lor fidanza e speme, 6984 

disceme in caso tal sua integritate, 
eh 'un ben vai per doi beni in cose estreme. 

L'Innocentia, avendo auto sententia per Phileno, mena seco el Tempo già 
detenuto e gli dice. * 

Inn. Dii boni, quanto son le nove bone 6987 

ch'io porto per camino al mio Phileno 

ch'in sino a qui vivuto è con passione! 
Più non convien che sia d'angustie pieno, 6990 

né faccia van desegni, come sòie, 

poi che te salvo, o Tempo, da lui meno. 
Giustitia e Discretion fatte han parole 6993 

con l'Ambitione e con Spetialitate 

per salvar lui, sì come el dover vòle, 
e, col mio aiuto pien de ventate, 6996 

le sue parole piene de malitia 

con lor forti ragioni han confutate, 
tal che ne van scornate; e la Giustitia 6999 

ha dato al mio Phileno un grande aiuto 

et anchor Discretion gli fu propitia, 
sì che, quando '1 ciel giusto ha pur voluto, 7002 

del mio cliente è stata la vittoria 

e tu sei fuor che stavi detenuto. 
La Gelosia n'ha avuta puoca gloria, 7005 

qual volse sostener l'ingiusto caso 

del rivai nostro pien di vana boria, 
qual sì scontento e basso è poi rimaso, 7008 

per la sententia data, che '1 suo orgoglio 

declina qual fa el sol verso l'occaso. 
Tempo Compagna, saper dèi ch'assai mi doglio 701 1 

de lui che con sue trame me detenne 

chiuso in pregione e pien d'aspro cordoglio. 
Grandi travagli el corpo mio sostenne, 7014 

mentre ch'io stetti in carcere captivo, 

fin che Giustitia in nostro favor venne. 
Hor me ne tomo liber, sciolto e privo 7017 

d'affanni e del solicito timore 

ch'ebbi nel petto già tanto eccessivo. 
La lettra ho in petto che mi dede Amore, 7020 

* sententia] la sententia ABC; * mena seco el Tempo già detenuto e gli dice] mena el Tempo ch'era stato dete- 
nuto e andando con lui dice ABC; v. 6989 è] ha ABC; v. 6998 lor] sue ABC; v. 6999 scornate] scontente 
ABC; V. 7012 detenne] distenne ABC; v. 7015 ch'io] che ABC. 

v. 6982 saccomanno: saccheggio; v. 6985 discerne: riconosci; v. 6985 in caso tal: in tale caso; v. 6986 
eh' un ben... estreme: un bene vale il doppio in un momento di necessità, cfr. nota al v. 979; v. 6989 pas- 
sione: cfr. V. 865; v. 6999 scornate: beffate, svergognate; v. 7001 propitia: cfr. v. 6582; v. 7003 cliente: è 
il termine giuridico con cui si definisce colui che viene assistito da un procuratore in una causa, cfr. nota 
al V. 21; V. 7005 puoca: poca, forma iperdittongata; v. 7007 boria: cfr. v. 5090; v. 7008 basso: modesto; 
V. 7010 occaso: cfr. v. 3095; v. 7015 captivo: cfr. v. 3077; v. 7018 solicito: lat. incessante; v. 7020 lettra: 
la lettera contiene il permesso accordato a Phileno di ritornare al Tempio e alla donna amata, cfr. vv. 
7064-7065. 



TEMPIO d'amore 193 

del suo sigil notata e sottoscritta 

di sua man propria, per più nostro honore, 
la qual Phileno, per la lite vitta 7023 

contra' 1 rivale, libero revoca 

dal bando che gli fé' l'anima afflitta; 
et al colleggio de' suoi frati el voca 7026 

e, con sua diva, al constituto grado 

con pili gratia che prima lo colloca. 
Inn. Ecco che '1 veggio a l'umbra e da lui vado. 7029 

Tempo Et io vo' venir teco, acciò gli doni 

la lettera qual so prenderà in grado. 
Tu, donna, fa che pria tuo caso esponi. 7032 

L'Innocentia, essendo giunta dov'è Phileno con Speranza e l'altre com- 
pagne, dice. * 

Inn. Gode, Phileno, che novelle porto 

a te di sorte che, doppo sei fu ore, 

tal non avesti, né de più conforto. 7035 

Eccoti el Tempo che ti manda Amore, 

el Tempo da Discordia detenuto 

e, di tal presa, el tuo rivai fu autore. 7038 

Tuo caso in Rota è stato conosciuto 

da quattro donne, e questo bel colleggio 

Cupido a tua richiesta ha constituto. 7041 

Sempre Giustitia dèi aver in preggio 

et anchor Discretion, che queste due 

per te mostrare el suo valor egreggio, 7044 

poi che costor, con forti ragion sue, 

han vento Ambitione e Spetialtate 

che state sono gran nemiche tue. 7047 

L'amiche tue d'Amor ne sono andate 

e gli han referto che '1 tuo caso è giusto 

e che ti deggia porre in libertate. 7050 

Amor, sentendo el trattamento ingiusto 

che ti era fatto, ne fu malcontento 

e ne mostrò d'aver amaro el gusto 7053 

et a Discordia fé' commandamento 

che liberasse el Tempo de pregione, 

qual liber da lui venne in un momento. 7056 

Quel che gli disse fa col tuo sermone 

ch'egli tei dica, poi ch'è al tuo conspetto: 

vedrai che porta a te novelle bone. 7059 

Tempo Ben che Innocentia a te abastanza ha detto, 

non lasciar© che '1 fatto mio non dica 

con darti questa lettera ch'ho in petto. 7062 

Amor la manda e qui per me te esplica 

* giunta] giunta col Tempo ABC; v. 7057 tuo] suo ABC; v. 7063 te] se ABC. 

V. 7021 notata e sottoscritta: scritta e firmata; v. 7023 vitta: lat. vinta; si noti l'altra forma al v. 6579; vv. 7024-7026 
revòca.voca: stessa rima ai vv. 55-57; v. 7026 voca: lat. chiama; v. 7027 con sua diva: riferimento alla donna 
amata, cfr. anche v. 99, v. 108 e v. 7164; v. 7027 constituto: cfr. v. 6267; v. 7032 pria: per prima; v. 7033 Gode: 
gioisci; v. 7034 doppo seifiiore: da quando sei in bando; v. 7038 presa: cattura; v. 7039 Rota: cfr. v. 44; v. 7040 
quattro donne: sono Giustitia, Discretione, Spetialtate e Ambitione; v. 7041 constituto: cfr. v. 6267; v. 7046 vento: 
cfr. v. 6579 ; v. 7049 referto: riferito; v. 7062 lettera: cfr. nota al v. 7020; v. 7063 per. cfr. v. 6784. 



1 94 GALEOTTO DAL CARRETTO 

che, letta che l'avrai, da lui ritomi 

e che posseda la tua donna antica, 7065 

e che '1 tuo gran rivai, che molti giorni 

fuor t'ha tenuto con sua gran malitia, 

a te succomba con sua infamia e scorni; 7068 

e Gelosia ripiena di nequitia, 

che fu del tuo rivai calda avocata, 

vói che dia loco a la sacra Giustitia. 707 1 

Phi. O Innocentia, mia compagna grata, 

quanto obligato sono al tuo soccorso 

poi che sì bona nova m'hai portata! 7074 

E tu, mio Tempo, ch'ai fin sei del corso 

e giunto qua mercé del Signor mio 

da cui con gran fidutia ebbi ricorso, 7077 

qual s'è mostrato in me benigno e pio, 

in me che sono d'ogni menda mondo, 

in me che di servirlo ho gran desio, 7080 

dil che ne resto tacito e giocondo. 

Phileno, avendo auta questa bona nova, se volge a Speranza et a l'altre com- 
pagne e dice el seguente capitulo. * 

Phi. O di Virtute nume almo e decoro, 

nume ch'alberghi ne gl'intieri cori 7083 

ch'hanno el ben fare per suo sol thesoro, 
quanti bei germi e delicati fiori 

fanno i tuoi verdi e pululanti rami 7086 

che danno a' tuoi devoti ameni odori! 
Tu l'equitate e la pietà sempre ami, 

tu gli empi vitii come peste schivi, 7089 

tu fra ' discordi la concordia trami. 
Ver'è ch'Invidia, ch'oggi può fra vivi, 

ti tien con Gelosia talhor sommerso 7092 

e del dovuto honor par che te privi; 
ma se costei, col suo veneno averso, 

talhor te offende e ti fa andar errando 7095 

con poco honor, qual peregrin disperso, 
non puoi peregrinar gran tempo in bando 

che '1 Tempo, ch'ogni cosa al fin descopre, 7098 

con modo tuo valor va lucidando, 
e fa che le sepulte tue giuste opre 



* in ABC la didascalia è diversa: Phileno, poi che ha parlato con l' Innocentia e col Tempo, se volge a la Virtù 
et a l'altre compagne e finalmente a la Speranza e dicegli questo capitulo per camino, ritornando al Tempio 
dove sta Amore; v. 7083 intieri] integri ABC. 

v. 7065 posseda: ti unisca; v. 7065 antica: amata prima dell'esilio; v. 7069 nequitia: cfr. v. 1560; v. 7070 avo- 
cata: avvocatessa; c'era stata, infatti, una vera e propria causa, cfr. anche nota al v. 44; v. 7072 grata: cfr. v. 
860; v. 7075 corso: viaggio; vv. 7078-7079-7080 in me: ripetizione presente ben tre volte, di cui due anafori- 
che per enfatizzare l'innocenza di Phileno; v. 7079 menda: cfr. v. 1683; v. 7079 mondo: cfr. v. 1436; si noti, 
inoltre, la forte allitterazione; v. 7081 tacito: in silenzio; v. 7082 almo e decoro: fecondo e illustre; vv. 7082- 
7083 nume: cfr. v. 612; v. 7083 intieri: sinceri, puri, leali; v. 7085 germi: germogli; v. 10S6 pululanti: pieni di 
germogli; v. 7086 verdi... rami: Dante, Purg., 29, 35 «verdi rami» e Dante, Purg., 33, 1 10 «verdi... rami», Petr., 
V, 13 «verdi rami» e Petr, CXCV, 3 «verdi... rami»; v. 7089 empi vitii: Petr., CXXXVII, 2 «vitij empij»; v. 
7091 Ver'è: cfr. v. 259; vv. 7095-7097 errando-bando: stessa rima dei vv. 63-65 e vv. 6682-6684; v. 7099 con 
modo: in maniera evidente; v. 7099 lucidando: rende chiaro. 



TEMPIO d'amore 195 

vengono a luce, qual fra nube el sole 7101 

quando lor densa cecità Io copre; 
qual giglio tua bontà germinar sòie 

e fiorir come fa de palma el tronco, 7104 

tal che '1 suo fior per tutto fragra et ole. 
Tu sei sì come el combattuto gionco 

da' flutti o tumide onde: e' non se frange, 7107 

ben che se faccia per gran colpi adonco. 
Se alcun tuo servo per sua sorte piange, 

fa come quel eh 'è molestato a torto 7110 

dal rio che col mal far lo vessa et ange. 
Ma prender deve nel ben far conforto 

e con la tramontana de patienza 7113 

far buon reparo fin che giunge in porto, 
che l'aspra et infallibil sentenza, 

che fulmina giù d'alto el gran Tonante 7116 

contra l'humana reproba semenza, 
suol sì quassar ogni anima peccante 

e, quando vói, far sì severi effetti 7119 

che guai a quello che gli vene avante. 
El ben sempre convien che bene aspetti, 

el mal aspetta mal e, tosto o tardo, 7122 

è castigato ognun de' suoi deffetti. 
Però, Virtìj, si seguo el tuo stendardo, 

tornando con vittoria al sacro Tempio, 7125 

non credo già seguir un dio bugiardo, 
perché '1 mio voto col tuo aiuto adempio 

e, con gran gloria, vincitor rimango 7128 

di quel scelesto mio rivai tanto empio. 
E tu, mia Fé, se brutta sei di fango 

per la Perfidia che t'ha mal trattata 7131 

già per mia sorte, come sei, non piango, 
che se ben hai la tunica macchiata 

la veste dir si suol che non fa '1 monico 7134 

e da Innocentia tosto fia lavata. 
E tu. Travaglio mio, col qual comonico 

spesso i miei duri e fervidi penseri 7137 

vanne con Dio, né star piìi melinconico. 
E tu, Humiltà, che meco sei qual eri, 

e tu, Innocentia, e tu, mia Integritate, 7140 

nemiche averse a' miei mortai guerreri, 
e tu, mia Servitute, e tu, Pietate, 

e tu, Amicitia, e tu, fida Memoria, 7143 

e tu, Patienza, e tu, Importunitate, 
venite meco con triompho e gloria 

a ringratiar Giustitia e Discretione 7 1 46 



V. 7 107 o tumide] e tumide ABC; v. 7 1 33 se ben hai] ben ch'habbia ABC; v. 7 1 37 duri] ciechi ABC. 

v. 7102 cecità: oscurità, v. 7 Ì05 fragra et ole: profuma; si tratta di un'endiadi; v. 7106 combattuto: agitato, tra- 
vagliato; V. 7107 tumide: gonfie; v. 7 \01 frange: lat. spezza; v. 7108 adonco: piegato; v. 71 1 1 rio: cfr. v. 6980; 
V. 71 1 1 vessa et ange: travaglia e affiigge; v. 7113 tramontana: vento principale settentrionale; v. 71 15 aspra: 
cfr. v. 136; occorre fare dialefe per ottenere l'endecasillabo; v. 71 16 W gran Tonante: Giove, cfr. v. 6926; v. 
7117 reproba: cfr. v. 1519; v. 71 17 semenza: stirpe; v. 7118 quassar: scuotere; v. 7130 brutta... fango: cfr. v. 
705; V. 7134 la veste... monico: nota frase proverbiale, cfr. nota al v. 979; v. 7136 comonico: confido; v. 7137 
duri: cfr. v. 19; v. 7 \37 frrvidi: sinceri; v. 7141 guerreri: cfr. v. 578. 



1 96 GALEOTTO DAL CARRETTO 

che centra el mio rivai mi der vittoria. 
E tu, Speranza, che fusti cagione 

de farmi restar vivo, i' te ringratio 7 1 49 

de tutti i tuoi conforti et opre bone, 
né di star vosco mai vedrommi satio 

mediante tutte queste mie compagne, 7 1 52 

insin ch'avrò qua giti di viver spatio. 
Però qualunque mal patendo piagne 

sempre ti segua insin ch'ha in corpo vita, 7155 

né mai per caso alcun se discompagne, 
perché sei quella ch'ognhor porge aita 

ai giusti cor scontenti et affannati 7 1 58 

che da Felicità fecer partita; 
che molti se son visti tribulati 

dal suo fero destino e crudel sorte 7161 

ch'ai fine a tranquil vita son tornati, 
qual hor son io che tomo a la gran corte 

del pharetrato Amor e de mia diva, 7 1 64 

qual ne la fede fu constante e forte. 
Però, Speranza, prego non sii schiva 

e voi, sorelle, che mi state a canto, 7167 

con le girlande de virente oliva, 
de cantar meco per camino un canto. 

Costoro inseme cantano, per camino, questa canzonetta. 

Sempre ognuno de ' sperare 7 1 70 

fin ch'ha l'alma al corpo unita 

che Fortuna, mentr'è in vita, 

in un punto el può salvare. 7 1 73 

Sempre ognuno de' sperare! 
Non è alcun vivente in terra 

de miseria in tant'assedio 7176 

che non possa uscir de guerra, 

di travaglio, affanno e tedio; 

ogni mal ha '1 suo remedio, 7179 

se non sol la ceca morte, 

quel mi par prudente e forte 

che '1 suo mal sa tolerare. 7182 

Sempre ognuno de' sperare! 
Sempre el tempo non sta a un modo, 

hoggi piove et her fé ' sole, 7185 

né Fortuna fermo el chiodo 

di sua rota tener suole; 

chi non ha quello che vole 7188 



V. 7 1 5 1 vosco] reco ABC; v. 1171 ch'ha l'alma al] che l'alma ha' l ABC; v. 7 1 85 her fé'] crai fa ABC. 

V. 7147 mi der vittoria: Giustitia e Discrezione, nella causa contro Phileno, lo fecero assolvere; vv. 7148-7149 
E tu Speranza... vivo: Phileno, infatti, voleva uccidersi, cfr. vv. 6393-6549; v. 7154 qualunque: cfr. v. 5578; v. 
7156 discompagne: distacchi; v. 7157 aita: cfr. v. 1780; v. 7159 partita: partenza; v. 7161 fero destino: cfr. v. 
4920; v. 1 \M pharetrato Amor: immagine topica di Amore; v. 7164 diva: riferimento alla donna amata, cfr. 
anche v. 99, v. 108 e v. 7027; v. 7166 schiva: ritrosa; v. 7168 virente: cfr. v. 1899; vv. 7170-7213 Sempre... sal- 
vare: ballata di ottonari dallo schema metrico xyxy ababbccd; v. 7173 punto: cfr. v. 6925; v. 7184 non sta a un 
modo: non è uguale; v. 7 1 85 her: lat. ieri; v. 7 1 S6 fermo el chiodo: Petr., XLV, 9 «chiovi fisso». 



TEMPIO d'amore 197 

ciò che VÓI Fortuna voglia, 

che chi vive sempre in doglia 

non può al mal remediare. 7191 

Sempre ognuno de' sperare! 
Saggio è quel che con misura 
nel penar f a v ita lieta, 7 1 94 

perché sempre in ciel non dura 
un nocivo e mal pianeta; 

fin ch'in gioco è la moneta 7197 

non se può chiamar perduta 
ch'un bon punto poi l'aiuta 
e fa il perso guadagnare. 7200 

Sempre ognuno de' sperare! 
Viva, dunque, patiente 
ciascun mesto in la sua sorte 7203 

perché tant'è l'huom dolente 
quanto '1 mal fa suo piiì forte; 

ogni cosa se non morte 7206 

de' cercar un sventurato, 
ch'un non è tanto cascato 
che non possa anchor levare. 7209 

Sempre ognuno de' sperare 

fin ch'ha l'alma al corpo unita 

che Fortuna, mentr'è in vita, 7212 

in un punto el può salvare. 

Essendo giunto appresso el Tempio Phileno con Speranza e Virtute e l'altre 
compagne, la Virtù dice a Phileno. 

Virtù Scorgo la torre de la tua salute, 

qual fu sì oppressa da l'infetto morbo, 7215 

ch'eri già al fin di tua vital virtute. 
Hor suco amaro più per te non sorbo, 

qual mi causava un importuno graccio 721 8 

d'un empio, infausto, crocitante corbo. 
Hor sei pur sciolto dal nodoso laccio 

ch'ai col ti puose un'anima malegna, 7221 

col violento e valido suo braccio. 
Di lieta libertade hor l'alta insegna 

portando teco con triompho e festa, 7224 

loda la stella che ti fu benegna, 
benegna a trhar di servitù te infesta 

i spirti tuoi già tormentati tanto, 7227 

ch'anchor ne l'ossa el gran tremor ti resta. 
Tornato è '1 riso in te, sparito è '1 pianto 

che mille notti gli occhi tuoi fé' molli, 7230 

per l'aspra passion ch'avesti a canto. 

V. l\9Apenar\ stentar kY^C; v. 7208 ch'un] c/j^ ABC; v. 721 1 ch'ha l'alma al] che l'alma hai ABC; v. 7213 si 
concludono le edizioni ABC. 

V 7194 vita lieta- cfr v. 106; v. 7199 punto: cfr. v. 6925; v. 7214 Scorgo... salute: la terminologia richiama 
quella delle litanie; inizia un capitolo temano che si conclude al v. 7275; v. 7214 torre, è la torre del Tempio; 
V. 72 1 4 salute: cfr. v. 1 1 97; v. 72 1 7 sorbo: ingoio; v. 72 1 8 graccio: cfr. v. 6939; v. 72 1 9 croaiante: gracchian- 
te; V. 72 1 9 corbo: cfr. v. 2420; v. 722 1 un'anima malegna: il rivale di Phileno; v. 7230 molli: bagnati; v. 72J 1 
aspra: cfr. v. 136; v. 723 1 passion: cfr. v. 865. 



198 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Al fin convien che tu meco te estolli 

e che stia in piede la mia verde pianta, 7233 

anchor che vitio la conquassi e crolli. 
E rinnocentia, immaculata e santa, 

ha la radice sì fondata e salda 7236 

che per soffiar de' venti non si schianta. 
Hor piover giìi da la celeste falda 

veggio su te la rugiadosa gratia 7239 

ch'un cor, giacciate, a novo amor riscalda. 
Però mia lingua el summo ver ringratia 

che liberato t'ha da false accuse 7242 

da chi incolpato fusti per desgratia; 
e quelle porte de pietà, che chiuse 

fur contra te per sindicato ingiusto, 7245 

ti sono aperte e fan per te lor scuse, 
che la divina Providentia al giusto 

lascia patir qualche travaglio e affanno, 7248 

acciò che assaggi el ben con meglior gusto. 
Se, dunque, tomi a l'honorato scanno 

è che Giustitia, qual fu un tempo oppressa, 7251 

hor te ristora ogni tuo scorno e danno, 
ch'ai fin la Ventate è scorta e admessa. 

Giunto Phileno al Tempio inseme con Speranza e Virtù e l'altre compagne. 
Speranza dice a Phileno. 

Spe. Eccoti el Tempio del tuo eccelso dio, 7254 

dal qual gran tempo rimanesti escluso 

per causa del guerrer tuo averso e rio: 
hor entra in quello e, come già fusti uso, 7257 

piglia el perdono al sacrosanto altare, 

che l'adito a l'intrar non t'è piiì chiuso; 
de l'empie tue nemiche inique e amare, 7260 

che già custodi fur di questo Tempio, 

nulla da loro al tuo conspetto appare. 
Quivi si scorge con verace esempio 7263 

che dove el giusto con virtù se mostra 

al parangon non sta l'iniquo et empio 
e, per mostrarti l'amicitia nostra, 7266 

noi sian disposte accompagnarti in sino 

dove sta Amor in la regal sua chiostra. 
Hor, co' genocchi tiessi e capo chino, 7269 

porge tuoi preghi a l'alma Citharea, 

qual sempre guidaratti a buon camino. 
Phi. Così dispongo far che questa dea 7272 

è quella che può farmi e mal e bene 

e che può darmi vita e morte rea. 
Spe. Servela, dunque, e pone in lei tua spene. 7275 



V. 7232 estolli: elevi al di sopra degli altri; v. 7234 anchor che: cfr. v. 4894; v. 7234 conquassi: scuota; v. 7237 
per soffiar de' venti: Dante, Purg. 5, 14 «che non crolla già mai la cima per soffiar de' venti»; v. 7238 celeste 
falda: cielo; v. 7241 summo ver: Giustitia; v. 7243 da chi: cfr. v. 1559; v. 7243 desgratia: sorte avversa; v. 7245 
sindicato: ragione; v. 7248 patir: cfr. v. 438; v. 7250 scanno: cfr. v. 1 198; v. 7253 scorta e admessa: scoperta e 
riconosciuta; v. 7256 guerrer: cfr. v. 578; v. 7258 altare: cfr. nota al v. 3465; v. 7262 da: de, cfr. Rohlfs, III, 
636, nota 1; v. 7268 chiostra: chiostro; v. 7270 Citharea: Venere viene identificata con la Madonna; v. 7271 
buon camino: cfr. v. 1804, v. 5689 e v. 6915. 



TEMPIO d'amore 199 

Phileno, ingenocchiato avanti l'altare di Venere, fa questa oratione al simu- 
lacro de la Dea e dice. 

Phi. Matre benigna, che ne l'alto trono 

sedi col tuo figliol che ti sta a canto, 

dove ogni servo e tuo fidel devoto 7278 

nel contemplarti tal dolcezza prende 

che d'ogni affanno auto riman voto, 

perché tu sei la stella 728 1 

de noi iattati in questo mar de pianto, 

con fede et humiltà venuto sono 

al tuo conspetto venerando e santo 7284 

et a la vela del tuo largo manto 

dov'el mio porto de salute pende, 

acciò che da te bella 7287 

consegua el mio desir e gratia impetri 

di quel che son per dir con humil metri. 
Tu de mia vita instrutta sei del corso 7290 

e de' travagli acerbi ch'io sostenni 

e quanto da Fortuna combattuto 

fui, per cagion d'un mio guerrer protervo, 7293 

e di Speranza privo e senz'aiuto 

da tutti derelitto, 

tal che ad un passo tanto estremo venni, 7296 

che morte desiai per mio soccorso; 

quando'l ciel volse, dal tuo figlio ottenni 

che, come prima con turbati cenni 7299 

m'abandonava qual negletto servo 

et esule interditto 

tanto el pregai, che revocommi el bando, 7302 

dove gran tempo sono andato errando. 
Supplico, dunque, la tua altezza immensa 

ch'esser ti degni mia buona avocata 7305 

appresso el tuo figliol, mio gran Signore, 

e che mi guardi da dolosa insidia 

e dal susurro d'ogni detrattore, 7308 

e pigli per me l'arme 

centra ogni bocca di veneno armata 

che fia per farmi col suo morso offensa, 73 1 1 

ch'ogni speranza e fede ho in te locata, 

e, col tuo mezzo, l'anima esaltata 

non farà stima de noiosa invidia 73 1 4 

e più vedrò esaltarmc, 

quanto più sproni mi faranno a' fianchi 

di quei che a farmi mal mai non son stanchi. 7317 

Non posso esser de l'un non sia de l'altro 

che se son del figliol sono anchor tuo 

vv. 7276-7334 Matre... risposta: definita da Galeotto orazione è in realtà una canzone composta da quattro 
strofe dallo schema metrico ABCDCeBABBDeFF più un congedo yZZ; v. 7276 Matre benigna: questa canzo- 
ne riprende da vicino i canoni dell'innologia mariana in particolare del Salve o Regina: Dante. Par., 16, 60 
«madre benigna» e Petr., CXXVII, 85 «madre benigna»; v. 7282 iattati: lat. tormentati; v. 7282 war de pianto: 
espressione tipica dell'innologia mariana; v. 7285 et a la vela... manto: sotto la tua protezione; v. 7286 salute: 
cfr. v. 1 197; v. 7290 instrutta: lat. istruita; v. 7293 guerrer: cfr. v. 578; v. 7300 negletto: cfr. v. 607; v. 7304- 
7305 Supplico... avocata: altra locuzione tipica dell'innologia cristiana; v. 7305 avocata: cfr. v. 7070; v. 7312 
locata: riposta; v. 7313 esaltata: innalzata, sublimata; v. 7316 sproni... fianchi: mi provocheranno; Petr., Ili, 
1 16 «sproni al fianco». 



200 GALEOTTO DAL CARRETTO 

per l'unione ch'io conosco in voi; 7320 

e, se a te prima mie preghere volgo, 
penso ad un tratto satisfar a doi, 

che matre sua tu sei, 7323 

né far ingiuria a lui, né a l'honor suo. 
Ma, per usar in voi questo atto scaltro, 
con dolci accenti che da' labri fluo, 7326 

rendoti gratie di quel ben che fruo 
e del tuo frutto singular ch'io colgo; 

poi, fatii i preghi miei, 7329 

andarò al loco dov'è tuo figliolo, 
qual de' suoi servi m'ha remesso al stuolo. 
Se de pigliarmi, o matre, 7332 

in tua protettion tu sei disposta, 
donami, prego, salutar risposta. 

El Simulacro di Venere risponde a Phileno. 

Ven, I preghi tuoi con tal pietate ho uditi 7335 

eh 'ancor che d'aiutarti avessi voglia 

a questo far con più fervor me inviti. 
Intesi i casi tuoi e n'ebbi doglia, 7338 

ma mester era se aspettasse i celi 

d'oscura nube che mutasser spoglia; 
hor fatto hanno suo corso, e i scuri veli 7341 

per te son fatti chiari e gaudio n'haggio, 

quantunque in tutto quel non te reveli. 
Vatene, dunque, e toma a far l'homaggio 7344 

al mio figliolo a cui, servando fede, 

non dubitar ch'alcun ti faccia oltraggio, 
anzi averai da lui tanta mercede 7347 

che fortunato ben potrai chiamarti 

sopra ogni servo di sua gratia herede; 
e perché t'amo e meglio demostrarti 7350 

quanto el tuo amore nel mio cor collòchi, 

queste mie leggi e regule vo' darti: 
serve et honora molti e crede a pochi, 7353 

vive neutrale et ode, vede e tace 

e fa che mai fé data non revochi; 
ama concordia e cerca ognhor la pace, 7356 

che la discordia iniqua è quella sola 

che a ognun che regge sudditi despiace; 
fugge alterezza, perch'è la figliola 7359 

de la superbia, che può tant'al mondo, 

e che a' compagni l'amicitia invola; 
el primo grado né anchor el secondo 7362 

non cercar mai, che quest'ambitione 

è quella che suoi servi manda al fondo; 



V. 7322 ad un tratto: allo stesso tempo; v. 7325 per... scaltro: Phileno, con astuzia, si rivolge a Maria, più 
benevola; v. 7326 fluo: emetto; v. 7327 rendoti gratie: altra locuzione tipica dell'innologia cristiana; v. 7327 
fruo: godo; v. 7328 singular: lat. eccellente; v. 7334 salutar: di salvezza; v. 7335 / preghi: inizia un capitolo 
ternario che si conclude al v. 7404; v. 7336 ancor che: cfr. v. 4894; v. 7339 mester era: cfr. v. 5437; v. 7340 
spoglia: aspetto; v. 7344 homaggio: tributo; v. 7354 vive neutrale: vivi senza schierarti con nessuno; v. 7361 
invola: cfr. v. 110; v. 7362 grado: cfr. v. 6245. 



TEMPIO d'amore 201 

invidia non aver a le persone 7365 

ch'han più favor e meglior grado in corte, 

ch'altro non se ha da lei che passione; 
sta lieto di quel ch'hai e di tua sorte, 7368 

che chi VÓI pili di quel non gli convene, 

col troppo suo voler cerca la morte; 
longa ira non sia in te che, chi la tene, 7371 

fa l'huomo traboccar in tal furore 

che qual insano non disceme el bene; 
segue virtute e non el van favore, 7374 

che quell'è sola qual conduce al segno 

l'huomo che cerca riportare honore; 
serve humilmente e non aver a sdegno 7377 

el vii servitio, che tal volta accade 

eh 'un humil atto non ti fa men degno, 
anzi se dice che l'humilitade 7380 

è quella che salir fa el servo in alto 

e che depende da nobilitade; 
non temer de' latranti el fero assalto, 7383 

pur che de vita ti conosca integro, 

col cor fondato di bontà nel smalto; 
gratifica ciascun con viso alegro 7386 

e cerca farti ogni persona amica 

non con servitio negligente e pegro; 
in ogni caso non schivar fatica, 7389 

abbi patientia negli tempi aversi, 

ch'a l'impatiente è la ragion nemica; 
non conversar con huomini perversi, 7392 

non esprobrar el merto a gente ingrata, 

ben che tu veda i fatti ufficii persi, 
che contentar ti dèi de l'opra grata 7395 

qual hai mostrata a l'improba persona 

ch'ai suo despetto restati obligata; 
se l'avaritia el cor talhor ti sprona, 7398 

fuggela sempre perché l'or suggetto 

tien, sì l'avar che mai non fa opra bona. 
Quest'è '1 conseglio, quest'è '1 bel precetto 7401 

che t'ho donato sol per tua dottrina, 

acciò tu viva d'ogni vitio netto, 
né cada sopra te mortai mina. 7404 

Phileno, tutto consolato del conseglio auto da Venere, la ringratia e dice. 

Phi. Se ferrea voce avesse e lingue cento, 
renderti degne gratic i' non potrei 

del buon conseglio e santo documento 7407 

ch'oggi m'hai dato nei bisogni mei, 
dil che a te tanto me tenuto sento 

che satisfar non posso, ne saprei, 7410 

a la tanto benegna tua clementia. 
Vale, che me ne vò con tua licentia. 

V. 7361 passione: cfr. v. 5171; v. 7373 discerne: cfr. v. 6985; v. 7375 segno: scopo, fine; v. 7385 col cor... smallo: 
con il cuore pieno di bontà; Pctr. LXX, 23 «cuor di smalto»; v. 7388 pegro: pigro; v. 7393 esprobrar: rinfacciare; 
V. 7394 ufficii: cfr. v. 209; v. 7395 grata: cfr. v. 209; v. 7396 improba: cfr. v. 578; v. 7399 suggello: assoggettato; 
vv. 7405-7412 Se... liceniia: ottava dallo schema metrico ABABABCC; v. 1^5 ferrea: resistente; v. 7407 docu- 
menio: insegnamento; v. 7409 lenuto: obbligato; v. 7412 Vale: forma latina di commiato per 'ti saluto'. 



202 GALEOTTO DAL CARRETTO 

Phileno, partendo dal Tempio et andando con le compagne a l'albergo 
d'Amore, gli dice. 

Phi. Andian, compagne, andiamo 7413 

del bel Cupido al desiato loco, 
qual tanto veder bramo 

che per gran voglia mi risolvo in foco. 741 6 

Ivi dal santo ramo 
felicitadc coglierò con gioco, 

gioco che tanto sarà pien di gioia 7419 

che per mia vita non avrò più noia. 

Speranza, per camino, risponde. 

Spe. Io son la tua Speranza 

che accompagnarti voglio esser la prima 7422 

a l'amorosa stanza 

dove di te sarà fatta gran stima; 

e tant' avrai possanza, 7425 

che con gran gloria ti vedremo in cima 

per tua virtute, ch'è sì degna e tale, 

ch'insino al ciel s'estenderà co l'ale. 7428 

Fede Fede son io che teco, 

ovunque tu andarai, venir dispono 

e accompagnarti al speco 743 1 

dove te aspetta Amor con voler bono; 

cerca de star ben seco 

e va con lieto cor che certa sono 7434 

che, con benegno aspetto e seren volto, 

da lui sarai ben visto e ben raccolto. 
Virtù Et io sono Virtute 7437 

qual, se fui sempre tua fedel compagna 

in le miserie haute 

mentre che fusti in bando a la campagna, 7440 

non denno esser perdute 

le mie fatiche quando se guadagna, 

che, se son stata teco in casi aversi, 7443 

tu restaurar mi dèi miei giorni persi. 
Int. Integrità son io 

che co l'altre compagne, che qui vedi, 7446 

abbiamo gran desio 

d'accompagnarti reverente a' pedi 

de l'amoroso Dio, 7449 

qual sta coi servi di sua gratia heredi. 

Ma veggio la Giustitia e Discretione 

uscir de casa del tuo gran patrone. 7452 

Tempo Costor vengono fuore 

per rincontrarti e per menarti al tetto 

dove sta '1 dio d'Amore 7455 

pigliando el bel riposo con diletto. 

v. 14Ì3 Andian: andiamo, cfr. v. 79; vv. 7 4\3-7 460 Andian... avocate: canzonetta costituita da sei strofe di otto 
settenari alternati ad endecasillabi dallo schema metrico 7allB7al IBVailBl \C\\C.Lo schema metrico rical- 
ca quello dell'ottava, cfr. anche vv. 5376-5423 e vv. 5424-5455; v. 7416 risolvo: tramuto; v. 7425 possanza: 
cfr. v. 456; v. 7430 dispono: dispongo; v. 7431 speco: cfr. v. 6878; v. 7435 benegno aspetto: Dante, Purg., 7, 
104 «benigno aspetto»; v. 7436 raccolto: accolto; v. 7441 denno: devono, cfr. Rohlfs, II, 585; v. 7444 restau- 
rar: restituire; vv. 7454-7456 tetto-diletto: stessa rima dei vv. 4354-4356. 



TEMPIO d'amore 203 

Vale, mio car Signore, 

che teco ho fatto el mio dovuto effetto: 7458 

hor va da queste due che ti son state 

patrone ellette et ottime avocate. 

Partesi el Tempo e Phileno, con le sue compagne, va in contra a la Giusti- 
tia et a Discretione e, salutandole, dice. 

Phi. Salve, Giustitia, e tu, Discretione, 7461 

ch'andate voi facendo in queste parti? 
Giù. Noi sian venute per comissione 

del nostro alto Signor a racontrarti 7464 

e per mostrarti quant'affettione 

abbiamo de vederti et abbracciarti 

e menarti da lui che t'ama e stima 7467 

e ritornarti al grado ov'eri prima. 

Phileno, abbracciando queste due, dice. 

Phi. Immortai gratie rendo al Signor mio 

de tanta sua clementia che mi mostra, 7470 

qual s'è degnato da l'esilio rio 

de revocarmi con sententia vostra. 

Ringratio anchora voi de l'atto pio 7473 

d'humanitade che m'avete mostra 

e liberato da le false accuse 

de inique lingue che a mal dir sono use. 7476 

Giù. Noi fatto abbian quel che ragion voleva, 

perché sei giusto e puro d'ogni vitio 

e ne rincrebbe molto, e anchor ne aggreva, 7479 

che tardo t'abbian fatto un tal servitio 

che ben sapemo che non conveneva 

del caso tuo far sì sever giuditio; 7482 

pur per satiare alcuni animi tristi 

gli atti e ' processi tuoi da noi fur visti. 
Dis. Se ti son stata, come fui, propitia 7485 

io feci el mio dover come sei degno, 

ch'in te non vidi mai frode o malitia 

né di sccleratezza un picol segno. 7488 

Hor intra del tuo Dio ne la letitia 

e sprezza el mondo perfido e malegno 

con far discorso ch'in la vita humana 7491 

altro non gli è che vanitate vana. 

Phileno, errando nel pretorio del pallazzo d'Amore inseme con Giustitia e 
Discretione e l'altre sue compagne, dice. 

Phi. Mille discorsi col penser faccio io 

v. 7457 Vale: cfr. v. 7412; v. 7458 effetto: cfr. v. 432; v. 7460 patrone ellette: difensori scelti; Giustitia e 
Discretione, infatti, erano state scelte per difendere la causa di Phileno, cfr. v. 6282; v. 7460 avocate: cfr. v. 
7070; vv. 7461-7492 Salve... vana: quattro ottave dallo schema ABABABCC; v. 7463 de comissione: per inca- 
rico; V. 7464 racontrarti: cfr. v. 5364 e nota; v. 7468 grado: cfr. v. 6245; v. 7472 sententia: c'era stata, infatti, 
una vera e propria causa, cfr. anche nota al v. 44; v. 7477 abbian: abbiamo, cfr. v. 79; v. 7479 ne: cfr. v. 702; v. 
7479 aggreva: pesa; v. 7480 abbian: abbiamo, cfr. v. 79; v. 7483 tristi: malvagi; v. 7490 sprezza: disprezza; v. 
7492 did. pretorio: è il luogo dove il pretore giudica le cause; vv. 7493-7532 Mille... regno: capitolo ternario 
che riprende ogni quattro terzetti il verso chiave che lutto è nulla che star ben con Dio. 



204 GALEOTTO DAL CARRETTO 

ma quando ho ben pensato me risolvo 7494 

che tutt'è nulla che star ben con Dio; 
che quando i beni de fortuna volvo 

come son tutti transitorii e frali, 7497 

quai per poco ebbi e cari assai gli solvo, 
e ripensando a quanti vani mali, 

a quanti casi et infortunii aversi 7500 

sono suggetti i miseri mortali, 
e quanti sono ch'in piacer diversi 

ebboro al mondo tutto'l lor desio 7503 

hor van mendichi e derelitti e spersi, 
giudico el mondo, col giuditio mio, 

esser fallace e dico fra me stesso 7506 

che tutt'è nulla che star ben con Dio. 
Altri cercano honori e gli è concesso, 

altri ricchezze et hanno i voti loro, 7509 

altro è in favore che già fu depresso, 
altro ha la gloria per suo car thesoro, 

altro ha delitie che son fumo et ombra 75 1 2 

qual, ben che dolci, han pur in sé martoro; 
altro in penseri, per amor, se ingombra 

l'anima e '1 cor e ponesi in oblìo 7515 

e la ragione dal suo petto sgombra 
et io, pensando al stato suo sì rio, 

meco me rido e ripensando penso 75 1 8 

che tutt'è nulla che star ben con Dio; 
che queste varietati, in cui sospenso 

vive doglioso e lieto el seme humano, 7521 

fanno ogni cor più de seguirlo accenso 
e, pien di speme e desiderio insano, 

perde el suo tempo in questa varia sorte 7524 

nel mondo colmo de miserie e vano; 
poi sopragiunge al fin l'incauta morte 

qual giù gli manda de Acheronte al rio, 7527 

che a trappassar è tanto borrendo e forte. 
Però a cercar la via del ciel me invio, 

poi che conosco con palese segno 7530 

che tutt'è nulla che star ben con Dio 
et acquistar el suo beato regno. 

Phileno, accompagnato da tutte queste donne, va a la porta del cubiculo 
d'Amore e l'Accoglienza, aprendola, gli dice el seguente capitulo. 

Acc. Orsù, buon servo, vene nel bel thalamo 7533 

dove te aspetta el pio signor Cupidine, 
il qual t'ha scritto al libro suo col calamo; 
de' tuoi guerreri non aver formidine 7536 



V. 7496 volvo: lat. penso; v. 7498 solvo: reputo; v. 7501 suggetti: cfr. v. 7399; v. 7501 miseri mortali: Petr., 
CCXVI, 2 «miseri mortali»; Petr., T.T., 65 «miseri mortali» e Petr., T.E., 54 «miseri mortali»; v. 7503 ebboro: 
forma settentrionale per 'ebbero'; v. 7504 spersi: cfr. v. 4989; v. 7512 delitie: cfr. v. 2831; v. 7514 ingombra: 
occupa; v. 7526 incauta: cfr. v. 959; v. 7527 de Acheronte al rio: al fiume infernale d'Acheronte; vv. 7527- 
7528 rio che a trappassar: Dante. Inf., 3, 124 «e pronti sono a trapassar lo rio»; v. 7528 trappassar: attraversa- 
re; v. 752^ forte: arduo; v. 7532 beato regno: Dante, Par., 1, 23 «beato regno»; v. 7532 did. cubiculo: cfr. v. 
476; vv. 7533-7566 Orsù... preteriti: capitolo ternario con rime sdrucciole; v. 7533 thalamo: cfr. v. 2814; v. 
7536 guerreri: cfr. v. 578; v. 7536 formidine: cfr. v. 7543. 



TEMPIO d'amore 205 

che la già esaminata tua innocentia 

gli ha spenta del mal farti ogni cupidine. 
El duol, ch'abbiamo auto de tua absentia, 7539 

s'è commutato tutto in gran letitia 

per la desiderata tua presentia: 
Speranza, Discretion, Virtù e Giustitia, 7542 

co l'altre tue compagne, nel cubiculo 

saranno admesse da me, tua propitia. 
Qui sarà el fine d'ogni tuo pericuìo 7545 

e d'ogni affanno e tuo travaglio el termine 

di queste donne tue col adminiculo; 
di tua virtute fiorirà el bel germine 7548 

e Integrità, con palma de vittoria, 

conculcarà d'Invidia el mortai vermine. 
La Servitù, la Fede e la Memoria 7551 

e l 'Innocentia col tuo dritto vivere 

riportaranno honor con giusta gloria; 
Giustitia quella fia che farà scrivere 7554 

al santo suo registro tue giuste opere, 

là dove el tempo mal non può prescrivere. 
Più non conviene ch'alcun d'error te impropere, 7557 

né più sarà chi, con coperta insidia, 

a sindicarti col signor se adopere, 
ch'hor s'è scoperta la dolosa invidia 7560 

di quei che t'hanno fatta tanta ingiuria 

con suoi tristi atti pieni de perfidia; 
ma rimarran scornati da la curia 7563 

e dal Signor il qual, per lor demeriti, 

vói castigarli non correndo in furia. 
Hor entra e dal cor cassa i mal preteriti. 7566 

Phileno, con queste donne, intra nel cubiculo d'Amore, da cui è ben visto, e 
benegnamente raccolto e riposto al loco suo primero con più gratia che 
prima dove goderà el rimanente degli anni suoi in tranquilla pace Finis. 

L'AUTORE 

Phileno, intrando, va dal bel Cupido 
da cui, con lieta fronte, vien raccolto 

et è remesso nel suo antiquo nido 7569 

a lui per causa del guerrer suo tolto; 
e, per buon servo favorito e fido, 

sopra degli altri è con più gratia estolto 7572 

e, restaurato degli auti danni, 
con lui godendo viverà molt'anni. 



V. 7543 cubiculo: cfr. v. 476; v. 7544 propitia: 6582; v. 7547 adminiculo: lat. sostegno, aiuto; v. 7550 concul- 
carà: schiaccerà; v. 7548 germine: cfr. v. 6328; v. 7549 palma de vittoria: simbolo di vittoria; v. 7550 vermine: 
verme; v. 7552 dritto: cfr. v. 6644; v. 7557 impropere: accusi; v. 7558 coperta: cfr. v. 879; v. 7559 sindicarti: 
sindacarti; v. 7560 dolosa: volontaria; altro termine giuridico, cfr. nota al v. 44; v. 7563 scornati: cfr. v. 6999; v. 
7563 curia: cfr. v. 690; v. 7565 non correndo infuria: non agendo senza riflettere; v. 7566 cassa: cfr. v. 1375; 
V. 7566 preteriti: lat. passati; vv. 7567-7574 Phileno... anni: chiude l'opera un'ottava dallo schema metrico 
ABABABCC; v. 7568 lieta fronte: anche al v. 2193; v. 7568 raccolto: cfr. v. 7436; v. 1510 guerrer: cfr. v. 578; 
v. 7572 estolto: cfr. v. 7232; v. 7573 restaurato: ricompensato. 



ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE * 



Allacci, Drammatugia = L. Allacci, Drammaturgia di Lione Allacci accresciuta e continuata fino 
all'anno MDCCLV, Venezia, Pasquali, 1755. 

Apuleio, Met. = Apuleio, Le Metamorfosi o l'asino d'oro, introduzione di R. Merkelbach, premessa 
al testo di S. Rizzo, traduzione di C. Annaratone, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1987 
(dall'edizione di D.S. Robertson, Apulée, Les Métamorphoses, Paris, Société d'édition «les 
Belles Lettres», 1972). 

Bartoli, / manoscritti = A. Bartoli, / manoscritti italiani della Biblioteca Nazionale di Firenze, 
Firenze, Camesecchi, 1879-1885. 

Boccaccio, Amorosa Visione = G. Boccaccio, Amorosa Visione a cura di V. Branca in Tutte le opere 
di Giovanni Boccaccio, II, Milano, Modadori, 1979. 

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Boccaccio, Fiammetta = G. Boccaccio, Fiammetta, in La letteratura italiana. Storia e testi a cura di 
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Bianchi, C. Salinari, N. Sapegno, Milano- Napoli, Ricciardi, 1952. 

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Boccaccio, II, Milano, Mondadori, 1979. 

Boccaccio, Genealogia = m. Giovanni Boccaccio, Genealogia de gli dei e de' gentili, tradotta per 
m. Gioseppe Betussi, In Venetia, appresso Giacomo Sansovino, MDLXIX. 

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Comune di Milano, 1965-1966, voli. 2. 

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Tissoni Benvenuti - M.P. Mussini Sacchi, Torino, Utet, 1983. 

Cicerone, Lelio = Cicerone, Lelio: dell'amicizia, testo latino, traduzione e note di D. Arfelli, Bolo- 
gna, Zanichelli, 1958. 



208 ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE 

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trocento. Le corti padane, a cura di A. Tissoni Benvenuti-M.P. Mussini Sacchi, Torino, 
Utet, 1983. 

Dal Carretto, Timon greco = G. Dal Carretto, Timon greco, in Teatro del Quattrocento. Le corti 
padane a cura di A. Tissoni Benvenuti-M.P. Mussini Sacchi, Torino, Utet, 1983. 

Dante, Inf., Purg., Par., = D. Alighieri, La commedia secondo l'antica vulgata a cura di G. Petroc- 
chi, Milano, Mondadori, 1966-67, voli. 4. 

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Fulgenzio, Mytologiarum = Fulgenzio, Opera, recensuit Rudolfus Helm. Addenda adiecit Jean 
Préaux. Stutgardiae in aedibus B.G. Teubneri, 1970. 

Ganda, Niccolò Gorgonzola = A. Ganda, Niccolò Gorgonzola editore e libraio in Milano (1496- 
1536), Firenze, Olschki, 1988. 

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Gyraldi, Syntagma = L.G. Gyraldi, De musis syntagma, in Opera omnia, Basileae, per Thomam 
Guarinum, 1580, 1, pp. 531-543. 

Graesse, Tresor = J.G. Graesse, Tresor de Livres Rares et Precieux, Dresde, Rudolf Kuntze, Librai- 
re Editeur, 1859-1867, voli. 7. 

lUPI = Incipitario Unificato della Poesia Italiana a cura di M. Santagata, Modena, Panini, 1988- 
1990, voli. 3. 

Kristeller, Iter Italicum = P.O. Kristeller, Iter Italicum, Leiden-Brill, London, The Warburg Instim- 
te, 1967, voli. 3. 

Lucrezio, De rerum natura = Lucrezio, De rerum natura, in Opere a cura di A. Fellin, Torino, 
Utet, 1963. 



ABBREVIAZIONI BIBLlCX}RAnCHE 209 

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Mazzatinti, Inventario = G. Mazzatinti, Inventario dei manoscritti delle Biblioteche d'Italia, Forlì, 
Bordandini, 1898. 

Mazzatinti, Inventario dei manoscritti = G. Mazzatinti, Inventario dei manoscritti italiani delle 
biblioteche di Francia, Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, 1886-1888, voli. 3. 

Mengaldo, Nota sulla grafia = P.V. Mengaldo, Nota sulla grafia nelle Opere Volgari del Boiardo, 
Bari, Laterza, 1962, pp. 456-477. 

Migliorini, Nota sulla grafia = B. Migliorini, Nota sulla grafia italiana del Rinascimento in Saggi 
Linguistici, Firenze, Le Monnier, 1957, pp. 197-225. 

Odaxius, Tabula = L. Odaxius, Cebetis Thebani tabula e graeco in latinum conversa, Bologna, 
Benedetto Faelli e Leonardo Bruno, 1497. 

Ovidio, Ars amatoria = P.O. Nasone, Ars amatoria in Opere a cura di A. Della Casa, I, Torino, 
Utet, 1982. 

Ovidio, Heroides = P.O. Nasone, Heroides in Opere a cura di A, Della Casa, I, Torino, Utet, 1982. 

Ovidio, Met. = P.O. Nasone, Metamorfosi a cura di P. Bernardini Marzolla, Torino, Einaudi, 1994. 

Panzer, Annales = G. W. Panzer, Annales Typographici ab artis inventae origine ad annum 
MDXXXVI, Norimbergae, impensis Joannis Eber.zeh Michaelis, Joseph Schmid, 1793-1803. 

Petr. = F. Petrarca, Canzoniere, Testo critico e introduzione di G. Contini, Annotazioni di D. Pon- 
chiroli, Torino, Einaudi, 1964. 

Petr., T.A, T.E, T.F., T.M., T.P, T.T = F. Petrarca, I Trionfi, in Le rime sparse e i trionfi a cura di E. 
Chiorboli, Bari, Laterza, 1974. 

Poliziano, Orfeo = A. Poliziano, Orfeo in L'Orfeo del Poliziano a cura di A. Tissoni Benvenuti con 
il testo critico dell'originale e delle successive forme teatrali, Padova, Antenore, 1986. 

Rohlfs = G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei dialetti, Torino, Einaudi, 1966- 
1969, voli. 3. 

Rosiello, Grafematica = L. Rosiello, Graf ematica, fonematica e critica testuale in «Strumenti criti- 
ci», I (1966), pp. 63-78. 

Rossi, Serafino = A. Rossi, Serafino Aquilano e la poesia cortigiana, Brescia, Morcelliana, 1 980. 

Sandal, Editori = E. Sandal, Editori e tipografi a Milano nel Cinquecento, Baden-Baden, Koemer, 
1977, voli. 2. 



210 ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE 

Short-Tuie = Short-Title catalogue of books printed in Italy and of italian books printed in other 
countries from 1465 to 1600 now in the British Museum, London, Trustees of the British 
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Spinelli, Poesie inedite = A.G. Spinelli, Poesie inedite di Galeotto del Carretto, Savona, Bertolotto, 
1888. 

Stazio, Tebaide = Stazio, Tebaide in Opere di P.P. Stazio a cura di A. Traglia e G. Aricò, Torino, 
Utet, 1980. 

Stussi, Nuovo avviamento = A. Stussi, Nuovo avviamento agli studi di filologia italiana, Bologna, Il 
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Tacito, Historiae = Tacito, Historiae in Opere a cura di A. Arici, Torino, Utet, 1982. 

TE = N. Tommaseo-B. Bellini, Dizionario della lingua italiana, Roma-Torino-Napoli, Un. Tip. 
Editrice, 1981, voli. 8. 

Trolli, El sonnolento mal = D. Trolli, El sonnolento mal de Subetia, in «Lingua nostra», voi. LVIl 
Fase. 1, Marzo 1996, pp. 7-11. 

Trolli, Studi = D. Trolli, Studi su antichi trattati di veterinaria, Parma, Università degli Studi, 1990. 

V.M., Factorum = Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri a cura di R. Faran- 
da, Milano, TEA, 1996 (dal volume Detti e fatti memorabili di Valerio Massimo appartenente 
alla Collezione dei classici latini della UTET diretta da Italo Lana). 

Virg., En. = Virgilio, Eneide, in Opere di Publio Virgilio Marone a cura di C. Carena, Torino, Utet, 
1976. 

Virg., Georg. = Virgilio, Georgiche, in Opere di Publio Virgilio Marone a cura di C. Carena, Torino, 
Utet, 1976. 

Visconti, Pasitea = G. Visconti, Pasitea, in Teatro del Quattrocento. Le corti padane a cura di A. 
Tissoni Benvenuti-M. P. Mussini Sacchi, Torino, Utet, 1983. 

Zippel, Artisti = G. Zippel, Artisti alla corte degli Estensi nel Quattrocento, in «L'arte», V (1902), 
pp. 405-407. 



Si sono indicati tutti i cataloghi, i repertori e i vocabolari consultati nonché i testi utilizzati per il commento. 



NOTA AL TESTO 

TESTIMONIANZE 
STAMPE 



A = 

CARRETTO (dal) Galeotto, Tempio d'Amore, Milano, Officina Minuziana, a 

spese di Giovanni Giaconno e fratelli da Legnano, 1 settembre 1518. 

Titolo: TEMPIO DE AMORE DEL MOL/TO MAGNIFICO ET CELE/BERRIMO 

POETA SI/GNOR GALEOTTO/MARCHESE DAL/CARRETTO./ 

Bianco il verso. A e. 2 recto; Ioanne Antonio Legnano libraio solerte et culrioso a 

li studiosi et càdidi lectori felicitate. DJ Essendomi... A e. 3 recto: ArgumentolPhi- 

leno per ... In fine: Mediolani ex officina Minutiana Kalen. Selptembris. M.D. 

xviii. Impensis Ioannis la/cobi &fratrum de Legnano./ Bianco il verso. 

In 8° (mm. 130x90), ce. 124 nn., 2 senza segn., le altre segn. A-O^, P'^; car. cors. 

Si utilizza l'esemplare della Biblioteca Comunale di Mantova con segnatura 

XLVIII'. 



B = 

CARRETTO (dal) Galeotto, Tempio d'Amore, Milano, Officina Minuziana, a 
spese di Nicolò Gorgonzola, 15 ottobre 1519. 

Titolo: TEMPIO DE AMORE DEL MOL/TO MAGNIFICO ET CELE/BERRIMO 
POETA SI/GNOR GALEOTTO/MARCHESE DAL/CARRETTO/. Bianco il verso. A 
e. 2 recto: Ioanne Antonio Legnano librario solerte et cu/rioso a li studiosi e càdi- 
di lectori felicitate. D. /Essendomi ... 

A e. 3 recto: Argumento./Phileno per.. In fine; Mediolani ex officina Minutiana 
Idibus Octo/bris M.D.XIX. Impensis. D. Presbyt. Nico/lai de Gorgonzola/ . Sul 
verso l'insegna del Gorgonzola. 

In 8° (mm. 133x91), ce. 122 nn., mancano due carte, 2 senza segn., le altre segn. 
A-0^, P'O, escluse I^ e V , car. cors., insegna editoriale. 



' Bibl.: Allacci, Drammaturgia, p. 756; Short-title, p. 151; la stampa è descritta in Sandal, 
Editori, II, p. 44. 

Altri esemplari si trovano nella Biblioteca Augusta di Perugia e nella Nazionale di Firenze. 



212 TESTIMONIANZE 

Si utilizza l'esemplare della Biblioteca Civica di Casale Monferrato con segnatura 
094.1.R92. 

C = 

CARRETTO (dal) Galeotto, Tempio d'Amore, Venezia per Nicolò Zopino e Vicen- 
tio compagno, 4 marzo 1 524. 

Titolo: COMEDIAINUOVAIDEL MAGNIFICO ET/ CELEBERRIMO POEITA 
SIGNORI GALEOTTO MARCHE/SE DAL CARRETTO IINTITULATAITEMPIO 
DEIAMORE.I Sul verso: Nicolao Zopino e Vicentio librari soler/ti et curiosi a li stu- 
diosi et canldidi lettori felicitate. DJ Essendomi... A e. 2 recto al centro: Argumen- 
to.lPhileno per.. In fine: Questi sono gli Interlocutori. I Segue l'elenco dei perso- 
naggi in ordine di apparizione. Sul verso l'insegna dello Zopino e sotto: Stampata 
nella inclita Cita di Venetia per Ni/colo Zopino e Vicentio compagno nellM.ccccc. e. 
xxiiii. Adi. mi. del Marzo. Regnate lo inclitol Principe messer Anidrea Gritti.l 
In 8°(mm. 155x105), ce. 112 nn., 1 senza segn., le altre segn. A-L^, C^, car. cors., 
inizio ornato con titolo inserito in una cornice con decorazioni, insegna editoriale. 
Si utilizza l'esemplare della Biblioteca Civica di Casale Monferrato con segnatura 
094.1.S.153. 

D = 

CARRETTO, (dal) Galeotto, Tempio d'Amore, Bologna, per gli eredi di Benedetto 
già di Hettore di Facili, 20 settembre 1525. 

Titolo: COMEDIE DEL MAIGNIFICO. S. CAVALILIERO MESSER GAILEOTTO 
DAL CARRETIto detta Tempio dAmore co duelComedie nove & con ampliationelalla 
Capella della Gelosia: & trelTugurii:& molte altre cose dall proprio auttore di 
novoi aggiunte. I Sul verso: OPERA DI MESSER GALEOTIto dal Carretto chiamata 
Tempio damore & inltitolata al Eccellètissimo & molto virtuoso SU gnor Bonifatio 
Marchese moderno dilMonferrato.l Non sono molti anni ... A e. verso: ARGOMEN- 
TO. IPHILENO per ... 



2 Bibl.: Panzer, Annales, VII, p. 398; Brunet, Manuel, I, p. 1600; Graesse, Tresor, II, p. 55; 
Ganda, Niccolò Gorgonzola, I, p. 193; la stampa è descritta in Sandal, Editori, I, p. 33. 

Altri esemplari si trovano nella Biblioteca Braidense e in quella Trivulziana di Milano e nella 
Biblioteca Reale di Torino. 

^ Bibl.: Brunet, Manuel, I, p. 1600; Graesse, Tresor, II, p. 55. 

Altri esemplari si trovano nella Biblioteca Civica di Genova, nella Trivulziana e nella 
Braidense di Milano, nella Biblioteca Nazionale di Firenze (mutilo), nella Bandiniana di Fieso- 
le, nella Sociale Economica di Chiavari, nell'Universitaria di Padova, nella Nazionale di Roma, 
nella Casanatense di Roma, nella Alessandrina di Roma, nella Reale di Torino, nella Provinciale 
di Torino, nell'Estense di Modena e nella Palatina di Parma. 



TESTIMONIANZE 213 

In fine: Stampata in Bologna per li heredi di Bene/detto già di Hettorre di Faelli 
citadini Bollognesi nel anno del Signore. M. DJ XXV Addi. XX. de Settembre./ Segue 
l'insegna editoriale. Sul verso: Errori scorsi./ Nella cart. 5 al ultimo verso ... 
In 8 (mm. 135x95), ce. 152 numerate, A-T^, car.rom., inizio ornato con titolo inse- 
rito in un arco con decorazioni. 
Si utilizza l'esemplare della Biblioteca Marciana di Venezia con segnatura RARI 790*. 



MANOSCRITTI 

F = 

FIRENZE: Biblioteca Nazionale Centrale 
n, II, 75 già Magi. ci. VII num. 342 * 

* Codice cartaceo del XV sec, di mm. 290x220, di complessive ce. 238 numerate, 
miscellanea; mancano i primi venti fogli, un foglio tra il 179 e il 180 non è numerato, 
gli ultimi due sono bianchi. La scrittura è a due mani: dalla e. 21 alla e. 155 inclusa da 
una mano, dalla e. 156 alla fine dall'altra. Il codice è rilegato in assi e mezza pelle. 
Precede una carta contenente l'indice degli autori delle poesie di mano di Anton Fran- 
cesco Marmi. Il Mazzatinti dà la tavola di tutti i componimenti presenti. 

Contiene il seguente sonetto del Tempio d'Amore^: 

De' tu star sempre in questo acerbo affanno 
(e. 53 r.) (in D vv. 6448-6464) 

P = 

PARIGI: Bibliothèque Nationale 
Ms.it. 1543* 

* Questo codice che contiene alla e. 92 r. il medesimo sonetto De' tu star sempre in 
questo acerbo affanno ha intima relazione con il magliabechiano non perché l'uno 
derivi dall'altro bensì perché i medesimi componimenti compaiono in entrambi^. 

4 Bibl.: Graesse, Tresor, II, p. 55; Brunet, Manuel, I, p. 1600. 

Un altro esemplare è nella Biblioteca Universitaria di Pavia con la segnatura 123.B.12. 

Si segnala che entrambe gli esemplari hanno la stessa impronta «uoa- o.no rae. AsNa 3 1525. 

5 Bibl.: Kristeller, Iter Italicum, III, p. 313; Bartoli, / manoscritti, II, pp. 127-164; lUPI, I, p. 
41; per la descrizione del manoscritto di Firenze, cfr. Mazzatinti, Inventario, Vili, pp. 185-186. 

6 Bartoli, / manoscritti, II, p. 1 27 e ss.; per la descrizione del manoscritto di Parigi, cfr. Mazzatin- 
ti, Inventario dei manoscritti, II, pp. 509-541 ; il sonetto è stato edito da Spinelli, Poesie inedite, p. 41 , 



214 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 

RAPPORTI TRA I TESTIMONI 



Non si è rinvenuto alcun manoscritto^ dell'opera bensì quattro edizioni 
(ABCD) impresse nel corso del primo Cinquecento^. 

La prima edizione, siglata A, è stata stampata a Milano nel 1518 e rappresenta 
Teditio princeps. 

Si dà conto nella prima colonna della seguente Tavola (TAVOLA I) di tutte le 
varianti erronee e non di A, evidenziate dal corsivo^; nelle altre colonne si sono 
registrate le corrispondenti lezione di B, C, D e la lezione critica. 

I segnali convenzionali adottati per indicare le ipermetrie e le ipometrie sono 
stati rispettivamente i simboli (+) e (-), mentre per gli errori di rima il simbolo (:). 
Se la variante compare in una didascalia, si è segnalato il verso antecedente segui- 
to dal simbolo * e nel caso in cui si trovi nell'introduzione del tipografo ai lettori o 
nella lettera dedicatoria"^ si è segnalato con lett. ded.. In alcuni casi per meglio far 
comprendere la variante si è riportato un intero passo dell'opera anche se nella 
tabella compare solo il riferimento al verso contenente tale variante^. 



TAVOLAI 



V.4 



V.6 



Torna Speranza qual in spatio corto 
(e. Ar) 



B 

torna 



Promette farli haver el Tempo optato sconforto 
dil che ne prende a l'anima sconforto 

(e. Ah) 



V. 15 e dal Tempio d'Amor la fa star /«ora fuora 
(c.Ak)(:) 

V. 95 pur son constrecto in tutto el pecto constrecto 
aprirti sfocando teco l'intestin dolore 
(e. Aìììk) 

V. 473 se '1 tempo charo mi sarà concesso harà 

e se tornar al Tempio harà licentia 
(e. Biiv) 



C 

torna 

sconforto 

fuora 

constrecto 

harà 



D 

trova 

conforto 

fuore 

contento 

avrò 



lez. crit 
trova 

conforto 

fuore 

contento 



' L'unica parte manoscritta rinvenuta, per la cui descrizione si rimanda al paragrafo Testimonianze, è il sonetto De' tu 
star sempre in questo acerbo affanno (vv. 6448-6464). 

2 Per la descrizione delle stampe si rimanda al paragrafo Testimonianze. 

^ Si è rispettata la grafia di A. anche se sono stati effettuati minimi interventi. 

'^ Si ricorda, infatti, che ABC presentano una lettera del tipografo ai lettori mentre D contiene una lettera dedicatoria 
dell'autore a Bonifacio, marchese di Monferrato. 

^ Questi criteri sono stati adottati in tutte le Tavole. 



V. 584 



V. 627 



V. 729 



V. 797 



V. 912 



V.950 



V. 989 



V. 1022 



No no che non roglian che tu gli 
parli (e. Bvk) 



U' son de' Saguntini l'alme chiare fidi 

che fuT sì fidi (e. Bvìr) 

... hammi imbrattati... il perché satia ebbi 

tornar ebbi di grafia con la vita 
(e. Bviiiv) 

che tomi al loco suo nel suo convento suo 
(e. Cììr) 

so bene che al mal far fu sempre ingordo al 
(e. Cìììr) 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 

voglian voglian 



215 



Invidia ch'oggi tanta è frequentata 

(e. Cvk) 

tal che non gli è che più vergogna 
scansi (e. Cvv) 

a far hor d'un sì no e d'un no sì 
(e. Cviv) 



tanto 



che 



V. 1062 Tu vincerai se poi con tua modestia 
d'amor la gran molestia (e. Cviiv) 

v. 1076 O tu, Amicitia e Integritate (e. Cviiv) 

V. 1087 che al bon Phileno el mio valor se 
scopra (e. Cvìììk) 

V. 1 306 tal che lor vanno con cotal mestiero 
(e. Dìvk) (:) 

v. 1336 musici alcuni ad chi il sonar dilecta 
(e. Divv) 

V. 1 345 e a l'altra non son d'habiti contrari 
(e. Dvk) 

V. 1452 A questo modo dunque i spirti 

alletti... fannosi perfetti tal che da 
tutti i mali suoi disgiunti (e. Dvììr) 

V. 1481 qual tocca da gli muri tutti 
quanti (e. Dviiv) 

V. 1530 L'y4vam/<2 prosegue interrogando 
l'Accoglienza (e. Dviiiv)^ 



d'i 



ad 



suoi 



tocca 



fidi 



ebbi 



suo 



al 



tanto 



che 



no 



ad 



SUOI 



tocca 



voglian 
fide 
ebbe 

tuo 



tanto 



chi 



d'amor domar 



voglian 
fide 
ebbe 

tuo 



tanto 



chi 



domar 



Otu 


Otu 


E tu 


E tu 


valor 


valor 


voler 


voler 


mestiero 


mestiero 


misterio 


misterio 



l'altra l'altra l'altre l'altre 



Avaritia Avaritia Amicitia Amicitia 



^ I personaggi che parlano sono in realtà Amicitia e Accoglienza. 



216 
V. 1618 
V. 1701 

V. 1704 
V. 1865 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 
a lor comanda non diam fede (e. EìÌr) diam diarn 

fa 



quello che profession/a de sapere 
(e. Eiiiv) 

insin che non son giunti (e. Eiiiv) 



vestita a bruna che Calumnia segue bruna 

(e. EvìÌk) 



V. 1884 EpAero è l'uno e Thamiri gli è a canto Ephero 
(e. Eviiv) 

V. 1913 quella ch'in verde panni è sì formosa verde 
(e. Evìììr) 

V. 1925 Polimnia vien poi con tanti grati tanti 

(e. Evìììr) 



fa 



bruna 



Ephero 



verde 



tanti 



dian 
fu 

sian 
bruno 

Ephoro 

verdi 

canti 



V. 2062 qual va cogliendo li candenti lauri candenti candenti cadenti 

(e. Fiiv) 

V. 2 125 De penne aurate ha M paleo redemito paleo paleo pileo 

(e. Fììììr) 

V. 2 1 85 Eccovi come gli dà el pomo e come corno como'^ I 

(c.Fvr)(:) 

V. 2768 e che nel pecto el iusto obiecto iusto iusto visto 

stampi (e. Fvììr) 

V. 28 17 El schiffo eh 'è nel gremio è pien gremio gremio grembo 

de fleti (e. Fvìììr) 

V. 2884 Quai son quei ch'hanno una letitia incerta incerta inserta 

incerta in panni verdi e gial con 
lembi negri? (e. Gv) 

v. 2923 Hor non più, non, che assai siamo non non no 

ite avanti (e. Gììr) 

V. 2980 tal che rimane satisfatta e lieta de ebbe ebbe ebbi 

quel desio de cui l'alma ebbe accesa 
(e. Gìììr) 



dian 
fa 

sian 
bruno 

Ephoro 

verdi 

canti 



V. 1 996 qual già cantn d'Orlando (e. Fv) 


cantò 


cantò 


cantò 


cantò 


V. 206 1 Quell 'altro è Calcato dal Carretto 


Galeoto 


Galeoto 


Galeoto 


Galeotto 


(e. Fiiv) 











cadenti 



pileo 



visto 



grembo 



inserta 



ebbi 



^ La forma corretta è conto per ragioni di rima; in D il verso è stato sostituito, cfr. apparato ai v. 2185. 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 



217 



V. 2990 Io replicando dico che coloro che con che 
lor dive fur tanto constanti (e. Giiiv) 

V. 3012 e 'n quella parte del sacello amato 

amato (e. GìììÌr) 



che 



amato 



de 



de 



aurato aurato^ 



V. 3069 


Come de l'uscio (e. Gvv) 


come 


come 


come 


come 


V. 3289 


Come l'adulter da Phileno è accolto 
(e. Hk) 


Phileno 


Phileno 


Philebo 


Philebo 


V. 3317 


gome lo mangia e come beve (e. Hv) 


come 


come 


come 


come 


V. 3332 


a l'oppido Conchrea de Corintho 
(e. HÌÌk)9 


Cenchrea 


Cenchrea 


Canerea 


Cenchrea 


V.356I 


salo a memoria e reverentia santa 
(e. Hviv) 


solo 


solo 


solo 


solo 


V. 3665 


et altri reti fa simili a quelli (e. Hviiiv) 


altri 


altri 


altre 


altre 


V. 3676 


Ciascun de loro ha un cereo acceso 


cereo 


cereo 


cero 


cero 



in mano (e. Hviiiv) 

V. 3686 dove son chiusi milli doni e veste 
(e. Hviiiv) 

v. 3694 Vi è la corona che sé il fuoco tira 
(e. Ir) 



milli 



v. 3798 



V. 3802 



v. 3841 



per opra de Adriana inamorata 
(e. liiik) 



Adriana 



fé' che da Ptholomeo fu riguardata riguardata 
(e. Iìììk) 



Vergilio ha Lidia, Ovidio Corvina 

(e. IÌÌÌÌR)'0 



Corina 



V. 4247 a la cui intrata alcun non fa contrasto^^ contrasto 
(e. Kiiiv) (:) 

V. 4585 Ivi son tri tugurii (e. Kvìk) tugurii 

V. 4876 e con fittioni perfide e scelesti perfide 

(e. Kvìììr) 



milli 



se 



Adriana 



mille 



mille 



ose 



Ariadna Ariadna 



riguardata risguardata risguardata 

Corina Corvina Corina 

contrasti contrasto contrasti 

tugurii tegurii tegurii 

perfide perfidi perfidi 



8 Cfr. vv. 2925-2929. 

^ Si fa presente che B e C presentano la forma corretta. 
'^ Si fa presente che B e C presentano la forma corretta. 
' ' Si segnala che questo è l'unico errore che C corregge e che ABD mantengono. 



218 

V. 4903 

V. 4934 
V. 4989 
V. 5222 
V. 5457 
V. 5599 

V. 5735 
V. 5768 
V. 5773 
V. 5806 
V. 5813 
V. 5818 
V. 6209 



se finse a gli Anconiani d'esser 
Bruto (e. Kviiiv) 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 
Antoniani 



infin che quella separa la morte (e. Lr) separa 

andarò spesso errando (e. Lììk) spesso 

F che virtute (e. Lvììr) E che 
el suo pria charo (e. Mììììr) pria 



sì come fece quel Pompeio 
degno qual verso de Tigrano che 
gran guerra verso Romani fu così 
benegno (e. Mvììr)'^ 



verso 



\ntoniani 


Antoniani 


Antoniani 


separa 


sepera 


sepera 


spesso 


sperso 


sperso 


E che 


E che 


E che 


pria 


più 


più 


verso 


fece a' 


fece a' 



che contra morte non poteva far 
schermo (e. Nv) (+) 


polena 


potena 


potea 


potea 


aciò che salva in Aphrica tornasse 
(e. Niiv) 


salva 


salva 


salvo 


salvo 


Badio compagno recreato haveva 
(e. Niiv) 


compagno 


compagno 


campano 


campano 


qual darò havea per honorar el 
morto (e. Nìììr) 


dato 


dato 


dato 


dato 



stando a pie el foco in la sublime 
sella (e. Nìììr) 

porse la dextra a chi toccar la 
nolse (e. Niiik) 

che le tue porte in contra gli ha 
serrate (e. Nvìr) 



sublime 



volse 



sublime 



volse 



V. 6226 e che l'iniquità de quel compresa 
(e. Nviiv) 



ha 



che 



V. 6356 Favor che sì se stima par che in alto par che 
(e. OÌÌr) 

V. 6414 Non son sì ceco /ton che non me non 

aveggia (e. Oìììr) 



V. 6522 



V. 6561 



Sta dunque saldo e non ti paia amaro paia 
(e. Ov) 



per te lustitia in alto sonno dorme 
(e. OvÌr) (:) 



dorme 



ha 



che 



par che 



non 



paia 



dorme 



sublime 



volse 



han 



ch'ho 



perche 



para 



sublime 



volse 



han 



ch'ho 



perch'é 



para 



'^ E' errore di ripetizione, cfr. v. 5598. 



V. 6568 Io vo' star qua fine a lite finita 
(e. Ovìr) 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 

fine fine 



219 



V. 6627 e ben defende el caso de Phileno defende 

(e. Oviiv) 

V. 668 1 quando non trova al suo infortunio non 

(e. Oviiiv) 

V. 6727 dimmi che sei e quel che vai che 

cercando (e. Pv) 

V. 6728 Io sono un chiromante qual l'altheri altheri 
partì da studio (e. Pv) 

V. 6738 eccomi e voglio pria la man mirarti mirarti 

(e. PÌÌk) (:) 



v. 6987 Dii boni quante son le nove bone 
(e. Pvv) 



V. 7 127 perché '1 mio voto col tuo voto 
adempio (e. Pviiiv) 



quante 



V. 7073 quanto obligata sono al tuo soccorso obligata 
(e. Pvììr) 

V. 7 104 e fiorir come fa de palma el torneo tronco 

(e. Pvìììr) 



voto 



defende 



non 



che 



altheri 



mirarti 



quante 



obligata 



tronco 



voto 



fin 



chi 



quanto 



obligato 



tronco 



aiuto 



fin 



defenda defenda 



chi 



altrheri altrheri 



mirarti mirarte 



quanto 



obligato 



tronco 



aiuto 



La seconda edizione, siglata B, è stata stampata pure a Milano nel 1519 ed è 
immutata rispetto ad A, fatta eccezione per minime varianti grafiche. Si registrano, 
in particolare, oscillazioni nel trattamento della ce g palatale e negli scempiamen- 
ti. Questa edizione, come si può notare dall'analisi della TAVOLA I, conserva le 
varianti erronee e non di A '3, corregge alcuni errori facilmente emendabili e ne 
aggiunge parecchi di nuovi. Si segnala, tuttavia, che B corregge due errori di A non 
facilmente emendabili (cfr. v. 3332 e v. 3841)''^. 

Si dà conto nella prima colonna della seguente Tavola (TAVOLA II) di tutte le 
varianti erronee e non di B, evidenziate dal corsivo; nella colonna seguente si è 
registrata la corrispondente lezione di C e nell'ultima la lezione critica'^. 



'3 Nella TAVOLA II non sono state registrate le varianti erronee e non di A conservate da B in quanto esse sono già 
state segnalate nella TAVOLA I. 

''^ Si fa presente, inoltre, che vi sono quattro casi di varianti di B e C rispetto ad A e D. al v. 3458 al v. 548 1 . v. 5562 
e 6236, che si possono con ogni probabilità attribuire al copista. Rimanendo immutato il senso si è preferito evidenziarle in 
apparato. 

'5 Anche in questo caso la grafìa di B è stata sostanzialmente mantenuta, seppur con minimi interventi. 



220 
TAVOLA II 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 



B 



V. 6 1 fusse biasmata da mentiti note (e. Aiiv) 

V. 63 qual perearino vo disperso in bando (e. Aiiv) 

V. 7 1 da tutti abaadonato (e. Aiiv) 

V. 162 Et tanto star sospeso assai me offende (e. Aiiiiv) 

V. 1 88 e pin me accende il cor con anxia pena (e. Avr) 

V. 198* Desiderio e Conforto, andando verso Phileno, parlando fra 
loro questo dialogo (e. Avr) 

V. 259 Vero è che aspecto e chi desidro un tempo (e. Aviv) 

V. 263 per brama ho di veder l'optato eempo (e. Aviv) 

V. 284 che sopra l'innocentia de' mei anni (e. Avììr) 

V. 327 e ritornarlo al tempo santo (e. Aviiv) 

V. 332 Achi quanto harà dolore (e. Avìììr) 

V. 473 e se cornar al Tempio harà licentia (e. Biiv) 

V. 523 se, come dici, del suo mal si dole (e. Bììììr) 

V. 628 I quai più non potendo contro are (e. Bvìr) 

V. 639 cercando col morir u nuome chiaro (e. Bviv) 

V. 676 e scio me asppectan con gran desianza (e. Bvììr)'^ 

V. 683 la Fé ch'aabian mandata (e. Bviiv) 

V. 726 e in la fossa gittommi e in bianchi panni (e. Bviiiv) 

V. 778 Dhe non ti desperare (e. Cv) 

V. 1026 male nove/c/ (e. Cviv) 

V. 1050 ch'ognun si sforza e attende zfartai ingiuria (e. Cvììr) 

V. 1132 ma on Amor parlar noi intendamo (e. Dr) (:) 

V. 1 136 menarvi ovi egli sta non promettemo (e. Dr) 



c 


lez. crit 


mentiti 


mentite 


peregrino 


peregrino 


abandonato 


abandonato 


Et 


II 


più 


più 


parlando 


parlano 


chi 


che 


tempo 


tempo 


sopra 


scopra 


tempo 


tempio 


achi 


ahi 


tornar 


tornar 


si dole 


ti dole 


contrastare 


contrastare 


u nuome 


un nome 


aspettan 


1 


abbian 


abbian 



Dhe 




Deh 


novelle 




novelle 


farmi 




farmi 


con... intendamo 


con. 


... intendemo 



'^ In D il verso è stato modificato, cfr. apparato al v. 676. 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 

140 ma vegnaram incontra Spetialtate (e. Dr) 

1 79 col carro et orsa et archado figlio empio (e. Dv) 

194 chiamasi el gemo al nostro viver scorta (e. DìÌr) 

2 1 6 qual con promesse de lusingho piene (e. Diiv) 

246 Richeza gloria nobilitate e imperi (e. Dìììr) (+) 

275 per esser da Fortuna ubvertiti (e. Diiiv) 

283 qual tien la testa fra genochi ascolta (e. Diiiv) (:) 

332 de a fallace Disciplina decta (e. Diiiiv) 

38 1 ch'ivi non par ch'alcuna rada sia (e. Dvv) 

410 due donne apresso a lei poco più basso (e. Dvìr) 

424 poi che son giunti là eoa gran martire (e. Dviv) 

428 et ancho una perfecta a gran scienza (e. Dviv) 

447 del medicante da gli bou precetti (e. Dvììr) 

452 A questo modo dunque i spirti elletti... con tal cvirtute fannosi 
perfetti tal che da tutti i mali suoi disgiunti (e. Dvììk) 

458 Fuor, Concupiscentia et Arroganza (e. Dvììr) 

499 qual strugger suo e ogni medolla e nervo (e. Dvìììr) 

525 perdon l'honor la facultà i ingemo (e. Dviiiv) 

673 Come esser più costor de l'altre genti (e. Eìììr) 

8 1 6 sapientia non se acquisita né iustitia (e. Evìr) (+) 

840 chi son coloro chi mia vista scorge (e. Eviv) 

867 Vedi sì come pvr che se delegue (e. Evììr) 

870* e mostrandoli quelle picture die (e. Evììr) 

884 Ephero è l'uno e Thamari gli è a canto (e. Eviiv)'' 

948 cadendo de la rocca a! duro smalto (e. Eviiiv) 

2043 L'altro // Pistoia che con stil faceto (e. Fiiv) 



221 



vegnaram 


vegneravi 


archade 


archade 


gemo 


genio 


lusingho 


lusinghe 


nobilitate 


nobiltate 


ubvertiti 


subvertiti 


ascolta 


ascosa 


la 


la 


grada 


strada 


apresso 


ha presso 



bon 



buon 



Fuor 


Furor 


suo e 


suole 


r ingenio 


l' ingenio 


più 


puonlpon 


acquisita 


aquista 


che 


che 


par 


par 


dice 


dice 



Ephero... Thamari Ephoro... Thamiri 

cadendo cadendo 

il è 7 



'^ La forma Thamari è stata erroneamente riportata in BCD. E' solo A, infatti, che presenta la forma corretta Thamiri 
che però non è chiaramente leggibile. E' probabile, quindi, che tale icUura imperfetta abbia indotto in en-ore BCD. 



222 RAPPORTI TRA I TESTIMONI 

V. 2052 quell'altro è il Bemo che con rithmi (e. Fiiv) 

V. 2 1 5 1 con grande de trombetti e comitiva (e. Fììììr) 

V. 2 1 53 quai mixti co' tibucini di guerra (e. Fiiiiv) 

V. 2 1 64 che copre a lei il pudibundo pelo (e. Fvk) 

V. 2 1 72 al crìi cantar per gaudio ognun vien manco (e. Fvr) 

V. 2 1 78 vaga e leggiadra bella fra costoro (e. Fvr) 

V. 2 194 ride con quelli che gli stanne avanti (e. Fvv) 

V. 2264 e pur come può megl o el dolor preme (e. Fvìr) 

v. 2788 qual tene sempre l'ancora sna in mano (e. Fviiv) 

V. 2869 che turba a quella che salir desira (e. Gr) 

v. 2982 che voglion dir quei cori tronchi e spoglia (e. Giiiv) (:) 

V. 2986 et han compite per coste sue voglie (e. Giiiv) 

V. 3035 qual ricco eserce de luxuria l'arte (e. Giiiiv) 

v. 3083 Alcuni in pede et alrri in alto (e. Gvk) 

V. 3 1 07 del thalamo secreto in paté tuta (e. Gvv) 

V. 3 1 36 van trascorrendo e pigliano gran spoglio (e. Gvìr) (:) 

V. 3 1 88 e mangia gli fragmenti de quel pano (e. Gviiv) (:) 

v. 3 195 al dol di questa cercavo dar bando (e. Gviiv) 

V. 3244 Quai sono coloro che là fuggir vedo (e. Gviiiv) (+) 

V. 3294 e de cotal veddetta par che gioi (e. Hr)'** 

V. 3388 come la Fama...yra loro alegri con tal imbasciata (e. HììÌk) 

V. 3393 i sacerdoti ornati al Tempio nonno (e. HììÌk) 

V. 3429 d'un / nceo rude vestono costui (e. Hììììk) 

V. 3508 che sempre perdei teme el bene amato (e. Hvv) 

v. 3593 che tutto teiapo indamo speso parmi (e. Hvììr) 

V. 3626 son de sangue de color ch'in croce (e. Hviiv) (-) 



Bemo Bembo 

trombetti comitiva trombetti comitiva 

tibicini tibicini 

pudibundo pudibondo 



cui 


CUI 


bella 


balla 


stanne 


stanno 


meglio 


meglio 



spoglia 


spoglie 


coste 


costei 


luxuria 


l'usura 


altri 


altri 


parte 


parte 


spoglie 


spoglie 


pano 


pane 


cercavo 


cercano 


sono 


son 


vendetta 


1 


fra 


fa 


vanno 


vanno 


lenceo 


linceo 


perdei 


perder 


tempo 


tempo 



In D il verso è stato modificato, cfr. apparato al v. 3294. 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 

V. 3630 d'amanti che partendo aspri martiri (e. Hviiv) 

V. 366 1 Le matre tesse e i figlio par che agroppi (e. Hviiiv) 

V. 3662 gl'indissolubil nodi con tant'ar/a (e. Hviiiv) (:) 

V. 3685 Quest'altro è Wfoco de la sacrestia (e. Hviiiv) 

V. 3764 Quello è il caduco de collui ch'indusse (e. liiv) 

V. 38 1 4 che vedendosi per ordine suspense (e. Iìììr) (+) 

V. 3815 quai non mi curo ad uno ad nno dirti (e. Iìììk) 

V. 38 1 9 ch'io dispongo mostrati molte tombe e monumenti (e. liiiv) 

V. 3821 quante a trophei che quivi son presenti (e. liiiv) 

V. 3826 noi veniam teco aciò che ne mostri (e. liiiv) (-) 

v. 3872 ch'im habito vini sempre il seguìa (e. liiiiv) 

v. 3883 La prima è di Artemisia che ne l'oro hebbe le cener del 
marito (e. Ivr) 

V. 3891 Indi con longi sono in quel grande orto (e. liiiiv) 

V. 3905 quell'altro è de Canace a cui sì piacque... tanto el thesoro 
d'honestà gli piacque (e. Ivr) 

V. 3908 L'altro ha Pasiphe... stando rinchiuso nel bovino speco 
(e. Ivììr) 

v. 3937 tu donna che qui stai muto in disparte (e. Iviiv) 

v. 4169 Una anconetta poi vi sta da parta (e. Kììr) (:) 

v. 4302 In mrzzo è poi la limpida fontana (e. Kiiiiv) 

V. 4338 L'altro poi e oire non con furor magno (e. Kvr) 

V. 48 1 3 dir non se può perché lo tempo tenga (e. Kvììr) (:) 

v. 4833 versi de lui quantunque esser si crede (e. KvìÌk) 

v. 49 1 9 qual di sua sponte star detento volse ein che'I compagno (e. Lk) 

V. 4943 et perfidi ch'or son ti dan licentia (e. Lv) 

V. 4997 Amor saduce e svia tal ch'io sono (e. Liiv) 

V. 5001 che chiunque mal ti fa non abbia tor (e. Liiv) 

v. 5010 el tempo in queste bande; el tempo dice (e. Liiv) 



223 



pattendo 


patendo 


U 


La 


arte 


arte 


foco 


loco 


caduco 


caduceo 


vedendosi 


vedonsi 



mostrarti 


mostrarti 


quante 


quanto 


mostri 


demostri 


ch'in 


ch'in 


hebbe 


bebbe 



piacque 



rinchiuso 



muto 



parte 



tenga 



spiacque 



rinchiusa 



parte 



tegna 



fin 


fin 


et 


e i 


saduce 


seduce 


torto 


torlo 


dice 


dico 



224 RAPPORTI TRA I TESTIMONI 

V. 501 1 che de l'exilio inico de trbar fore (e. Liiv) 

V. 5 107 e Specialità che mal suo error corregge (e. Liiiiv) 

V. 5 1 39 si ser\'i del rimedio et opra mia (e. Lvv) 

V. 5 159 che i hanno al grado che tu intendi messa (e. Lvìr) 

V. 5181 s'intrar possiam ne i mei chiostri almi e felici (e. Lviv) (+) 

V. 5 190 Noi Siam disposti intrar dove sta Amore (e. Lvìk) 

V. 5 196 per questo lo scacciò dal suo terrenno (e. Lvìr) 

V. 5224 /?a^/on'y(c. Lviiv) 

V. 5483 chi ben pensa e carratta el tuo servitio (e. Miiiiv) 

V. 5523 delibero d'esser tanto obediente (e. Mvv) (+) 

V. 5679 né dubbia ch'ai governo del sno carro (e. Mviiiv) 

V. 5735 che contra morte non polena far schermo (e. Nv) (+)2o 

V. 5806 qual dato haveva per honorar el morto (e. Niiix) (+) 

V. 5852 a te Phileno char male ambasciata (e. Nììììk) (:) 

V. 6106 che mi lasciata andar de mal in peggio (e. Nvk) 

V. 6 1 27 Phileno non dir più che per tal modo sero de far che 
restarai contento (e. Nvv) 

V. 6230 e satisfacte sia d'ogni sue spese (e. Nviiv) 

V. 6480 Meglio è dunque morire d'honor precinto (e. Oiiiiv) (+) 

V. 6549 vattene dunque e in procurar te adopra (e. Ovv) (-) 

V. 6579 Fia vinta in noi la frode innenta (e. Oviv) 

V. 6638 preghi d'un iusto e tirbulato core (e. Ovìììr) 

V. 6723 digli che resti o che n'aspacti un poco (e. Pv) 

V. 6738 eccomi e voglio pria la man mirarti (e. Pììr) (:) 

V. 6846 Questa denota tt disposto assai (e. Pììììr) 

v. 6896 che retomar vedrotti in pochi gorni (e. Pvr) 



trhar 


trhar 


corregge 


corregge 


servi 


serve 


l'han 


l'hanno 


ne i mei 


nei 


disposti 


disposte 


terreno 


terreno 


Virtù 


Virtù 


pensa 


pesa 


delibero 


delibro 



suo 

poteva 

haveva 

ambasciata 

lasciate 



satisfacte 



polca 

avea 

ambasciate 

lasciate 

spero 

satisfatta 



morire 


morir 


adopra 


adopera 


inventa 


inventa 


tributato 


tributato 


n'aspetti 


n'aspetti 


mirarti 


mirarte 


te 


te 


giorni 


giorni 



'^ Il riferimento è all'interlocutore. 

2^ Si tratta di un errore anche di A, seppur con una forma diversa, cfr. TAVOLA I, v. 5735. 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 

V. 6898 O dunque te conforto (e. Pvk) 

V. 7012 de lu che con sue trame me distenne (e. Pvìr) 

V. 708 1 di che ne resto tacito e giocondo (e. Pviiv) 

V. 7 106 tu sei come el combatuto gionco (e. Pviil») (-) 

V. 7 1 1 8 suol si quassar ogni avima peccante (e. Pvìììk) 

V. 7 1 29 de quei scelesto mio rivai tant'empio (e. Pviiiv) 

V. 7 1 35 e de Innocentia tosto fia levata (e. Pviiiv) 



225 






Io 


de lu 


de lui 


di 


dil 


tu sei 


tu sei sì 


anima 


anima 


quei 


quel 


levata 


lavata 



La terza edizione, siglata C, stampata in Venezia nel 1524 non propone dal 
punto di vista contenutistico alcuna novità: il titolo Comedia nova è dovuto presu- 
mibilmente al fatto che l'edizione del 1519 deve avere avuto un certo successo edi- 
toriale, successo che ha spinto l'editore Zopino a replicarla in maniera identica 
mutandole, però, il titolo. Dal punto di vista grafico presenta minime differenze 
rispetto alle precedenti edizioni. In particolare si è notata la tendenza generale 
all'eliminazione dei nessi grafici latini. 

Dall'analisi della TAVOLA II si può dedurre che C è descritta di B^' data la 
presenza, anche in questo caso, di una serie cospicua di errori congiuntivi. C, infatti, 
sembra correggere solo gli errori più evidenti e ne introduce numerosi nuovi. Si fa 
presente però che C corregge un errore di rima non facilmente individuabile {con- 
trasti al posto dell'errato contrasto, cfr. v. 4247), che A B e D non evidenziano. 

Le limitate varianti grafiche tra le tre edizioni trovano presumibilmente giusti- 
ficazione in una revisione effettuata non dall'autore ma dai diversi tipografi o dai 
loro consulenti, fatto del tutto frequente nelle edizioni della fine del Quattrocento e 
degli inizi del Cinquecento^^. Si segnala, infine, che le tre edizioni presentano la 
medesima introduzione del tipografo ai lettori^^, introduzione che nell'ultima edi- 
zione viene sostituita dalla lettera dedicatoria dell'autore a Bonifacio, marchese di 
Monferrato. 

La quarta e ultima edizione, siglata D, è stata stampata a Venezia nel 1525 e 
presenta notevoli varianti di sostanza nonché l'introduzione di nuovi episodi. 

Gli interventi dell'autore sono chiaramente esposti nella lettera dedicatoria 
dove vengono segnalate le nuove parti introdotte. Si dà conto qui di seguito di tali 
aggiunte: 



2' Non si è ritenuto, pertanto, di dover elencare gii errori di C. 

2^ Stussi, Nuovo avviamento, p. 126 a cui si rimanda per la bibliografia in materia. 

23 Per questa introduzione si rimanda alla nota 4 della lettera dedicatoria. 



226 RAPPORTI TRA I TESTIMONI 

1) ampliamento della cappella della Gelosia (vv. 2219-2249); 

2) aggiunta di due cappelle: quella del Travaglio e quella della Pazienza (vv. 
2271-2725); 

3) introduzione della favola di Psiche (vv. 4357-4572); 

4) aggiunta di tre tuguri: uno dell'Infamia, un altro della Vecchiezza, il terzo della 
Povertà (vv. 4600-4782); 

5) introduzione di sette figure accanto al Favore cioè Ambizione, Gelosia, 
Specialità, Cecità, Inquietudine, Oblivione, Adulazione nonché la loro descrizione 
e i loro compiti (vv. 5878-6085); 

6) arrivo di Phileno al Tempio d'Amore (vv. 7214-7575). 
Sono stati aggiunti inoltre i vv. 2253-2255 e 6926-6986. 

Questa edizione presenta in comune con ABC due errori congiuntivi dei quali si dà 
conto nella seguente Tavola (TAVOLA 111)^4 e dei quali si è provveduto all'emen- 
damento ricostruendo per congettura i passi guasti: 



TAVOLA III 

ABCD lez. crit. 

V. 1452 A questo modo, dunque, i spirti elletti... con tal virtute fannosi sori^^ 

perfetti, tal che da tutti i mali suoi disgiunti... 
V. 6738 eccomi e voglio prima la man mirarti (:) mirarle 



Alla fme di D è presente una lunga lista di errori, elencati sotto la voce Errori 
Scorsi, corretti presumibilmente dal tipografo. Si tratta, infatti, di una revisione 
sommaria e lacunosa che si suppone non possa essere frutto del poeta, dato che non 
sono stati eliminati molti errori evidenti. 

Questa Errata corrige è stata trascritta nella seguente Tavola (TAVOLA IV): 
la prima colonna riporta il verso da emendare, la seconda la correzione segnalata. 



TAVOLA IV {Errata Corrige) 

V. 61 fosse biasmata da mentite notte note 

\.ll Se dunque tengo l'alta ingiuria c/?/w5a clausa 

V. 163 perché sto con timor degli non tomi ch'egli 

V. 267 perchè è prudentia l'adattarsi e/ tempo al 

V. 944 ch'el mi co/7v/7a ch'el vostro error reveli convien 

V. 1279 Quell'c Punition qual non è 5oJ(3 sola 

V. 1743 e qualche mal a quel medesmo accade accada 



^^ La grafia utilizzata è quella di D. 

^^ Si precisa che ABC presentano la forma soi, più simile a son, che poi in D è stata dittongata. 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 



227 



V. 1 853 de pallidezza e con la vista acuta 

V. 1941 cerca con loro ch'in augei convese 

V. 2063 de le ghirlande di quel cor elletto 

V. 2278 guardando l'un l'altro a visi irati 

V. 26 1 6 Chi son quei doi che con letitia canta 

V. 2834 col qual dà hor a ognun, come tu vedi 

V. 2915 de rotti abietti panni albi vesti 

V. 3244 Quai son collor che \kfuggie vedo 

V. 358 1 pan che non parmi che loro troppo ingrassi 

v. 3582 questo per certo son pur vite strane 

3700 e vi è il purpureo cwn^tal don tristo 

3719 eia crudele mortifera santa 

3748 son de' notabil virri e de' gran dei 

377 1 Bacco converso Erigone compressa 

V. 3854 e che mai di fé tra lor non furon privi 

V. 3889 sparse sul corpo del merito caro 

V. 41 18 le mura d'ogni intomo sono di fuoco 

4229 che tenta a gran libidine l'appetito 

4246 del bel giardino l'aurea porta parte 

4323 che a tante cose con debil corpo e 'nfermo 

4688 cge stanno per morir de giorno in giorno 

V. 4692 se '1 cieco Amor fa di costor refuii 

V. 4806 che dir debbiate a Signor vostro 

V. 482 1 che sempre fummo ol buon Phileno 

V. 5 1 08 e ria Violenza e Invidia esorbitate 

V. 5227 con vituperio e con nostro intesse 

V. 5233 per gli aspri affanni che nel cor 

5234 pensando a quelli giusti incliti e viri'^^ 

53 1 2 però se la Giustitia inferma iace 

5364 Fumo a la porta e racontiammo 

5503 però se vói regnare chiudeti gli occhi 

560 1 ma accreandol con benegni detti 

5605 ma fu bandito per suoi defetti 

5735 che contra morte non potrà far scherno 

58 1 2 brusò la selva in gli paesi oi 

V. 58 1 6 con le sue mani in sede ol pose poi 

V. 6 1 8 1 saran contrari a tutte giuste imbasciate 

V. 622 1 dil che n'ho sempre auto amaiol gusto 

V. 6330 tal che virtute par ch'in turto estermine 

V. 6573 Piacemo odir questa novella 

V. 6597 fin che tcrminarete questo coso 

V. 66 1 3 et anchor ho gran fidanza in la Giustitia 

V. 6638 preghi d'un giusto e tubulato core 

V. 67 1 4 o arbolaio che vói corre piante^' 

V. 675 1 che coi triangul fa i termini suoi 

V. 6801 sei iracondo e osservatar de patti 



acuta vista 

converse 

girlande 

guardandosi 

tanta 

ber 

vestiti 

fuggir 

lor 

queste 

crin 

crudel... .saetta 

viri 

compresse 

che 

marito 

son 

libidin 

paté 

un 

che 

refuto 

al 

al 

esorbitante 

intresse 

che 

viri 

giace 

racontriammo 

regnar 

recreandol 

li suoi 

potea 

Eoi 

el 

tue 

amar el 

tutto 

Piacenti 

caso 

anchor 

tribulato 

coglier 

termin^^ 

osservator 



2^ Si fa notare che anche le stampe ABC presentano la forma corre che è regolarmente attestata nei vocabolari come 
sincope di cogliere. Nei rispetto, comunque, AcW Errata Corrige si è sostituita nel testo la toma corre con coglier. 

^^ Si è preferito non effettuare questo emendamento in quanto l'editore sceglie di eliminare sinalefe. il che è in con- 
traddizione con la generale tendenza dell'autore. 



228 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 



Di tutti gli errori di D non inclusi neW Errata corrige si dà conto nella seguen- 
te Tavola: la prima colonna riporta i passi che contengono errori o lezioni rifiutate, 
la seconda contiene le lezioni accolte a testo e la terza l'indicazione, qualora esi- 
sta29, dell'edizione che riporta quella presumibilmente corretta. 



TAVOLA V 



D 



lez. crit. 



ed. corr. 



lett. ded 


V. 


45 


V. 


63 


V. 


82 


V. 


260 


V. 


505 


V. 


638 


V. 


1061 


V. 


1146 


V. 


1355 


V. 


1369 


V. 


1385 


V. 


1395 


V. 


1402 


V. 


1406 


V. 


1452 


V. 


1456 


V. 


1467 


V. 


1499 


V. 


1562 


V. 


1642 


V. 


1658 


V. 


1692 


V. 


1696 


V. 


1702 


V. 


1786 


V. 


1796 


V. 


1805 



// conservi sana 

e 'n Rota el caso di costui rimetta acciò che sia deriso 

in puochi giorni 

qua! pelegrino vò disperso errando^^ 

di più dolor col tuo silentio ojfendi^^ 

che mi coverta in gaudio i mei pochi anni 

coli sono a tomo e pur si duole e geme 

U' son quei de Petilia ... e volse 

Tu viverai se puoi con tua modestia domar la gran molestia 

per questo aspettarete, e come suole far l'altra turba, insin che 

vengan fuore qual poi ascoltaran vostre parole 

Quel altro loco che sì chiaro iuce-''^ 

da l'alta cima in insino a la radice (+) 

Deh, dinne anchor di gratia se 'I te piace (:) 

vedi quel piano a pie d'un loco fosco" 

u' le Virtuti già citate furo 

Qual è colici che... fuor de la porta veggio ad un de' lati 

A questo modo dunque i spirti elletti... con tal virtute fannosi 

perfetti tal che da tutti i mali suoi disgiunti 

El ceco Cor e la ceca Ignoranza 

La prima è la Scientia che è da lato 

qual strugge solo ogni medolla e nervo 

che giù dal colle calla passo a passo 

Formata ogni alma alquanto da quest'una 

acciò che lor con questi boi tripudi 

poi che ir dal primo cerchio al tezo lice 

essendo Idiota come el vulgo dice 

e chi intender crede è più inscio e voto (-) 

Come alcun, dunque, con verace prova mi provare buon 

d'oro quando aviene che usar noi sanno 

se avien ch'alcuno gran vechiezza aquiste 

del ben che con felicità se prende (:) 



la 


1 


deciso 


ABC 


in bando 


ABC 


accendi 


ABC 


converta 


ABC 


gli 


ABC 


volser 


ABC 


vincerai 


ABC 


come 


ABC 


alto 


ABC 


insino 


ABC 


pare 


ABC 


luco 


ABC 


create 


ABC 


veggio 


ABC 


son^'^ 


/ 


Error 


ABC 


ha da lato 


ABC 


strugger sòie 


ABC 


cala 


ABC 


Fermata 


ABC 


bei 


ABC 


terzo 


ABC 


idiota 


ABC 


e chi più intender 


ABC 


l'oro 


ABC 


richezza 


ABC 


prande 


ABC 



29 Si ricorda, infatti, che alcune parti sono state aggiunte in D e pertanto non se ne ha riscontro nelle tre prece- 
denti edizioni. 

^^ Si è preferito emendare, anche se il verso aveva un suo significato, perchè si è considerato errando errore di ripeti- 
zione essendo presente anche al v. 65. 

^' Altro errore di ripetizione, cfr. v. 80. 

32Cfr.vv. 1359-1360. 

33 Cfr. V. 1399 e inoltre luco è lectio diffìcilior. 

3^ Si tratta di un errore presente in tutte e quattro le stampe, cfr. TAVOLA III. 



V. 1807 

V. 1811 
V. 1881 
V. 1884 
V. 1893 

V. 1916 
V. 1929 
V. 1942 
V. 2050 
V. 2052 
V. 2075 
V. 2132 
V. 2202 
V. 2238 
V. 2325 
V. 2446 
V. 2487 
V. 2528 
V. 2549 
V. 2553 

V. 2707 



vv. 2736-2738 


V. 


2781 


V. 


2790 


V. 


2796 


V. 


2863 


V. 


2866 


V. 


2879 


V. 


2896 


V. 


2928 


V. 


2950 


V. 


2959 


V. 


2993 


V. 


3046 


V. 


3116 


V. 


3118 


V. 


3129 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 

Molti altri anchor per turpi vitii sono a gran vechezàa tosto 

pervenuti 

anzi son apre vane e ben peduli 

Quell'altro... chiamasi Moséo 

Ephoro è l'uno e Thamari gli è a canto 

Quel bel cavai... e che vedete a lato... el Pegaseo cavallo 

è nominato 

Melpenwne è quell'altra qual governa 

salir al cielo i spirti elevati {:y 

làscianlo colmo d'amoroso foco-^** 

Hieronymo... che decora hor fa Venezia^'^ 

Quell'altro è i Bembo che con suoi rithmi tersi (+) 

che ad uno ad uno nel sinistro alto (:) 

e gli dechiara... che le donne (:) 

fa nel suo regno valido e potente (:) 

Vedela in terra in mezzo a la compagna 

tendendo a l'alto cielo anche le palme 

con risi inoti van pigliando gioco 

e che lor veste han sparte ne Vharone (:) 

quai viveno in degiunio e disciplina (:) 

e coronandol par che gli ricordi (:) 

il qual patiente, ottemperando al ditto, soffre tacendo e la 

crudel puntura 

So per lor causa son ridotti al passo... e se son destinati a 

patir pena 

mancano in D''*' 

Solicitudin par che agazin 5ia 

El Desiderio è lo patron soprano 

Memoria è quello poi che '1 busciol guida 

L' barca eh 'è al lato manco 

L'harca tu sai ch'aspiratione è ditta 

Ch'impresa è quella che con imperfetto lavar fallito han 

su' vestiti loro 

dov'è una donna che sul lato manco ha riccamatc" 

de verghe posto con equal distanza 

e d'arme di fortezza oghnor la folce 

a parir stralli non ha '1 cor satollo 

e sul felice monte iubilando (:) 

Lucio in casa qual da Milon giunto (-) 

in una una ungia rotonda se congionge (+) 

in asino son quelle de meschino 

e come el servo arriva e bastona (-) 



richezza 


ABC 


opre 


ABC 


Museo 


ABC 


Thamiri 


A35 


alato 


ABC 


Melpomene 


ABC^6 


eruditi 


ABC 


de lascivo 


ABC 


Verona 


ABC 


con rithmi 


ABC 


lato 


ABC 


lo done 


ABC 


validi e potenti 


ABC 


campagna 


ABC 


ambe 


ABC 


iloti 




harene 




discipline 




ricorde 




a 





Se 



che con... stanno 


ABC 


aguzin 


ABC 


lor 


ABC 


quella 


ABC 


acca 


ABC 


acca 


ABC 


lavor 


ABC 


manto bianco 


ABC 


poste 


ABC 


e di fortezza 


ABC 


patir 


ABC 


iubilanii 


ABC 


entro in casa 


ABC 


una ungia 


ABC 


del 


ABC 


e lo bastona 


ABC 



-^5 Cfr. TAVOLA II e nota. 

-^^ In A la lettura non è chiara e ciò può aver indotto in errore D. 

^^ Si tratta probabilmente di una banalizzazione operata dal copista, data la diversità totale dalla lezione di ABC e di 
conseguenza da quella a testo. 

-^^ E' errore di ripetizione, cfr. v. 1940. 

^^ E' errore di ripetizione, cfr. v. 2053. 

^ I versi in questione sono stati reintegrati per ragioni di rima. La loro mancanza, infatti, interrompe lo schema 
metrico. E' evidente che si è trattato di un errore del tipografo che ha saltato tre righe consecutive. I tre versi sono pre- 
senti in ABC. 

'*' E' errore di ripetizione, cfr. v. 2894. 



230 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 



V. 3161 
V. 3171 
V. 3180 



3205 

3208 

3305 

3328 

3332 

3335 

3366 

V. 3367 

V. 3401 

V. 3403 

V. 3431 

V. 3486 

V. 3498 

V. 3565 

V. 3574 

V. 3581 
V. 3582 
V. 3593 
V. 3659 
V. 3731 
3770 
3773 
3780 
3809 
3812 
3821=* 
3821 
3841 
3849 
3873 
3877 
3893 
4007 
4012 
4214 
4215 
4244 
4247 
4296 
4300 
4311 



vanno latrando quei feroci aduni 

che i latri non possendo far guadagni (:) 

Che albergo è quello quale è su quel monte... e il fonte d'acqua 

par che la circonde? 

Come la vecchia con senili passi (:) 

cpme colici col corpo in terra steso 

cerca costoro e come lo ritrova 

come in la piazza ovati '1 popol balla 

a l'oppido Canerea de Corintho 

Donne rendemo a te gratia immortali 

Iside diva in segno gli compare 

che '1 modo da tener par gli abbia dato (:) 

come spogliato con alegro viso 

col candido cavai qual tenne occise (:) 

Come gli par che veda ai lochi bui 

Questa ha Fermezza, questo ha poi Speranza 

Quel ch'ha Fermezza con sua sua veste scura (+) 

sono amorose e dolci canzonette 

e sempre ha un verme a tomo a la coscientia... e chi più vói 

fuggir più resta accolto 

pan che non parmi che loro troppo ingrassi 

Questo, per certo, son pur vite strane 

che tutte tempo in damo speso parmi 

t escono reti aurate fatte a groppi 

sopra Faustina del suo amor se inferma 

Quell'altra è Vuna ne la qual bevanda 

Quel elmo ch'ha la piume in auro spesse 

che Phìlira già amò qual per sua sorte (:) 

Quell'altro è de Dionisio in cibi parco 

Moltre altre insegne son su quelle mense 

Uscite queste donne del tempo 

quanto a' trophei de quivi son presenti 

Vergi Ho ha Lidia, Ovidio Con'ina 

Quelli altri sono i uservati anelli 

Meritatamente Amor e Citharea (+) 

son su ne V altro di topatio ornate 

d'alcune ch'ai suo honor fecer gran torti (:) 

che non patendo in queWaspra pregione'*^ 

Queste son pene, ohimè, excessive (-) 

dirò la parte de l'albergo estremo (:) 

Dico che fuor de calamo dorato 

che certo el resto deve esser conforme 

a la cui intrata alcun non fa contrasto (:) 

de silare montano e lirtosso 

d'acori, pamporano e valeriana 

L'Otio è l'hortolano a la compagna 



alani 


ABC 


guadagno 


ABC 


lo 


ABC 


senile passo 


ABC 


come 


ABC 


costui 


ABC 


avanti 


ABC 


Cenchrea*^ 


BC 


grafie 


ABC 


sogno 


ABC 


ditto 


ABC 


svegliato 


ABC 


occiso 


ABC 


vada 


ABC 


Questo 


ABC 


sua veste 


ABC 


canzonette 


ABC 


avvolto 


ABC 


lor 


ABC 


Queste 


ABC 


tutto 


ABC 


tesseno 


ABC 


sì 


ABC 


uva 


ABC 


le 


ABC 


per star seco 


ABC 


Quell'altra 


ABC 


molte 


ABC 


Tempio 


ABC 


che 


ABC 


Corina 


BC43 


reservati avelli 


ABC 


Meritamente 


ABC 


alto 


ABC 


torto 


ABC 


van... ampia 


ABC 


troppo excessive 


ABC 


estrema 


ABC 


del thalamo 


ABC 


al 


ABC 


contrasti 


C45 


liriosso 


ABC 


panporcino 


ABC 


e 


ABC 



'*2 A presenta la forma errata Conchrea. cfr. TAVOLA I e nota. 
^^ E' errore comune di AD. cfr. TAVOLA I e nota. 
^ E' errore di ripetizione, cfr. v. 4006. 

^^ Si fa presente che è l'unico errore, non facilmente individuabile, che C corregge mentre ABD non evidenziano, cfr. 
TAVOLA I. 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 



231 



V. 4354 Tutte le piante... son posto intomo 

V. 4368 coi bassi aurati e capitelli loro 

V. 4390 da nymphe e da tutoni accompagnata 

V. 4422 Psiche da Zephir... è giù portalo 

V. 4502 un fiocco d'aurei vel d'aspri montani (:) 

V. 4522 dando un dinar al portinar avaro (:) 

V. 4525 Passato el fiume le testaci /assa 

V. 4558 pinto a rilevo de saette d'oro (:)"* 

V. 4565 Un picolo scruttoio sta in disparte 

V. 4655 poi che tu a pieno detto m'hai de l'Infamia (+) 

V. 4677 Infirmitate, Inertia e toscie stanno 

V. 4702 e che sua forza ben non corresponde 

V. 4873 e che ciascuno al ben suo propitio attende (+) 

V. 4880 come Paccuvio in sue tragedie e teste 

V. 488 1 Ov'è quel Blesio che me antepose (-) 

V. 4900 Ov'è Petronio... poi ch'ebbe Celia 

V. 4904 per far da morte el sito suo diviso 

V. 5033 bisognane trovare un auditore 

V. 5258 ch'avendo TTiemilcare... promesse 

V. 5289 che a Temistocle ch'abbrusar volea 

V. 5304 Ohimè, che tutti questi spirti son mancati (+) 

V. 5389 de cento più tropphore 

V. 5457 ch'io son a pie d'Amor el suo più caro (:) 

V. 5467 e fra gli saggi, experti e gentil sperti (:) 

V. 5476 acciò possa guardane d'ogni insidio 

V. 5502 convien cha d'alto al fondo al fin trabocchi 

V. 5503 Però se vói regnare chiùdeti gli occhi (+) 

V. 5505 da te qual mi comanda che ti stia a lato (+) 

V. 5615 Pietà^'^ 

V. 56 1 7 tu sei ne gli altri ne la sede prima 

V. 5624 El ben che dà Fortuna è fragil frutto** 

V. 5640 gettò ne l'alto mar l'anel suo d'oro (:) 

V. 5738 mentre se volse al suo contrasto opporre (:) 

V. 5773 Badio campano ricercato aveva 

v. 5832 E que coprendo con sua mano presta 

v. 605 1 ben si conferma del Favor col viso 

V. 6079 che '1 latro non può tòr, né tarbe el rode 

V. 6237 Una volta tu l'hai lincentiato 

V. 6302 quando^M l'hora opportuna 

V. 6334 sol defetto voglio asscrovere 

V. 641 1 ch'io veggio el ciel per me irato e fero (-) 

V. 6418 con tal chiarezza el simular suo copre 

V. 6576 Schiva el tardar ch'ella me invita? 

V. 6579* L'Innocentia... va incontra a la Discretione che con cenni 

l'invitava... mentre che parlano con Giustitia e dicegli 

V. 6585 Quelle altre due ch'a noi son gran nemiche 

v. 6636 che tosto e tolto ben me fia tornato 

V. 6650 dagli volubil tempi e de le stelle inique 



poste 


ABC 


d'oro 


ABC 


Tritoni 




portata 




montoni 




averne 




testrici 




aurate 




scrittoio 




a pieno 




sotie 




che 




proprio 


ABC 


a teste 


ABC 


Blosio 


ABC 


Celio 


ABC 


sotto 


ABC 


adiutore 


ABC 


promesso 


ABC 


che 




che questi 


ABC 


detento 


ABC 


Amore 


ABC 


spirti 


ABC 


insidia 


ABC 


che 


ABC 


regnar 


ABC 


ti stia a lato 


ABC 


H umiltà 


ABC 


co 


ABC 


è un 


ABC 


caro 


ABC 


che... opporse 


ABC 


re creato 


ABC 


quel 


ABC 


conforma 


ABC 


tarme 


ABC 


licentiato 


ABC 


fia 


ABC 


as scrivere 


ABC 


sì irato 


ABC 


scopre 


ABC 


Schivo 


ABC 


parlava 


ABC 


de noi 


ABC 


el 


ABC 


da 


ABC 



'^^ Si è intervenuti, in mancanza della lezione di ABC. restaurando la rima e nei rispetto del computo sillabico. 
*'' Il riferimento è all'interlocutore. Dato che tutte e tre le altre edizioni registrano Humilià e dato il contesto che chia- 
ramente fa riferimento a tale virtù, si è preferito intervenire. 
^ Per ragioni di simmetria, cfr. v. 5625. 



232 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 



V. 6663 a molti incliti viri va' accopagno 

V. 6699 fa che pispreggi questo esilio ingiusto 

V. 6706 se la Giustitia... sarà propitia all'esule mia vita 

V. 6738 eccomi e voglio pria la man mirarti (:) 

V. 6767 la Tabula o Basso è da noi detta (-) 

v. 677 1 Triangulo se chiama et anchor questo (:) 

V. 6773 da l'indice descende è da la Testa 

v. 6798 e de arti sottolissimo inventore 

V. 6805 sei fido e real, largo e benegno (-) 

V. 6937 che da te ognhor gli son da mille canti 

V. 6956 Chi fa più simular q far più fronde 

V. 7065 e che posseda la sua donna antica 

V. 7204 per tanto è l'huom dolente (-) 

V. 7229 Tornato è il riso in te, parito è il pianto 
vv. 7323-7324 né far ingiuria a lui, né a l'honor suolché matre 
sua tu sei. 



accompagno 


ABC 


dispreggi 


ABC 


tua 


ABC 


mirarte*^ 


/ 


over 


ABC 


questa 


ABC 


de 


ABC 


sottilissimo 


ABC 


tu sei 


ABC 


date^<^> 


/ 


fa piìt frode^^ 


/ 


tua 


ABC 


perché 


ABC 


sparito 


ABC 


che matre sua tu sei 


/" 


né far ingiuria a lui. 




né a r honor suo^^ 





Si rileva, inoltre, che sono presenti alcune alterazioni di nomi di personaggi 
storici e mitologici tratti da Valerio Massimo e Ovidio. Tali errori, perlopiù da attri- 
buirsi alle fonti utilizzate da Galeotto dal Carretto^^, sono stati conservati e segna- 
lati in apparato. 

Si dà conto nella seguente tabella di tali forme: 

TAVOLAVI 





ABCD 


fonte latina 




V.3810 


Aristonica 


Aristomache 


(V.M.) 


V.4912 


Pithia 


Phintias 


(V.M.) 


V. 5249 


Clodio 


Claudius 


(V.M.) 


V. 5257 


Themilcare 


Timochares 


(V.M.) 


V. 5295 


Seleuco 


Zaleucus 


(V.M.) 


V. 5763 


Muscane 


Musochares 


(V.M.) 


V. 5772 


Quinto 


Quintio 


(V.M.) 


V. 5783 


Contobricensi 


Centobrigenses 


(V.M.) 


V. 5785 


Rothogene 


Rhoetogenes 


(V.M.) 


V. 5829 


A lei noe 


Alcyoneus 


(V.M.) 


V. 1953 


Anippe 


Evippe^^ 


(Ovidio) 



'*^ Si tratta di un errore presente in tutte e quatu-o le stampe, cfr. TAVOLA III. 

^^ Si ricorda, infatti, che alcune parti sono state aggiunte in D e pertanto non se ne ha riscontro in ABC. 
^' Cfr. nota precedente. 

^2 Si è provveduto a riordinare i versi nel rispetto dello schema metrico della canzone, anche considerando che tale 
emendamento non comporta alcun problema di sintassi e il significato resta immutato. 
^^ A tale proposito cfr. Magnani, Introduzione. 
^^ Si osservi che la forma Anippe per Evippe potrebbe atuibuirsi ad una erronea lettura da parte dell'autore di n per v. 



RAPPORTI TRA I TESTIMONI 



233 



Dal momento che D rappresenta una seconda redazione ampliata dell'opera, si 
tratta di valutare se l'autore ha posto mano al manoscritto originario o ad una delle 
tre stampe precedenti. Si può propendere per questa seconda ipotesi tenendo conto 
dell'indicazione della lettera dedicatoria, là dove l'autore afferma «... composi la 
presente opera la quale pervenuta alle mani d'un mio singular amico, per mezzo 
suo fu impressa in Melano, persuadendosi farmi cosa gradita a riportarla in luce; 
del che non ben contento rimasi però ch'ai dissegno mio, giàfahricato nell'animo, 
molte altre cose io era per aggiungerle...». Il riferimento è sicuramente alla prima 
edizione, quella del 1518, stampata a Milano presso l'Officina Minuziana. E' quin- 
di molto probabile che l'autore abbia utilizzato come testo di base per le modifiche 
e per l'introduzione delle nuove parti proprio l'esemplare A. 

Per quanto concerne le differenze grafiche tra D e le edizioni precedenti si è 
notata una generale tendenza all'ammodernamento della forma attraverso l'elimi- 
nazione di nessi grafici latini, l'introduzione di numerose forme dittongate, la 
quasi generale sostituzione dell'articolo el con // nonché l'utilizzo del digramma - 
ti- al posto del semidotto -ci-^^. Dato che l'autore ha modificato sostanzialmente 
l'ultima edizione, rimane dubbio se la revisione grafica sia dovuta all'autore stesso 
o al tipografo. 

Resta, infine, da analizzare l'unica testimonianza manoscritta rinvenuta, sigla- 
ta F, ossia il sonetto Dei tu star sempre in questo acerbo affanno^^. Dato che ha 
avuto una diffusione autonoma e totalmente indipendente^^ rispetto alla tradizione 
del Tempio d'Amore, non si sono registrate nell'apparato di questa edizione le 
varianti di cui però si dà conto nella seguente Tavola (TAVOLA VII)^^: 



TAVOLA VII 



D 



V. 6450 


tuo infortunio 


V. 6 


tuo dur caso 


V. 6455 


negli penser 


V. 8 


i tuoi pensieri 


V. 6456 


suoi delti 


V. 9 


tai dee ti 


V. 6457 


ellegge morte 


V. 10 


Atropo e le gè 


V. 6458 


spirto 


V. 11 


l'uomo 


V. 6460 


e rei tormenti 


V. 13 


et ne' tormenti 


V. 6461 


può 


V. 14 


de 



V. 6464 è 'n protettion de Dio 



V. 17 



mai non spreza Iddio 



^^ Si è parlato di una generale tendenza perchè non mancano esempi che vanno nella direzione opposta. 
^^ Per la descrizione si rimanda al paragrafo Testimonianze. 
^^ Si tratta, infatti, di una delle rime sparse dell'autore. 
^* Si cita dall'edizione di Spinelli, Poesie inedite, p. 41 . 



234 CRITERI DI EDIZIONE 

CRITERI DI EDIZIONE 



L'apparato della presente edizione si compone di una sola fascia^ contenente le 
varianti d'autore e la segnalazione delle nuove parti aggiunte, mentre le varianti grafico- 
morfologiche non sono state registrate^. Si sono considerate varianti d'autore, oltre alla 
sostituzione integrale di una o piiì parole, l'eliminazione di latinismi non puramente grafi- 
ci (ad esempio al v. 1 84 gaudio ABC in gioia D), l'introduzione o l'eliminazione di artico- 
li, preposizioni, congiunzioni, avverbi, pronomi (es. v. 5302 un altro ABC, e un altro D) e 
le forme plurali per quelle singolari e viceversa (es. v. 477 fastidio ABC, fastidi D). Le 
parti aggiunte dall'autore nella redazione del 1525 (i vv. 2219-2249, vv. 2271-2725, vv. 
4357-4572, vv. 4600-4782, vv. 5878-6085, vv. 6926-6986, vv. 7214-7575) naturalmente 
non hanno apparato diacronico. 

Si sono segnalati, inoltre, in apparato: 

- i nomi propri che, tratti dalle fonti latine, hanno subito un'alterazione nella forma 
da attribuirsi alla tradizione utilizzata da Galeotto (es. v. 5296 Seleuco per Zaleuco)^; 

- i cambiamenti di rima conseguenti a sostituzioni di altri versi (es. vv. 4234- 
4236-4238); 

- le frequenti inversioni di alcuni termini all'interno di uno stesso verso (es. v. 77 Se 
dunque-Dunque se). 

Per comodità si è ritrascritta la lezione a testo seguita dal simbolo ] e dalla variante 
d'autore con l'indicazione delle sigle dei testimoni che la riportano. Nei casi in cui la 
variante si trovi in una didascalia si è provveduto a segnalarla con il simbolo *. 



' Nel paragrafo Rapporti tra i testimoni alcune tavole tengono luogo dell'apparato sincronico. 

2 Per un breve commento all'aspetto grafico e morfologico, soprattutto in relazione alle altre edizioni, si 
rimanda al paragrafo Rapporti tra i testimoni. 

3 L'elenco completo si trova al paragrafo Rapporti tra i testimoni (TAVOLAVI); per un commento rela- 
tivo a tali nomi cfr. Magnani, Introduzione. 



NOTA ALLA GRAFIA 235 

NOTA ALLA GRAFIA 



Conformemente ai criteri ormai invalsi nelle edizioni di testi di questo periodo', si è 
optato per la maggiore fedeltà possibile alla stampa. 

I criteri adottati sono i seguenti: 

1) si è distinto «da v; 

2) si è reso di norma con e o etìa grafia &; si è conservato et solo qualora la misura 
del verso lo richiedesse e si è regolarizzato in e davanti a consonante; 

3) si è ricondotto alla norma l'uso dell 'A nelle voci del verbo avere. 

4) si è eliminata Vh nel digramma eh davanti ad a (charo), ad u (ciaschun) e ad o 
(choro), anche se in taluni casi alcune forme potevano essere considerate grafie settentrio- 
nali. Si è optato per la conservazione di h quando ha valore etimologico (honore, homo) o 
pseudoetimologico e nei nessi ph, th, sia all'inizio di parola {philosopho, thesoro) che 
all'interno {triompho, mathematici). Si è conservata Vh negli avverbi homai e hoggi e pure 
in hora, sia sostantivo che avverbio (anchora, ognhora), rispettandone, comunque, l'oscil- 
lazione con le forme senza. Si è fatta eccezione per l'interiezione hor su che si è regolariz- 
zata nella forma orsù e per la forma chor che è stata resa con ch'or. Si è rispettata l'oscil- 
lazione deir/2 nelle forme trarltrahendo che potrebbe essere dettata dalla generale tenden- 
za latineggiante dell'autore; 

5) si sono mantenuti tutti i nessi latineggianti o iperlatineggianti -pt {yoluptà, capti- 
vi), -ps (Terpsicore), i prefissi latini (transformato, conspetto) così come le forme ti + 
vocale (patientia, sotio, propitie), ci + vocale (supplicio, vicio); questi ultimi casi, che 
sono presenti anche in rima tra di loro, sono stati tutti mantenuti^; 

6) si sono mantenute le forme non assimilate (calumnia, admessa); 

7) si è conservata la jc (excelienti, extreme) la y (Sylla, nymphe, hymnì); 

8) sono stati rispettati gli scempiamenti (avampa) e i raddoppiamenti ipercorrettivi 
(elletti, egreggio); il fenomeno, presente anche in rima, è stato mantenuto^; 

9) si è regolarizzato l'uso della / diacritica, foneticamente ridondante, dopo gn 
(ogniun), dopo e t g palatali (fuggie, dande) e dopo se davanti a vocale anteriore (feriscie. 



' Si è tenuto presente Migliorini, Nota sulla grafia italiana, pp. 197-225, Mengaido. Nota sulla grafìa 
nelle Opere volgari del Boiardo, pp. 456-477, nonché Doglio, Nota sulla grafia nell'opera volgare di Galeotto 
del Carretto Li sei contenti pp. XXI-XXII, Magnani, Nota sulla grafia nell'opera di Alessandro Braccesi 
Soneti e canzone, pp. LXI-LXIII e Rosiello, Grafeniatica, pp. 63-78. 

2 1 casi in questione sono ai vv. 209-2 li -2 13 ujficio-supplitio-propitio, vv. 528-529 vitio-ujficio, vv. 817- 
819-821 ujficio-vitio-precipitio, vv. 4583-4585-4587 edificio-hospitio-Supplitio. 

-' I casi in questione sono ai vv. 5815-5817 obstupefato-redatto, vv. 6156-6157 recchi-biechi e ai vv. 
6359-6360 remettese-facesse. 



236 CRITERI DI EDIZIONE 

conoscie). Si sono conservate le forme celo e ceco, numericamente equivalenti a cielo e 
cieco, in quanto possibili settentrionalismi fonetici"^; 

10) sono state separate le parole e sciolte le abbreviazioni; sono stati introdotti i segni 
diacritici e la punteggiatura; si è regolarizzata la grafia delle interiezioni; si sono riordina- 
te la maiuscole, eliminandole all'inizio di ogni verso e introducendole, dove mancano, 
nelle varie personificazioni (Fama, Perfidia); 

11) si è provveduto ad introdurre l'elisione, secondo la normale consuetudine, nel 
caso di incontro tra due vocali appartenenti a parole diverse {un'anima per una anima, un 
importuno per uno importuno, l'acuta per la acuta, senz'altro per senza altro, quell'alta 
per quella alta, quest'ansia per questa ansia, quest'or per questo or); si sono regolarizzate 
pure le forme ove è in ov'è, dove è in dov'è, dove erano in dov'erano, ove eri in ov'erì, 
vero è in ver' è, forza è ìnforz'è, ove el in ov'el, dove el in dov'el, quando eran in quand'e- 
ran, ove egli in ov'egli, onde io in ond'io, se io in s'io, se egli in s'egli, perché el in perché 
7. Si è mantenuta invece l'oscillazione, nel caso di pronome + verbo, tra forme elise e non 
{me offendi, ti accende). 

12) si è integrato l'apostrofo per indicare l'avvenuto troncamento in casi di preposizio- 
ni premesse ad aggettivi e sostantivi plurali maschili {de' delitti rei), nei casi di apocope 
postvocalica di pronomi e aggettivi (/' per io, e' per ei); si è segnalata anche l'apocope nei 
seguenti casi pon' per poni, ver' per vero, u per ubi, ve' per vede e me' per meglio; si è 
distinto e' articolo maschile da e ' con apostrofo libero per e i; si è sempre segnalata, inoltre, 
l'aferesi nelle forme e 'l, e 'n {e 'n la fiocina); l'aferesi è stata segnalata anche nel caso di 
alcuni sostantivi, aggettivi e avverbi {e 'ncanti, e 'ncerta, e 'ntorno, e 'nfermo, e 'ngegno). 

Si è introdotto l'accento anche in casi di forme rare o equivoche {sòie per suole, vói 
per vuol, dèi per devi); si è distinto /e' {fece) da. fé (fede) come pure vo' (voglio) da vò 
(vado), co' (coi) da co (con),fèr (fiero) da. fer {fecero), de {diede) da de' {deve). 

13) si è normalizzato l'uso dell'accento secondo le consuetudini moderne. Si è intro- 
dotto l'accento nella negazione né, nel pronome riflessivo sé, in che, poiché, perché con 
valore dichiarativo-causale e nella terza persona del verbo essere è; si sono segnalati gli 
spostamenti d'accento dovuti ad esigenze di rima {revoca, colloca, esplica); 

14) per quanto riguarda la divisione delle parole, si è rispettata la divisione delle pre- 
posizioni articolate quando il legamento importava raddoppiamento {de le); si è mantenu- 
to l'unico caso di preposizione unita (v. 5593 dela). Si è preferita, invece, la forma sopra- 
venir rispetto a quella della stampa sopra venir, così come la forma abastanza rispetto a 



'' Sono state, inoltre, rispettate tutte le rime che rimandano a fenomeni fonetici settentrionali, di cui di 
seguito si riporta l'elenco: vv. 480-481 noi-suoi, vv. 522-524-526 costui- tuoi-lui, vv. 845-847-849 noi-voi- 
suoi, vv. 3827-2829-2831 suffolto-occulto-cullo. vv. 3064-3066-3068 poi-suoi-voi, vv. 3106-3108-31 10 sono- 
buono-prono, vv. 3112-3114-3116 unge-longe-congionge, vv. 3194-3196-3198 spelunca-adunca-tronca, vv. 
3290-3292-3294 /;o/-5Mo/-vo/, vv. 3429-3431-3433 costui-bui-suoi, 3493-3495-3497 suoi-voi-noi, vv. 4534- 
4536-4538 cade-pietade-profunditate, vv. 5341-5342 dechiararemo-potemmo, vv. 5384-5388 no-può, vv. 
5529-5531-5532 voi-puoi-voi, vv. 6167-6169-6171 voi-puoi-voi, vv. 6295-6297-6299 buono-sono-trono, vv. 
6747-6749-675 1 poi-voi-suoi. 



CRITERI DI EDIZIONE 237 

quella della stampa a bastanza. Si è intervenuti, inoltre, per unire a i in ai, de gli in degli, 
ne gli in negli; si sono unite, infine, secondo la normale consuetudine, le seguenti parole: 
primavera, capelveneri, millefogli, mezzogiorno, malcontenti e malcontento. 

Si sono lasciati intatti avverbi e congiunzioni: là su, piti tosto, sì come, poi che (man- 
tenendo, naturalmente, anche la forma poiché presente diverse volte nella stampa), sotto 
sopra, in dietro o in drieto (rispettandone l'oscillazione con la forma indietro), da presso, 
a braccio, ogni intorno, in seme (rispettandone l'oscillazione con la forma inseme), in sino 
(rispettandone l'oscillazione con la forma insino) tal volta, di poi (si registra un solo caso 
della forma dipoi che si è mantenuto) in cantra (rispettandone l'oscillazione con incon- 
tra), in damo, al fin, o ver, si è fatto eccezione per l'avverbio co là che è stato unito nella 
forma colà, più frequente nella stampa e per la forma a dio che è stata unita in adio, rispet- 
tandone però lo scempiamento. 

Si è provveduto a dividere le preposizioni quando si trovavano unite nella stampa 
{del esilio in de l'esilio, al improbo in a l'improbo, nel arcan in ne l'arcan, col Appetito in 
co l'Appetito). 

La forma sei è stata divisa ìns'el quando la preposizione precede un pronome e in se 
7 quando precede l'articolo mentre la forma chel si è resa con che 7. 



Dialefe-Sinalefe Dieresi-Sineresi 



Per quanto riguarda la sinalefe il poeta ne fa un uso piuttosto ampio poiché essa appa- 
re costante anche quando la dialefe sarebbe di norma, come nell'incontro tra dittongo o 
vocale tonica e vocale atona. 

La dieresi è stata segnalata laddove necessaria per esigenze metriche. 

Date queste premesse si è seguita nel testo la norma generale di preferire la dieresi 
alla dialefe che, per l'autore, risulterebbe eccezionale. 



INDICE DEI NOMI DEL TEMPIO D'AMORE 



Accoglienza, 1127*, 1128, 1134, 1158, 1164*, 1165, 
1204, 1213, 1222, 1234, 1246, 1252, 1276, 1303, 
1313, 1321, 1321*, 1328, 1335, 1346, 1356, 
1382, 1388, 1400, 1403*, 1413, 1425, 1434, 
1440, 1456, 1462, 1479, 1494, 1506, 1515, 
1530*, 1537, 1567, 1591, 1606, 1615, 1648*, 
1655, 1664, 1668, 1673, 1688, 1697, 1727, 1731, 
1742, 1749, 1765, 1779, 1782, 1785, 1824, 
1824*, 1828, 1843, 1855, 1861, 1870*, 1871, 
1934, 1952, 1967, 1983, 2073*, 2077, 2101, 
2113, 2152, 2188*, 2198, 2219*, 2235, 2280, 
2311, 2314*, 2330, 2402, 2405*, 2406, 2442, 
2463*, 2473, 2488, 2539*, 2546, 2558, 2576*, 
2580, 2586, 2604, 2607, 2613, 2619, 2625, 2637, 
2649, 2661, 2676*, 2683, 2713, 2725*, 2729, 
2757, 2823, 2850*, 2857, 2866, 2872, 2881, 
2887, 2899, 2905, 2930, 2957, 2984, 3020*, 
3021, 3117, 3174*, 3181, 3247, 3334*, 3341, 
3464, 3467*, 3468, 3591, 3606*, 3610, 3613, 
3621, 3685, 3742*, 3743, 3776, 3828, 3849, 
3879, 3924, 3933*, 4792*, 7532*, 7533. 

Acheloo, 4185. 

Acheronte, 7527. 

Achille, 2261, 3720, 3886. 

Acontio, 3703. 

Adone, 4054. 

Adulatione, lett. ded., 2845, 4030, 5463*, 5464, 
5898, 6038, 6856. 

Affanno, 2107, 2343, 3499, 3632, 4112. 

Affrica, 5768. 

Agamemnone, (Agamenone), 642, 3697. 

Agamenone, v. Agamemnone. 

Aganippe, 1955. 

Agrippa, 4909. 

Alchmena, 3754, 3785. 

Alcide, 2267. 

Alcinoe, [Alcioneo] 5829 e nota. 

Alessandro, 5808. 

Alumno, v. Del Bailo, Francesco. 

Amadriadi, 1960. 

Amaritudine, 2558. 

Ambitione, lett. ded., 42, 48, 1004, 4867, 5073, 
5088, 5106, 5154, 5488, 5497, 5666, 5675, 5749, 
5894, 5918, 5935, 6179, 6284, 6331, 6375, 6594. 
6994, 7046. 

Ambrogini, Angelo, 1 998. 

Amicitia, 29, 1076, 1080, 1087*, 1091, 1097, 1103, 
1109, 1115, 1121, 1127*, 1131, 1149, 1164*, 
1198, 1210, 1219, 1231, 1243, 1249, 1273, 1300, 
1309, 1318, 1321*, 1322, 1334, 1343, 1352, 



1354, 1379, 1385, 1397, 1403*, 1404, 1422, 
1431, 1439, 1455, 1461, 1476, 1491, 1503, 1512, 
1530*, 1531, 1561, 1588, 1603, 1612, 1648*, 
1649, 1661, 1667, 1670, 1685, 1691, 1721, 1730, 
1739, 1744, 1745*, 1746, 1764, 1776, 1781, 
1784, 1821, 1824*, 1825, 1840, 1854, 1858, 
1870*, 1931, 1949, 1964, 1970*, 1971, 2073*, 
2074, 2098, 2110, 2149, 2188*, 2189, 2219*, 
2220, 2271, 2284, 2314*, 2315, 2363, 2405, 
2405*, 2433, 2463*, 2464, 2485, 2539*, 2540, 
2555, 2576*, 2577, 2583, 2598, 2604, 2610, 
2616, 2622, 2631, 2646, 2655, 2676*, 2677, 
2707, 2725*, 2726, 2750*, 2751, 2820, 2850, 
2851, 2863, 2869, 2878, 2884, 2890, 2902, 
2923*, 2924, 2939, 2942, 2954, 2981, 3017, 
3020*, 3114, 3174*, 3175, 3244, 3334*, 3335, 
3458, 3467*, 3582, 3606*, 3607, 3682, 3733, 
3742*, 3773, 3821*, 3822, 3846, 3873, 3921, 
3933*, 4792*, 4856*, 4869, 4944, 4950*, 4951, 
4967, 4975, 5959, 6109, 7143. 

Amore (Cupidine), (Cupido), lett. ded, 2, 11, 15, 20, 
22, 30, 36, 41, 55, 98, 371, 422, 430*, 437, 462, 
491, 507, 517, 526, 530, 541, 555, 565, 575, 581, 
709, 717, 733, 746, 781*, 783, 791, 804, 824, 
833, 850, 863, 882, 894, 906, 1041, 1077, 1078, 
1090, 1131, 1135, 1149, 1166,2016,2079,2085, 
2200, 2236, 2307, 2332, 2374, 2381, 2740, 2759, 
2804, 2907, 2931, 2975, 3007, 3014, 3573, 3491, 
3505, 3531, 3532, 3533, 3537, 3541, 3543, 3560, 
3563, 3569, 3621, 3630, 3650, 3654, 3656, 3668, 
3670, 3675, 3714, 3734, 3742*, 3784, 3787, 
3873, 3938, 3942, 3944, 3953, 3968, 3970, 3975, 
4035, 4038, 4045, 4062, 4070, 4078, 4098, 4116, 
4132, 4162, 4192, 4222, 4282, 4320, 4356*, 
4359, 4421, 4428, 4439, 4445, 4449, 4453, 4457, 
4464, 4535, 4541, 4563, 4567, 4593, 4599, 4606, 
4609, 4636, 4644, 4666, 4690, 4692, 4700. 4709, 
47 1 2, 4773, 4804, 4806, 48 1 1 , 48 1 5, 4828, 483 1 , 
4971, 4978, 4983, 4997, 5009. 5026. 5035, 5039, 
5049, 506 1 , 5 103, 5 1 27, 5 1 34. 5 167, 5 1 87. 5 1 90, 
5195, 5202, 5218, 5342. 5344. 5361. 5417, 5427, 
5457, 5465, 5474, 5481, 5485, 5489. 5504. 5512, 
5558, 5565, 5580, 5609, 5678, 5690. 5699. 5867, 
6001, 61 14, 6116, 6122. 6130, 6134, 6142. 6147, 
6169, 6172. 6176. 6184, 6185*. 6219, 6255, 
6267, 6279, 6290, 6307, 63 19. 6339. 6345. 638 1, 
6513, 6543, 6603, 6701. 6918, 7020, 7036, 7041, 
7048, 7051, 7063, 7164, 7268, 7412*, 7414, 
7432, 7455, 7492*, 7532*, 7534, 7566*. 7567. 

Amphione, 2039. 



240 



INDICE DEI NOMI DEL «TEMPIO» 



Andromada, 3793. 

Angelica. 1997. 

Anippe, [Evippe] 1953 e nota. 

Annibal. (Anniballe), (Hannibal), 631, 635, 5838. 

Anniballe, v. Annibal. 

Anno, 5771. 

Ansietate. 1577. 

Antigone, 5823. 

Antiphilo. 1835. 

Antoniani, 2067, 4903. 

Apelle, 1824*, 1831. 

Apollo, (Phebo), 1878, 1900, 1985, 2040, 4265, 

4257, 4404. 
Appetito, 2091, 2793, 3971, 3979. 
Aquilone, 4564. 
Arcade. 1179. 
Aretino, Pietro, 2019. 
Aretusa, 4303. 
Argia, 3888. 
Argo, 3765. 
Ariadna, 3798. 
Ariosto, Ludovico, 2037. 
Aristide, 5288. 

Aristonica, [Aristomache] 3810 e nota. 
Arroganza, 1458. 
Artemisia, 3882. 
Ascanio lullo. 4058. 
Asia, 2143. 5721. 
Assentation, 1260. 
Athalanta, 3006, 3707. 
Athi, 4261. 
Augusto, 4909. 

Avaritia, 1259, 1344. 1497, 1556. 
Aventino, 5254. 

Baccio Ugolin, v. Ugolini, Baccio. 

Bacco, 3771,4237. 

Badio, 5773. 

Beatrice, 3844. 

Belinzon, v. Bellincioni, Bernardo. 

Bellezza, (Beltà), 2101,4106. 

Bellincioni, Bernardo, 2001. 

Beltà, V. Bellezza. 

Bembo, Pietro, 2052. 

Bendedei, Timoteo, 2037. 

Benignità, 1127*, 1164*, 2073*, 3742*, 3933*, 
3940, 4018, 4081*, 4091, 4211*, 4212, 4245, 
4329, 4356*, 4363, 4572*, 4579, 4600, 4604, 
4649, 4652, 4659, 4710*, 4717, 4780, 4786, 
4792*. 

Beniveni, v. Benivieni, Girolamo. 

Benivieni, Girolamo, 2046. 

Biblis, 3897. 

Birena, 3055, 3065. 



Blosio, 4881. 

Boiardo, Matteo Maria, 1995. 

Bonifacio, Bonifacio II, marchese di Monferrato, 

lett. ded. 
Borea, 6076. 
Briseida, 2259. 
Brundusio, 5764. 
Bruto, 3723, 3867, 4903. 
Burgello, v. Di Giovanni, Domenico. 

Caliope, 1902. 

Calmeta, v. Colli, Vincenzo. 

Calumnia, 1824*, 1836, 1839, 1845, 1859, 1865, 

1870. 
Camerini, 5249. 
Camillo, 5240. 

Cammelli, Antonio detto Pistoia, 2043. 
Campo Fregoso, v. Fregoso, Antonio Fileremo. 
Canace, 3903. 
Candido, 3400. 
Candioto, Girolamo, 2041. 
Canitie, 4674. 

Caracciolo, Giovan Francesco, 2035. 
Carità, (Cantate), 1023, 6950. 
Cantate, v. Carità. 
Cariteo, v. Gareth, Benedetto. 
Carmente, 3769. 

Carraciol, v. Caracciolo, Giovan Francesco. 
Carro, costellazione, 1179. 
Carthaginesi, 5646, 5758. 
Castore, 2138. 
Catone, 6474, 6510. 
Catullo, 3835, 3843. 
Cavaller, v. Correggio (da), Niccolò. 
Cecità, (Cecitate), lett. ded., 55 12, 5667, 5897, 6022. 
Cecitate, v. Cecità. 
Celio, 4900. 
Cenchrea, 3332. 
Cephalo, 2258, 3710. 
Cepione, 4888. 
Cerbaro, 4527. 
Cerere, 3756, 4477. 
Cesar, 3801. 
Chimera, 3618. 
Chiromante, 6724*. 6737, 6779*, 6789, 6828, 6879, 

6879*. 
Cidippe, 3704. 

Ciminelli, Serafino detto Aquilano, 2004. 
Cino, v. Pistoia (da), Gino. 
Cinthia, 3842. 
Ciparisso, 4264. 
Ciprigna, 4375. 
Circe, 3860,4192. 
Citadin Hieronimo, v. Cittadino, Girolamo. 



INDICE DEI NOMI DEL «TEMPIO» 



241 



Citharea, v. Venere. 

Cittadino. Girolamo, 2045. 

Cleopatra, 3801. 

Clio, 1908. 

Clitemnestra, 3698. 

Clitia, 2233, 2253, 6003. 

Clodlo, [Claudio] 5249 e nota. 

Clotho, 4745, 5718. 

Colli, Vincenzo detto Calmela, 2023. 

Concordia, 349, 414, 1037. 

Concupiscenza, 1458, 1498, 2758. 

Conforto, 198*, 199, 211, 220*, 223, 237, 238, 406, 

430*, 431, 446, 452, 458, 504, 2580. 
Conscientia, lett. ded., 1005, 5127*, 5128, 5129, 

5136,5154,5174. 
Constanza, 1388, 1574. 
Consuetudin, 4489. 
Conte, V. Boiardo, Matteo Maria. 
Continenza, 1388, 1471. 
Contobricensi, [Centobrigesi] 5783 e nota. 
Contritione, 1711. 
Cordoglio, 2366. 
Corina, 3841. 
Corimbo, 3322, 3332. 
Comazzan, v. Cornazzano, Antonio. 
Cornazzano, Antonio, 1995. 
Cornelio Nepote, 5769. 
Correggio (da), Niccolò, 2025. 
Cupidine, v. Amore. 
Cupido, V. Amore. 

Dal Carretto, Galeotto, lett. ded, 2061, 

Damon, 4912. 

Danae, 3754. 

Dante, 1983,3838,3844. 

Daphne, 3760, 4267. 

Dario, 5643. 

De' Medici, Lorenzo detto il Magnifico, 1999. 

Deformità, 4674. 

Deianira, 2265, 3692. 

Deidamia, 3885. 

Del Bailo, Francesco detto Alunno, 2054. 

Delia, 3844. 

Delitie, 4313. 

Desegno, 2792. 

Desiderio, (Desio), 198*, 199, 212, 220*, 221, 229, 

248,2108,2790. 
Desio, V. Desiderio. 
Desperatione, 2343, 6447*, 6448, 6456, 6464*, 

6465. 
Di Giovanni, Domenico detto Burchiello, 1992. 
Diana, 643. 
Dido, 3689, 4057. 
Diletto, 2107, 2739,2743. 



Dionisio, 3809, 4915,5633. 

Disciplina, 1307, 1310, 1315, 1316, 1320, 1323, 
1332, 1350, 1354, 1365, 1414, 1450, 1568, 1583, 
1593, 1608, 1641, 1647, 1654, 1666, 1689, 1705, 
1713, 1716. 

Discordia, 8, 336, 347, 413, 500, 870, 7037, 7054, 
7451. 

Discretion, (Discretione), lett. ded., 49, 4592, 5036, 
5055*, 5056, 5057, 5058, 5059, 5062, 5064, 
5068, 5072, 5098, 5104, 51 19, 5348, 6282, 6290, 
6376, 6572, 6579*, 6588, 6604, 6620, 6993, 
7001, 7043, 7146, 7460*, 7461, 7485, 7492*, 
7542. 

Discretione, v. Discretion. 

Dolor, (Dolore), 1286, 1555, 2247, 3489, 3499, 
4626. 

Dolore, v. Dolor. 

Driadi, 1958. 

Drusso, 5731,5733. 

Dubbio, 2249. 

Duol,2791. 

Eco, 4305. 

Egena, 4735. 

Egeo, 3345. 

Egisto, 3698. 

Elicona, 1890. 

Emilio, console, 5840. 

Emilio, letterato, 2040. 

Enea, 3688, 3832. 

Eoi, 5812. 

Ephigenia, 647. 

Ephoro, 1884. 

Epirro, 5835. 

Equità, 4594. 

Eratho, 1922. 

Erigone, 377 1 . 

Erisicton, 4767. 

Error, 1209, 1453, 1456, 1540,4096,6005. 

Euridice, 3789. 

Europa, 3754. 

Euterpe, 1910. 

Fabbio Marco, 5725. 

Fabrizio, 5256. 

Falischi, 5241. 

Fama, 7, 304*, 305, 336*. 337, 345, 347, 357, 367, 

377, 381*, 410, 498. 
Fanciul, v. Amore. 
Fanciullin, v. Amore. 
Fanciullo, v. Amore. 
Fastidio, 2354, 3489, 4737. 
Fatica, 2960, 4735. 
Faustina, 3731,3806. 



242 



INDICE DEI NOMI DEL «TEMPIO» 



Favor, v. Favore. 

Favore, (Favor), lett. ded., 42, 2460, 2695, 4100, 
5072, 5088, 5154, 5445, 5455*, 5456, 5464, 
5472, 5480, 5488, 5496, 5504, 5512, 5520, 5535, 
5538, 5554, 5557*, 5558, 5559, 5585, 5603, 
5615, 5675, 5687, 5696, 5699. 5702, 5856, 5889, 
5856, 5889, 5959, 5985, 5997, 6007, 6029, 6037, 
6038, 6051, 6060, 6063, 6074, 6179, 6231, 6247, 
6285, 6356, 6863, 6952. 

Fé, V. Fede. 

Fede, (Fé), 11, 391, 421, 430*, 432, 447, 471, 473*, 
474, 475, 480, 482, 483, 484, 486, 490, 522, 534, 
538, 546, 554, 562, 578, 586, 590, 593, 593*, 
594, 601*, 602, 681, 694, 697, 703, 708*, 709, 
732, 736, 765, 999, 1017, 1089, 2644, 2647, 
2799, 2899, 2905, 2908, 2916, 2919, 2943, 2953, 
3483, 3495, 3496, 4113, 6108, 6205, 6306, 6562, 
7130,7429,7551. 

Felicità, 1474, 1486,7159. 

Fermezza, 3486, 3498. 

Firenze, 1999. 

Fittione, 713, 4103. 

Fortezza, (Fortitudine), 1468, 2587, 3522. 

Fortitudine, v. Fortezza. 

Fortuna, 110, 1222, 1236, 1251, 1262, 1275, 1619, 
1631, 1722, 2443, 2649, 2666, 2684, 2691, 2698, 
5624, 5630, 5654, 5916, 6056, 6071, 6498, 6667, 
6867,7172,7212,7292. 

Fotis, 3043, 3096. 

Fracastoro, Girolamo, 2049. 

Francia, 65 1 8. 

Fregoso, Antonio Fileremo, 2028, 2070. 

Frode, lett. ded., 1862,4103. 

Furor, 1458. 

Galeotto dal Carretto, v. Dal Carretto, Galeotto. 

Gallo, 3836. 

Gambara, Veronica, 2055. 

Ganimede, 4555. 

Garetti, Benedetto detto Cariteo, 2035. 

Gaudio, 2791, 3487, 3504, 41 12. 

Gelosia, lett. ded., 42, 52, 113, 1141, 2235, 2316, 
3490, 3513, 4104, 4786, 4792*, 4793. 4794, 
4795, 4797, 4820, 4826, 4861, 4867, 4996, 5472, 
5896, 5992, 6006, 6153, 6270, 6622, 7005, 7069, 
7092. 

Genio, 1194, 1612, 1618, 1653, 1527. 

Gentilezza, 2729. 

Giove, 2252, 3753, 4046, 4064, 4155, 4411, 4541, 
4549, 4555, 4559, 6926. 

Gioventute, 2083, 2089, 4109, 4697. 

Giuditio, 3971,3976. 

Giunon, 2134, 2158, 2250, 4063. 

Giustitia, (lustitia), lett. ded., 46, 296, 1470, 4511, 



5046, 5112, 5120, 5127*, 5130, 5136, 5174, 
5237, 5312, 5350, 6267, 6273, 6282, 6289, 6367, 
6372, 6374, 6377, 6391, 6394, 6403, 6441, 6533, 
6538, 6561, 6563*, 6564, 6565, 6567, 6569, 
6571, 6572, 6573, 6574, 6575, 6576, 6577, 6578, 
6579, 6579*, 6583, 6587, 6613, 6640, 6684, 
6705, 6993, 6999, 7016, 7042, 7071, 7146, 7251, 
7451, 7460*, 7461, 7463, 7477, 7492*, 7542, 
7554. 

Gloria, 2644, 2647. 

Gneo Carbone, 5273. 

Gneo Domitio, 5264. 

Gracco, 4886. 

Gratie, 2112, 2114, 2173, 4167. 

Gualtero, v. Sanvitale, Gualtiero. 

Hannibal, v. Annibal. 

Hebbe, 2090. 

Helena, 3004,4051. 

Heleno, 6795. 

Hercule, 3010, 3692,4186. 

Hermofrodito, 4225. 

Hero, 3858. 

Herode, 6434. 

Hieronymo, v. Fracastoro, Girolamo. 

Hipermestra, 3870. 

Hipona, 3127. 

Hippomene, 3707. 

Horeste, 4878. 

Humiltà. (Humiltate), 33, 5423*, 5424, 5455*, 

5527*, 5557*, 5562, 5684, 5699, 5702*, 5745, 

7139. 
Humiltate, v. Humiltà. 

lasone, 2263, 3695, 3795. 

Idaglio, 4376. 

Ignavia, 2748. 

Ignominia, 1577. 

Ignoranza, 1456, 1540. 1844. 

Importunità, (Importunitate), 35, 6085*, 61 10, 6126, 

6133*, 6134, 6161*, 6162, 6185*, 6186, 6261, 

6269, 6286, 6306*, 6307, 6328, 6340, 6433*, 

6344,7144. 
Importunitate, v. Importunità. 
Incontinenza, 1580. 
Inedia, 4735. 
Inertia, 4677. 
Infamia, lett. ded., 2342, 4586, 4602, 4605, 4613, 

4616,4648,4655. 
Inferno, 6449. 
Infirmitate, 4677. 
Ingratitudine, 23, 831*, 832, 833, 834, 838, 883, 

922,961, 1033, 1036. 
Innocentia, 53, 6537, 6543, 6549*, 6550, 6563*, 



INDICE DEI NOMI DEL «TEMPIO» 



243 



6564, 6566, 6568, 6570, 6572, 6574, 6575, 6576, 
6577, 6578, 6579, 6579*, 6580, 6596, 6612, 
6986*, 6987, 7029, 7032*, 7033, 7060, 7072, 
7235,7140,7235,7552. 

Inoppia, 4736. 

Inquietudin, (Inquietudine), lett. ded., 2778, 5480, 
5895, 5934. 

Inquietudine, v. Inquietudin. 

Insidia, 1862. 

Integrità, (Integritate), 29, 392, 951, 1076, 1087*, 
1088, 1094, 1100, 1106, 1112, 1118, 1124, 1127*, 
1164*, 2073*, 3742*, 3933*, 3934, 4012, 4081*, 
4082, 4205, 4242, 4317, 4356*, 4357, 4572*, 
4573, 4600*, 4601, 4634, 4652*, 4653, 4692, 
4710*, 4711, 4771, 4783, 4792*, 4793, 4794, 
4796, 4799, 4814, 4823, 4835, 4850, 4856*, 
4857, 4926, 4947, 4950*, 6205, 7140, 7445, 
7549. 

Integritate, v. Integrità. 

Invidia, 114, 949, 950, 1855, 2844, 5108, 5183, 
5183*, 5200, 5214, 5216, 5321, 5364, 6153, 
6246, 6329, 6953, 7091, 7550. 

10,2251,4064. 

lohan Pico, v. Mirandola (della), Giovanni Pico. 

Iole, 3010, 3786. 

Iphimedia, 3756. 

Ipsicratea, 3871. 

Iside, 3366, 3415. 

Isiphile, 2263. 

lustitia, V. Giustitia. 

Lascivia, 2818, 3674, 4312. 
Laudomia, 3868. 
Laura, 3845. 
Leandro, 3858. 
Leda, 4156. 

Lelio, 4883, 4906, 5648. 
Lelio Lucio, 5719. 
Lesbia, 3843. 

Lethe, (Letheo), 4335, 601 1 , 6020. 
Letheo, v. Lethe. 
Lettorio, 4884. 
Levità, 2090. 
Liberalitate, 2198. 
Libertade, 1470. 
Licor, 3843. 
Lidia, 3841. 

Lino, [Linceo] 3870 e nota. 
Livore, 1857, 1870. 
Locrensi, 5297. 

Lorenzo, v. De' Medici, Lorenzo. 
Luca Pulci, V. Pulci, Luca. 

Lucio, (Lucio Apuleio), 3020, 3028, 3033, 3040, 
3046, 3076, 3087, 3102, 3106, 3145, 3159, 3186, 



3 1 87, 3202, 32 1 6, 3223, 3237, 3260, 3269, 3280, 
3307, 3326, 3337, 3344, 3363, 3387, 3390, 3395. 

Lucio Apuleio, v. Lucio. 

Lucio Crasso, 5272. 

Lucio Paulo, 5796. 

Lucio Regin, 4887. 

Lucullo, 4894. 

Luigi, V. Pulci, Luigi. 

Luna, monte, 6749. 

Lussuria, 1259. 

Lutto, 1289. 

Mansuetudine, 1470. 

Mantua, 3833. 

Marcel, 5778. 

Marco Antonio, 5802. 

Marco Bruto, 5803. 

Marco Scauro, 5265, 527 1 . 

Marco, 3807. 

Marte, dio, 3666, 3776, 5263. 

Marte, monte, 6742. 

Martir, 2366. 

Medea, 2262, 3695, 3795. 

Medusa, 1896, 3756. 

Melano, lett. ded. 

Melantho, 3757. 

Meleagro, 4121. 

Melpomene, 1916. 

Memoria, 58*, 68, 72, 74, 140, 149*, 381*, 388, 
781*, 782, 790, 797*, 798, 801, 807 , 813, 819, 
825, 831, 831*, 832, 833, 835, 895, 925*, 927, 
934,941*. 1011, 1012, 1025*, 1042, 1043, 1046, 
1089,2796,6021,7143,7551. 

Mercurio, dio, 2122, 3767, 4485, 4547. 

Mercurio, monte, 6747. 

Messalina, 3804. 

Mestitia, 1290. 

Metello, 5782. 

Mezentio, 3986. 

Milone, 3034, 3041, 346, 3094, 3137. 

Minerva, 2146. 

Minos, 3702. 

Minotauro, 3797. 

Mirandola (della), Giovanni Pico, 1 987. 

Mirra, 3900, 4269. 

Miseria, lett. ded., 5082, 5099. 

Mitridate, 3871. 

Mittilena, 5281. 

Modestia, 1468. 

Monferrato, lett. ded. 

Morgante, 1991. 

Morpheo, 4333. 

Morte, 6025. 

Mudanza, 3488, 3525. 



244 



INDICE DEI NOMI DEL «TEMPIO» 



Muscane, [Musocare] 5763 e nota. 
Muse, 1901, 1935, 1979. 
Musèo, 1881. 

Naiade, 1960. 
Narciso, 4176. 
Neptuno, 3755. 
Neron, 3803, 3986. 
Nesso, 3693. 
Numidia, 596. 
Nymphe, 1960. 

Oblivione, lett. ded., 831*, 844, 877, 907, 1033, 

1043, 5322, 5504, 5896, 6006. 
Opinioni, 1214, 1591, 1707. 
Opportunità, 5527*, 5528, 5529, 5532, 5534, 5537, 

5539, 5542, 5544, 5547, 5549, 5552, 5554, 5557. 
Oppressione, 4736. 
Orco, 3768. 
Orion, 2415. 
Orlando, 1996. 
Oronte, 5643. 
Orpheo, 1883,2039,3788. 
Orsa, 1179. 
Otho, 6477, 6516. 

Otio, 2739, 2741, 3674, 431 1, 4355. 
Ovidio, 3834, 3841. 

Paccuvio, 4880. 

Palemon, 4391. 

Pallade, 2186, 2215. 

Pan, 4135, 4435. 

Paris, 2130, 3720. 

Parnaso, 1887, 1970*, 2047. 

Pasiphe, 3906. 

Patientia, (Patienza), lett. ded., 1016, 2375, 2413, 
2474, 2596, 2714, 2725, 6291, 6303, 6306*, 
6307, 6319, 6337, 6343*, 6382, 6447*, 6452, 
6459, 6463, 6464*, 6483, 6531, 627*, 6628, 
6688*, 6689, 6697, 6705, 6713, 6717, 6721, 
6724*, 6879*, 6880, 6889, 6907, 6925*, 7144. 

Patienza, v. Patientia. 

Pegaseo, 1895. 

Pena, 4737. 

Penitentia, (Penitenza), 1298, 1300, 1710. 1866, 
4626. 

Penitenza, v. Penitentia. 

Penser, (Penserò), 2108, 2345, 3971, 3973, 3976. 

Penserò, v. Penser. 

Perfidia, lett. ded., 13, 473*, 480, 482, 483, 485, 
487, 554, 578, 588, 592, 593*, 594, 601*, 661, 
673, 718, 725, 1006, 2803, 5109, 5366, 6152, 
6331,7131. 

Persa, 5761. 



Perseo, 3792. 

Perseveranza, 2787, 2930, 2985. 

Persuasione, 1415. 

Petilia, 634. 

Petrarca, 1984,3838,3845. 

Petronio, 4899. 

Phaetonte, 5680. 

Phantaso, 4333. 

Phebo, V. Apollo. 

Philebo, 3289. 

Phileno, 1, 8, 25, 40, 53, 58*, 59, 81, 89, 92, 146, 
149*, 150, 156, 162, 168, 174, 180, 186, 192, 
198, 198*, 201, 220*, 221, 225, 233, 241, 249, 
252*, 253, 304*, 324, 336, 337, 342, 352, 362, 
372, 381, 381*, 382, 425, 430*, 431, 446, 455, 
470, 490, 514, 528, 536, 609, 667, 681, 682, 
688, 694, 700, 706, 708*, 730*, 731, 749, 759, 
769, 785, 793, 799, 805, 835, 848, 854, 883, 
896, 1025*, 1026, 1027, 1029, 1030, 1034, 
1038, 1042, 1045, 1047*, 1048, 1064, 1072, 
1087, 4114, 4800, 4815, 4821, 4826, 4840, 
4858, 4950, 4950*, 4951, 4955, 4963, 4971, 
4979, 4987, 4991*, 4992, 5012, 5018, 5031, 
5060, 5101, 5111, 5123, 5131, 5162, 5171, 
5186, 5192, 5194, 5198, 5208, 5324, 5334, 
5335*, 5336, 5344, 5352, 5355, 5360, 5368, 
5375*, 5376, 5385, 5392, 5408, 5432, 5452, 
5564, 5585, 5606, 5697, 5845, 5847*, 5848, 
5852, 5853, 5858, 5863, 5868, 5873, 5878, 
5892, 6062, 6085*, 6086, 6094, 6102, 6110, 
6118, 6126, 6163, 6177, 6185*, 6189, 6220, 
6227, 6256, 6292, 6303, 6318, 6322, 6337, 
6343*, 6344, 6392*, 6393, 6447*, 6462, 6464, 
6483, 6528, 6543, 6549, 6567, 6580, 6607, 
6627, 6627*, 6628, 6688*, 6689, 6693, 6701, 
6709, 6717, 6724*, 6725, 6734, 6779*, 6780, 
6825, 6870, 6879, 6879*, 6880, 6889, 6901, 
6910, 6922, 6925*, 6926, 6986*, 6988, 7000, 
7023, 7032*, 7033, 7072, 7081*, 7082, 7213, 
7253*, 7272, 7275*, 7276, 7334*, 7404*, 7405, 
7412*, 7413, 7460*, 7461, 7468*, 7469, 7492*, 
7493, 7532*, 7566*, 7567. 

Philira, 3780. 

Phille, 3718. 

Philomena, 4276. 

Phisistrato, 5820. 

Phobetore, 4333. 

Piacer, 4027, 4075. 

Piche, 1952, 1962. 

Piero, 1953. 

Pietà, (Pietade), (Pietate), 33, 145, 993, 5423*, 5424, 
5432, 5448, 5455*, 5527*, 5528, 5539, 5533, 
5535, 5538, 5540, 5543, 5545, 5548, 5550, 5553, 
5555, 5557*, 5558, 5561, 5588, 5615, 5702*, 



INDICE DEI NOMI DEL «TEMPIO» 



245 



5703, 5750, 5851, 5856, 5861, 5866, 5871, 5876, 

5886, 5990, 6109, 6205, 7142. 
Pietade, v. Pietà. 
Pietate, v. Pietà. 
Pilade, 4878. 
Pilato, 6434. 
Pirinéo, 1935. 
Pirramo, 3725, 3856. 
Pirro, 5259, 5828, 5836. 
Pistoia, V. Cammelli, Antonio. 
Pistoia (da), Cina, 1991. 
Pitaco, 5280. 
Pithagora, lett. ded. 
Pithia, [Finzia] 4912 e nota. 
Platon, 1657. 
Pluton, 3761,3790. 
Policiano, v. Ambrogini, Angelo. 
Policrate, 5636. 
Polimmia, 1925. 
Polisena, 3783. 
Poluce, 2138. 
Pompeio, 3864, 5597. 
Pomponio, 4884. 
Portia, 3722, 3867. 
Povertà, (Povertate), lett. ded., 2850, 4586, 4605, 

4713,4720,4778. 
Povertate, v. Povertà. 
Prasitelle, 3602. 

Presontione, 38, 6137, 6161*, 6162, 6170. 
Probitate, 1468. 
Procri, 2256, 3710. 
Progne, 4275. 
Propertio, 3835, 3842. 
Proserpina, 3762, 4528. 
Protesilao, 3868. 
Psiche, lett. ded., 4161, 4170, 4222, 4373, 4381, 

4397, 4413, 4421, 4430, 4437, 4446, 4452, 4453, 

4461, 4477, 4487, 4494, 4501, 4505, 4509, 4517, 

4533,4542,4551,4553. 
Ptholomeo, 1832, 3802, 3866. 
Pulci, Luca, 1989. 
Pulci, Luigi, 1990. 
Punitione, 1271, 1279. 

Quiete, 2745. 

Quinto Crispin, [Quinzio] 5772 e nota. 

Ragion, V. Ragione. 

Ragione, (Ragion), 32, 287, 392, 2794, 4628, 5007, 
5016, 5023*, 5024, 5048, 5057, 5120, 5122, 
5127*, 5128, 5130, 5152, 5168, 5183, 5183*, 
5185, 5188, 5190, 5192, 5198, 5223*, 5224, 
5232, 5335*, 5349, 6205, 6406, 6495, 6593. 

Rainaldo, 4182. 



Refrigerio, 3634. 

Regul,618. 

Ricchezza, 2824. 

Roma, 3453, 4886, 5238, 5261. 

Romani, 622, 632, 5246, 5248, 5599, 5646, 5650, 

5757. 
Rota, 64, 6389, 6594, 7039. 
Rothogene, [Retogene] 5785 e nota. 

Saguntini, 626. 

Salmace, 4225. 

San Nazar, v. Sannazaro, Jacopo. 

Sannazaro, Jacopo, v. 2032. 

Sanvitale, Gualtiero, 2038. 

Saturno, dio, 3779. 

Saturno, monte, 6742, 6893. 

Scicilia, 5633,5791. 

Scientia, (Scienza), 1462, 1467, 1606. 

Scienza, v. Scientia. 

Scipio, (Scipion), detto l'Africano, 5718, 5790. 

Scipion, V. Scipio. 

Scipione, detto l'Emiliano, 4906, 5650. 

Scorno, 2342. 

Sdegno, 3490, 3519, 4112. 

Seleuco, [Zaleuco] 5296 e nota. 

Semiramis, 3895. 

Senectute, 4605. 

Seraphin, v. Ciminelli, Serafino. 

Sertorio, 5737. 

Servitute, 20, 389, 781*, 782, 797*, 798, 804, 810, 
816, 822, 828, 831*, 832, 841, 847, 892, 913, 
925*, 926, 931,941*, 942, 1011*, 1012, 1025*, 
1026, 1028, 1029, 1031, 1036, 1040, 1089,6108, 
7142,7551. 

Sibilla, 4653. 

Simulatione, lett. ded., 473*, 474, 475, 476, 514, 
530, 538, 952. 

Sinderesa, (Sinderesi), lett. ded., 5141. 

Sinderesi, v. Sinderesa. 

Siphace, 5645, 5761. 

Siracusa, 3779. 

Sol, 648, 5680. 

Sol, linea, 6794. 

Sol, monte, 6747, 6893. 

Sole, V. Sol. 

Solertia, 2750. 

Solicitudin, (Solicitudine), 2781, 4493. 

Solicitudine, v. Solicitudin. 

Sonno, 4332. 

Sospetto, (Suspition), 1844, 2241. 3488, 35 10, 4104, 
6004. 

Spartha, 3003. 

Sparthani, 5290. 

Speme, v. Speranza. 



246 



INDICE DEI NOMI DEL «TEMPIO» 



Speranza, (Speme), 4, 10, 19, 26, 142, 149*, 150, 
153, 159, 165, 171, 174, 177, 183, 189, 195,202, 
205, 218, 239, 336*, 382*, 400, 409, 430, 495, 
504, 506, 666, 674, 681, 682, 685, 691, 708, 
708*, 730*, 731, 734, 739, 740, 749, 753, 754, 
763, 764, 773, 774, 781*, 782, 790, 919, 956, 
1047*, 1048, 1056, 1072, 1080, 2492, 2587, 
2791, 2859 2871, 2877, 2882, 2888, 2890, 2946, 
2966, 3486, 3501, 4113, 4799, 4859, 4991*, 
4992, 5000, 5016, 5134, 5375*, 5376, 5384, 
5400, 5416, 5423*, 5424, 5440, 5564, 5847*, 
6085, 6094, 6405, 6433, 6688*, 6899, 6901, 
6910, 6913, 6925*, 7032*, 7081*, 7148, 7166, 
7213*, 7253*, 7254, 7275, 7294, 7420*, 7421*, 
7542. 

Spetialità, (Spetialitate), (Spetialtà), lett. ded., 47, 
1140, 4787, 4792*, 4811, 4844, 4853, 4861, 
4969, 5107, 5155, 5316, 5496, 5895, 5958, 6153, 
6179, 6284, 6376, 6593, 6994, 7046. 

Spetialitate, v. Spetialità. 

Spetialtà, v. Spetialità. 

Statilia, 3804. 

Stiggio, 4412, 4510. 

Stultitia, 1346. 

Suadella, 1205, 1457. 

Supplitio, 4587. 

Suspition, V. Sospetto. 

Sylla, 3701,3986. 

Syringa, 4134. 

Tebaldeo, Antonio, 2022. 

Temistocle, 5289. 

Tempio, lett. ded., 11, 15, 37, 98, 107, 327, 395, 
422, 430*, 473, 473*, 601*, 783, 789, 823, 828, 
881,908, 1047, 1077, 1090, 1125, 1127*, 1162, 
1164*, 1175, 1870*, 1973, 2073*, 2317, 2407, 
2464, 2669, 3020*, 3340, 3370, 3395, 3402, 
3417, 3421, 3609, 3741, 3742*, 3821*, 3933*, 
3935, 4582, 4657, 4712, 4773, 4804, 4853, 
4956, 4974, 5042, 4116, 5183*, 5209, 5225, 
5426, 5433, 5443, 5455*, 5527*, 6103, 6134, 
6161*, 6165, 6543, 7125, 7213*, 7254, 7261, 
7412*. 

Tempo, 5, 12, 150, 167, 171, 183, 196, 203, 235, 
287, 293, 303, 325, 335, 350, 384, 427, 433, 472, 
496, 499, 556, 677, 869, 872, 1052, 1078, 1082, 
4809, 4813, 4819, 4959, 4982, 5010, 5020, 5025, 
5103, 51 10, 5331, 5388, 5421, 5431, 5566, 5867, 
5874, 6115, 6143, 6193, 6295, 6310, 6986*, 
6992, 701 1, 7030, 7036, 7037, 7055, 7060, 7075, 
7098, 7453, 7460*, 7556. 

Tempranza, 4595. 

Terpsicore, 1919. 

Terrentio, 4902. 



Terror, 2152. 

Thalia, 1914. 

Thamiri, 1884. 

Themilcare, [Timocare] 5257 e nota. 

Thesalia, 3034. 

Theseo, 797, 4053. 

Thespiadi, 1956. 

Thile, 103. 

Tibaldeo, v. Tebaldeo, Antonio. 

Tiberio, 5730. 

Tibullo, 3837, 3844. 

Tignane, 5598. 

Timon, 2847. 

Timor, V. Timore. 

Timore, (Timor), 2152, 2244, 2791, 2861, 3847, 

3507,4113,6004. 
Timoteo, v. Bendedei, Timoteo. 
Tisbe, 3726, 3856. 
Tolleranza, 2958, 4735, 4779. 
Tradimento, 4103. 
Tramontana, 2798. 

Tranquilità, (Tranquilitate), 2614, 2620, 2638, 2688. 
Tranqu ili tate, v. Tranquilità. 
Travaglio, lett. ded., 58*, 72, 80, 92, 131, 149*, 

381*, 388, 2330, 2390, 2393, 3491, 3528, 4113, 

7136. 
Tristezza, (Tristitia), 1282, 1555,4493. 
Tristitia, v. Tristezza. 
Troia, 3003. 

Ugolini, Baccio, 2002. 
Ulisse, (Ulixe), 3859, 4191. 
Ulixe, V. Ulisse. 
Urania, 1928. 
Utica, 6475. 

Vecchiezza, lett. ded., 4587, 4654, 4662, 4695. 

Veienti, 5727. 

Vener, v. Venere. 

Venere, (Vener), (Citharea), dea, 2161, 2185, 2188, 
2201, 3007, 3656, 3778, 3873, 4054, 4237, 4383, 
4389, 4396, 4470, 4485, 4490, 4492, 4494, 4497, 
4501, 4507, 4515, 4518, 4550, 4556, 7270, 
7275*, 7334*, 7405*. 

Venere, monte, 6741. 

Venetia, 2053. 

Venustate, 2113. 

Vergilio, 3832, 3841. 

Vergogna, 2342. 

Verità, (Ventate), 953, 1415, 1869,7253. 

Veritate, v. Verità. 

Verona, 2050. 

Veronica da Cambra, v. Gambara, Veronica. 

Vertute, (Virtù), (Virtute), 32, 289, 391, 948, 1000, 



INDICE DEI NOMI DEL «TEMPIO» 247 

1438, 1451, 2669, 2702, 2843, 4595, 5007, Visconti. Gasparo, 1993. 

5023*, 5040, 5054, 5055*, 5056, 5057, 5059, Vitellio, 6478, 6517. 

5062, 5066, 5070, 5096, 5118, 5120, 5127*, Vitio, 6955. 

5176, 5183*, 5185, 5208, 5223*, 5224, 5232, Vittoria, 2646. 

5321, 5328, 5335*, 5340, 5348, 5356, 5364, Volumnio, 4893. 

5372, 6109, 6104, 6330, 6953, 6982, 7082, 7124, Voluptà, (Voluptate), (Voluptati), 1214, 1579, 1637, 

7213*, 7214, 7253*, 7437, 7542. 2747. 

Vesconte, v. Visconii, Gasparo. Voluptà, figlia di Amore e Psiche, 4222. 

Violenza, 5108, 5183, 5183*, 5184, 5188, 5189, Voluptate, v. Voluptà. 

5 i 9 1 , 5 1 94, 52 1 4, 53 1 6, 5320, 5367. Voluptati, v. Voluptà. 

Virgo, 3772. Vulcano, 2 1 39, 355 1 , 3664, 4238. 
Virtù, V. Vertute. 

Virtute, V. Vertute. Zephir, 442 1 , 443 1 , 6075. 



I nomi sono registrati nella forma originaria. I letterati sono classificati per cognome o per il luogo di 
provenienza e sono segnalati in corsivo se si tratta di rimandi e non di nomi presenti nell'opera. Si è segnalata, 
all'interno di una parentesi quadra, la dicitura corretta laddove i nomi siano stati riportati dall'autore in una 
forma alterata. Sono state registrate all'interno di una parentesi tonda le varianti grafiche e formali. Nell'indice 
trovano posto, oltre ai personaggi storici e mitologici, tutte le numerose allegorie nonché l'indicazione dei luo- 
ghi. Elementi identificativi ulteriori sono stati inseriti solo in quei casi nei quali, per la presenza di nomi ugua- 
li, possono insorgere dubbi. Si segnala che, qualora il nome si trovi all'interno delia lettera dedicatoria, la regi- 
strazione nell'indice viene effettuata con l'indicazione leti, ded., mentre, qualora si trovi all'interno di una 
didascalia, con il segno * preceduto dal numero del verso antecedente la didascalia medesima. 



INDICE DEI NOMI DELL'INTRODUZIONE 

Nell'indice si registrano i nomi dei luoghi e dei tipografi solo se citati nel testo; 
non sono registrati i nomi dei vari personaggi del Tempio, le personificazioni, i nomi 
mitologici. 



Accolti, Benedetto XLVIII 

Ageno, Franca XLIII n. 

Agricola, Rodolfo XXVIII 

Alberti, Leon Battista XXII; XXVIII n.; XXIX e n.; 

XXX; LV e n.; XLI; XLIII; LVII n.; LX e n. 
Albonico, Simone LIX n. 
Alessandro VI Borgia, pontefice XLIX 
Alfonso de la Torre XI 
Alighieri, Dante IX; XI; XX; XXXIII; XXXIV; 

XXXVI 
Alighieri, Pietro XXXVII n. 
Allacci, Leone VII e n. 
Altrocchi, Rudolph XXIX n. 
Anderson, Jaynie XXXIV n. 
Andrews, Richard LXIV n. 
Anna d'Alen9on XLI 
Antonelli, Roberto XVIII n; 
Antonio da Montalcino LIX 
Antonio da Tempo, LXIV e n. 
Apelle XXVI e n.; XXXIII; XXVIII n. 
Apuleio Vili n.; X e n.; XII; XXI n.; XXXVII; 

XXXVIII e n.; XXXIX, XLV; XL; XLI; XLII 
Arbizzoni, Guido XX n. 
Ariosto, Ludovico XII; XVIII; XLVIII 
Arsocchi, Francesco LX n. 
Ascensius Badius XLVI e n. 
Asor Rosa, Alberto LXI n. 
Assaracus Andreas XXXIX n. 
Aurispa, Giovanni XXXIII n. 
Averlino, Antonio detto il Filarete X n.; XXVIII n. 

Baccini, Danilo XXXI n. 

Baldassarri, Guido XII n. 

Bandello, Matteo XLI 

Barocchi, Paola XLV n. 

Basile, Bruno XIX; XLIII n. 

Battisti, Eugenio XXXVII n.; XXXIX n. 

Beccafumi, Domenico XLV e n.; XLVII n. 

Beccaria, Giorgio XLI e n. 

Belfiore, palazzo di XXXV 

Bellincioni, Bernardo XVII; XXI 

Bembo, Pietro XIX; XX n.; LVII n.; LXIII; XLVIII 

Bergmann, Johann XLIII n. 

Beroaldo, Filippo il vecchio XXIV; XXVIII e n.; 

XXXXVII; XXXVIII n.; XLII 
Bevilacqua, Simone XVII 



Bianca, Concetta XV n. 

Bianchi, Dante LXIII n. 

Billanovich, Myriam XXVII n. 

Boccaccio, Giovanni IX; X; XII; XXXIII e n.; 

XXXIV e n.; XXXV; XXXVI; XXXVII; 

XXXIX; XL; XLII 
Boezio, Anicio Manlio Torquato Severino XXXIV 
Boiardo, Matteo Maria XII; XXI; XXXVII n. 
Bolzoni, Lina XIII n.; XX n.; XXXVI n.; LVII n. 
Bongrani, Paolo L n.; LX n. 
Bonifatio II Paleologo IX e n. 
Bordon, Benedetto XVII e n.; XXIX 
Borra, Luigi LX n. 

Botticelli, Sandro Filipepi detto XXXI; XLI n. 
Brant, Sebastian XLIII; XLIV 
Bruno, Leonardo XXII 
Bruscagli, Riccardo XXIX n. 

Calmeta, Vincenzo Colli detto il XLVIII; XLIX n. 

Calogrosso, Giannotto LIX 

Calvesi, Maurizio XXII n. 

Cammelli, Antonio XVII 

Campanile, Iacopo XIII n. 

Capella, Marziano XII; XXXV e n.; XLII e n. 

Cardini, Roberto LV n. 

Carpi XXXV n. 

Carrai, Stefano LIX n. 

Casale Monferrato Vili; IX; XIII e n.; XVI; XLIX 

Casciano, Paola LVII n. 

Casella, Maria Teresa XLV n. 

Cavalli, Marina X n. 

Cei, Francesco XX 

Censorino (Censorinus) XXII 

Challant di Issogne castello di XXXIX 

Chastel, André LVII n. 

Giapponi, Lucia LIV n.; LV n. 

Coccio, Francesco XXII n.; XXIV e n.; XXV; 

XXVI n. 
Colonna, Francesco LIV e n. 
Comboni, Andrea LVIII n. 
Condé di Chantilly, museo di XLI n. 
Contarini, Francesco XXV; XXVI n. 
Conti, Giusto de' LX e n. 
Comagliotti, Anna Vili n. 
Comazzano, Antonio XXI 
Creussner, Friedrich XVII 



250 



INDICE DEI NOMI DELL INTRODUZIONE 



Crono XXIII 
Culturano LI 
Curtius, Ernest Robert XVIII n.; XLIII n. 

Delcomo, Carlo XLV n. 

Della Fonte, Bartolomeo XXVIII e n.; XXIX n.; 

XXX; XXXI 
De Lupis, Bisantio LIX n. 
De Robertis, Domenico LX n. 
De Seta, Cesare XLII n. 
Dick, Adolfus XLII n. 
Dilemmi, Giorgio XX n.; LI n.; LII n. 
Dionisotti, Cario XXIV n.; XLIX n.; LUI n.; LIV n. 
Doglio, Maria Luisa Vili n. 
Domenichi, Ludovico XXXI n. 
Doni, Anton Francesco XXXVI 
Durer, Albrecht XXXI 

Erasmo da Rotterdam XLIV n. 
Ercole d'Este XXVIII 
Esiodo XI 

Fabio pittore XLV n. 

Faedo, Lucia XXIX n. 

Faelli, Benedetto XXII 

Federici, Renzo LIV n. 

Feliciano, Felice LVIII n. 

Ferrara XXXV; XLIX; L 

Ficino, Marsilio XXXVII; XXXIX n. 

Fidia XLV n. 

Finoli, Anna Maria X n. 

Fontio V. Della Fonte, Bartolomeo 

Forster, Richard XXVI n.; XXVIII n. 

Francesco da Buti XXXIV 

Franco, Niccolò XIII n. 

Fregoso, Antonio Filiremo XVIII e n.; XIX; XLII; 

XLVIII; XLIX e n.; LI e n.; LII e n.; LUI 
Fulgenzio XIII; XXXIII e n.; XXXIV; XXXV e n.; 

XXXVIII n.; XXXIX; XL 
Fumagalli, Edoardo, XXXVII n. 

Gambara, Veronica XLVIII 

Gandolfo, Francesco XVIII n.; XXXIX n.; XLI n.; 

LlVn. 
Garin, Eugenio LV n. 
Giasone del Maino XLIX 
Giglioli, Giulio Quirino XXXI n. 
Giovanna d'Aragona XIII n. 
Giovanni di Andrea XLV 
Giraldi, Lilio Gregorio XI e n.; XXXIV n.; XXXV e 

n.; XXXVI 
Giulio Romano, Guido Peppi detto XXXIII n.; XLI 
Giusto de' Conti v. Conti, Giusto de' 
Goldschmidt, E. Ph. XXVII e n. 



Gombrich, Ernest ; XXXVII n.; XXXIX n.; XLI n.; 

XLIII n.; LIV n. 
Gomi, Guglielmo LX n. 
Grassi, Liliana X n. 
Grayson, Cecil LVII n. 
Griffolini, Francesco XXVI; XXVII 
Guarino Veronese XXVI; XXIX e n.; XXXI; 

XXXV n. 
Guerrini, Roberto XLV n. 
Guglielmo IX Paleologo XLI 

Helm, Rudolfus XLII n. 

Isabella d'Este XXIV; XLIX 

Kempf, Carolus XLV e n.; XLVI; XLVII n. 
Kristeller, Raoul Oskar XXVIII n. 

La Malfa, Claudia XLII n. 

Landino, Cristoforo XIII 

Lapo da Castiglionchio jr. XXVI; XXVII; XXIX n.; 

XXX; XXXI 
Lee, Rensselaer XLV n. 
Leombruno, Lorenzo (Liombruno) XXXIII e n. 
Leoniceno, Niccolò XXXVII n. 
Lete, /ÌMmg XVIII 
Liborio, Mariantonia XLIV n. 
Limentani, Alberto XII n. 
Lippo, Alessandro XXIX 
Locher, Jacobus XLIII; XLIV 
Lomazzo, Giovan Paolo LVI n. 
Lorenzo il Magnifico v. Medici, Lorenzo de' 
Luciano XXII e n.; XXIX e n.; XXX; XXXIII n.; 

XXVI e n.; XXVII; LVI 
Ludovico il Moro XLIX; LI 

Magnani, Franca LVII n.; LVIII n.; LIX n. 

Manacorda, Giuseppe VII e n. 

Mantegna, Andrea XXXI e n.; XXXIII 

Mantova L 

Manuzio, Aldo LIV 

Maraschio, Nicoletta XXVI n.; XXX n. 

Marchant, Guy XXII 

Marsuppini, Carlo XXXIII n. 

Martelli, Mario LX n.; LXI n.; LXII n. 

Massing, Jean Michel XXVI n.; XXVII n.; XXVIII 

n.; XXIX n.; XXXI n.; XXXI n.; XXXII n.; 

XXXIII n. 
Mattioli, Emilio XII n.; XXVII e n. 
Mazzatinti, Giuseppe XXVIII n.; LXIII n. 
Medici, Lorenzo de' XXI; XXXIX n.; LXI e n.; 
Mida, re XXX 
Milano XXIX; XLIX; L 
Mintumo, Antonio Sebastiano LXII e n. 



INDICE DEI NOMI DELL INTRODUZIONE 



251 



Moreschini, Claudio XXXVII n. 
Mussini Sacchi, Maria Pia Vili n.; XLI n. 

Niccolò da Correggio XX e n.; XLI; XLVIH; XLIX 
e n. Le n.; LX n. 

Odasio, Ludovico {Odaxius) XXII e n.; XXIV; XXIV 
Olimpo da Sassoferrato XX e n. 
Oliverius Arzignanensi XLVI e n. 
Omnibono, Leoniceno (Leonicenus) XLVI e n. 
Ovidio Nasone, Publio XVIII; XXII; XXV; XXXIII 
e n.; XXXVI 

Padoan, Giorgio X n.; XXXIV n. 

Panofsky, Erwin XV n.; XVI n.; XXIX e n. 

Papagno, Giuseppe XI n. 

Parabosco, Girolamo XIII n. 

Patrizi, Francesco XXVIII n. 

Peirone, Claudia, LXIII n. 

Perin del Vaga, Pietro di Giovanni Bonaccorsi, detto 

XLI 
Peruzzi, Baldassarre XXXII 
Pesce, Domenico XII n.; XXIV n. 
Petrarca, Francesco XI; XVI n.; XX; XXXIII; 

XXXVI; XXXVII; XLIV n.; XLV; LUI 
Petrucci, Ottaviano LVIII 
Pico della Mirandola, Giovanni XXI; XXXV n. 
Pinelli, Antonio XLVII n. 
Pio, Giovan Battista XXIV; XXXVIII n. 
Pizzinghe, Jacopo XXXIV 
Platone XXII 

Poliziano, Angelo XII; XVIII 
Pozzi, Giovanni LIV n.; LV n. 
Praloran, Marco LX n. 
Préaux, Jean XLII n. 
Pulci, Luca XVIII 
Pulci, Luigi XXI 

Quaglio, Antonio Enzo XLV n. 
Quondam, Amedeo XI n.; XX n. 

Rabitti, Claudia LX n. 
Raffaello, Sanzio XXXV n.; XLI 
Renier, Rodolfo VII e n. 
Rossi, Antonio XXI n. 
Rossi, Vittorio VII e n. 
Rucellai, Bernardo XXIX 

Sabbadino degli Adenti XIX n. 
Salmi, Mario XXXI n. 



Salutati, Coluccio XV; XXXV 

San Secondo Parmense, castello di. XXXVII e n. 

Sanesi, Ireneo VII e n. 

Sannazaro, Iacopo XXXVI; XLVIII; 

Santagata, Marco XX n. 

Santoro, Mario LI n. 

Schleier, Reinhart XXII n. 

Schosser, Julius XLVIII n.; LIV n. 

Schròter, Elisabeth XXXVII n.; XXXIV n.; XXXV n. 

Scinzenzeller, Ulrich XXIX 

Scrivano, Riccardo VII e n.; VIII n.; XXI n.; XXXVII n. 

Segre, Cesare X n. 

Seneca, Lucio Anneo XLI 

Serafino Aquilano, XXI 

Settembrini, Luigi XXXI n. 

Settis, Salvatore XXIX n. 

Sforza, Lodovico LI 

Siface XII 

Simonetta, Cicco XLVI n. 

Singleton, Charles XXIX n. 

Spineta da Campofregoso XXVIII 

Stegmann, André XI n. 

Taccone, Baldassarre XLIX 

Tanturli, Giuliano XLV n. 

Tasso, Bernardo LXIII 

Tasso, Torquato XLIII n.; XLIX n. 

Tebaldeo, Antonio XLVIII 

Tenenti, Alberto XV n.; XLIV n. 

Theophilus XLVI e n. 

Tissoni Benvenuti, Antonia VIII n.; XX n.; XXX; 

XLIn.; XLVIII n.;Ln.;LIXn. 
Tizi, Marco LX n. 

Tura, Cosmè (Cosimo) XI e n.; XXXV n. 
Turba, Giuseppe XLIX n. 

Valerio Massimo XLIV; XLV e n.; XLV e n. 

Vela, Claudio LVIII n. 

Venturi, Gianni XLII n.; XLV n. 

Verhulst, Sabine LXII n. 

Villa, Claudia XLII n. 

Virgilio, Publio Marone XXXVI 

Visconti, Gasparo XVII; XLVIII; XLIX; Le n.; LI 

Williamson, Edward LXIII n. 
Woltke, Kari XI n. 

Zuccari, Alessandro XLI n. 



INDICE GENERALE 



INTRODUZIONE di Franca Magnani 

Capitolo I: STRUTTURA DEL «TEMPIO D'AMORE» VH 

1 . Il titolo «commedia» VII 

2. Il tempio: testo come edificio X 

3. Temi e personaggi XIII 

4. Descriptio loci XVII 

Capitolo II: CICLI PITTORICI XXI 

1 . La Tavola di Cebete XXII 

2. La Calunnia d'Apelle XXVI 

3. Il Parnaso, le Muse, Pireneo e le Pieridi XXXIII 

4. Lucio l'Asino XXXVII 

5. Il Giudizio di Paride, Mercurio e le Grazie XXXVIII 

6. La favola di Psiche XLI 

7. La nave di Concupiscenza XLIII 

8. Gli «exempla» di Valerio Massimo XLIV 

Capitolo III: LA SOCIETÀ' CORTIGIANA FRA PAROLA E IMMAGINE XLVII 

1 . L'invettiva contro la corte XLIX 

2. Il «Polifilo» LIV 

3. Retorica e arti figurative LVI 

Capitolo IV: FORME METRICHE LVIII 

// «TEMPIO D'AMORE». A cura di Cristina Caramaschi 1 

ABBREVIAZIONI BIBLIOGRAFICHE 207 

NOTA AL TESTO 211 

Testimonianze 211 

Rapporti tra i testimoni 214 

Criteri di edizione 234 

Nota alla grafia 235 

INDICI 



INDICE DEI NOMI DEL «TEMPIO» 
INDICE DEI NOMI DELL INTRODUZIONE 



239 
249 



• «f ralifornia Library 
University ot e>aiiior 

(UH 015 



UNIVERSITY OF CALIFORNIA-LOS ANGELES 




L 007 709 857 2 



Giudicato frettolosamente dai posteri come «strano componimento», 
il Tempio d'Amore deve aver avuto un certo successo nella sua epoca, 
dato che se ne conservano ben quattro edizioni, di cui l'ultima in una 
versione ampliata e linguisticamente rivisitata. 

Definito dall'autore stesso «comedia», esso rispecchia l'ambiguità 
e l'incertezza dei generi che caratterizza la produzione fra Quattro e 
Cinquecento, non solo per la pluralità dei motivi, il numero elevato dei 
versi e dei personaggi e la mancata suddivisione in atti, ma anche per la 
molteplicità e varietà di forme metriche in esso presenti. 

Il Tempio, «commedia» non rappresentabile, potrebbe essere consi- 
derato una propaggine estrema del genere del viaggio allegorico-didat- 
tico inaugurato dalla Commedia dantesca, ma elemento peculiare 
rispetto ai tradizionali trattati è l'inserimento a fini didattici di descri- 
zioni di cicli pittorici, sculture, mosaici, ecc. Tali descrizioni che si fon- 
dano tutte su modelli letterari (dalla Tavola di Cebete, alla Calunnia 
d'Apelle, al Parnaso, alle Muse, alle favole dell'Asino d'oro e di Psi- 
che) possono essere interpretate come una sorta di ekphrasis dei valori e 
disvalori dell'autore, mentre il Tempio, quasi «tempio della pittura» di 
lornazziana memoria, acquista le dimensioni di un complesso e formi- 
dabile trattato di iconologia. 

F.M. 



Volumi pubblicati in «Retorica e Filologia»: 

Luigi Borra, L'amorose rime. Edizione critica, introduzione e note 
a cura di Claudia Rabitti, Roma, La Fenice Edizioni, 1993. 

Domizia Trolli, La lingua delle lettere di Niccolò da Correggio, 
Napoli, Loffredo, 1997. 



In preparazione: '- 

'■ Franca Magnani, Dalla ragione metrica all'esperienza 
saggi fra '400 e '500 



ISBN 88-86171-35-8